L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per febbraio, 2017

Cinquanta sfumature di nero

cinquanta-sfumature-di-nero-locandinaWe Shall Fight on the Bitches.

TRAMA: Christian Grey tenta di convincere Anastasia a tornare nella sua vita: la ragazza esige un nuovo accordo, Grey accetta e la coppia si prepara a condurre una relazione equilibrata, ma alcuni personaggi appartenenti al passato di Christian sembrano pronti a minare la sicurezza finalmente raggiunta.
Tratto dall’omonimo romanzo di E. L. James.

N.B. I toni dell’articolo seguente sono volutamente esagerati a fini ironici, essi dunque non corrispondono appieno alle sensazioni dell’autore.

RECENSIONE:

FASE 1: NEGAZIONE

Ho già recensito il film grigio.

Oddio, “film”…

“Cosa”.

È da che ho memoria che mi interesso al cinema, quindi so come funziona: la vacca da soldi viene munta finché la gente non si stufa, e non si cambiano mai nemmeno le modalità espositive per paura di deludere il pubblico (come se questo avesse chissà quali pretese) e si scatarra in sala la solita palla di muco da due ore o giù di lì.

Trangugiarmi anche questo?

No, grazie: avere un pene mi esclude dal target di interesse per questa roba.

Sarà anche cambiato il cast tecnico, ma se le basi sono scadenti non è che muti chissaché la qualità: solita coppia sbilanciata, solita pruriginosità da discount per stuzzicare le virginali fantasie femminee ma in modo da non sfociare nello scabroso, soliti attori cani, solito simbolismo da quattro soldi.

Vi interessa la mia opinione? Pigliatevi il mio articolo sul primo episodio, sostituite i colori ed avrete la recensione di questo.

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FASE 2: RABBIA

Ok, capisco che al cinema ci proiettino vagonate di merda, ma questo film è veramente una delle robe più stupide, inutili e trash che io abbia mai avuto la disgrazia di trovarmi nel campo visivo.

Essendo tratto da un romanzo, partiamo dalla trama: la sceneggiatura ha più buchi delle braccia di un eroinomane.

Cose avvengono senza un filo logico, ogni scena è buttata a casaccio e tutte le volte che i due non scopano sembrano solo un intermezzo tra scene di sesso che non hanno nemmeno più la scusa del sadomaso (la prima si apre e si chiude con un cunnilingus); sul finale ok, ci sono delle catene, ma non robe alla David Carradine, perciò va a scemare anche quella venatura spicy che, pur non essendo presente in maniera qualitativamente accettabile manco nel Grigio, almeno là fungeva da scusante.

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Inoltre i dialoghi sono così triti, scontati e irrealistici da essere piacevoli ed armoniosi più o meno quanto degli stiletti rompighiaccio infilati a forza nelle trombe di Eustachio, ed hanno anche la deplorevole aggravante di sembrare partoriti più dalla mente di una sedicenne in tempesta ormonale abbonata al Cioè che da una scrittrice cinquantenne.

Ma l’aspetto TRAGICO è che non stiamo parlando di un sottoprodotto scrauso della filmografia mondiale (tipo, che so, i venti e passa film giapponesi su Godzilla o gli action esagerati di Bollywood): Cinquanta sfumature dei mie due coglioni fumanti è MAINSTREAM.

Va nei CINEMA MONDIALI.

Viene programmato per SETTIMANE.

C’è la gente che PRENOTA per andarlo a vedere.

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Io non se ci rendiamo bene conto della situazione.

Io non so se ci rendiamo bene conto di come ragioni il pubblico.

IO NON SO SE CI RENDIAMO BENE CONTO CHE SE FOSSI STATO NEI LUMIÈRE, COL TRENO DI LA CIOTAT AVREI PREFERITO FARMICI MACIULLARE SOTTO.

No, ma poi lo zenit dell’assurdo è che le orde di gente a cui attira ‘sta roba (cioè alcune donne convinte e i di loro morosi evidentemente ostaggi di un becero ricatto a sfondo sessuale) sono poi GLI STESSI che tre, due o anche UNA SOLA SETTIMANA FA hanno attuato l’identico comportamento con un film dalle tematiche opposte come La La Land.

