L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per maggio, 2017

Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

We’ve got us a map, (a map!)
To lead us to a hidden box,
That’s all locked up with locks! (with locks!)
And buried deep away!

We’ll dig up the box, (the box!)
We know it’s full of precious booty!
Burst open the locks!
And then we’ll say HOORAY!

TRAMA: Jack Sparrow si trova a dover affrontare una flotta di marinai fantasma guidati dal capitano Armando Salazar, fuggiti dal Triangolo del Diavolo per ucciderlo.
Jack si avvia quindi alla ricerca del leggendario tridente di Poseidone, che può diventare la sua unica speranza di salvezza.

PREMESSA: Qualche anno fa scrissi una sbrodolata infinita un articolo relativo al franchise dei Pirati dei Caraibi nel suo complesso. In questa recensione non farò quindi molti riferimenti ai suoi alti (pochi) e bassi (terribili): se volete leggervi un mio parere più specifico, trovare il post a questo link.

RECENSIONE: Nel capitolo numero cinque della saga cinematografica basata su un’attrazione di Disneyland, il nostro eroe Jack Sparrow affronta una ciurma con poteri sovrannaturali

il cui capitano è collegato a lui in qualche modo

facendosi aiutare da un ragazzo e una ragazza

e l’unico modo per salvare la pelle è trovare un artefatto/oggetto/luogo magico e potentissimo.

Cara Disney e caro Jerry Bruckheimer, non per essere irrispettoso, ma…

AVREMO MICA UN PO’ FINITO LE IDEE???

Per la regia del duo norvegese  Joachim Rønning/Espen Sandberg, La vendetta di Salazar è un pirate-movie piuttosto ordinario, che al di là dell’ovvio bailamme legato ai classici effettoni speciali e creature sovrannaturali varie imposta un colorato e rassicurante giocattolone incassa-soldi senza infamia né lode.

Il più grande merito e allo stesso tempo limite della pellicola è infatti quello di agganciarsi piuttosto pedissequamente al primo e migliore capitolo della saga (La maledizione della prima luna): se da un lato tale scelta contribuisce a dimenticarsi dell’orrore del quarto episodio (povero Ponce de León…), dall’altro il suo essere così… ehm… primalunesco svaluta di parecchio la sua indipendenza artistica oltre che una futura ed eventuale memorabilità.

Detto con altri termini, si ha complessivamente l’impressione più dell’omaggio che del seguito.

Sì, insomma, pare la versione cappa e spada de Il risveglio della Forza.

L’azione è come al solito presente e molto sopra le righe, con un uso abbastanza “disinvolto” delle leggi fisiche ed una computer grafica pregevole nei dettagli ma ogni tanto zoppicante sull’ampio spettro (gli sfondi sono talvolta un problema), ma se prese con leggerezza divertono e quello è il loro scopo.
Assistendo ad una rocambolesca assurdità dietro l’altra si può anche sorridere, apprezzando il fatto che la pellicola (come le sue precedenti, del resto), abbia l’enorme merito di non prendersi quasi mai sul serio.

Nonostante l’ilarità di base probabilmente il segmento iniziale del film avrebbe potuto essere parecchio snellito: al di là delle (eccessive) due ore e mezza di durata, la storia infatti fatica parecchio ad entrare a pieni giri, incartandosi troppo fin da subito in una presentazione dei vari personaggi farraginosa e narrativamente pesante.

Ricorrendo inoltre al mai domo espediente del flashback, particolarmente fastidioso quando l’esposizione è così quantitativamente ricca.

Anche le new entries sono un po’ sprecate: se l’Henry Turner di Brenton Thwaites è una palese copia carbone del padre Orlando Bloom, la scienziata di Kaya Scodelario avrebbe potuto ricevere maggiore introspezione, risultando invece un character piatterello e con un background piuttosto buttato lì.

Non bastano purtroppo una notevole avvenenza (sul serio, è Carina di nome e di fatto) ed un piccato sarcasmo da strong independent woman per irrorare di luce artistica un personaggio mero meccanismo di una macchina studiata per gli incassi.

Stesso discorso può essere esteso al Salazar interpretato da Javier Bardem, la cui caratterizzazione si limita a “odia i pirati, ha una nave della Madonna, ad un certo punto lo si vede addentare una mela”: un po’ troppo poco per un antagonista che sulla carta avrebbe potuto essere molto più complesso (ad esempio ampliando il suo far parte, suppongo, della marina spagnola e quindi legalmente parlando essere uno dei “buoni”).

Johnny Depp è un Passero particolarmente ubriaco ed è sempre… il solito: ironia, trasandatezza, sconcerie varie ed un solida relazione amorosa con la bottiglia.

Personaggio che si fonde con l’interprete?

Ottimo doppiaggio italiano, su cui spiccano i “soliti” Fabio Boccanera, Roberto Pedicini e Pietro Ubaldi; alcuni giochi di parole piuttosto vanno un po’ persi (ad esempio la gag di “horologist” capito come “whoreologist”) ma ho sentito adattamenti nostrani peggiori.

