L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per febbraio, 2018

La forma dell’acqua

The foreman over there hates the gang,
The poor people on the farms get it so rough,
Truck drivers drive like the devil,
The policemen they’re acting so tough.
They need water,
Good water,
They need water.

TRAMA: Nel 1963, in un laboratorio governativo ad alta sicurezza nell’America segnata dalla guerra fredda, lavora la solitaria Elisa, muta dalla nascita e intrappolata in un’esistenza di silenzio e isolamento.
La sua vita cambia però in maniera inevitabile quando scopre un esperimento classificato come segreto…

RECENSIONE: Diretto da Guillermo del Toro, celebre per Il labirinto del fauno, Blade II, Hellboy e purtroppo Pacific Rim, La forma dell’acqua è una interessante e delicata love story favolistica con qualche spruzzata sci-fi spionistica che però non ne intacca l’essenza, mantenendo un ottimo focus sui personaggi preferendoli ai meri eventi.

Cosa distingue in particolare la storia dei due protagonisti da quella di un classico romantic-movie?

Beh, semplice.

IL MOSTRO NON È RICCO E LA BELLA NON È BELLA.

Prima che mi aspettiate sotto casa con un grosso bastone come Roosevelt, mi spiego meglio.

Molto spesso si inquadra l’amore, o più in generale i sentimenti, in un’ottica di stratificazione e aggiunta, ossia il legame affettivo tra due persone (e per “legame” non intendo necessariamente quello specificatamente amoroso, può anche essere famigliare o di amicizia) viene arricchito dalle esperienze comuni passate dai soggetti nel corso del tempo e da vari altri fattori più o meno di contorno.

Quindi, se noi prendiamo l’incorporeo concetto di “feeling” mentale e ad esso sommiamo la normale e biologica attrazione fisica, gli interessi condivisi, tutti i piccoli momenti speciali trascorsi insieme, ogni parola detta di sfogo, affetto o stima, il ponte passato al mare lontani da tutti, le vacanze, le serate letto + Netflix, le conversazioni infinite su Whatsapp, andiamo a sommare tantissimi piccoli mattoncini che vanno a edificare una costruzione sentimentale.

Ma è esattamente il contrario.

Il sentimento è sottrazione.

Proprio perché concetto astratto, per individuarlo bisogna considerare la situazione di coppia nel suo complesso ed eliderla di tutte le sovrastrutture.

Escludendo tutti quegli elementi che prima ho citato, ciò che resta costituisce necessariamente il nucleo fondamentale del rapporto, ossia il basilare sentimento sussistente.

Perché, anche volendo, non vi è altro.

Ne La forma dell’acqua, assistiamo al legame tra due organismi che più diversi non potrebbero essere (non hanno in comune nemmeno la specie biologica), ma che riesce a svilupparsi rimanendo estremamente ancorato a quel “feeling” di cui prima parlavo, quella scintilla, quel raggio di sole che entra nella nostra vita quando si conosce qualcuno da cui siamo magneticamente attratti.

Immaginate ciò che avete provato la prima volta che vi siete innamorati di qualcuno. Il battito del cuore che aumenta leggermente, il respiro più accelerato, la generale sensazione di benessere o sollievo quando lo vedete o vi parlate.

Estendetelo per tutta la durata del vostro rapporto.

Fatico a trovare le parole giuste per esprimerlo (e sto scrivendo un articolo, dai che siamo a cavallo), ma questa pellicola traspone su schermo un innamoramento in modo incredibilmente delicato negli strumenti ma altrettanto potente in ciò che veicola: un pettirosso da combattimento che riesce ad essere tutt’altro che fragile o futile, irrompendo nella mente dello spettatore come un rapace inflessibile.

L’acqua diventa un mezzo ricchissimo di molti significati: dall’ovvia fonte di vita, alla metafora per la multiformità cangiante dell’amore, all’habitat a cui apparteniamo e in cui aneliamo essere lasciati, l’acca-due-o scorre per le circa due ore di durata della pellicola assumendo connotazioni diverse ma sempre azzeccate nei modi.

Dalla pioggia salvifica al confinamento del prigioniero in una cisterna o nella piscina artificiale, dall’oceano come enorme massa insondabile alla vasca da bagno in cui ci lasciamo andare ad una liberatoria masturbazione, il liquido è parte integrante del film come dell’esistenza stessa.

