L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per giugno, 2017

La mummia (2017)

Aridatece Boris Karloff.

TRAMA: Un gruppo di archeologi e militari inviato nel deserto nordafricano profana una tomba millenaria, risvegliando la creatura sepolta al suo interno, la Principessa Ahmanet. Il suo nome è collegato alla dea Caos: destinata a guidare l’Egitto, la giovane reggente venne accecata da poteri oscuri. Tornata in vita, Ahmanet intende servirsi di uno dei membri della spedizione per riacquistare i suoi poteri.

TRAMA – QUELLA VERA:

– Per il cosiddetto “Dark Universe”, un’idea che non meritiamo né di cui abbiamo bisogno che riunirà tutti i mostri classici attraverso questo ed altri film, è stato creato un logo che riprende in maniera pedissequa quello della Universal, casa di produzione di tali pellicole.
Com’è che si dice in arabo “fantasia portami via”?

– Il logo successivo è quello della Perfect World, ossia uno in cui questo film non esiste.

– La morte è una nuova vita, la morte è un passaggio, i neri hanno il ritmo nel sangue, Venezia è bella ma non ci vivrei.

– “Inghilterra – 1127”, minuto 1 ed abbiamo già un’accoppiata continente-periodo storico alla cazzo di cane, ottimo!

– “Inghilterra – Oggi”: vedi sopra.

– Gli scavi per la costruzione di una nuova metropolitana a Londra vengono interrotti a causa della scoperta di una tomba.
Indiana Jones 5 – La vendetta della Metro C.

– Niente conferisce gravità drammatica ad una scena quanto Russell Crowe con il fisico del Mago Oronzo che blatera una fila di puttanate sul rapporto tra passato e presente.

– Interminabile spiegone di Luca Ward sulla principessa egiziana.
OVVIAMENTE bellissima, OVVIAMENTE scaltra, OVVIAMENTE spietata, lo prende OVVIAMENTE in quel posto a causa della successione agnatica:
Sei figlio di un sovrano? Meglio avere un pene.

– Cliché del patto con un demone/mostro/entità maligna che rende a sua volta dei mostri.

– Cliché del demone/mostro/entità maligna che ha bisogno di un mortale come veicolo per portare morte e distruzione sul mondo.

– Sofia Boutella in versione cosplay di Frodo post-Shelob.

– Hai un demone di cui ti vuoi liberare? Ficcalo nelle profondità della terra.
Tipo le scorie nucleari.

– “Iraq”. Già più vicino, ma ancora continente sbagliato.

– Tom Cruise vestito come un Jawa prima taglia la borraccia d’acqua al suo amico, poi lo ficca in uno scontro a fuoco tra i vicoli del villaggio di vattelapesca. Lo avvisa inoltre di una granata DOPO averla lanciata, si incazza con lui per aver chiesto un attacco aereo di copertura e lo illude di star pensando ad un piano per poi uscirsene con “sto pensando che forse moriamo”.
IL NOSTRO EROE, SIGNORE E SIGNORI.

– Furto, sciacallaggio, ricettazione… porca puttana, persino Jack Sparrow ha più dignità di ‘sto tizio!

– Aridatece Brendan Fraser.

– Non sono un raffinato egittologo, ma che tale popolo considerasse il mercurio un deterrente contro gli spiriti maligni tanto da farcirci le tombe mi sa, così ad orecchio, di poderosa cazzatona.
Attendo umilmente eventuali smentite.

– Due lampade di merda e la tomba egizia è illuminata come San Siro la sera del derby.

– Cliché del “subire la cosa X è un destino peggiore della morte”.

– Tom Cruise arrapato da una tizia vecchia cinquemila anni. Se esiste una categoria pornografica al riguardo, preferisco non saperlo.

– Tantissimi uccelli sono attratti dalla mummia. Capisco che Sofia Boutella sia una bella ragazza, ma così mi pare esagerato.

– L’amico di Cruise dopo essere stato morso da un ragno presenta febbre, deliri e colorito terreo.
Tipo me durante la visione del film.

– Credevo che la scena in cui l’aereo di ‘sti quattro cialtroni viene abbattuto dallo stormo di corvi sembrasse girata male e montata peggio a causa della restrizione del trailer.
Invece no, è proprio fatta coi piedi.