Il giudizio finale dipende dallo spettatore:

– Non è una gran roba, ma c’è di peggio.

– C’è di peggio, ma non è una gran roba.

Alien: Covenant

Kiss me, k-k-kiss me
Infect me with your love and fill me with your poison
Take me, t-t-take me
Wanna be a victim, ready for abduction
Boy, you’re an alien, your touch so foreign
Its supernatural, extraterrestrial

TRAMA: L’equipaggio della nave spaziale Covenant si imbatte in quello che reputa una sorta di paradiso inesplorato: in realtà si tratta di un mondo oscuro e particolarmente pericoloso il cui unico abitante è l’androide David, sopravvissuto all’ecatombe della spedizione Prometheus.

RECENSIONE: A distanza di trentotto anni dal primo Alien, dopo trentuno anni dall’unico sequel decente di Alien, un lustro successivo rispetto al pessimo prequel di Alien e pochi mesi dopo un ridicolo plagio di Alien, torna al cinema la saga di Alien, con un sequel del prequel di Alien che quindi è anche prequel del primo Alien.

Per la regia di (mi piange il cuore a dirlo) Ridley Scott, Alien: Covenant oltre ad essere un film sensato, utile e richiesto più o meno quanto un salvagente nel deserto riesce nella non trascurabile impresa di fallire sia come seguito dell’inguardabile Prometheus sia come antipasto di Alien.

Se concedere ulteriore spago ad un progetto francamente imbecille come raccontare le origini dello xenomorfo (Mi dite che senso ha? Chi sentiva la necessità di conoscere da dove saltasse fuori? Chi aveva bisogno di una pellicola del genere?) aveva già poco grano salis di suo, Covenant si riallinea ai binari del fumo senza arrosto, con altre domande senza risposta, altri personaggi memorabili come il trentesimo decimale del π ed un altro motore narrativo che si ingolfa, arranca e gira pressoché a vuoto.

Tra tutte le pecche del film, la principale è senza dubbio una:

I PERSONAGGI SONO UNA MANICA DI RITARDATI.

Irrazionali, avventati e con la varietà emotiva di una carta da briscola, i characters vengono macellati più per conseguenza di loro scelte palesemente suicide che a causa della pericolosità dell’alieno: non si esagera affermando che se la crew avesse tenuto un comportamento rientrante nella normale e comune logica la pellicola sarebbe finita al minuto 15-20.

Non è che sono cattivi.

È che sono proprio stupidi.

Altro difetto enorme in fase di sceneggiatura è stata la scelta di organizzare i personaggi principali in coppie marito-moglie: data infatti la scemenza generale dei contenuti, tale idea ha come risultato elaborazioni del lutto praticamente inesistenti e la sensazione che la naturale empatia dello spettatore per i personaggi sia forzata, non dipendendo infatti dall’averli a cuore ma perché si subiscono costantemente richiami ai legami esistenti tra di essi.

Sì, insomma, al venticinquesimo “mio marito/mia moglie” stavo per accendere un cero in onore della legge Fortuna-Baslini.

Ed è un peccato, considerati i buoni nomi del cast.

Se la Katherine Waterston di Animali fantastici è una Ripley wannabe meno cazzuta e piuttosto incolore, non avendo forse la stoffa per interpretare un’ammazza-mostri, il povero Fassbender pare qui la versione del discount di Jeremy Irons ne Inseparabili, divenendo veicolo di metafore e richiami aulici piuttosto scorreggioni e mal posti.

Parti di contorno per Billy Crudrup, Danny McBride e Demián Bichir, che spero per loro siano stati pagati parecchio.

A tutto ciò si aggiungono limiti di genere arcinoti a chi guarda i film ma evidentemente non a chi li realizza; andando in modalità lista della spesa abbiamo:

– Fotografia saldata sul “ciano”: due ore ininterrotte di blu-nero che, fidatevi, la mattina successiva alla visione del film vi faranno apprezzare la luce del sole come mai prima;

– Storia sulle origini di qualcosa inutilmente incasinata e contorta: non solo mi spieghi da dove ciccia fuori ‘sto aborto nonostante non me ne possa fregare di meno, ma me lo spieghi pure da cani.

– Il mostro si vede troppo (in alcune sequenze è addirittura fermo al centro dell’obiettivo), togliendo paura, sorpresa ed imprevedibilità, cose, si sa, poco importanti nell’horror.

– Uccisioni così esagerate o sopra le righe da risultare trash/ridicole invece di spaventose/nauseanti/orrorifiche;

– Rimandi a capitoli della saga nettamente migliori che acuiscono ancor di più, come se ce ne fosse il bisogno, un divario qualitativo abissale tra vecchio e nuovo.

Alien: Covenant è l’ennesima brodaglia imbastita alla viva il parroco solo per il gusto di sfruttare un brand celebre ed amato che sarebbe anche ora si lasci in pace.

http://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-iv/capo-ii/art410.html

Un film veramente idiota e inutile.

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