L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per dicembre, 2017

Star Wars: Gli ultimi Jedi

Recensire o non recensire, non c’è “provare”.

TRAMA: Rey prosegue il suo epico viaggio verso la scoperta della Forza insieme a Luke Skywalker. Nel frattempo Finn, Poe ed il resto della Resistenza devono vedersela con il Primo Ordine…

RECENSIONE: Dopo Il risveglio della Forza ci si imbarca nell’ottavo giro di giostra (più appendici varie ed eventuali) attraverso la galassia lontana lontana.

Ora, io non so se la Forza scorra potente in questa pellicola.

Perché Gli ultimi Jedi ha dei problemi.

Seri.

Scritto e diretto da Rian Johnson, Gli ultimi Jedi è un’opera piuttosto mediocre che purtroppo non sfrutta al meglio le basi narrative impostate dal suo predecessore, ingarbugliando eccessivamente una trama che viene così resa inutilmente complessa e accartocciandosi su se stessa senza dare una vera svolta al racconto.

Pur presentando infatti elementi di sceneggiatura piuttosto interessanti (su cui non posso essere specifico onde evitare spoiler), ne Gli ultimi Jedi essi affondano in due pecche evidenti che permeano l’intero film: l’errato contesto e la ridondanza.

Per quanto riguarda il primo, temo che il colpevole maggiore abbia la voce argentina e due enormi rotonde orecchie nere, visto che l’ironia che qui si respira è quasi di stampo marveliano per quanto forzata e guizzante fuori dal nulla.
La leggerezza dei toni cozza con le tematiche generali del film, e l’epico scontro tra Lato Chiaro e Lato Oscuro (qui ancora più leitmotiv del film precedente) non assume la drammaticità che teoricamente dovrebbe avere insito, venendo invece diluito e smorzato dal contesto più ampio in cui avvengono determinate situazioni.

Le gag inoltre si susseguono troppo freneticamente ed in modo troppo parcellizzato per essere apprezzate diventando magari in futuro iconiche (alla “Ti amo” – “Lo so” de L’impero colpisce ancora, per intenderci) e sono spalmate su un po’ tutti i personaggi, contribuendone all’appiattimento introspettivo rendendoli quindi tutti un po’ troppo simili.

Se nelle pellicole precedenti avevamo infatti l’ironia savia e pungente di un Obi-Wan, l’ingenuità di un giovane Skywalker, la tosta linguaccia della determinata Organa e la guasconeria sfrontata di Han, qui ogni character fa battute di un po’ ogni tipo in un po’ ogni situazione.

E ciò è male, soprattutto quando vengono sviliti gli antagonisti (povero generale Hux…) facendo subire loro gag che farebbero imbarazzare i Looney Tunes.

Ehi, Domhnall, lo sai che in questo film sei una macchietta imbarazzante?

Per la seconda, dispiace constatare quanto elementi estremamente validi vengano sviliti anche a causa della loro ripetizione idiotproof sul grugno dello spettatore.

Senza fare spoiler, il rapporto tra Kylo Ren e Rey si fortifica grazie ad un espediente che personalmente ho trovato ben pensato, apprezzandolo molto.

O meglio, apprezzandolo molto la prima volta che lo hanno utilizzato e non le successive tre-quattro, piuttosto banalotte ed inutili nel ribadire quanto già ormai assodato.

Non sviluppato poi benissimo l’importante tema del rapporto tra Rey e Luke, allieva e maestro ma anche due anime in cerca di riscatto (la prima) e redenzione (il vecchio Jedi) a causa della minaccia terribile che pende sulle sorti e della galassia.

Skywalker straziato dall’errore nel considerare Ben Solo, figlio del fraterno amico Han, come un nuovo potenziale alfiere della Forza, incarna un maestro molto diverso da coloro che abbiamo già visto nella saga.
Yoda, Obi-Wan (per Anakin prima e il figlio poi) e lo stesso Qui-Gon (ne La minaccia fantasma) venivano presentati con molta dedizione all’addestramento del prossimo, mentre la riluttanza di Luke, seppur giustificata, viene resa troppo schematicamente ed ottusamente visto il pericolo rappresentato dal Primo Ordine e dallo stesso Kylo Ren.

La relazione maestro-allieva si inserisce nell’ormai consolidata tematica tipica di questa saga del confronto generazionale, in cui da un lato le colpe dei padri, biologici e non, ricadono sui figli quanto dall’altro ci sia una vecchia guardia che può agire talvolta in riparazione di esse (dall’archetipo Darth Vader che si ribella all’imperatore fino a tutti gli altri).

Purtroppo Rey-Luke è la più deboluccia fin qui vista.

La speranza, altro grande topos narrativo di Guerre Stellari è qui talmente estremizzato da risultare antitetico: i personaggi la smarriscono molto velocemente, a causa anche alla deleteria estremizzazione dei ribelli come quattro gatti disgraziati contro un esercito gigantesco.