– Altro spiegone sulla trama, a ‘sto punto mi compravo l’audiolibro.

– “Penso che abbiamo fatto adirare gli dei”. Realizzando questo film poco ma sicuro.

– Cruise ha visioni del suo amico morto tipo la versione discount di Un lupo mannaro americano a Londra. 
Non male, soprattutto considerando che quella era una pellicola con venature comico-grottesche mentre questa dovrebbe essere drammatica.

– “Tu sei maledetto”. Vedi cosa succede ad abbracciare Scientology?

– Uno dei difetti principali di questa ignobile pila di letame fumante è di essere piena di momenti pseudo-comici troppo imbecilli per essere divertenti e troppo mal fatti per sembrare intenzionali.
Quando a metà della sua durata il film non ha ancora deciso il proprio tono è abbastanza preoccupante.

– Aridatece Arnold Vosloo.

– Cliché della fanciulla pesante 50 chili vestita invernale che resiste tranquillamente ad una lunghissima serie di urti in grado di sbriciolare le ossa a un’alce.

– Cliché dell’antagonista che raggiunge i protagonisti distanti chilometri semplicemente camminando.

– Questo film ha la stessa fisica dei Looney Tunes.

– Spiegone di Russell Crowe che BASTA, PER CARITÀ DI DIO.

– Adoro come gli sceneggiatori di questa fiera dell’idiozia chiamino un personaggio “DOTTOR HENRY JEKYLL” e si comportino come se gli spettatori non conoscessero UNO DEI PERSONAGGI PIÙ FAMOSI NELLA STORIA DELLA LETTERATURA.

– Benvenuti nel Prodigium, un luogo dal nome latino perché siamo dei poveri ignoranti convinti che un appellativo nella lingua morta per eccellenza renda intelligente ciò che non lo sarebbe nemmeno in un remoto universo alternativo.

– “Il nostro lavoro è distruggere il Male”. È appena uscito Transformers 5, se vi interessa.

– Al prossimo ennesimo flashback della stessa solita scena vomito.

– Dopo il lottatore di wrestling di Van Helsing, l’incrocio tra Quasimodo ed André The Giant de La leggenda degli uomini straordinari, John Malkovich in Mary Reilly e il disgraziato scienziato di Mary Shelley’s Frankenhole, sono curioso di vedere come avranno reso qui il temibile Edward Hyde.

Il temibile Edward Hyde è Russell Crowe con pupille e pelle di colore diverso.

Ottimo.

– Qualcuno informi Hollywood che i vetri rotti sono molto taglienti, non hanno la consistenza vaporosa dello zucchero a velo.

– Cliché di Tom Cruise che corre.

– Signore e signori, hanno osato farlo: DEUS EX MACHINA DEL MORTO.
Siete senza vergogna.

– Proteggersi chiudendo una porta funziona con gli alieni di Signs, non con un’entità malefica millenaria.
Essere più furbi di Shyamalan non vi rende comunque un film migliore.

– Cliché della capacità di respirazione sott’acqua sovrumana.

– Cruise che ammazza la gente baciandola tipo Poison Ivy.

– Cruise che resuscita la gente urlando “Svegliaaaaa1!1!1!” tipo i complottisti su internet.

– Ennesimo sproloquio para-filosofico sul bene, sul male e sulla sete di soldi a Hollywood.

Che filmaccio imbarazzante.

Wonder Woman

Saffo sofferente!

TRAMA: Diana di Themyscira, principessa delle Amazzoni, è cresciuta amata dalla madre Hippolyta e dal suo popolo su un’isola lontana dalla civiltà. Quando l’umano Steve Trevor compie un atterraggio di fortuna su Themyscira, fa scoprire a Diana l’esistenza di una terribile guerra mondiale che sta sconvolgendo il mondo.
Convinta di essere in grado di fermare il conflitto, Diana lascia per la prima volta la sua casa, pronta a riportare la pace.

RECENSIONE: “Diana Prince”, chi era costei?
La cosiddetta “Wonder Woman” è un personaggio nato nel 1941 dalla mente di William Moulton Marston, ed è una guerriera amazzone caratterizzata da un paio di bracciali indistruttibili, un lazo che obbliga chi vi viene intrappolato a dire la verità, un gonnellino inguinale ed un aeroplano invisibile.