Il tutto viene espresso mediante un linguaggio che non è un linguaggio, balzando dalle differenze relative alla diversificazione dello stesso (la Guerra Fredda con la partita a scacchi bellico-scientifico-tattica tra statunitensi e sovietici) ed approdando anche in questo caso alla fondamentalità più basilare, quella lingua dei segni in cui i “segni” non sono solamente quelli di mani e braccia ma anche i piccoli gesti di gentilezza o di avvicinamento all’altro che dimostrano l’Umanità dell’umano ma anche del non umano.

Ottimo tutto il cast, a cominciare ovviamente dalla straordinaria Sally Hawkins come donna “incompleta”, non solo nell’handicap che la caratterizza ma anche affettivamente, anima sola con il desiderio di aiutare un altro spirito affine al suo.

Vederla tentare di esprimere emozioni così strabordanti ed imponenti utilizzando convulsamente solo le mani la fa sembrare quasi un vulcano in attesa di eruzione, un’entità castrata della manifestazione esterna del suo interno.

Ottimo anche Michael Shannon come oscura ed implacabile mano del governo e strumento della potenza militare, uomo tutto d’un pezzo nella sua ottusa volontà di supremazia e indefesso nel perseguire gli obiettivi.

Altra ottima prova per l’attore natìo del Kentucky, che personalmente apprezzo moltissimo in ogni cosa che fa.

Ok, quasi in ogni cosa.

La forma dell’acqua si afferma come opera d’amore intensa e non banale, dotata di un particolare spirito e di una delicatezza intrinseca rara se confrontata alla tendenza banalizzante del suo genere di appartenenza.

Assolutamente consigliato.

Cinquanta sfumature di rosso

Cinquanta sfumature di grigio: 571 milioni di dollari incassati nel mondo.

Cinquanta sfumature di nero: 381 milioni di dollari incassati nel mondo

TRAMA: Christian e Anastasia sono convolati a nozze. La loro felicità viene messa in pericolo da Jack Hyde, che vuole vendicarsi per essere stato licenziato, e da Elena, che intende mettere i bastoni fra le ruote alla coppia.

RECENSIONE: Io ho un problema con questa serie di film.

Se “film” li si può definire.

Il mio cruccio è che questa sega saga oltre a, per usare un termine prettamente tecnico, fare schifo alla minchia è costituita da tre episodi concettualmente identici.

Nel senso che i difetti ivi presenti sono i medesimi, ed io, da bravo coglione quale sono, la recensione accurata ed esplicativa me la sono bruciata subito con il primo.

Quindi dopo uno scritto sul secondo in stile “passi per l’accettazione mentale”, il mio articolo sul terzo sarebbe stata una mera ripetizione di concetti già affermati in precedenza, confermando né più né meno quanto già espresso.
Siccome repetita iuvant sed stufant, oltre a proporvi le due recensioni già vergate mi limiterò ora ad illustrare per sommi capi la triade nel suo complesso.

Recensione Cinquanta sfumature di grigio.

Recensione Cinquanta sfumature di nero.

Cinquanta sfumature, giudicata nella sua totalità, è un tifone monsonico di merda, uno tsunami di vomito che abbatte ogni umana resistenza mentale con inarrestabili ondate e ondate di rigurgito gastroesofageo pestilenziale, una cascata Vittoria di feci equine inarrestabili, un Giove Pluvio di guano, una piaga biblica che ok, basta.

Siccome mi sembrerebbe però un po’ sbrigativo chiudere già qui l’articolo, e onde non essere eccessivamente negativo, voglio ora consigliarvi qualche opera appartenente ad altre arti, che in caso amiate questa sequela di inenarrabili puttanate serie cinematografica, molto probabilmente apprezzerete.

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LETTERATURA

Come non citare gli Harmony: rimarrete probabilmente stupefatti dalla straordinaria pletora di primari di chirurgia trentacinquenni alti, palestrati, biondi, con gli occhi cerulei e single, così come dalla miriade di lord sette-ottocenteschi agiati, progressisti e ovviamente scapoli.

Romanzi che imbarazzerebbero Stephenie Meyer mai banali, trame sempre imbecilli avvincenti, personaggi improbabili come come le lauree di Oscar Giannino dall’eccellente sviluppo introspettivo, per una lettura sicuramente di raro spessore emotivo ed intellettuale.

MUSICA

T’appartengo, di Ambra Angiolini.

