L'amichevole cinefilo di quartiere

Nello spazio nessuno può sentirti copiare.

TRAMA: I sei membri di una stazione spaziale internazionale si trovano in missione nel cosmo e sono impegnati ad analizzare un campione di materiale proveniente da Marte che potrebbe costituire la prova dell’esistenza di forme di vita aliene.
Inaspettatamente il frammento, di natura organica, si dimostra dotato di intelligenza e aggressività.

RECENSIONE: L’equipaggio di un’astronave affronta un alieno che cerca di accopparli uno dopo l’altro.

Trama originale, non l’avevo mai sentita.

Ah no, scusate, l’avevo sentita in UNO DEI FILM PIÙ FAMOSI DELLA STORIA DEL CINEMA.

Life è Alien.

No, non ho detto che “lo ricorda”.

Non ho detto che “ci assomiglia”.

LO È.

In una sua versione ovviamente peggiore, più noiosa, più raffazzonata.

E più diversamente intelligente.

Per la regia di Daniel Espinosa, Life è un film profondamente inutile nel suo essere una copia carbone di un’altra opera arcinota che pur con quasi quattro decadi sulla groppa giganteggia artisticamente nei confronti di questo suo clone abortito, che rivela l’onta di nulla aggiungere al classico tòpos della minaccia esterna in ambiente interno.

Nonostante infatti un piacevole e ben realizzato piano sequenza iniziale, che risulta tirando le somme l’unica nota lieta di una composizione stridente e stonata, Life nemmeno tenta di crearsi un proprio binario narrativo, il quale avrebbe evitato una perenne sensazione di déjàvu gradevole quanto leccare la sabbia.

E sapete cosa sarebbe meglio fare piuttosto che assistere ad un pessimo remake di Alien?

Oltre a fissare il sole per due ore?

RIGUARDARSI IL FOTTUTO ALIEN. 

Tolta come già detto l’apertura, regia e fotografia si rivelano piuttosto mediocri: basata troppo spesso su jump scares e sul solito solitume dell’atmosfera opprimente la prima, troppo blu-nera la seconda, enfatizzando talmente tanto l’ovvio (l’astronave non è sicura, è terreno di caccia, lo abbiamo capito) da portare fastidio e noia per un occhio che vista la pochezza complessiva dell’opera avrebbe in realtà disperato bisogno di beveraggio artistico.

Passiamo ai temi?

Sfruttare l’arroganza umana creando una storia in cui un gruppo di persone si trova di fronte ad una minaccia che persino per un branco di homo sapiens sapiens si rivela più che ostica è un buon modo per instillare il germe della paura.

Il problema è che per essere avvincente, una minaccia deve costituire una certezza nell’esistenza (cioè deve essere davvero un pericolo per i protagonisti, e fin qua ci siamo) ma un’incertezza nei modi di esecuzione e nelle sue caratteristiche intrinseche (In cosa consiste l’avversario? Quanto male può fare? Cosa può sfruttare per uccidere?).

Legandoci a questo discorso, uno dei tanti grossi difetti di Life è molto semplice.

L’alieno è troppo forte.

Se un antagonista, per quanto minaccioso, ha un punto debole, si crea un meccanismo inconscio per cui il pubblico è curioso di vedere con il prosieguo della storia se e come questo tallone d’Achille verrà sfruttato, quanto ci impiegheranno a notarlo e chi trionferà in conclusione.

Ma se io spettatore mi ritrovo davanti ad una FOTTUTA BESTIA RESISTENTE AD OGNI OFFESA POSSIBILE ED IMMAGINABILE, tale schema mentale non funziona più, perché darò per scontato che entro la fine della pellicola i nostri prodi verranno macellati tutti senza pietà.

Se ho ragione mi autospoilero il finale, e quindi chi cazzo me l’ha fatto fare di sprecare due ore della mia vita.

Se ho torto, il film che sto guardando dimostra di non avete una costruzione narrativa lineare, perché molto probabilmente per superare tale empasse si affiderà a risvolti di sceneggiatura imbecilli o ad un vero e proprio deus ex machina stupido o random.

Il cast, pur vantando nomi noti, è sprecato principalmente per due motivi: il primo è che ovviamente trovandosi immersi in un doppione risultano assai poco memorabili, il secondo è che purtroppo la loro caratterizzazione psicologica è spessa quanto il domopak, quindi lo spettatore non è coinvolto nelle esperienze negative che essi vivono.

E non c’è nulla di peggio per l’intrattenimento che vedere un personaggio di un film crepare orribilmente e rendersi conto che emotivamente non ce ne frega proprio un tubo.

Jake Gyllenhaal è probabilmente è l’unico peone che riesce ad essere soddisfacente, approfittando del notevole screen time a lui riservato e dell’essere circondato da un branco di carne da macello multietnica che serve solo a far scommesse su chi nutrirà per primo l’alieno.

Ed approfittando anche di una Rebecca Ferguson, scosciatona ed in topless di spalle nell’ultimo Mission: Impossible, espressiva quanto un idrante.

Un ultimo appunto per i distributori italiani: capisco che le tag-lines originali del film “Be careful what you search for” e “We were better off alone” fossero rispettivamente un po’ stupidotta la prima e portatrice di qualche problema in fase di traduzione la seconda, ma cosa mi significa l’aggiunta del sottotitolo “Non oltrepassare il limite”?

Pare Il titolo di una pubblicità progresso contro l’eccesso di velocità sulla strada.

Un filmaccio.

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