L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per marzo, 2018

Pacific Rim – La rivolta

… e allora il robot tira un pugno PPAMM, e allora il primo mostro ruggisce e fa RROARRR, e allora il secondo mostro graffia il robot e fa SCRRRAAA…

TRAMA: A dieci anni dagli eventi del primo film, il programma Jeager è diventato lo strumento di difesa ufficiale dell’umanità. Quando i kaiju attaccano di nuovo la Terra, ma molto più forti di prima, il figlio del defunto comandante Stacker e sua sorella adottiva Mako fanno parte di un gruppo di piloti che dovrà guidare una nuova squadra di robot per difendere il pianeta.

TRAMA, QUELLA VERA:

– Pronti, via e subito una letale combinazione di spiegone inutile e voce fuori campo.
Ottimo, al secondo numero cinque la pellicola mette in chiaro le cose e so già che il mio cervello potrà rimanere in modalità aereo per le prossime due ore.

– Riepilogo di cose già viste, con scene tratte direttamente dal primo Pacific Rim.
Non ci state nemmeno provando.

– «Io non sono mio padre». «No, IO sono tuo padr»… ok, non mischiamo la merda con la cioccolata.

– In scene da favela statunitense con una fotografia che imbarazzerebbe i videoclip di Sean Paul, si aggira un John Boyega selvatico travestito da un incrocio tra il Will Smith del capolavoro filosofico Independence Day e il cestista Blake Griffin.

A che minuto siamo arrivati?

– Le persone disarmate sono intelligenti. Quelle armate sono stupide. Ti vogliamo bene, NRA ❤
Ah, messaggio piuttosto ironico per una pellicola basata sui cugini occidentali dei Transformers.

– Un robot a controllo neurale gigante e funzionante viene assemblato in un capannone da una sola ragazzina con le stesse competenze ingegneristiche di uno scienziato della NASA.

Azzarderei a dire che cazzata peggiore non potrò vederla, ma aspetto con trepidazione che il film mi stupisca.

– La ragazzina carina con le stesse competenze ingegneristiche di uno scienziato della NASA è pure cazzuta, indipendente e possiede un pessimismo che sfiora la preveggenza.

Sono soverchiato da queste ondate di realismo…

– Altra partecipazione del figlio di Clint Eastwood in una cagata invereconda. Ci credo che poi suo padre sbrocca e parla con le sedie vuote…

– La Blonde Bitch! Che meraviglia, sono riusciti ad incastrare in una pellicola di fantascienza caciarona pure uno dei più irritanti stereotipi da teen movie scolastico. Quando arrivano il quarterback stronzo e i nerd simpatici?

– Interessantissima diatriba sino-statunitense sull’esigenza di avere dei droni comandati da remoto piuttosto che ammassi di ferraglia con all’interno dei cristiani.
Rimpiango i trattati commerciali al centro della trama de La minaccia fantasma.

Forse.

– «Non mi fido della tecnologia» SOLO IO HO PRESENTE CHE QUESTO È UN FILM SU DEI ROBOT GIGANTI? PRONTO???

– Diario del recensore. Siamo al minuto trenta, ed escludendo i flashback, di mostri non se ne è visto mezzo.

– “SYDNEY. AUSTRALIA” da non confondere con “SYDNEY. UZBEKISTAN”.

– Il primo antagonista dei robot è, rullo di tamburi… un altro robot, con cui si ingaggia uno scontro a cazzotti come tra Rocky e Apollo.

Seriamente?

– “SHANGHAI. CINA” da non confondere con “SHANGHAI. GIOCO DEI BASTONCINI”.

– “Bigger is better”, ehi, credevo fosse importante come lo usi o quanto duri…

– Ringrazio il film per non avere osato mettere “SIBERIA. RUSSIA”, perché credo che tale didascalia mi avrebbe fatto esplodere le orbite.

– Uno dei plot twist più telefonati della stroria si rivela in realtà…

No, rimane uno dei plot twist più telefonati della storia.

– Non sapendo bene quale linea narrativa seguire, il film opta democraticamente per seguirle tutte, diventando un confuso marasma condito da cose giganti che distruggono altre cose giganti.

– Riferimento alla scena delle sfere Newton del primo capitolo.