MA STIAMO SCHERZANDO?!

SIAMO SU “SCHERZI A A PARTE”?!

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FASE 3: NEGOZIAZIONE

Ok, riflettiamo insieme.

La domanda principale è: davvero così tante persone sono attratte da film come questo?

Anzi no, mi correggo, davvero così tante persone APPREZZANO film come questo?

Cinquanta sfumature di orchite è manifestamente una scadente fanfiction (tecnicamente lo è davvero, venne pubblicata su un forum a tema Twilight) ed è la risposta femminile in salsa Harmony alle pellicole male-friendly in cui l’eroe action (straniero) o il comico dialettale (nostrano) si trovano di fronte la bambolona tettona sotto la doccia o tra le coperte.

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Ora, io ovviamente parlo solo a nome mio, ma la differenza è che se mi chiedessero se io apprezzi o meno, che so, L’insegnante con Edwige Fenech, potrei fare battute sulle scene di spiata dal buco della serratura, ma non direi mai che è un gran film.

Ma mai.

Al di là dell’elemento prettamente sessuale, in Cinquanta sfumature di Penthotal cose di una gravità impressionante vengono esposte ed accettate senza particolari problemi: schiavismo sessuale, esaurimenti nervosi, incapacità di separarsi emotivamente dalle persone con cui si ha avuto una relazione in passato, abusi infantili i cui effetti si ripercuotono… tutto viene affrontato con una passività disarmante.

Davvero non c’è nessuna volontà di approfondimento introspettivo per quanto riguarda questi fattori?

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Virando più sull’aspetto prettamente erotico, esso è comunque assai rarefatto: anzi, le brevi sequenze in cui si opta per una pratica sessuale particolare (ad esempio le Geisha Balls) oltrepassano decisamente i limiti del ridicolo involontario, ponendo le basi per intermezzi “What the Fuck??” piuttosto trash e quasi grotteschi.

Oggettistica erotica viene provata con lo stesso misto di meraviglia e divertimento con cui i bambini scoprono un nuovo giocattolo: tale approccio non è un problema in sé, visto che il sesso è un elemento naturale della vita umana, ma rappresentate su schermo tali reazioni risultato veramente idiote e fuori luogo, prestando come già detto il fianco a facile ironia.

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FASE 4: DEPRESSIONE

Tirando le somme, temo che riempire il pubblico di spazzatura possa a lungo termine comprometterne le facoltà di discernimento tra ciò che vale la pena di essere visto e cosa invece no.

Se si perde un buon bilanciamento, con la crescente prevalenza di blockbuster o pellicole spudoratamente attira-folle che schiaccino opere ben più meritevoli di visione (per quanto magari anch’esse ad alto budget, il mio non è uno stucchevole elogio del filmetto festivaliero desaparecido) gli spettatori diventeranno, lo dico senza mezzi termini, sempre più scemi.

Spettatori che, considerati gli incassi, evidentemente amano assistere ad uno spettacolo più che tristanzuolo in cui due attori espressivi quanto i Daft Punk rappresentano una storia senza capo né coda, un rapporto negativo e idealisticamente sbagliato per fare leva facilmente sulle bassezze istintive degli astanti.

Cinquanta sfumature di ho recensito pure questo, odio la mia vita, così come pure saghe al massimo del disimpegno per maschietti come Fast & Furious o i peggiori esempi tra i prodotti Marvel pur svolgendo basilare funzione di divertimento ed appealing rischiano un ruolo preminente nella cinematografia che non gli si confà.

Non tanto per una visione utopistica di cinema come arte slegata totalmente dall’aspetto monetario (non sono un idealista, il cinema è un’industria che tra tutti i suoi vari rami muove ogni anno un sacco di soldi), ma per un bisogno mentale e spirituale di qualità.

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FASE 5: ACCETTAZIONE

Ma in fondo che funzioni proprio così non è necessariamente un male.

Cinquanta sfumature di avete portato davvero dei cetrioli al cinema, non ci posso credere è veramente una delle robe più terribili e raggelanti che io abbia mai visto: oltre alle pecche già citate, sono da segnalare anche una regia piuttosto anonima, una fotografia senza luce e basata spesso su blandi toni di nero, oltre che ad un uso scriteriato dei personaggi secondari, che vengono buttati a manciate sulla scena come coriandoli a Carnevale spesso senza un approfondimento psicologico anche vago.