Gli scontri armati, per quanto ben realizzati visivamente (a cominciare dalla battaglia spaziale iniziale d’apertura, veramente spettacolare), sono anch’essi estremamente ripetitivi e spesso presentano il ricorso ad azioni suicide e disperate.
Come detto poc’anzi, anche questo è un espediente che funziona se viene utilizzato dalla sceneggiatura come extrema ratio, non ogni Cristo di volta.

Visivamente la pellicola è ottima, e visti budget, previsto ritorno di pubblico e sviluppo tecnologico sarebbe stato uno scandalo il contrario.
Per quanto riguarda le fantasiose creature presenti, se i porg, sottospecie di quaglie con gli occhioni dolci, mi hanno fatto venire la PTSD ripensando agli odiosi ewoks de Il ritorno dello Jedi, ho trovato carini ma fintarelli i fathiers (cavalli coniglieschi giganti) e già migliori le vulptex.

Ottimo uso in generale del colore, dal rosso-nero-bianco dell’impero del Primo Ordine alle consuete tonalità terrose verde-marrone della Resistenza.
Eccessivo il giallo-nero del pianeta Campione d’Italia, un po’ troppo caricato e stereotipato sulla negatività del denaro e che porta a dialoghi di scarsa innovatività sullo schierarsi oppure no in caso di grandi conflitti.

John Boyega nonostante un’entrata in scena degna dei tre marmittoni recita tremendamente sotto le righe per tutto il film, venendo surclassato dalla brava Kelly Marie Tran, sulla cui back-story avrei preferito maggiore focalizzazione.

Oscar Isaac, pur bene in parte e con un personaggio trattato piuttosto con riguardo in fase di sceneggiatura, continua a darmi l’impressione di uno a cui manchi il punto per fare blackjack, Daisy Ridley si conferma il membro del cast che offre l’interpretazione migliore mentre Adam Driver ha una pericolosità altalenante tra  Adolf Hitler e Dennis la minaccia.

Tra le new entries del cast, piuttosto dimenticabili i bravi Laura Dern dal crine magenta e Benicio del Toro doppiato in modo agghiacciante da Adriano Giannini.
Sempre a proposito di doppiaggio, personalmente credo stoni abbastanza la voce del pur ottimo Francesco Prando su Mark Hamill: dovendo trovare un sostituto dello scomparso Claudio Capone, avrei preferito in sua vece una tonalità più matura come, per dirne un paio, Luigi La Monica o Mario Cordova.

Gli ultimi Jedi porta il nome di una saga entrata nella storia del cinema e divenuta simbolo di una cultura pop-nerd di enorme successo, quindi mi aspetto incassi uno sproposito al botteghino.

Ma rimane uno spreco artistico ed un’occasione mal sfruttata.

Peccato.

Flatliners – Linea mortale

Elettroencefalogramma piatto: quello che vi verrà guardando questo film.

TRAMA: Intenzionati a indagare i misteri della morte e dell’Aldilà, cinque studenti di medicina compiono una pericolosa esperienza pre-morte.

RECENSIONE: Remake dell’omonimo mediocre film del 1990 diretto dal tizio che ha quasi ammazzato Batman, Flatliners mantiene la sua curiosa maledizione inca relativa al regista, visto che qui abbiamo l’esimio Niels Arden Oplev, già alla guida del celeberrimo (su questo blog) Dead Man Down con Colin Farrell e Noomi Rapace, cagatona stellare ed a mio parere una delle piaghe cinematografiche più pallose che occhio umano abbia mai dovuto subire.

Dai, Colin, non guardarmi così, lo sai anche tu…

Qui il nostro re Mida al contrario riesce nell’impresa di rendere visivamente inappagante un tema (l’afterlife e i suoi misteri) che avrebbe potuto anche essere vagamente interessante e spettacolarizzabile, scegliendo invece di farcirlo pigramente con cliché tecnici vuoti e stravisti.

Tra slow motion di dubbia utilità, birichine copulazioni off-screen ed apparizioni molto poco appariscenti, la pellicola si rivela frizzante e sbarazzina all’incirca quanto il bingo degli anziani il giovedì sera.
Potrei dilungarmi ulteriormente sullo stile registico alternante primi piani di gente catatonica (non sapevo avessero piazzato delle telecamere dentro al cinema) ai soliti ripetitivi jump-scares telefonati un quarto d’ora prima, ma preferisco mettervi una foto di ciò che vedo dalla finestra di camera mia, a simboleggiare la ricerca dell’orizzonte insita nella natura umana e quella di contenuti per un blogger che non sa come arrivare a fine articolo.

La sceneggiatura ha come missione ascetica quella di catalizzare ogni stereotipo umanamente immaginabile del genere.

Riuscendoci.

Tra personaggi smussati con l’ascia, motivazioni che definire farlocche sarebbe cavalleresco eufemismo, sentimentalismo che aspettatevi una causa per plagio dalla Harmony ed una sottospecie di para-morale scorreggiona che non può mai mancare, Flatliners inanella una scenaccia dietro l’altra senza prendersi la briga di fermarsi ad approfondire meccaniche narrative banalissime.

