L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per luglio, 2017

Spider-Man: Homecoming

A forza di reboot, mi sarei aspettato zio Ben interpretato da Tobey Maguire.

TRAMA: Dopo il suo incontro con gli Avengers, Spider-Man/Peter Parker è tornato a New York e sotto la guida del suo nuovo mentore, il miliardario Tony Stark, tenta di trovare un equilibrio tra i suoi impegni di supereroe e la vita di un normale adolescente.

RECENSIONE: Tornate a casa dopo una giornata di lavoro.

Siete fuori da dieci-dodici ore ed avete addosso una stanchezza da mettere K.O. un alce.

Entrate. Vi togliete le scarpe. Vi sistemate.

E bevete un bicchiere d’acqua fresca.

Vi svolta la giornata? Vi ristora tutto di un colpo dalla vostra fatica? Vi sentite persone nuove e rinvigorite?

No.

Però è piacevole e vi dà sollievo.

Spider-Man: Homecoming è un bicchiere d’acqua fresca.

Non è un capolavoro. Ha dei difetti. Il rapporto con la fonte artistica originaria è talvolta piuttosto “conflittuale”.

Ma è un film carino.

E tanto basta.

Il tanto discusso ringiovanimento di Peter Parker fa sì che ad un personaggio immediatamente apprezzabile dal pubblico (il bravo ragazzo sfigatello dal cuore d’oro che salva la gente sotto mentite spoglie) si aggiunga il grande tema del cambiamento adolescenziale.

Niente inizio classico con la morte di zio Ben e grandi responsabilità derivanti da grandi poteri, ma un giovane uomo in divenire che cerca di trovare il proprio posto del mondo mettendo a disposizione le proprie capacità in favore del prossimo; compiendo errori, agendo con avventatezza, facendo “pratica” con le sue stesse potenzialità e non valutando talvolta appieno le conseguenze delle proprie azioni, ma sempre con il Bene come obiettivo.

La pellicola riesce a cavalcare questi temi con metodo, alternando ordinatamente le diverse fasi narrative mantenendo un giusto equilibrio.
Sequenze scolastiche in cui Peter attraversa esperienze comuni per un ragazzo della sua età (la cotta, i bulli, le materie, il rapporto con il migliore amico) si susseguono a quelle più tradizionalmente supereroistiche (scoperta delle potenzialità del costume, combattimenti, salvataggio delle persone) riuscendo a centrare il bersaglio su entrambe, non stancando troppo lo spettatore affossandosi su una di esse ma dando loro la giusta consistenza nello storytelling.

Nonostante, come già accennato, vengano bypassate le origini del personaggio, in Homecoming il superhero movie viene a fondersi efficacemente con il viaggio di formazione, mostrando quindi lo sbocciare, attraverso esperienze brillanti e negative, dell’uomo quanto dell’eroe.

Passando ad elementi più classici, l’azione è adrenalinica ed efficace, sfruttando tutte e tre le dimensioni dello spazio grazie alle peculiari abilità di eroe ed antagonista: vengono perciò a crearsi duelli aerei ben orchestrati da regia e montaggio, che riescono a rendere l’altezza parte integrante degli scontri.

Una fotografia colorata e vivida contribuisce inoltre alla piacevolezza dell’opera, e dato che, ovviamente, in questa tipologia di pellicole l’occhio vuole la sua parte il risultato generale è in tal senso più che accettabile.

L’ironia tipica della Marvel è presente, seppur in quantità positivamente minore e più focalizzata sull’imbranato/scanzonato protagonista che sul farcire la pellicola di vagonate di battutine più o meno sceme; si ride perciò meno ma si (sor)ride meglio, con gag e momenti brillanti maggiormente omogenei e che causano reazioni molto meno sguaiati rispetto ad opere precedenti.

Forse un po’ troppo abusato da Hollywood il ruolo piuttosto sterile del “ciccione buontempone” qui incarnato dal Ned di Jacob Batalon, ma come spalla ilare tutto sommato ci può anche stare.

I difetti del film risiedono principalmente nei cambiamenti che esso ha portato rispetto alla visione ultra-classica dell’universo narrativo dell’Uomo Ragno.

Capisco che ringiovanendo il protagonista anche la carta d’identità di zia May ne guadagni, ma la cinquantatreenne Marisa Tomei, pur in versione ingenua e protettiva, è forse troppo giovanile per il ruolo, elemento accennato inoltre dal fatto che raramente venga chiamata con il suo ruolo di parentela, ma molto spesso semplicemente per nome.
Stona inoltre il Flash Thompson guatemalteco interpretato dal remissivo Zero di Grand Budapest Hotel Tony Revolori, presenza più stupida che intimidatoria quale dovrebbe essere.

