L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per marzo, 2017

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Descrivere il vostro film preferito in modo che sembri il peggiore di sempre.

Ovvero, vedi titolo.

pollice giù imperatore commodo thumb

Gironzolando per Facebook, antro di perdizione a base di bufale, citazioni sbagliate e foto di gatti, ho notato un post che proponeva una sfida divertente.

Essa consiste nel provare a raccontare le premesse o l’ambientazione generale del proprio film o serie tv preferito/a nel modo peggiore possibile, facendone risaltare solo i difetti o le lacune, ed esponendola quindi come se fosse veramente pessima o imbecille.

Questa è quindi la trama del mio film preferito, raccontata in modo che sembri una vera merda.

TRAMA: Il film comincia con la morte di un vecchio, che si scopre subito essere il protagonista dell’opera.
Nonostante quindi pronti, via e c’è già uno spoiler, il regista (che qui è pure sceneggiatore, attore protagonista, produttore, bibitaro del set e parafulmine umano) decide di vomitare sul pubblico una serie di flashback talmente lunghi e numerosi da mettere in imbarazzo Stephen King, cercando quindi di sfruttare l’effetto Tenente Colombo, che riesce a spopolare in tv nonostante riveli subito l’assassino.

Lo scopo di queste analessi (termine da persone acculturate) è capire il significato dell’ultima parola del defunto, dando quindi per scontato che A) essa abbia un senso, B) al pubblico gliene fotta qualcosa e che C) il vegliardo non fosse già da tempo roso da demenza senile, overdose di viagra e teledipendenza da Colpo grosso.

In pratica l’intera storia è solo una scusa per non chiudere il film dopo i primi cinque minuti, tipo Michael Bay.

Bene, questo era il mio contributo alla causa.

E voi?

Riuscireste, per un gioco perverso e autolesionista, a sminchiare il vostro film preferito?

Se ne avete la voglia ed il coraggio lasciate pure un commento.

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La bella e la bestia (2017)

«L’amore a prima vista può scoppiare anche nei confronti di un conto corrente.»
Zsa Zsa Gabor.

TRAMA: Per salvare il padre, la giovane Belle accetta di andare a vivere presso il castello incantato della temibile Bestia, una creatura soggiogata da una terribile maledizione.
Adattamento con attori in carne e ossa dell’omonimo classico d’animazione Disney.

RECENSIONE: Parliamo dei brutti film.

I brutti film offrono un pessimo spettacolo agli occhi del pubblico, sono uno spreco di tempo e di soldi e in casi estremi possono addirittura contribuire alla denigrazione dell’arte d’appartenenza.

Per quanto schifo possano fare, però, la negatività si conclude con la comparsa dei titoli di coda.
La pellicola finisce, ti alzi e te ne vai.

Esiste qualcosa di peggiore rispetto ad un cattivo film?

Sì.

Un cattivo esempio.

Un cattivo esempio inserisce un tarlo nella mente di una persona; questo germe cresce e si sviluppa nel corso degli anni influenzando l’ospite, portando quindi a conseguenze negative sul lungo termine.

La bella e la bestia, film d’animazione del 1991, non è certamente un pessimo film, anzi, è uno dei capisaldi della Casa di Topolino.

Il suo enorme problema è di essere una pellicola fintamente profonda, basata in realtà sul potere del denaro e che SPOILER ALERT nonostante la sua aura di condanna alla superficialità e di elogio alla bellezza interiore si conclude con una coppia bella (fuori) e ricca, che vive in un castello circondata da servitù.

Questa sua versione in live action, ennesima operazione di marketing da parte della grande D negli ultimi anni e nel prossimo futuro, è piuttosto anonima nel suo basarsi troppo pedissequamente sul materiale di partenza, con modifiche ed aggiunte che incidono solo superficialmente sul risultato finale.

Ambientazioni, dialoghi e caratterizzazione dei due personaggi principali sono infatti pressoché le medesime, non osando spingersi al di là di un comodo e rassicurante sentiero narrativo già tracciato.

O, detto più semplicemente, non volendo fare altro che incassare soldi sfruttando la nostalgia dilagante.

Ciò che il pubblico ottiene è un film abbastanza inutile sia nel caso si ami il classico Disney (perché gli è inferiore sul piano qualitativo) sia nel caso opposto (perché almeno là si aveva la scusa dell’animazione che contribuisce alla sospensione dell’incredulità).