Cazzata era, cazzata rimane.

– Tokyo distrutta come se non ci fosse un domani, non ci si pone minimamente il problema di portare lo scontro fuori dal centro abitato.
Il Superman di Man of Steel vi fa una pippa.

– In un mondo ultratecnologico, in cui si ritiene che per abbattere dei mostri preistorici giganti la soluzione migliore sia quella di costruire degli altrettanto pantagruelici rottami umanoidi, per accoppare il boss di fine gioco si ricorre alla strategia di Wile E. Coyote del colpire il nemico facendogli cadere un’incudine sulla testa.

Cosa avevo detto sul farmi stupire?

Questo era, in breve, Pacifi Rim – La rivolta.

Una baracconata infame.

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Tomb Raider

Noi non seguiamo indicazioni per capolavori nascosti e il videogioco non indica, mai, il punto dove creare film.

TRAMA: Londra. Lara Croft è una ventunenne che si guadagna da vivere come corriere in bicicletta nelle caotiche strade della metropoli. Figlia di un eccentrico archeologo scomparso quando lei era solo una ragazzina, Lara non sembra voler seguire le ombre paterne.
Convinta però che il padre sia ancora vivo, si imbarca in una grande avventura e parte alla ricerca dell’uomo.

RECENSIONE: Questo film è direttamente tratto da un celeberrimo videogioco, molto amato e conosciuto in tutto il mondo.

Probabilmente a molti di coloro che stanno leggendo queste righe sarà capitato di giocarci.

Sto parlando, ovviamente, di Temple Run.

Un corridoio unidirezionale virtualmente infinito, attraverso la cui ripetizione randomica degli stessi soliti pattern il videogiocatore può…

Ah, non è quello?

Per la regia del norvegese Roar Uthaug alla sua prima pellicola statunitense, Tomb Raider è un classico, idiota film action che non riesce a proporre nulla di minimamente originale o memorabile contenutisticamente, e che perciò viene iscritto al nutrito club degli adattamenti da videogiochi rigurgitati in sala a causa del mero traino del brand di appartenenza.

Un’opera banale e sciatta sin dalle prime battute, con l’aggravante di proporre come unica scusante artistica il restyling estetico, avvenuto con il decimo dei finora undici capitoli videoludici usciti, di un personaggio che non possiede affatto una profondità narrativa adatta ad un’apprezzabile o quantomeno sufficiente resa filmica.

A meno che la mastoplastica riduttiva non sia diventata introspezione caratteriale.

Per quanto riguarda la gestione dei tempi narrativi, ad un primo segmento piatto come il mio elettroencefalogramma dopo aver visto il film si susseguono sequenze dialogate ed action con un’alternanza così schematica da sfiorare l’OCD.

Ovviamente le prime, come protagoniste di un romanzo di Defoe, vanno sovente a naufragare nella Terra degli Spiegoni Imbarazzanti, con spruzzate appena appena accennate di inquadramento caratteriale dei personaggi secondari, considerabili per comodità PNG: c’è da considerare che effettivamente buttando lì solo tre cazzate anche della stessa protagonista, aspettarsi ricchezza psicologica dal resto delle figure era pensiero piuttosto pellegrino.

Le fasi adrenaliniche vanno invece sapientemente a toccare ogni difetto possibile delle stesse: dall’invulnerabilità della protagonista all’idiozia dei minions, dall’orientarsi in modo perfetto senza mappa alcuna al villain che decide convenientemente per la trama chi uccidere e chi risparmiare.

Come il bosco di Non aprite quella porta era in realtà poco più di una macchia di vegetazione, che filmata da diversi angoli creava l’illusione di maggiore grandezza, qui la corsa della protagonista pare un po’ circolare e fine a se stessa, nell’essere la tombarola circondata da un background scenico talvolta finto e CGIoso come pochi.

Capisco che probabilmente Tomb Raider abbia come target manifesto il pubblico dei quattordicenni maschi segaioli, ma personalmente non trovo alcun intrattenimento nell’assistere ad una “eroina” presa letteralmente a calci per metà film, con diversi uomini che si alternano nel menarla in una preoccupante e assai fuori luogo metafora della gangbang.

