L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per gennaio, 2017

Split

split-locandinaLa cosa migliore di me è che ci sono molti me.

TRAMA: Tre adolescenti vengono rapite da un uomo e rinchiuse in una cantina. Ciò che ancora non sanno è che il loro sequestratore è dotato di ben ventitré personalità distinte che si palesano di volta in volta…

RECENSIONE: Essere sottovalutati è spiacevole.

Avere la sensazione che le proprie qualità non siano riconosciute, constatare che chi vi circonda non si accorga di ciò che sapete fare e magari di conseguenza sviluppare un senso di inferiorità nei confronti degli altri è parecchio triste.

Esiste però un’alternativa addirittura peggiore.

Essere sopravvalutati.

E M. Night Shyamalan lo è stato.

Parecchio.

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Dopo aver ottenuto fama mondiale a nemmeno trent’anni con l’ottimo Il sesto senso, che ebbe un grande successo sia di pubblico (670 milioni di dollari incassati) che di critica (6 Nomination agli Oscar 2000, quelli dominati da American Beauty e Matrix), molti vennero spiazzati l’anno seguente da Unbreakable, considerato all’epoca sì sufficiente ma un grosso passo indietro rispetto all’opera precedente.

Peccato che in seguito il regista indiano abbia inanellato una serie di film decisamente deludenti che hanno ricevuto talvolta dure opinioni da parte dei recensori e severi sbeffeggiamenti dal pubblico (candidature ai Razzie Awards, meme su internet); nonostante ciò furono comunque opere con cui mantenne ancora un certo appeal, grazie alla sua nomea di giovane stella in ascesa o a cast con interpreti di richiamo.

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Facendo una rapida carrellata, personalmente considero Signs un film semplicemente imbecille, The Village tanto rumore per nulla, Lady in the Water una indifendibile baggianata senza arte né parte, E venne il giorno un’idea stuzzicante sfruttata da cani, L’ultimo dominatore dell’aria uno stupro artistico nei confronti di un ottimo cartoonAfter Earth una fellatio alla famiglia Smith e The Visit un’opera sufficiente solo se si ama lo stile POV ma non di più.

Non ero quindi particolarmente… ehm… propenso alla visione della sua ultima fatica, tanto più considerando che il suo spunto iniziale costituisce un patto narrativo di proporzioni considerevoli.

Invece mi devo ricredere.

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Pur contenendo Split ogni shyamanalata possibile ed immaginabile, esso si rivela un film discreto, con elementi positivi che superano per peso e quantità le sue pecche.

Punto di nota della pellicola è innanzitutto un istrionico ed ottimo James McAvoy nei panni dell’antagonista, una Legione di personalità diverse tra cui l’attore scozzese zompa qua e là con notevole agilità recitativa, risultando credibile ed offrendo un buon pretesto al pubblico per immaginarselo di volta in volta nelle vesti di donna, bambino o maniaco compulsivo.

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Grazie a movenze, posture e un’apprezzabile capacità di modificare il proprio sguardo, in cui secondo il detto risiede lo specchio dell’anima, McAvoy domina efficacemente la scena nonostante la seria difficoltà del ruolo (anzi, dei ruoli) non risultando macchiettistico e riuscendo a non scadere nel rischio del ridicolo involontario, pecca in cui sarebbe facile cadere dato l’elemento grottesco del personaggio.

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Per bilanciare tale esagerazione insita nel villain, è necessario affiancargli come protagonista un personaggio molto più inquadrato e sotto le righe; in tal senso fa la sua buona figura la giovane e dotata Anya Taylor-Joy (nel caso non venga coinvolta in scandali, droga o serie tv dal dubbio gusto, segnatevi questo nome) nel ruolo di una delle sfortunate vittime di Crumb.

Con gli occhioni neri sbarrati ma allo stesso tempo espressivi, riesce ad essere ragazza e donna, inserendosi in uno spaccato biologico complesso giostrando bene tra timori residuati dall’infanzia e adulta consapevolezza del proprio sé.