Sì, i fumettisti negli anni Quaranta si drogavano a bestia.

Tutte queste caratteristiche rendono la Donna Meraviglia il personaggio più irrealistico della Triade DC; bene ma non benissimo, visto che gli altri due sono un alieno petrofobico che porta le mutande sopra le braghe ed un miliardario traumatizzato che esce di notte per picchiare a sangue i cattivi vestito da chirottero.

Diretto dalla Patty Jenkins di Monster, Wonder Woman è un buon film che riesce ad imbastire una origin story a tratti piuttosto convenzionale, ma non trascurata nelle sue componenti.

Ad una parte iniziale comprensibilmente piuttosto lenta e noiosa (pecca non rara in questa tipologia di pellicole, dato che bisogna introdurre un sacco di elementi non dando per scontato che lo spettatore già li conosca), seguono due successivi terzi più agili e in cui meglio si sfrutta il personaggio sia sul lato introspettivo, con un maggiore sviluppo caratteriale, che combattivo, con un maggiore uso del menare le mani.

Ma non è questo il pregio principale del film.
Poi ci arriviamo, ve lo dico dopo.

La regia e la fotografia non sono disprezzabili, riuscendo a dare aria visivamente all’opera per quanto si possano notare talvolta dei fondali un po’ finti e pataccosi (specie in una breve sequenza iniziale con Diana bambina, quasi a livelli dei fondali a scorrimento di Superman del 1978) a causa dell’ovvio e spropositato uso del green screen.

Lo stesso corpo di Diana pare talvolta un po’ troppo “rimbalzoso”: grazie a Dio non si raggiungono i livelli di infamia del famigerato Hulk di Ang Lee in cui l’alter ego di Bruce Banner pareva un’enorme pallina da ping pong verde, ma avrei personalmente preferito una resa della fisicità più… ehm… “fisica”.

Nonostante ciò credo che il film abbia un ottimo pregio.

Dopo ve lo dico.

La sceneggiatura come già accennato è piuttosto ortodossa e convenzionale.

L’eroina scopre il mondo fuori dalla sua oasi felice, arriva in un luogo in cui deve imparare a vivere da “persona normale” adattandosi a quelle che per noi sono convenzioni mentre per lei forzature, dimostra di avere una marcia in più rispetto agli altri e poi giù un sacco di eroiche legnate.

A parte dei dialoghi piuttosto banali ed esageratamente manichei (il combattimento finale pare Dragon Ball), la scrittura del film non risulta fastidiosa o scemotta come in altri comic movies, ed il pubblico sentitamente ringrazia.

Ma il vero pregio del film è un altro, poi ci arriviamo.

Gal Gadot non mi aveva impressionato (per usare un eufemismo) con il suo cameo allungato in Batman v Superman, (probabilmente non riesco ad apprezzarla perché mia madre non si chiama Ippolita), ma avendo qui due ore abbondanti di film dedicati a lei devo dire che la mia opinione sia parzialmente cambiata.

Continuo a sostenere che le sue doti recitative possano essere ampiamente migliorabili, e la sua personificazione di Wonder Woman in alcune sequenze appare più un cosplay non particolarmente brillante che una vera e propria incarnazione, però nel complesso risulta sufficientemente credibile negli striminziti panni di un personaggio che di credibile non ha quasi un tubo.

Sul supporting cast poco da dire.

Chris Pine, che di raffa o di raffa gli fanno sempre guidare una motocicletta, non sfigura come soldatino motivato, regalando inoltre alcune espressioni impagabili quando la modella israeliana gli fa lo spiegone su amazzoni, divinità e altre per lui assurdità varie.

Le uniche due guerriere che spiccano oltre la protagonista solo l’Ippolita di Connie Nielsen e l’Antiope di Robin Wright, ma entrambe hanno troppo poco spazio su schermo per essere sviluppate.
Discorso simile per i compari di Pine (tra cui l’Ewen Bremner di Trainspotting) e per Danny Huston, ancora una volta militare cattivone dopo quella volta in cui ha imprigionato Wolverine e creato il Deadpool del discount.

Ma l’aspetto migliore del film è un altro.

Volete sapere quale?

VIENE FINALMENTE RAPPRESENTATO IN UN BLOCKBUSTER UN MODELLO POSITIVO PER LE DONNE.