Come un’inquieta quindicenne che sfoglia bramosa il Cioè alla ricerca del proprio stile cambiandone uno ogni due settimane, la pellicola inoltre si conclude in bellezza entrando prepotentemente in una fase Indiana Jones e l’ultima crociata squallidina, con meno Sean Connery e più cose a caso.

L’uomo penitente è umile al cospetto del cinema.

Passiamo ora all’elefante nella stanza.

A me Alicia Vikander piace.

Davvero, credo che abbia ottime doti recitative e che ciononostante sia, forse, un po’ meno alla ribalta rispetto ad altre colleghe (Jennifer Lawrence, Margot Robbie o Felicity Jones, per citarne solo alcune) che vengono riconosciute molto di più dal grande pubblico per aver recitato in franchise di notevole fama.

Però ve lo chiedo per favore.

Non fatele fare MAI PIÙ ruoli action.

In questa pellicola la sua presenza scenica è inesistente: un personaggio che dovrebbe rompere terga a manca e dritta pare una spaurita cosplayer piombata dal cielo nel cono di luce di Mr. Bean.

Il fatto che poi il film tenti con ogni mezzo di farla sembrare cazzuta e tosta mediante corse in bicicletta e combattimenti in palestra diventa controproducente, risultando in uno spettacolo tristissimo; Richie Cunningham che si spaccia per Fonzie indossando il suo giubbotto non fa altro che acuire il senso di imbarazzo e di inadeguatezza della materia nel tentare di conformarsi all’idea.

Lungi da me fare bodyshaming, ma se ad un leading action-character ti viene voglia di lanciare le briciole di pane come ai piccioni, evidentemente il casting è stato sbagliato.

Scusa, Ali.

Il buon Walton Goggins sprecato nei panni del solito cattivo del Lidl, tutto freddezza e scagnozzi armati, ci si dimentica del suo ruolo quando ancora scorrono i titoli di coda.

Camei o poco più per Nick Frost, Derek Jacobi e Kristin Scott Thomas, tutta gente che ha fatto cose dieci volte migliori.

Tomb Raider è un film insufficiente, utile come un cappotto nel Sahara ed il cui prodotto viene eroso dalla mente come la risacca elimina le scritte sulla sabbia.

In particolare, esso dimentica la regola più importante quando si ha tra le mani una serie di videogiochi di successo e si voglia trasporla sul mezzo cinematografico.

Non farlo.

Red Sparrow

Anne Hathaway, we saw your boobs in Brokeback Mountain
Halle Berry, we saw them in Monster’s Ball
Nicole Kidman in Eyes Wide Shut
Marisa Tomei in The Wrestler, but
We haven’t seen Jennifer Lawrence’s boobs at all.

TRAMA: La ballerina Dominika Egorova viene reclutata presso la ‘Sparrow’, un servizio di intelligence russo in cui viene addestrata a usare il suo corpo come un’arma. La sua prima missione minaccia di mettere a repentaglio la sicurezza di Russia e Stati Uniti.
Trasposizione cinematografica del romanzo Nome in codice: Diva (Red Sparrow) scritto dall’ex agente della CIA Jason Matthews.

RECENSIONE: Diretto da Francis Lawrence ed interpretato da Jennifer Lawrence (quindi non è vero che “solo finocchi e marinai si chiamassero Lawrence”), Sparrow è un algido spy-thriller con, principalmente, un piccolo difetto.

Un piccino piccino, sebbene cruciale, dettaglino.

Questo film è lento come una tartaruga centenaria zoppa che scala un monte Everest ricoperto di Nutella. 

Per carità, viste le premesse non mi aspettavo certo una pellicola intensa e con apprezzabili sequenze action alla Michael Mann, però Cristo, Red Sparrow si prende dei tempi narrativi veramente troppo rilassati e dilatati, che si sposano davvero male con un contesto di alta tensione tra Stati, in cui anche la più piccola mossa di un singolo può incidere sui rapporti tra superpotenze.

Quella che avrebbe potuto essere rappresentata come una tesa e fine partita a scacchi tra spie impegnate ad essere sempre un passo avanti al nemico diventa infatti troppo presto un drammone imbolsito in cui tutti i personaggi cercano di inchiappettarsi a vicenda (non solo metaforicamente) in un valzer di mascalzoni confusionario e privo di appeal.