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I difetti principali di Split risiedono nella ormai cronica difficoltà da parte di Shyamalan di autoregolarsi frenando la sua tendenza a strafare.

Se la trama nel segmento finale ha qualche sbandata espositiva dovuta ad un climax avente ascesa forse troppo ripida, la sua classica regia invasiva si dimostra sovente più fastidiosa che esteticamente apprezzabile.

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Movimenti di macchina ondulatori e senza senso se non quello di informare il pubblico della propria esistenza dietro la macchina da presa, la ripetitiva tendenza a cambiare repentinamente il punto di vista all’interno di una conversazione passando da un’inquadratura d’insieme a sostituirsi a ciò che vede uno dei personaggi e un abuso di primi piani e campi stretti evitabili costituiscono una firma tanto evidente quanto evitabile, che se maggiormente sfumata potrebbe perdere la sua connotazione macchiettistica.

Split è un buon film di Shyamalan.

Nonostante sia di Shyamalan.

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La La Land

la-la-land-poster-itaBeverly Hills, that’s where I want to be!
Living in Beverly Hills…
Beverly Hills, rolling like a celebrity!
Living in Beverly Hills…

TRAMA: Mia e Sebastian sono due giovani, innamorati e sognatori, che lavorando come cameriera e musicista in un piano bar tentano di soddisfare le proprie aspirazioni artistiche e di arrivare dignitosamente alla fine del mese.

RECENSIONE: Concettualmente parlando, rappresentare una storia d’amore sul grande schermo non è difficile.

Basta prendere un attore caruccio ed un’attrice caruccia, inserirli in una città famosa o comunque facilmente identificabile, circondarli di comprimari tutti più o meno inutili o fastidiosi (i genitori dei due, l’amico gay, l’amica ninfomane, l’anziano/a saggio/a…) e annacquare la brodaglia per la classica novantina di minuti tattica.

Cos’è allora che incide il solco all’interno del genere romantico tra il compitino cinematografico ed il buon film?

L’atmosfera.

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Come scrissi recensendo l’Anticristo, essendo il film un’opera visiva l’atmosfera che riesce a creare è estremamente importante: attraverso di essa infatti si può passare da un’intrattenimento esclusivamente passivo, in cui il pubblico subisce le immagini e la trama derivante, ad un’immedesimazione dello spettatore nel mondo narrativo che si sta dispiegando davanti ai suoi occhi.

Lo spettatore si dimentica di essere davanti a delle immagini in sequenza proiettate in una sala buia.

Si dimentica di assistere a personaggi fittizi interpretati da attori doppiati in una lingua non loro.

Si dimentica della finzione.

E in un film romantico, soprattutto quando esso racconti una storia verosimile senza alcun elemento fantasioso, fantascientifico o irreale, è un aspetto fondamentale, perché la love story è un’esperienza umana generica, può toccare tutti, e quindi azzerando le distanze tra audience e pellicola avviene la sublimazione del rapporto tra l’arte e chi la sta ammirando.

E La La Land ci riesce in maniera ottima.

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Attraverso una trama ordinata ma non noiosa, Damien Chazelle racconta una storia fatta di sogno e speranza, che vede protagonisti due giovani innamorati che cercano di far fronte a varie difficoltà legate alle loro ambizioni artistiche.

Il tutto ammantato di un’alone musicale efficace perché gestito in modo consequenziale: non si assiste a stacchi danzerecci fuori contesto o spuntati dal nulla, ma ogni canzone o balletto si inserisce nella storia come diretto passaggio successivo al segmento parlato precedente.
I numeri musicali sono ottimamente orchestrati ed hanno il grande merito di conferire alla pellicola una costante idea di gioia e movimento, a cominciare dalla canzone di apertura eseguita in piano sequenza.

La La Land non è un film statico, in cui si assiste alla costruzione monolitica della narrazione, ma un’opera estremamente cinetica, in cui anche nella sequenza più banale ed ordinaria si percepisce un costante movimento (della camera, dei personaggi, della storia stessa).
Il film quindi non annoia, e scorre costante senza battute a vuoto.