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Nonostante siano state quindi due ore della mia vita buttate nella tazza del cesso e che non rivedrò mai più, ampliando la propria visione al grande schema delle cose pellicole come questa possono servire da vergognosa trashata che bilanci film migliori e basati su un minimo di rispetto nei confronti dell’umana intelligenza: la loro stessa esistenza può quindi servire per far comprendere, in contrasto, quanto altre cose siano migliori.

Il loro approdo al cinema sul momento sembra una gran rottura, ma prima o poi passano e li si dimentica fino all’annata successiva; un po’ come l’influenza stagionale.

O come un tormentone musicale.

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Moonlight

moonlight-locandinaWe get it almost every night
When that moon is big and bright
It’s a supernatural delight
Everybody’s dancing in the moonlight

TRAMA: Il giovane afroamericano Chiron vive in un quartiere di Miami segnato da droga e violenza. Attraverso le tre età della vita, infanzia, adolescenza e età adulta, egli lotta quotidianamente per trovare la sua strada, scoprendo se stesso, la sua sessualità e il complicato amore per il suo migliore amico.
Basato sull’opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney.

RECENSIONE: Per la regia di Barry Jenkins, Moonlight è un affresco di vita tanto delicato nei temi e nei modi rappresentativi quanto vibrante e potente a livello contenutistico.

La crescita del protagonista, da un lato prettamente fisica attraverso tre fasi della sua vita e al contempo psicologica, legata al percorso di formazione del proprio carattere, porta infatti lo spettatore ad avere davanti agli occhi una sorta di vero quadro in movimento, un cangiante tableau vivant dalla costante evoluzione.

Con i tre stadi caratterizzati da una divisione netta e per atti (ovvia eredità dell’origine teatrale dell’opera), si ha una vicenda in cui il protagonista incontra via via nuove figure che lo influenzeranno, positivamente o meno, per le scelte future e per la scoperta del proprio posto nel mondo.

L’infanzia di “Little”, soprannome identificativo non solo del fisico minuto, ma dell’inferiorità rispetto agli altri in cui lui stesso si adagia, è segnata dalla sua timidezza: oltre ad affrontare i propri demoni e combattere la diabolica ingenuità del bullismo da parte dei propri coetanei è schiacciato dalla personalità di una madre-matrona cruda ed abusiva.

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Durante l’adolescenza cresce l’individuo e con esso i problemi, e ci si immerge nel delicatissimo passaggio tra il mondo dei bambini e quello dei grandi. Vengono compiute scelte che indirizzano definitivamente il proprio cammino di vita e si pongono le basi per quello che sarà il proprio modo di trascorrere l’esistenza.

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Da adulti i nodi vengono al pettine: il percorso di maturazione è giunto al culmine, alae iacta est e si deve cercare di fare pace con gli spettri del passato, che ritornano per risolvere ciò che è rimasto in sospeso.

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Una fotografia notturna torbida come inchiostro di seppia fornisce alle sequenze ambientate dopo il tramonto ulteriore intensità emotiva, permettendo quindi alla storia di ottenere maggiore impatto sul pubblico.

Ad esse si alternano fasi diurne relativamente brevi in cui i filtri sono notevolmente più vivaci e definiti, ma che danno la sensazione di essere solamente dei riempitivi tra una notte e l’altra, come se fossero le tenebre le coperte adatte per la vicenda, e ogni giorno fosse solo attesa della notte che starà per giungere.

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Ottimo tutto il cast.

I tre attori che interpretano Chirion offrono una prova convincente e vivida, rappresentando efficacemente su schermo i diversi problemi delle varie fasi della vita; si ha in particolare la credibile sensazione che al di là delle differenze anagrafiche ci si trovi realmente davanti sempre alla stessa persona, ed in tal senso è stata positiva la scelta estetica dei tre interpreti.