Sorprende che questo film sia stato scritto dallo stesso Ben Ripley che aveva messo il suo talento (questa è squallida, scusatemi) nell’apprezzabile Source Code di Duncan Jones; potrei partire con una filippica sull’importanza e la crucialità della scrittura nella rappresentazione cinematografica essendo quest’ultima una storia per immagini, ma se non si sono impegnati loro nel realizzarlo, non vedo perché dovrei farlo io nel recensirlo.

Vi metto perciò qui sotto il video del primo allunaggio, momento storico per l’umanità e sicuramente spettacolo migliore di questo liquame su pellicola.

In particolare spiccano negativamente i personaggi, il cui spessore narrativo è paragonabile alle sagome di Indovina chi? e che si ritrovano ad ammazzarsi e resuscitarsi a vicenda perché… yawn… perché… per….

Zzzzzzzzzzzzz….

Scusate, mi ero abbioccato.

Nel cast spiccano l’Ellen Page degli X-Men, il Diego Luna di Rogue One, la Nina Dobrev di Tette e Vampiri e… boh, basta, altre facce a caso che interpretano cartonati parlanti.

Ora sarebbe il momento di criticare negativamente ogni stereotipo caratteriale (il donnaiolo, l’ambiziosa, la stressata, il bravo ragazzo…), ma piuttosto vi inserisco il video dei rigori di Italia-Francia del 2006, perché è un pagina sportiva allegra e si rivedono desaparecidos tipo Iaquinta.

Torna dal film originale Kiefer Sutherland nei panni del dottor Cameo de Inutilis: speravo fosse in realtà l’agente Jack Bauer in incognito giunto lì per ammazzarli (definitivamente) tutti e invece no.

Peccato.

Flatliners – Linea mortale: una valida alternativa ad osservare per un’ora e quaranta il sole.

Smetto quando voglio – Ad Honorem

Laurea honoris causa (o ad honorem): titolo accademico onorifico conferito da una università (o da altra istituzione equivalente) a una persona che si è distinta in modo particolare, nella materia di laurea, nel corso della propria vita.

TRAMA: Nonostante l’aiuto fornito alla polizia, Pietro e la banda dei ricercatori sono ancora nei guai. Ora, in carcere ci sono proprio tutti. Chi è il misterioso produttore di droghe sintetiche che li ha incastrati? In cosa consiste esattamente il suo diabolico piano a base di gas nervino?

RECENSIONE: Dopo Smetto quando voglio Smetto quando voglio – Masterclass, uscito sempre quest’anno, si conclude la trilogia con protagonisti il neurobiologo Pietro Zinni e il suo sconclusionato gruppo di laureati.

Più una storia divisa in tre atti incrociati che una trilogia di opere a se stanti (consigliata la visione solo a chi ha visto i primi due film, in caso contrario la comprensione delle dinamiche sarebbe piuttosto confusa), questo Ad Honorem riesce a chiudere le vicende principali completando un percorso narrativo circolare.

Elementi delle prime due pellicole che parevano inizialmente secondari assumono senso logico, con una sceneggiatura che mantiene apprezzabile globalità costruttiva senza perdersi in complicazioni fini a se stesse.
Positiva l’aggiunta di un background all’antagonista che, per quanto semplice, consente di capirne più efficacemente le motivazioni e a dargli quello spessore caratteriale benefico in un’opera con personaggi comici piuttosto estremizzati.

La comicità si mantiene di pregevole fattura ed è strutturata sui consueti più livelli di lettura: sono presenti gag corporali quanto specifici riferimenti culturali-scientifici utili per la caratterizzazione professionale delle “migliori menti in circolazione”, situazioni comiche basate sugli equivoci o altre sulla esagerazione della situazione stessa, linguaggio forbito oppure romanesco, e l’insieme del tutto permette di ridere di elementi diversi in base alla soggettività dello spettatore.

Tra una gag e l’altra si trova il tempo anche per una critica al sistema italiano dell’istruzione, in cui pullulano raccomandazioni, una burocrazia farraginosa ed inutile, tagli su tagli alle eccellenze e notevoli difficoltà per ricercatori, professori meritevoli e gli stessi allievi.

Per quanto tale critica sia piuttosto didascalica è positivo trovarla anche in questo terzo capitolo, essendo il leit motiv da cui nasce l’intera storia a partire dal primo film (il protagonista decise di commerciare droga perché non gli venne rinnovato l’assegno di ricerca dall’università) ed inserendo così un elemento di carattere sociale.

I vari componenti della banda mantengono una propria connotazione caratteriale che oltre a renderli apprezzabilmente simpatici si amalgama bene con quella degli altri membri, grazie ad una scrittura frizzante che riesce a ritagliare ad ognuno un piccolo spazio ilare.

Sugli scudi in particolare il solito Stefano Fresi, qui mattatore nella divertentissima scena della rappresentazione teatrale, e maggior spazio per il Murena di un ottimo Neri Marcorè, anche lui fornito di un passato che gli conferisca tridimensionalità.

Consigliato.

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