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Sapiente anche la fusione tra il sempiterno fascino rétro delle coreografie (oltre ai numerosi rimandi a cinema, musica e ricordi) e la modernità tecnologica conseguente all’ambientazione odierna: va quindi a crearsi un crogiolo il cui sapore ricorda quasi una sorta di opposto estetico dello steampunk, in cui viceversa elementi moderni sono inseriti in ambientazione storica.

Unendo passato e presente alla proiezione nel futuro dei due protagonisti, che inseguono sogni, speranze e progetti, La La Land nonostante contenga precisi riferimenti temporali risulta paradossalmente acronico: conseguenza di tale scelta è che la storia vada infatti a trascendere i limiti del tempo, sdoganandosi da una normale costrizione cronologica ed assumendo una connotazione temporale molto più fluida.

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Detto che le musiche sono azzeccatissime e si integrano ottimamente alla trama, in una love story vestono un’importanza fondamentale gli attori.

Ryan Gosling ed Emma Stone affiatatissimi (alla terza collaborazione in cinque anni dopo Crazy, Stupid Love Gangster Squad), la loro chimica contribuisce enormemente al realismo della pellicola, facendo loro perdere lo status di giovani e famosissimi attori per diventare Sebastian e Mia, aspiranti artisti squattrinati nella città d’oro dell’intrattenimento statunitense.

Gosling (che per prepararsi alla parte ha imparato a suonare il piano in soli tre mesi) grazie alla sua interpretazione dell’appassionato jazzista riesce a far trasparire l’ardore del musicista che crede fermamente nel potere della musica e nelle emozioni che essa veicola.
Sovente in completo, la sua eleganza vestiaria diventa quella del cavaliere galante, che nel mondo delle attuali cafonaggini si trova a medievaleggiare attraverso uno stile musicale da lui stesso definito “morente”, ma che adora in maniera viscerale tanto quanto ama la propria donna.

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Emma Stone è qui di una carineria infinita, ornata di frizzanti abitini monocromatici che risaltano la sua struttura esile.
Tanto dolce ed un po’ svanita quanto determinata a diventare una grande attrice, la rappresentazione dei suoi fallimenti è fonte di grande empatia da parte del pubblico, che la prende quindi facilmente in simpatia.
Sorprendente la maturazione artistica di questa interprete.

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La La Land è un film veramente ottimo sotto ogni punto di vista, che contribuisce a rinverdire un genere abbastanza stantio con un’iniezione endovenosa di brio e classe.

Sognante ma non ingenuo, canterino ma non a sproposito, romantico ma non sciropposo.

Consigliato a tutti.

Arrival

arrival-locandina-italianaI’m so scared about the future and I wanna talk to you.

TRAMA: In 12 diversi luoghi della Terra, compaiono altrettanti misteriosi oggetti provenienti dallo spazio. A dispetto degli apparati dispiegati, composti da team di esperti in fisica, matematica e linguistica, nessuno riesce a comprendere le intenzioni degli alieni. Una linguista statunitense viene reclutata dall’esercito per tentare di comunicare con i nuovi arrivati e stabilire quali siano i loro scopi.
Basato sul racconto Storia della tua vita (1998) di Ted Chiang.

RECENSIONE: Per la regia del canadese ormai in rampa di lancio Denis Villeneuve (nel 2017 arriverà il suo Blade Runner 2049, seguito del culti di Ridley Scott), Arrival è una pellicola profonda ed intensa basata sul linguaggio.

Le modalità per comunicare significati attraverso segni o gesti diventano fondamentali per poter interagire con esseri provenienti da un altro mondo, e diventa allegoria del nostro rapporto con ciò che sia diverso o difficilmente comprensibile.