Così come Cenerentola, anche La bella e la bestia ha inoltre il problema di non comprendere appieno la differenza tra animazione e live action: bisognerebbe sempre tenere bene a mente, infatti, che ciò che riesce bene in uno dei due mondi non necessariamente può essere trasposto efficacemente nell’altro.

È questo l’esempio dei servitori del castello: se nell’opera Disney hanno un design simpatico ed azzeccato, qui sono… beh…

Raccapriccianti.

E non è un problema dello styling adottato dal regista Condon e soci, ma semplicemente che essi per come sono concepiti non possono essere resi in modo realisticamente accettabile.

Una delle poche note liete del film è il cambiamento nel rapporto tra Gaston (Luke Evans) e Le Tont (Josh Gad), in cui il secondo, con una caratterizzazione omosessuale piuttosto evidente, non è più un semplice punching-ball del primo per fini di comic relief ma assume un ruolo di moderato consigliere.

Gaston inoltre passa da essere un grosso, palese, irrealistico imbecille (poiché essendo di bell’aspetto il cartoon doveva spiegare ai bambini in modo esagerato perché egli sia da considerare un personaggio negativo) all’essere un grosso, palese realistico imbecille, guadagnandone quindi in una profondità narrativa di cui il personaggio aveva disperatamente bisogno.

Un devo dire azzeccato Evans riesce perciò a dare vita ad un antagonista originariamente bidimensionale in modo da renderlo più attinente alla realtà delle cose, elemento molto utile perché, appunto, siamo di fronte ad una versione che al di là dell’ovvio fattore fantasy e fiabesco si presume debba proporsi come versione più realistica.

Protagonista del film è l’inglese Emma Watson, in un ruolo di ragazza altezzosa, amante dei libri e piuttosto antipatica.

Ok, in un altro ruolo del genere.

La sua Belle è praticamente la medesima di quella doppiata da Paige O’Hara nel 1991: vuole di più, non si accontenta della vita agreste nel piccolo borgo, tiene molto a suo padre Maurice (qui un piuttosto spento e malsfruttato Kevin Kline) eccetera eccetera.

Hanno dato carne ad un cartone animato, nulla di più.

Si sentiva quindi la mancanza dell’ennesima versione di questa celeberrima fiaba?

No, anzi, se c’è un’opera Disney che proprio NON aveva bisogno del live action è questa: passino il più che gradevole Il libro della giungla di Jon Favreau o il prossimo Mulan, ma qui abbiamo a che fare con un’opera TROPPO inflazionata, vista e rivista in ogni salsa, che non necessita di nuovi adattamenti che alla fine della fiera “nuovi” non lo sono per nulla.

Un film ipocrita utile come un salvagente bucato.

Autopsy

Autopsia: Indagine sul cadavere eseguita mediante operazioni che consentono l’ispezione dei tessuti e degli organi interni, a scopi scientifici oppure didattici e, in medicina legale, per accertare le cause e il momento della morte.

TRAMA: Padre e figlio anatomopatologi si trovano ad analizzare il corpo di una giovane donna, il cui cadavere è stato trovato parzialmente sepolto nel seminterrato di una casa in cui è stato compiuto un cruento quanto bizzarro omicidio.
Fin dalle prime analisi, il corpo mostra delle inquietanti peculiarità…

RECENSIONE: Uno dei problemi del genere horror è che ormai abbiamo visto tutto in ogni salsa.

Negli anni ’50 per spaventare il pubblico bastavano degli insetti giganti che sfasciavano la città turbando la soporifera quiete della medio borghesia, ma ora c’è bisogno d’altro per instillare il turbamento nelle menti degli spettatori.
Semplicemente è una questione di esperienza: con internet, libri e cinema, il pubblico è più scafato.

Quindi, come fare a spaventare chi ha già sperimentato molto?

Bisogna sfruttare le paure ataviche dell’uomo, ossia quelle che egli possiede indipendentemente dal proprio carattere soggettivo, ma che derivano dalla sua stessa natura biologica.

L’uomo è un essere senziente e diurno, ergo lo si spaventa attraverso cose che egli non possa spiegare razionalmente (demoni, aldilà, mostri…), oppure mettendolo di fronte ad elementi che penalizzino il suo senso principale, ossia la vista (cose che non vede, cose che si mimetizzano, l’oscurità…).