Questo film potrà anche non essere il massimo della memorabilità, ma ha il gigantesco pregio di offrire in un prodotto ultra-mainstream un personaggio femminile che possa essere da esempio per il pubblico, appunto, femminile.

Dato che nella maggior parte dei casi tali characters sono scritti uno più orribilmente dell’altro, penso sia una buonissima cosa ciò che si vede qui: una donna determinata, che compie delle scelte per il bene delle altre persone pensando prima a loro che a se stessa, che non esita a combattere per il giusto e che, pur non essendo infallibile, cerca comunque di rimediare ai propri errori.

Non è una bambolina da salvare.

Non è una psicopatica irrazionale.

Ci voleva così tanto per vederla al cinema???

Meno Bella Swan, più Diana Prince.

Baywatch

Scollature, panettoni
Rigoglio sano di femminili ormoni
Colline bianche e solchi misteriosi
dove si appuntano gli sguardi dei golosi
perché al mondo, al mondo
ci sono troppe poppe, poppe, poppe.

TRAMA: Il guardaspiaggia Mitch è impegnato ad addestrare nuove reclute, tra cui Matt, un nuotatore professionista. Contemporaneamente, coinvolge i ragazzi in una serie di folli indagini su un probabile traffico di droga che coinvolge la proprietaria di un esclusivo club…

RECENSIONE: È mio dovere avvisarvi: questo film ha un enorme difetto.

Non è per tutti.

Come ogni opera a tinte fortemente intellettuali, infatti, la profondità dei suoi contenuti non è immediatamente raggiungibile dalla comune mente umana; al contrario, essa necessita di una concentrazione non indifferente e di un impegnativo sforzo psicologico da parte dello spettatore, che rischia di perdere le più sfuggenti sfumature dell’esperienza narrativa a cui si trova innanzi.

Amo il cinema da che ne ho memoria e credetemi, penso di non peccare di arroganza affermando che abbiamo qui raggiunto una vetta difficilmente avvicinabile da parte dei futuri prodotti cinematografici, che avranno in Baywatch un confronto purtroppo per loro impari e, temo, perso in partenza.

Un film pregno di contenuti filosofici, metaforici ed introspettivi.

Come Bergman, ma più tettoso.

Come Tarkovskij, ma con più addominali.

Come Godard, ma con più battute sui peni.

Novello Virgilio, con i miei umili mezzi cercherò di accompagnarvi in questa esperienza sensoriale e farvi comprendere attraverso i miei scritti quanto questo film, questa pellicola, questa… magna opera costituisca non solo una delle pietre miliari della storia del cinema, ma anche una delle fondamenta della cultura occidentale.

Partiamo dall’ovvio: le donne del film.

Questi angeli dalle forme giunoniche scesi da un iperuranio lontano e trascendentale non sono, come solo uno stolto potrebbe pensare, un espediente per attirare frotte di pubblico maschile dall’ormone birichino, ma fungono da chiaro richiamo al concetto più puro di femminilità: la maternità da cui tutti noi deriviamo.

Per quanto possiamo essere cresciuti a livello psico-fisico, ognuno di noi proviene dal grembo materno e dal seno, che allattandoci ha fornito a noi pargoli il primo nutrimento e la prima fonte di energie per affrontare il mondo.

Il continuo ed ipnotico sballonzolamento di tali enormi seni mediante una slow motion che oltrepassa di gran lunga il mediocre Matrix rappresenta nello specifico l’aspetto più imprevedibile della femminilità: la donna è un essere in continuo cambiamento ed evoluzione, un mondo in movimento da scoprire, ogni giorno sempre nuovo.

Quale genialità, quale meraviglia, quale epifania inoltre nell’ammirare la donna a contatto con l’acqua, immagine in cui solo i più ignoranti possono non cogliere il chiaro trait d’union con La nascita di Venere, capolavoro quattrocentesco del Botticelli a cui la pellicola strizza chiaramente l’occhio.

Ma Baywatch, da masterpiece quale è non si limita ad una delle metà del cielo.

No, sarebbe troppo facile: anche l’uomo deve essere innalzato.

The Rock non è semplicemente un omone simpatico usato per fare da piacione.

Zac Efron non è semplicemente il ragazzetto caruccio che gli faccia da spalla comica.