La vasta gamma di stati d’animo scaturiti nell’umanità dagli alieni, che spaziano dalla paura all’ostilità, dalla curiosità alla brama di supremazia nei confronti delle altre potenze, è qui feticcio narrativo di come l’uomo reagisca allo sconosciuto, rapporto qui estremizzato nel caso in cui non si abbia appigli anche minimi dettati dall’esperienza.
Dovendosi trovare infatti a comprendere un linguaggio totalmente estraneo alla pur numerosa risma di quelli adottati nel corso dei secoli sul nostro pianeta, linguisti, scienziati e militari tentano di completare una doppia missione: da un lato colmare le proprie lacune in senso prettamente conoscitivo, e dall’altro avere la possibilità di rassicurare se stessi cercando di scoprire quale sia il motivo che ha spinto gli alieni a farci visita.

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Sono ostili? Sono in esplorazione? Vogliono qualcosa da noi? Interrogativi che prescindendo dall’atmosfera sci-fi vennero posti nella storia umana anche da popolazioni “scoperte” dall’occidente (nella pellicola presente un interessante paragone con gli aborigeni) e che quindi traslocano il film su un terreno sempre più allegorico e meno dipendente dalla trama stessa.

La fantascienza fonte di domande, più che di risposte.

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Ottimo il comparto tecnico, sia visivo che sonoro.

Se da un mero lato estetico le astronavi sono imponenti ovali verticali meri a simboleggiare l’inferiorità e lo smarrimento dell’uomo nei confronti dell’ignoto, la fotografia dai toni grigiatri è utile per suggerire allo spettatore un senso di incertezza e di notevole pressione emotiva, dovuta all’insicurezza sul dove possa andare a parare la trama.
Per l’orecchio, interessante l’uso di toni grevi e bassi nell’astronave, i quali rientrano anch’essi nell’idea di potenza a disposizione degli esseri provenienti dallo spazio.

Attori in forma, a cominciare da un’Amy Adams che dimostra quanto un’interprete femminile possa tranquillamente essere protagonista di una pellicola che non sia una love story o un dramma urbano.
Il cinema mainstream dovrebbe forse cercare maggiormente l’esplorazione non solo di generi cinematografici, ma anche giostrando il rapporto tra storie ed attori innovando se stesso senza basarsi pedissequamente su cliché stantii e ormai anacronistici.

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Jeremy Renner spalla convincente anche se fa specie vederlo quasi interamente molto sotto le righe, vista l’abitudine a vederlo ricoprire ruoli più esuberanti; comprimari (Forest Whitaker e Michale Stuhlbarg) in panni giusti per la loro modalità espressiva, anche se non viene concesso loro molto spazio di manovra per non distogliere attenzione dai temi di maggior peso.

Arrival non è ovviamente un film perfetto, probabilmente avrebbe potuto essere leggermente più snello; non tanto per via di una durata temporale quantitativamente eccessiva (due ore scarse), quanto a causa di una forte componente di seriosità generale e nel lento incedere di alcuni segmenti narrativi, particolarmente i primi 20-25 minuti, ma una volta instaurato il ritmo lo spettatore può farci l’abitudine.

Complessivamente un film più che buono.

Silence

silence-posterfilm_scorseseVows are spoken to be broken
Feelings are intense, words are trivial
Pleasures remain so does the pain
Words are meaningless and forgettable.

TRAMA: XVII secolo. Due padri gesuiti portoghesi partono per il Giappone con l’intento di ricercare il loro mentore, padre Ferreira, e radicare nelle isole la fede cristiana. Verranno presto a conoscenza, e ne saranno vittime, delle tremende persecuzioni che lo shogunato applicava ai danni dei convertiti al cristianesimo.
Tratto dal romanzo Silenzio (1966) di  Shūsaku Endō.

RECENSIONE:

Ambientato all’inizio del periodo Sakoku, politica autarchica e restrittiva nei confronti delle relazioni estere attuata in Giappone dal 1641 al 1853, Silence è un film estremamente ricco di temi che toccano vari campi dell’animo umano (religione, filosofia, storia, psicologia) e si condensano in un’opera cinematografica pregna e vibrante.