Le prime figure generano paura perché non trovano riscontro nella nostra conoscenza oggettiva e concreta del mondo che ci circonda, le seconde creano un handicap per quanto riguarda il mezzo attraverso cui prevalentemente ci si relaziona con il proprio ambiente.

Film che pecca di un inizio eccessivamente lento e compassato, Autopsy è un’opera piuttosto ordinaria che si inserisce principalmente nel primo dei due filoni sopra menzionati.

Uno strano cadavere sul tavolo autoptico porta ad avvenimenti strani e irrazionali, che metteranno a dura prova i due protagonisti (uomini di scienza, presente quindi anche il tema dello scontro tra immanenza e trascendenza) in una spirale di stranezze e di avvenimenti difficilmente spiegabili.

Purtroppo Autopsy non è un film eccezionale perché, oltre alla menzionata partenza lenta, non riesce VERAMENTE a sorprendere, presentando vari elementi che per quanto si incastrino con relativa semplicità, risultano troppo lineari e schematici, non aggiungendo guizzi di particolare memorabilità alla pellicola.

Un mezzo plot twist abbastanza telefonato e una vicenda che per sua natura presenta ben pochi personaggi non contribuiscono infatti ad aumentare il respiro della pellicola, che pur durando solo un’oretta e mezza (fortunatamente, visti i contenuti), appare fine a se stessa e probabilmente dimenticabile tra breve tempo.

Una colonna sonora buona ed azzeccata, unita a due attori principali bene in parte (pur con diverse caratterizzazioni solo abbozzate e quindi sfruttate non efficacemente) non riescono da soli ad elevare qualitativamente l’opera, che si limita perciò al compitino.
Non un film mal fatto, ma nulla che vada oltre ad una stiracchiata sufficienza.

Una pellicola più da noleggio home video che da cinema.

Logan – The Wolverine

logan-locandinaI’m the best there is at what I do, but what I do best isn’t very nice.

TRAMA: 2029. Il mutante Wolverine ha perso gran parte del suo potere rigenerante, perciò sta invecchiando precocemente. A dispetto dei suoi problemi fisici deve tornare in azione per aiutare una bambina con i suoi stessi poteri, contro un’organizzazione governativa impegnata a trasformare i mutanti in veri e propri strumenti bellici.

N. B. Dopo la fine di questa recensione parlerò di due elementi del film che, pur non riguardando il finale, non sono presenti nei trailer. Essi dunque costituiscono spoiler.

RECENSIONE: James “Logan” Howlett.

Soprannome: “Wolverine”.

Chi è costui?

È un mutante dei fumetti Marvel. Ha un fattore di rigenerazione delle ferite estremamente rapido e uno scheletro ricoperto di metallo indistruttibile.
Di questo metallo sono composti anche i tre artigli che gli fuoriescono dalle nocche di ciascuna mano, cosa che lo rende, visivamente parlando, uno dei personaggi di fantasia più iconici e carismatici del mondo pop.

Caratterialmente Wolverine è un incazzoso, cinico, rissoso e sboccato tritacarne umano.

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Domanda: se il personaggio è così figo, perché i primi due film con lui protagonista fanno schifo?

Risposta: perché là non viene sfruttato nulla oltre ciò che ho elencato.

Perché invece Logan è una buona pellicola?

Perché gestisce decisamente meglio il personaggio, attraverso un depotenziamento che lo rende nettamente più empatico e inserendolo in un contesto deprimente che ben si confà al suo carattere rude e senza fronzoli.

logan-wolverine

Uno dei temi principali e ben sfruttati di Logan è la convivenza generazionale tra tre characters estremamente diversi, che compensano a vicenda punti di forza e debolezza sia fisica che umana, creano uno strano ma efficace trio.

Il professor Charles Xavier, una volta preside della Scuola per  Giovani Dotati, è ora un novantenne malato che necessita del continuo aiuto del mutante canadese; nonostante la sua precaria condizione di salute, egli mantiene un’aura di bontà e saggezza che, pur essendo talvolta vista in modo troppo naif rispetto al materialismo di Howlett, fornisce un barlume di speranza in tempi bui.

Laura è una bambina nata in un contesto difficile che si ritrova in un guaio più grosso di lei, braccata da un’organizzazione senza scrupoli e che trova nei due vecchi mutanti una scialuppa di salvataggio per salvare una vita destinata alla deriva.