Buona prova per Michael Keaton nei panni di Adrian “Avvoltoio” Toomes, ben doppiato da Luca Biagini.
L’attore della Pennsylvania, già “animale volante” nei due Batman di Burton e nel meraviglioso Birdman di Iñárritu, riesce a conferire una buona rappresentazione di uno dei cattivi più sfigati ed inutili minori dello spara-ragnatele senza risultare macchiettistico o banale.

Spider-Man: Homecoming è in conclusione un buon film, che permette a Peter Parker di ritornare alla casa madre dopo il pessimo secondo Amazing; scommessa fin qui vinta, per una pellicola che delle sei finora dedicate al personaggio si pone qualitativamente sotto solo al secondo film di Raimi.

Carino lo stile registico dell’inizio, così come la sequenza dei titoli di coda.

Domanda.

Margot Robbie (2 luglio 1990).

Solo bella o anche brava?

Bedevil – Non installarla

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Parte dell’informativa di installazione dell’app Instagram.


TRAMA: 
Cinque adolescenti ricevono un invito a installare sul proprio smartphone un’app di supporto chiamata Bedevil. Una volta avviata, l’app si rivela inaspettatamente dotata di volontà propria ed inizia a perseguitare i ragazzi.
Letteralmente.

RECENSIONE: Per la regia dei fratelli Abel e Burlee Vang, Bedevil – sottotitolo italiano inutile è una deboluccia mediocrata che pur avendo la concreta possibilità di mettere molta carne al fuoco decide di svicolare approcci introspettivi per optare sui classici cliché del teen horror.

Un peccato, perché vista la trama della pellicola si sarebbero potuti agganciare con relativa facilità temi importanti e di grande attualità sociale.
La dipendenza, soprattutto relativa ai giovani, per smartphone e dispositivi digitali, i rapporti umani ormai cristallizzati dietro un asettico schermo luminoso e la fragilità di una generazione che pur avendo tutto a palmo di mano presenta ancora paure feroci ed irrazionali sono purtroppo pennellate solo lievemente abbozzate da un film che perde più di un’occasione per affondare il colpo.

Il ricorso estenuante agli stilemi triti e ritriti del genere incanala inoltre precocemente la pellicola su binari ormai troppo noti, non consentendole di emergere in un’area narrativa ultra-saturata dai numerosissimi film a budget medio-basso (tra cui appunto questo) tutti troppo simili e per questo dimenticabili.

L’uso decisamente eccessivo di jump-scares spesso più che telefonati, dei classici movimenti di camera circolari effettuati nel tentativo di immergere lo spettatore in una stanza chiusa e di infinite inquadrature storte stile Battaglia per la Terra (non lo conoscete? Beati voi…) sono inviti troppo espliciti a far sobbalzare il pubblico sfruttando reazioni automatiche del nostro corpo più che un serio tentativo di creare un’atmosfera inquietante.

Sembra come se Bedevil ti dicesse…

… e non dovrebbe essere la pellicola a imporlo forzosamente, dovrebbe essere naturale conseguenza di ciò che viene mostrato.

L’applicazione killer assume ben presto la classica connotazione dell’entità sovrannaturale a caccia di vittime in uno spazio chiuso, dato che Bedevil spesso ricade, gira che ti rigira, nell’inseguimento ripetitivo fine a se stesso invece di costruire gradualmente relazioni vittime-carnefice più elaborate.

Il classico gruppo di attori da firme amerigano, ossia troppo bellocci per essere realistici, alcuni leggermente oltre l’età dei rispettivi personaggi e dalla introspezione buttata lì alla vaga solo per dovere di firma offre una prova complessivamente senza infamia né lode.

Lieve spicco per la protagonista, la diciottenne texana Saxon Sharbino, più che altro perché interpreta l’unico character a cui sia richiesta varietà emotiva a differenza degli altri paralumi bipedi che la circondano.

Nota di merito a Roberto Pedicini come voce italiana dell’app, sempre bravo anche nei film più insignificanti.

Bedevil non è un film “brutto” o mal fatto in senso oggettivo, ma ha il grande difetto generale di osare poco e di sprecare ben più di un’opportunità narrativa interessante, temendo forse di fare il passo più lungo della gamba ma ottenendo paradossalmente l’effetto opposto.

Più da direct to home video che da cinema.

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