Il principale leitmotiv della trama, focalizzata sulla ricerca di un vecchio mentore perdutosi in un territorio lontano ed ostile (che può far avvicinare la pellicola al romanzo Cuore di tenebra ed al capolavoro cinematografico ad esso legato Apocalypse Now) diviene via via solo uno spunto per l’esplorazione del rapporto tra l’uomo e la fede.

Spunti importanti in tal senso derivano dallo sviluppo psicologico ed umano del portoghese Sebastião Rodrigues (un intenso Andrew Garfield), immerso insieme al collega ed amico Francisco Garupe in un Paese totalmente diverso per cultura e tradizioni rispetto all’Europa, e dovendovi aiutare la germogliazione della religione cristiana.

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Numerosi i paragoni verbali tra gli uomini ed il regno vegetale, con la dottrina gesuita paragonata ad una pianta che può trovare terreni più o meno favorevoli per la sua prospera crescita, e sul sottile legame tra radici umane più o meno forti ed un ambiente non necessariamente adatto alla gemmazione.
Uomo e natura divengono così tutt’uno, ed il mondo umano razionale viene paragonato alla naturalità di una normale crescita vegetale, unendo due importanti sfere dell’immanenza.

Il giovane religioso, inoltre, durante il corso della sua missione è pressato in maniera sempre più opprimente e affossante dal silenzio della divinità, che conduce l’uomo al dubbio ed alla spossatezza mentale oltre che fisica.
Immerso in una sofferenza endemica, Rodrigues lotta per trovare un conforto tanto umano (attraverso il rapporto con le poche popolazioni locali ancora fedeli alla dottrina cristiana e per questo perseguitate) quanto divino, affinché egli possa rinsaldare nel proprio cuore la certezza di operare nel giusto e sotto l’occhio benevolo di Dio.

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Importante poi anche il legame storico-economico tra le potenze europee ed un Giappone lontano ed esotico, inquadrato sotto un’ottica commerciale e di conquista da parte del Vecchio Continente, che attraverso i suoi emissari fatica però a comprendere storia e cultura del Paese orientale.
I giapponesi si chiudono a riccio non accettando un ruolo ancillare di reverenza europeista, reagendo con forza e terribile persecuzione nei confronti di una dottrina a loro estranea tanto per cultura vera e propria quanto per impostazione mentale di approccio al culto.
Per evidenziare tutta la ricchezza e l’importanza di questi spunti di riflessioni sono molto importanti i dialoghi tra il giovane Rodrigues e le figure che via via si trovi ad incontrare lungo la sua missione, dato che ognuna di queste gli offre spunti di confronto affinché possa aprire la sua mente per comprendere il Giappone.

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La religione diventa sforzo e fatica, non solo in una direzione esterna legata al proselitismo osteggiato dallo Stato, ma anche interiormente, con un Dio come già detto presente nell’animo ma assente in una dimensione materialista e pratica che possa fare da conforto per l’uomo debole.
Tale debolezza umana è messa in evidenza inoltre da uno dei personaggi secondari, che continuando a fallire e a cedere alle minacce simboleggia la difficilmente correggibile attitudine al peccato insita nell’uomo.

Il peccatore può cercare il perdono per le proprie mancanze attraverso una confessione catartica, ma tale meccanismo è destinato ahilui a ripetersi, in un circolo di sbagli e redenzione, con il suo animo irrimediabilmente vaso di coccio tra vasi di ferro.

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Visivamente ottima la fotografia di Rodrigo Prieto, con un uso quasi estremo dei toni di blu per gli esterni iniziali evidenziando l’oppressività e la tristezza dell’ambiente, uniti ad un’acqua (mare, fiumi e soprattutto moltissima pioggia) come fonte sia di vita che di afflizione derivante dal divino.

Con il passare dei minuti vengono usati via via toni più caldi nelle ambientazioni di interni, a simboleggiare sia il calore del conforto di gruppo sia il ribollire dell’animo del gesuita, via via sempre più insicuro e combattuto tra deliranti visioni messianiche e scontro con la dura realtà che aspra lo circonda.

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Ottimi tutti gli attori.