Logan è un uomo allo sbando, il suo fattore rigenerante non funziona più bene come un tempo e il suo nome un tempo leggenda è ora fonte sia di ingenua speranza che di scherno.

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Come accennato in apertura, che un personaggio notoriamente inarrestabile abbia qui importanti momenti di caducità lo rende più avvicinabile ad un pubblico che non si accontenti passivamente di un’ora e mezza di squartamenti, ma necessiti intellettualmente di una storia solida e con input emotivi di un certo spessore.

Pur essendo presenti nel film numerose scene action basate sul menare gli artigli (la cui violenza gli è valso il divieto ai minori di 17 anni negli Stati Uniti e ai minori di 14 in Italia), esse sono ben alternate a dialoghi vertenti temi come il cambiamento dei tempi ed il rapporto tra un passato glorioso ma ormai svanito nelle nebbie della memoria ed un futuro pericoloso ed ignoto.

Proprio il tempo è un leitmotiv interessante dell’opera, e trova le sue basi sia sui due arcinoti mutanti sia su di una giovane e misteriosa figura che funge da obiettivo per l’eventuale passaggio di testimone.

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Quando presente, l’azione è concitata, sanguinaria e brutale, addicendosi ottimamente a due personaggi con poteri tanto offensivi.
Le sferzate di artigli sono accompagnate da ringhi e grida che acuiscono ancor più l’elemento animalesco dei due mutanti, e pur essendo i combattimenti la fiera del separare parti del corpo dal rimanente o dell’infilare decine di centimetri metallici nei crani di poveri peones da macellare, lo spettacolo risulta godibile ed intrattenente, non sfociando in una eventuale ripetitività che sarebbe stata la morte del divertimento.

Hugh Jackman, dopo aver annunciato il suo ritiro dal personaggio, affronta questo ultimo giro di giostra in modo efficacemente dolente e compassato.

Ansimante e tossente alla Walter White, con una pelle di cuoio che funge da mappa topografica per ferite e cicatrici, quest’ultimo Logan è un essere che ha fatto ormai il suo tempo. L’incontro con la piccola Laura è un mezzo che ha la pellicola per costruire un interessante rapporto “protettore/protetta” che funge da importante leva emotiva.

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La piccola Dafne Keen offre una buona prova, bypassando il suo mutismo per offrire una interpretazione prevalentemente facciale attraverso una recitazione talvolta espressiva ed in altri frangenti efficacemente quasi da Sfinge imperscrutabile.

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Nota dolente gli antagonisti principali, che risultano troppo banali ed assai poco memorabili; nonostante ciò credo che sia un difetto sorvolabile, poiché tirando le somme questa è un’opera basata sui protagonisti e sul rapporto che intercorre tra loro, quindi ci può stare che i villains in scena facciano un passo indietro.

Nonostante faccia parte di un genere che troppo spesso vira sull’eccessivamente disimpegnato e ridanciano, Logan è un film molto più maturo dei suoi colleghi, ed attraverso un mix tra superhero, chase e road movie riesce pur con qualche calo qualitativo a mantenere una rotta espositiva apprezzabile.

SPOILER ZONE

Ora parlerò dei due spoiler.

NON continuate a leggere se non avete visto il film.

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1) Non mi è piaciuto che il mutante antagonista X-24 sia la copia precisa di Wolverine.
Per quanto sia un elemento scientificamente logico (il suo DNA deriva direttamente da quello di Logan), questo è uno dei casi in cui avrei preferito una deroga alla razionalità in favore di maggiore fantasia stilistica.

Personalmente avrei apprezzato molto di più se il villain fosse stato basato sulla storica nemesi di Wolverine, Sabretooth, magari attraverso un ringiovanimento al digitale di Liev Schreiber, che interpretò il personaggio nel 2009.

2) Mi rendo conto che un coprotagonista non parlante per due ore e un quarto possa essere narrativamente pesante, ma un altro punto che credo andasse gestito meglio è il passaggio di Laura/X-23 dal mutismo alla loquacità.
Invece di sbloccarsi totalmente cominciando a conversare normalmente con Wolverine mi sarebbe piaciuto un cammino più graduale, magari cominciando da monosillabi o poche parole per poi piano piano sciogliersi una volta cementato il rapporto.
Avrei quindi preferito una relazione tra i due personaggi basata su di un graduale goccia-dopo-goccia piuttosto che un diga divelta all’improvviso.

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