Ah, però si vedono le tette della Lawrence.

In realtà non così tanto “Yaaay!”, perché Red Sparrow cade nel frequentemente riscontrato scivolone dell’uso di sessualità facile, unendo ad una premessa piuttosto traballante e ultrafacilona del corpo speciale addestrato ad usare fascino e sesso come armi (che pazienza…) un utilizzo del sesso non costruttivo ai fini narrativi, ma per il mero gusto di avere un sottotesto scabroso che condisca la storia stessa.

Avete presente le prime stagioni de Il trono di spade, dove ogni scusa era buona per mostrare patane?

Ecco, pur con pochissimi nudi, qui il principio è il medesimo.

La sceneggiatura offre un ribaltamento di fronti così repentino da diventare paradossalmente noiosa: visto che gli schieramenti sono così permeabili in entrata ed uscita da cambiare letteralmente da una scena all’altra, lo spettatore non è spinto ad interessarsi né ad essi (perché troppo mutevoli) né ai suoi interpreti (perché assumono la personalità di marionette tutte uguali ed intercambiabili).

E per un thriller, faticare ad appassionare non è un problema da poco.

L’erotismo di fondo, velato o esplicito, non aggiunge quasi nulla alla trama, poiché il rapporto sessuale non è climax all’interno della relazione tra due personaggi, ma un’ombra costante che li copre quasi soffocandone lo sviluppo narrativo.
Un acufene così continuo che la sua scomparsa non è piacevole surplus, ma liberazione da una scocciatura.

Nel ruolo della protagonista Jennifer Lawrence, di nuovo in collaborazione con il regista suo omonimo dopo la serie Hunger Games, che offre spavaldamente le proprie burrose forme a generose inquadrature del suo corpo.

Come ho già detto il punto di partenza è mal sfruttato, e personalmente se già dalla premessa percepisco un senso di stupidità, difficilmente accetto il patto narrativo che  mi richiederebbe di appassionarmi alla trama.

Sì, è bella, ed il film ce lo comunica in tutti i modi diretti o indiretti possibili.

E quindi?

Joel Edgerton forse ancora traumatizzato da quella boiata Netflix di Bright per ricordarsi come si recita: la sua stazza bovina combinata all’espressività di uno spartitraffico contribuiscono unicamente ad incarnare un fastidioso cosplay del più scialbo Ben Affleck.

Cast di contorno tanto ricco quanto sprecato: Jeremy Irons, Ciarán Hinds, Charlotte Rampling, Joely Richardson e Mary-Louise Parker hanno ruoli così piccoli e poco impattanti che avrebbero potuto risparmiare sui loro cachet per concentrarsi sulla solidità del plot.

Due ore e venti che sono il contrario del petto della Lawrence.

Piatte.

PREMI OSCAR 2018

The 85th Academy Awards® will air live on Oscar® Sunday, February 24, 2013.

MIGLIOR FILM:

Trionfo de La forma dell’acqua, dimostrazione che l’amore in fondo vince su tutto: supera infatti, tra gli altri, “sono incazzata perché mi hanno ammazzato la figlia”, “sono incazzato perché ci sono i nazisti” (questo doppio) e “sono incazzato perché Daniel Day-Lewis si ritira”.

Battuto in particolare Tre manifesti a Ebbing, Missouri (che d’ora in poi abbrevierò in TMAEM perché sono natìo della generazione “C6?”, “TV1KDB” ed altre canzoni dei Gazosa), che era testa a testa nei miei preferiti, ma era come chiedermi se voglia più bene a mamma o a papà.

MIGLIOR REGIA: E dagli con DelTorus B.I.G., che supera in particolare l’Anderson bravo senza essere fissato con la simmetria e “non è colpa mia se i cinefili della domenica mi indicano come il nuovo Kubrick”.

Jordan Peele, con un film buono ma che personalmente non ho trovato eccezionale, e Greta Gerwig, con un film che personalmente ho detestato, sarebbero state sorprese troppo eclatanti per un’edizione che, col senno di poi, ha regalato pochissime sorprese.