Andrew Garfield nonostante non abbia ancora raggiunto quella fama incontrastata presso il grande pubblico che consenta ad un interprete di reggere il film davanti ad uno spettatore digiuno di nozioni cinematografiche, alterna una vasta gamma di emozioni per il suo padre Rodrigues, mettendo in scena un personaggio molto più sfaccettato di quanto possa inizialmente sembrare.

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Adam Driver, dalla notevole trasformazione fisica (ventidue chili persi tra preparazione al ruolo e riprese) è un Garupe più ortodosso del compare ed in alcuni frangenti quasi più cinico, e ciò consente di avere un buon bilanciamento espositivo di coppia.

Piace infine rivedere Liam Neeson in un ottimo film autoriale dopo una lunga parentesi di ripetitivi action movies disimpegnati.

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Ottima anche la vasta gamma di interpreti giapponesi, tra cui spiccano Tadanobu Asano come interprete e punto di unione tra il gesuita ed il Giappone, Shinya Tsukamoto come devoto cristiano, Yōsuke Kubozuka nei panni di uno sfortunato peccatore e lo spietato quanto pratico Inoue di Issei Ogata.

Un’opera ricchissima di spunti di riflessione importanti, che molto si presta ad un dibattito seguente la sua visione e che tocca profondi temi dell’animo umano in modo efficace ed acuto.

Assassin’s Creed

assassins-creed-locandinaAgiamo nell’ombra per servire il cinema.

Siamo recensori.

Nulla è perfetto.
Tutto è criticabile.

TRAMA: Un pericoloso criminale condannato a morte viene salvato da una misteriosa organizzazione.
Costretto a utilizzare l’Animus, un sofisticato macchinario in grado di recuperare i ricordi degli antenati, egli scopre di essere il diretto discendente di un membro dell’Ordine degli Assassini vissuto nella Spagna del XV secolo.
Tratto dall’omonima serie di videogame della Ubisoft.

RECENSIONE:

Un videogioco è diverso da un film.

Il videogioco è un mezzo di intrattenimento INTERATTIVO, basato perciò su una componente manuale attiva più o meno preponderante da parte del videogiocatore.
Premere tasti, talvolta con una tempistica ben precisa, direzionare il proprio personaggio e procedere con l’azione.

Il film è un mezzo di intrattenimento CONTEMPLATIVO, basato quindi unicamente sull’attenzione e sul trasporto emotivo da parte dello spettatore.
Si rimane seduti ad osservare immagini che scorrono davanti ai propri occhi, senza apportare un contributo fisico/meccanico

Sono due mezzi di intrattenimento DIVERSI.

Che hanno binari strutturali DIVERSI.

E con esigenze DIVERSE.

Ed è questo il motivo principale per cui i film tratti dai videogiochi quasi sempre NON FUNZIONINO: perché i loro produttori si limitano a sfruttare il brand, il logo, il marchio della serie videoludica d’appartenenza senza adattarne i meccanismi dai giochi alle pellicole.

Ciò spiega inoltre le due macrocategorie in cui questa categoria cinematografica si divida: film pessimi (quasi tutti quelli realizzati) o film messi in cantiere ma che non hanno visto la luce (e probabilmente mai la vedranno) a causa di difficoltà legate ai diritti commerciali o dei costi eccessivi, perché trainati unicamente dal fattore “Oh, pensa: è il film sulla serie X per la mia console Y” e considerati quindi investimenti non sicuri per le major.

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Un lungo preambolo per dire cosa?

Per dire che non bastano attori eccellenti per sollevare un’idea balorda nata per non si sa quale motivo (Fassbender, la Cotillard ed il regista Justin Kurzel si ritrovano infatti dopo l’ottimo Macbeth) ed affossata da una vicenda bidimensionale unita a dialoghi che definir “manichei” sarebbe eufemismo.

Alle nette distinzioni narrative si uniscono inoltre quelle visive, grazie ad una fotografia basata totalmente su toni blu per il 2016 e ocra-giallastri nel fine 1400; alla lunga tale scelta si rivela esagerata, considerando la semplicità intellettiva della trama che non richiede particolari sforzi mentali per comprendere le differenze tra le due linee temporali.