Legato indissolubilmente ai saldi di fine estate legami all’interno di una coppia, T’appartengo vede al suo interno lyrics memorabili quali “T’appartengo ed io ci tengo / E se prometto poi mantengo / M’appartieni e se ci tieni / Tu prometti e poi mantieni / Prometto, prometti” che ben sottolineano la potenza degli impegni presi nei confronti di un’altra persona.

Mirabile anche l’uso delle onomatopee e dell’accomunare il sentimento a un’arma (“Perché un amore col silenziatore / Ti spara al cuore e pum! / Tu sei caduto giù”) ed il celeberrimo ritornello grondante metafore (“Ti giuro amore un amore eterno / Se non è amore me ne andrò all’inferno / Ma quando ci sorprenderà l’inverno / Questo amore sarà già un incendio”).

Beccatevi questa, Pink Floyd!

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POESIA

Gabriele Dotti Francesco Sole.

A prima vista questa operazione commerciale potrebbe sembrare l’ennesimo veicolo di promozione per un fenomeno del web creato a tavolino e perpetrato tramite una semplice raccolta di aforismi famosi tratti direttamente dalle più squallide pagine Tumblr.
Infatti lo è La sua bibliografia si rivela in realtà una summa di banalità buoniste, stucchevoli e pure populiste dell’amore in ogni sua declinazione nota e non.

Con un ordine di raccolta alla cazzo di cane peggio della colonna sonora di Suicide Squad di raro acume editoriale, Giulio Rapetti in arte Mogol ingloba pensieri e parole basati prevalentemente sul sentimento dei sentimenti, non avendo timore di amalgamarlo con la modernità della vita di tutti i giorni.

Citandone solo un paio tra tutte perché altrimenti mi verrebbe la psoriasi sarei ripetitivo, “Non riesco a dimenticarmi di aprire Instagram per guardare se oggi in una foto che hai caricato il filtro era più amaro del solito” oppure “dicono che fidarsi è bene ma screenshottare è meglio”.

Ed è a questo punto che Pascoli ed Ungaretti escono dalle loro tombe per mangiarci il cervello come zombie di Romero possono solo genuflettersi innanzi al loro erede Prescelto.

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GIORNALISMO

Pietra miliare della lunga tradizione giornalistica italiana è sicuramente il Cioè, rivista settimanale nata nel 1980.

Lettura imprescindibile per chi voglia rimanere sempre aggiornato su politica internazionale, economia e società, il Cioè spicca anche come antesignano del Time nel raffigurare in copertina i personaggi più importanti del nostro tempo.

Per chi voglia stare sempre sul pezzo, comprendendo l’importanza dei temi di attualità che stimolano il dibattito di studiosi e non.

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FOTOGRAFIA

La società del benessere ha sicuramente contribuito a rendere quest’arte maggiormente democratica ed alla portata di tutti.
Accade spesso, infatti, di conoscere persone che per diletto si appassionino alla fotografia, grazie anche alle molteplici opportunità che il mercato delle apparecchiature consente, con tanti livelli di mezzi in base alle differenti possibilità di spesa.

Ciò che sicuramente ha portato a svilire la fotografia a mera perdita di tempo per borghesi annoiati elevare la fotografia come più limpida delle arti è Instagram.

Grazie a questo social network infatti, ognuno di noi può trovarsi di fronte ad immagini raffiguranti gatti, cibo e zoccole i soggetti più disparati.

Pregevole utilizzo è in particolare quello relativo alla figura umana, in cui si assiste alla totale padronanza dell’uomo sul prodotto artistico, della persona sul mezzo.
Che coloro in possesso di un bel seno si riempiano di decine e decine fotografie dall’alto per evidenziare la scollatura mentre chi sia dotata di terga stagne ami venire immortalata di spalle è segno di sfrenato e preoccupante narcisismo tipico di una società occidentale basata sull’immagine una capacità non comune nel vedere l’Arte nella grezza carne, come Michelangelo riusciva a scorgere meravigliose sculture nascoste negli imponenti blocchi di marmo su cui lavorava.

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Sperando di aver reso servizio gradito ed aver ampliato al contempo il vostro background culturale, vi lascio con l’opera di uno dei più grandi cantautori italiani, amato soprattutto per l’ermetismo dei suoi testi e l’esotismo delle musiche.

No, non sto parlando di Battiato.

Sono tornato

Recensire e recensiremo.