Buona prova anche di Naomie Harris come sulfurea e gorgonica madre, incarnazione della debolezza e del male, e del padre putativo Juan incarnato da Mahershala Ali che cercherà di dare una mano al giovane Chiron, entrambi nominati agli Oscar.

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Nonostante non sia tutto oro ciò che luccichi (non siamo infatti di fronte ad uno dei film più originali del mondo, limitandosi strettamente all’analisi di ciò che avviene durante la vicenda) Moonlight è un’ottima pellicola che riesce a soddisfare il palato del pubblico e ad offrire una storia intensa e toccante.

Decisamente consigliato.

Pillole di cinema – Smetto quando voglio – Masterclass

smetto-quando-voglio-locandinaSmart drug: sostanza con proprietà psicotrope, per lo più stimolanti, che legalmente non viene però considerata una droga.

TRAMA: Dopo l’originale esperienza nei panni di produttori e spacciatori di droghe sintetiche, Pietro Zinni e i suoi amici sono contattati dai tutori della legge: vengono infatti convinti a mettere di nuovo in piedi la banda per formare una task force che contribuisca a fermare il traffico di stupefacenti.
Seguito di Smetto quando voglio (2014).

PREGI:

– Non un calo qualitativo rispetto al primo episodio: Nonostante fosse allettante idea di limitarsi ad un mero sfruttamento della pellicola originale, qualche anno fa buon successo di pubblico e critica, Masterclass è un film divertente e dal ritmo frizzante, che riprende ciò che di buono è apparso nell’opera del 2014 evolvendo la trama con l’ovvia aggiunta di nuovi personaggi e sottotrame.

Non si ha quindi l’effetto “seguito de I pirati dei Caraibi“, bensì si cerca di mantenersi su un livello più che soddisfacente, dimostrando un rispetto per il pubblico che troppo spesso manca.

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– Nuovi personaggi: Come accennato nel punto precedente, in Masterclass vengono inserite ulteriori figure utili per il prosieguo del plot, tenendo anche conto che contemporaneamente a questa pellicola è stata girata anche la terza parte della trilogia, dal titolo provvisorio Smetto quando voglio – Ad Honorem.

Tra i tanti strani ricercatori universitari che non hanno trovato sbocchi professionali legati al loro percorso di studi, molto divertente in particolare il Lucio Napoli interpretato da Giampaolo Morelli, ingegnere partenopeo riciclatosi a promoter della vendita di armi ai guerriglieri nigeriani.

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– Trilogia alla Matrix… in Italia? Fa piacere che un progetto ad ampio respiro venga messo in pratica anche nel nostro Paese, soprattutto considerandolo all’interno di un genere come la commedia, troppo spesso impantanato tra riciclo all’infinito delle stesse idee (cinepanettoni) o degli stessi interpreti (comici di Zelig, tormentoni).

– Divertimento su più livelli: Oltre ad essere genuinamente spassoso Smetto quando voglio – Masterclass ha, come del resto il suo predecessore, il notevole merito di intrattenere lo spettatore in più modi diversi, sfruttando le diversità dei personaggi o delle varie situazioni che vano a succedersi lungo le due orette di durata.

Un linguaggio che è un misto tra verace volgarità (e qui un buon assist lo dà l’inflessione romana) e termini ricercati (molti degli stravaganti membri della banda usano spesso un lessico forbito), azione sconclusionata à la Blues Brothers e l’intreccio che non guasta mai tra dinamiche “lavorative” e familiari creano sommate tra loro un melting pot ironico molto leggero e stimolante.

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– Colonna sonora: Azzeccata in ogni frangente senza avere però la sensazione che abbiano ficcato a forza canzoni per riempire buchi sonori.

DIFETTI:

– È un “Capitolo Due”: Più che una pecca, una nota per gli eventuali futuri spettatori.

Per goderselo appieno andrebbe decisamente visto prima il film del 2014, in modo da non fare confusione tra i vari personaggi e sapere già quali siano le caratteristiche personali di ognuno. Inoltre, bisogna tenere conto che la parte iniziale di questo seguito contiene moltissimi riferimenti al finale del primo.

Consigliato o no? Sto già aspettando il terzo.

La battaglia di Hacksaw Ridge

hacksaw-ridge-locandinaBrothers in arms that share my fears,

Time to protect what you hold dear.