MIGLIORI ATTORE E ATTRICE PROTAGONISTI:

Gary Oldman finalmente: per superare in qualità l’ottimo trasformismo nel diventare un somigliantissimo Churchill c’era solo la modifica del DNA coi raggi gamma (perché ha la forza di mille at-to-ri / e più si impegna più mostra bra-vu-ra / che ruoli fa / l’Incredibile Hold).

Battuti sia i sempre ottimi veterani Day-Lewis e Washington sia le nuove leve Kaluuya e Chalamet, che potranno sicuramente dire la loro in futuro, sempre se non opteranno per scelte folli di carriera.

Tipo la Marvel per uno e la Gerwig per l’altro.

Nell’angolo rosa del ring, meritatissimo premio anche per l’eccezionale McDormand, che supera una muta (battute a parte, ottima anche Sally Hawkins), una pattinatrice criminale, un’adolescente inquieta e Meryl Streep, che credo riuscirebbe a farsi nominare dall’Academy anche se recitasse ne Gli occhi del cuore guidata dal Maestro Ferretti.

MIGLIORI ATTORE E ATTRICE NON PROTAGONISTI:

Sam Rockwell vince come Non Protagonista, e spero che tale successo lo elevi dallo status di “mah sì, dai… quel tizio che si è visto anche in…”, perché è maturato moltissimo e questo premio potrebbe essere non un punto di arrivo ma di partenza.

Alison Janney conferma l’amore dell’Academy per i personaggi vecchi, cinici e brontoloni (qualcuno ha detto Alan Arkin?) ma non posso giudicare la sua performance non avendo ancora visto Tonya.

Recupererò, comunque: non sono Lupin ma ho anch’io una discreta attrazione per Margot.

MIGLIORI SCENEGGIATURE ORIGINALE E NON ORIGINALE:

Scappa – Get Out, con il suo script intriso di metafore più o meno velate sul ruolo degli afroamericani negli Stati Uniti batte la concorrenza dei due soliti noti.

Chiamami col tuo nome sfrutta l’ottimo lavoro di James Ivory nell’adattare un’opera di Aciman. Superati il simpatico The Disaster Artist, che mi devo ripromettere di vedere, e Logan, che comunque ha conseguito un ottimo risultato anche solo venendo nominato, essendo questa la prima Nomination non tecnica per un film con personaggi Marvel.

MIGLIORI SCENOGRAFIA, FOTOGRAFIA E COSTUMI:

La forma dell’acqua premiato come migliore scenografia, e ci può stare, anche se ho sperato fino al’ultimo in Blade Runner 2049, mentre La bella e la bestia, L’ora più buia e Dunkirk a mio avviso partivano un po’ più indietro.

Per la fotografia, alleluia Roger Deakins per Blade Runner 2049: alla quattordicesima Nomination nella categoria, finalmente il suo lavoro egregio è stato giustamente considerato.

Il filo nascosto vince per i costumi, ironico considerato che il film tratta di uno stilista. Anche qui superata la concorrenza dei soliti nominati ed anche qui un premio più che meritato.

MIGLIORI COLONNA SONORA E CANZONE:

Se per la colonna sonora è stato premiato il buon Alexandre Desplat tre anni dopo The Grand Budapest Hotel, sulla miglior canzone ho una rivelazione da fare.

Ho aspettato sino all’ultimo per diffonderlo al mondo, ma due settimane fa ho ricevuto la visita di un alieno proveniente dal pianeta Giove.
Mi ha detto di non sapere nulla della nostra cultura, della nostra economia, della nostra biologia o della nostra società, ma mi ha anticipato che Remember Me di Coco avrebbe vinto come miglior canzone.

Si, insomma, diciamo era abbastanza prevedibile.

Ah, non vi dico chi abbia vinto come Miglior film d’animazione.

Riassunto:

4/13 per La forma dell’acqua, che si aggiudica i due premi principali più colonna sonora e scenografia. 3 Oscar per Dunkirk (montaggio, sonoro e montaggio sonoro).
Due premi per TMAEM, L’ora più buia, Blade Runner 2049 e Coco.

Delusi principalmente Ladybird (0/5) e Star Wars, che pur con quattro Nomination tecniche non se n’è aggiudicata mezza.

E voi che ne pensate?

Delusi? Soddisfatti?

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