TRAMA: Nella Roma del 2017, il dittatore fascista Benito Mussolini si ritrova improvvisamente in Piazza Vittorio Emanuele II, senza essere invecchiato di un solo giorno e credendo di essere ancora nel 1945. Disorientato da una società molto diversa da quella che conosceva, incappa in un aspirante giornalista e regista che, credendolo come tutti un comico o un attore, trova in lui l’idea perfetta per il suo documentario.
Remake del film tedesco Lui è tornato (2015), in cui viene raccontato l’ipotetico ritorno di Adolf Hitler nella Germania moderna.

RECENSIONE: Per la regia di Luca Miniero (celebre per Benvenuti al Sud e relativo seguito), Sono tornato è come detto in precedenza un remake rifacimento della versione hitleriana tedesca, a sua volta tratta dall’omonimo bestseller migliorvenduto teutonico.

Come operazione di trasposizione in sé non c’è granché da dire, poiché questa rivisitazione italica è molto simile per struttura e sketch scenette all’originale: pur cambiandone per ovvi motivi riferimenti storici e personaggi di costume, persino la maggior parte dei dialoghi risulta concettualmente identica, e quindi ci si trova dinanzi ad una mera copia carbone di un altro film.
Avendolo già recensito in passato, qui mi focalizzerò più che altro sulle differenze tra i due, rimandando al precedente articolo chi volesse un giudizio su Lui è tornato nello specifico.

Per regia e trama il confronto è evidentemente piuttosto sbrigativo, visto che per entrambe vengono compiute a grandi linee le stesse scelte.

Se la direction regia di Miniero ricalca piuttosto pedissequamente quella di Wnendt, anche la sceneggiatura è la medesima: ad un primo tempo prevalentemente comico, basato sulle gag trovate di straniamento del Duce in un contesto storico per lui incomprensibile, segue una secondo tempo in cui viene calcata maggiormente la mano sulla critica alla società odierna, formata da una popolazione facilmente abbindolabile ora come allora, e sull’inadeguatezza generale della classe dirigente.

Massimo Popolizio, noto ai più per essere la voce italiana di Ralph Fiennes nella saga cinematografica di Harry Potter Enrico Vasaio, nei panni di Mussolini è probabilmente la nota più lieta del film: l’attore genovese riesce ad offrire un’interpretazione del leader capo fascista che non è mera caricatura o sforzo metamorfico fine a se stesso, bensì un’idea, un’impressione di Mussolini, che quindi non scade in una macchiettistica trivialità.

Francesco Matano in arte Frank è invece, come facilmente prevedibile, un qualcosa di imbarazzante, che spicca in negativo per la recitazione purtroppo scadente e forzata.

Se da mera spalla comica può essere anche decente, dovendo semplicemente porgere il fianco alle stramberie anacronistiche del dittatore, quando il registro dell’opera si incupisce emerge la sua inadeguatezza interpretativa, soprattutto vocale: troppo marcatamente campano (la dizione, Cristo) mentre quasi tutti gli altri parlano italiano e troppo abituato al disimpegno per esprimere la preoccupazione ed il pathos sentimento necessari.

Il development lo sviluppo introspettivo del suo personaggio è uno degli elementi che meglio contribuiscono alla connessione tra opera e pubblico, ed il non riuscire a tratteggiarlo con sufficiente aplomb disinvoltura è un grosso passo indietro rispetto a Er ist wieder da.

Menzione d’onore per Stefania Rocca, che pur nei panni di un character personaggio piuttosto stereotipato (la dirigente stronza e ciecamente ambiziosa) è protagonista di alcune scene deliziosamente ciniche e sopra le righe.

What else che altro?

La porzione conclusiva presenta qualche piccola differenza concettuale rispetto all’originale, ma fortunatamente non ne è stato intaccato lo spirito di fondo, rimasto caustico e sanguigno.

Brevi apparizioni per YouTubers e Facebook stars Tutubai e stelle di Faccialibro, oltre che vip persone molto importanti nostrane di vario ambito socioculturale menzionate o a cui vengono affidati camei.

Un’ora e quaranta basata sull’evidenziare lo scarso apprendimento dagli errori del passato, l’insoddisfazione atavica della popolazione italiana, l’astio nei confronti della classe dirigente ed il fascino subìto dalla figura del princeps solo al comando.

Temi di cui, a giudicare dai primi commenti espressi in modo piuttosto tranchant tagliente, probabilmente non importerà molto al pubblico generalista, troppo focalizzato a sproposito sulla benevolenza o ferocia con cui è stato rappresentato il dittatore.

Peccato.

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