L'amichevole cinefilo di quartiere

«Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare».

Citazione del pirata britannico Samuel Bellamy (1689 – 1717) iscritta nelle note di copertina dell’album Le nuvole.

TRAMA: Gioventù e maturità del cantautore genovese Fabrizio De André (1940 – 1999). Dalle prime canzoni al successo nazionale, dal rapporto con il padre alle due compagne Enrica “Puny” Rignon e Dori Ghezzi.

RECENSIONE: Per la regia di Luca Facchini, Fabrizio de André. Principe libero è un biopic di imponente durata (oltre tre ore, che verranno spezzate in due puntate e trasmesse su Rai Uno il 13 e 14 febbraio) che incanala in una pellicola di non facile realizzazione l’enorme dimensione di uno dei cantanti italiani più noti ed amati del Novecento.

Pregio maggiore del film è sicuramente il riuscire a tratteggiare De André per la figura psicologicamente complessa che era: tanto viveur da un lato, con alcool, sigarette e donne che hanno segnato profondamente l’intera sua vita ma al contempo raffinato e delicato poeta, che proprio dalla vita nella forma più pura ha tratto l’ispirazione per le sue composizioni.

Il film mantiene proprio questo equilibrio tra i due opposti.

Fabrizio De André. Principe libero è infatti zuppo del whisky e del vino, che alimentano la fuga mentale dell’artista in una dimensione unicamente sua e lo avvicinano alla vita godereccia e viscerale che possa fornire linfa vitale per le sue canzoni; è pregno del fumo di sigarette, portate alla bocca tanto nelle occasioni di festa per celebrare i momenti lieti quanto nelle situazioni di stress come talismani orali immancabili, coperte di Linus verso tutto ciò che è esterno.

L’artista è preso per mano dalle donne, non ancelle ma compagne, che assumono ruoli diversi ma fondamentali per la crescita umana ed artistica del cantante.
La passione giovanile per la mussa, la fica, la sua frequentazione con le bagasce sperimentando l’amore nella sua declinazione più carnale ed istintiva matura poi in un’esaltazione proprio della prostituta come femmina sfortunata, e bisognosa in tal senso di affetto quanto qualsiasi persona, senza i pregiudizi legati alla professione che esercita.

La carnalità si tramuta e si evolve in amore con il passaggio dalla sua famiglia d’origine a quella di destinazione, con Puny ed il figlio Cristiano, nido e radici che però non impediscono a Faber un percorso sentimentale errabondo, che vede come ulteriore tappa la conoscenza e seguente relazione con Dori Ghezzi, il cui sodalizio inizialmente dovuto alla medesima attitudine nei confronti del successo diventa passione dirompente.

Principe libero riesce inoltre a rappresentare efficacemente sullo schermo un tema delicato ed introspettivo come l’inadeguatezza, presente in tutte le fasi della vita del cantautore (verso suo padre, verso i soldi, verso la propria stessa paternità e verso il successo, esplicato nella sua ritrosia nell’esibirsi in concerti) e che qui è tormento interiore che segue spalla a spalla il protagonista lungo tutta la pellicola.

Luca Marinelli (salito alla ribalta con il ruolo dello Zingaro ne Lo chiamavano Jeeg Robot) interpreta un De André che non è banale imitazione né ricerca della perfezione, ma è un ritratto, un’impressione, ed in questa ottica il lavoro dell’interprete è più che buono.

È vero che Marinelli non mastichi minimamente la cadenza zeneise (l’inflessione romanesca è sempre in agguato e si affaccia ad intermittenza), ma l’identicità non è lo scopo della sua interpretazione.
Non abbiamo qui Gary Oldman che si sottopone a ore di trucco per risultare estremamente simile a Winston Churchill nel recente L’ora più buia, qui l’approccio è votato alla ricerca di un’espressione e di un omaggio, ed in quanto tale si ricerca la somiglianza maggiore possibile solo circoscritta all’elemento più importante: le canzoni.

Principe libero opta per una scelta saggia: per le tracce usate da semplice colonna sonora vengono utilizzate le versioni originale di De André, mentre nelle scene di canto la voce è quella di Marinelli; qui sì che si riscontra maggiore somiglianza nel tono e nella mimica espressiva, ed è qui che la pellicola centra il proprio bersaglio.

I limiti del prodotto sono purtroppo ascrivibili ad una staticità tecnica che sfocia spesso nel didascalismo, con regia, scenografie e fotografia che per quanto non siano negative non riescono a stimolare visivamente lo spettatore, limitandosi ad un compitino a posteriori forse deludente e che conferma in parte la scarsa propensione della televisione di Stato per l’innovazione.

Con una colonna sonora comunque importante (decine di canzoni, alcune delle quali eseguite integralmente), è l’occhio che non riesce a tenere il passo dell’orecchio, genuflettendosi troppo ad esso sprecando un’ottima opportunità per realizzare un’opera più complessa e di ampio respiro.

Ottima invece la scelta del cast di contorno.

Oltre ad un’intensa Valentina Bellè nei panni di Dori Ghezzi, è sicuramente da segnalare Gianluca Gobbi, che riesce nell’arduo compito di dare corpo al recentemente scomparso Paolo Villaggio in modo straordinariamente somigliante, oltre ad essere intelligentemente usato come comic relief della pellicola, risultando piuttosto simpatico senza scadere però eccessivamente nella macchietta.

Nonostante l’amaro in bocca per un quid visivo in più che avrebbe potuto essere presente ma che non lo è stato, Fabrizio De André. Principe libero è un prodotto sicuramente consigliato sia ai fan dell’artista, che avranno modo di ascoltarne moltissime tracce ed assistere al racconto della vita di un importante esponente della scena cantautorale italiana, sia a coloro che semplicemente apprezzino la buona musica italiana e magari volessero scoprirne di più su uno dei suoi alfieri.

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