No, i loro fisici scultorei sono chiaro richiamo alle forme maschili perfette: essi sono dei David di Michelangelo, degli uomini vitruviani le cui carni spinte fisicamente al massimo fanno giustamente vergognare il maschio comune, il cui fisico assume la connotazione di quello del maestro Pregadio in confronto all’Übermensch samoano ed al golden boy di High School Musical.

Focalizzandosi sulle gag comiche, sotto un abilissimo travestimento da sgangherate puttanate esse celano un sottotesto dalla profondità filosofica e narrativa tranquillamente paragonabile al misticismo di Osho.

Zac Efron vestito da donna non è per nulla un patetico tentativo di risata facile tramite il trito espediente dell’uomo en travesti, ma anzi è diretto esempio del superamento della ormai limitante separazione tra i sessi.
Prima di distinguerci tra uomini e donne siamo innanzitutto persone: Efron donna è un messaggio di pace ed uguaglianza di grande memorabilità e spessore umano, un po’ la versione moderna dell’Ich bin ein Berliner di Kennedy o dell’I have a dream di Martin Luther King.

Le continue battute su peni e tette nascondono un evidente retrogusto amaro, che freudianamente si può estrinsecare nella difficoltà del corteggiamento e nello scontro tra razionalità sociale ed istinto animalesco, il tutto condito da un alone malinconico che non può non ricondurre la mente al comico ma allo stesso tempo triste vagabondo impersonato da Charlie Chaplin.

Ma Baywatch non si accontenta di scavare nella profondità dell’intelletto, vuole sfidare il pubblico, tendendogli una trappola.

La CGI del film è infatti veramente orribile: uno spettatore poco accorto potrebbe pensare “Porca puttana, ma questi effetti speciali sono lammerda! Sembrano fatti con Windows 98!”

Ed è lì che casca l’asino: è ovvio che tale scarsa cura sia voluta, e questa è una sottile quanto sagace critica all’industria hollywoodiana stessa, che punta troppo sulla forma e poco sulla sostanza.

Come Ned Ludd a fine Settecento, Baywatch compie una coraggiosa opera di distruzione nei confronti della tecnologia, in quanto essa non è più servitrice dell’uomo, ma suo feticcio anti-sociale.

Quale mirabile inventiva.

Sugli attori, penso che dilungarsi sulle loro performance sarebbe offensivo verso Stanislavskij, Strasberg, Chekhov e gli altri grandi maestri della recitazione.

Se Efron e Dwayne Johnson hanno un’alchimia che supera di gran lunga quelle delle grandi coppie del passato (spazzati via Lemmon e Matthau, Martin e Lewis, Redford e Newman), il cast femminile offre interpretazioni la cui cristallina qualità trascende nettamente i limiti umani.

Se la bionda Kelly Rohrbach, che non riesco a comprendere come sia solo una modella di Sports Illustrated tanto è brava e naturale (ve la butto lì: siamo di fronte alla nascita della nuova Marilyn?) richiama sapientemente con i suoi infiniti primi piani sulle terga la celebre Venere Callipigia, la mora Alexandra Daddario conferma le straordinarie doti recitative già mostrate nell’eccellente serie tv True Detective.

Enormi doti recitative.

Così come il movimento impressionista si separò dai canoni artistici tradizionali dell’arte ottocentesca, così Baywatch traccia una netta linea di demarcazione nei confronti della Settima Arte come eravamo abituati a conoscerla.

C’è stato un prima di questo film e ci sarà un dopo questo film.

Capolavoro.

 

 

 

P.S. Dopo la recensione faceta, qualche nota più seria.

Per quanto il film sia costituito da due ore di scempiaggini, ammetto che la loro totale imbecillità ed il mai prendersi sul serio mi abbiano strappato ben più di una risata.

Efron e Johnson come coppia comica hanno un’alchimia migliore di quanto mi aspettassi.

I personaggi femminili sono dei tettuti soprammobili bidimensionali (a parte le poppe). Se siete maschietti non sarà un brutto vedere, ma anche i due fustacchioni citati sopra possono sollazzare l’occhio delle fanciulle.

Le battute sono talmente tante che per la legge dei grandi numeri qualcuna per forza va a segno; la maggior parte sono simpatiche, dai.

La CGI è terrificante.

Come film trash-demenziale non è neanche male.

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