TRAMA: Seconda Guerra Mondiale. Desmond T. Doss, cresciuto secondo la fede degli avventisti del settimo giorno, si arruola all’età di 23 anni.
Cosa lo distingue dagli altri soldati? È un obiettore di coscienza, e si rifiuta di usare qualsiasi tipo di arma.
Tratto da una storia vera.

RECENSIONE: Diretta da un redivivo Mel Gibson che torna alla regia dieci anni dopo ApocalyptoHacksaw Ridge è una pellicola che pur avendo il merito di evidenziare una storia reale ma poco conosciuta purtroppo scade ben presto nel già visto, risultando paradossalmente molto più convenzionale e ordinaria di quanto dovrebbe essere.
Al di là della particolarità, per non dire bizzarria, di un soldato che non impugna fucile, il leitmotiv del film è comunque l’underdog catapultato in una situazione di estremo pericolo, un eroe sui generis che ostinatamente mette le proprie convinzioni prima delle convenzioni belliche.

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Legando credo religioso e necessità di servire orgogliosamente il proprio Paese in un conflitto armato, il film risulta inoltre piuttosto retorico; rapporto padre-figlio, guerra e religione, giusto o sbagliato sono temi molto cari al cinema di guerra, e qui non vi sono purtroppo elementi che facciano spiccare la pellicola rispetto ad altre, nonostante come già detto il tema possa apparire in principio originale.

Narrativamente l’opera divide la storia del protagonista sotto le armi in due tronconi separati in modo molto netto, ricordando in tal senso il kubrickiano Full Metal Jacket.

Di tale capolavoro si riprende inoltre in modo abbastanza simile il primo tempo focalizzato sull’addestramento: il duro sergente interpretato da Vince Vaughn con i soprannomi politicamente scorretti affibbiati ai membri della truppa, il training massacrante e le frizioni che si vengono a creare tra Doss ed i suoi commilitoni (i quali mal vedono le sue convinzioni etico-religiose, temendo che egli non li potrebbe aiutare in caso di bisogno) strizzano infatti più di un occhio a chi conosca questo film.

Il secondo tempo, invece, in cui viene rappresentata la battaglia in terra giapponese vera e propria, presenta per struttura e stile visivo diverse somiglianze con lo sbarco in Normandia nella sequenza iniziale dell’arcinoto Salvate il soldato Ryan di Spielberg: la crudezza del conflitto, le gravi ferite dei soldati e l’intensità dello scontro sono mostrate senza sconti di sorta in pieno stile gibsoniano (il già menzionato ApocalyptoLa passione di Cristo), prediligendo l’oggettività della violenza ad un eventualmente edulcorato solfeggio.

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Tali somiglianze non sono di per sé un male, ma risultano un po’ scontate se al posto di un velato omaggio ci si ritrovino sequenze pressoché identiche, che mutano il ragionamento da “è simile a ciò che si vede in…” a “quello l’ho già visto in…”.

Alla buona ma non eccezionale qualità del film contribuisce una fotografia non disprezzabile nei suoi colori grigi o terrosi, ma penalizzata da una CGI di sfondo che per gli standard hollywoodiani è stranamente piuttosto scadente e visibilmente posticcia, che in un war movie basato su una storia vera di uomini, armi e sangue ha il pesante difetto di evidenziarne la finzione.

Buona interpretazione di Andrew Garfield, il cui personaggio risulta però meno sfaccettato di quanto il film si sforzi a far credere, e che talvolta appare persino troppo idealista fino a sfiorare l’ingenuità.

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Personaggi secondari già visti in moltissimi film del medesimo genere, dal già citato sergente ai commilitoni la cui caratterizzazione è smussata con l’ascia fino all’amata in trepidante attesa del proprio uomo o i genitori sofferenti.

Hacksaw Ridge è in conclusione una pellicola non disprezzabile e pienamente sufficiente, ma che pecca nell’adagiarsi in una banale consuetudinarietà espositiva che forse fa a pugni con la nomea di Gibson.

Nonostante le ben sei candidature ai prossimi Oscar, l’ho trovato senza infamia e senza lode.

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