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Mentre con un pad in mano l’opera si concentrava per la stragrande maggioranza nelle varie rievocazioni storiche del passato, con la plot-line del presente che era sì quella principale ma fungeva più che altro da corollario globale della saga, qui il presente la fa da padrone, relegando le gesta di Aguilar a riempitivo.

Cattiva idea quella di dare all’opera una inutile seriosità di fondo, che mal si sposa con la vicenda (viaggi nel tempo, simil-reincarnazioni, zompare di qua e di là per accoppare i cattivoni) e che affossa lo scorrimento narrativo.

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Non basta inoltre un personaggio che è pallida copia dei protagonisti della saga Ubisoft (Altaïr, Ezio and so on) così come non sono visivamente sufficienti le continue inquadrature sull’aquila in volo o scene d’azione talvolta così irrealistiche da sfiorare il ridicolo, con la pecca di una CGI palesemente finta.

Fassbender salta, uccide e cade dai palazzi, ma si ha sempre l’impressione che manchi veramente un joystick da tenere tra le mani per indirizzare le sue azioni, soprattutto a causa degli stacchi di inquadratura su come il suo personaggio si muova attraverso l’Animus.

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Tirando le somme, entrambe le sezioni (presente e passato) sono banali e frizzanti come acqua di stagno, per un film meno che mediocre realizzato con l’unico scopo di mungere una vacca (la serie complessivamente ha venduto più di 100 milioni di copie) nel modo meno impegnativo.

Un buco nell’acqua facilmente prevedibile.

TOP/FLOP 2016

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Ovvero il meglio e il peggio dell’anno appena trascorso. IMHO, ovviamente.

Dopo le edizioni 201220132014 e 2015 torna il mio breve riassunto dell’ultima annata cinematografica, con il top e il flop di ciò che mi è capitato di vedere in questo 2016.

Per ogni pellicola il link alla recensione (se presente).

N.B. Come sempre NON è una vera e propria classifica, i film sono inseriti in semplice ordine alfabetico.

Green thumbs up on white.

TOP 2016:

The Hateful Eight di Quentin Tarantino.

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Un ritorno alle atmosfere de Le iene intriso di enormi parallelismi tra l’America della Guerra di Secessione e quella attuale, in cui tutto è cambiato ma forse molto è rimasto uguale.
Personaggi sulfurei e memorabili, caratterizzati benissimo sia dalla recitazione degli attori sia a livello puramente estetico, dialoghi al vetriolo come micce da appiccare e una scoppiettante violenza pulp.

Tarantino riprende i suoi tipici crismi senza risultare monotono o sedendosi sugli allori, ma anzi regalando al pubblico un’altra opera ottima.

Indivisibili di Edoardo De Angelis.

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Ottimo film italiano il cui essere passato quasi inosservato grida vendetta, una coppia di protagoniste intense e molto particolari che funge da veicolo per ritrarre uno spaccato di varia ed arida umanità di periferia.

Sentimentale senza essere lacrimoso, coinvolgente senza essere morboso, un film delicato ma emotivamente potente.

Funzionale l’uso del dialetto campano per rappresentare realisticamente una realtà provinciale geografica che sarebbe stata annacquata dall’uso dell’italiano.

Macbeth di Justin Kurzel.

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Una delle più celebri opere del Bardo rivive in una trasposizione molto fedele al testo originario e recitata da attori in stato di grazia.

Ottimi sia Fassbender che la Cotillard come folle coppia di nobili accecati dal potere e dalla brama di scalata sociale, costumi conformi all’epoca e una fotografia che li esalta alla perfezione.

Eccellente occasione per riprendere Shakespeare anche nel moderno 2016.

Punto di non ritorno – Before the Flood di Fisher Stevens.

INDONESIA- Leonardo with Orangutans in the Leuser Ecosystem. For two years, Leonardo DiCaprio has criss-crossed the planet in his role as UN messenger of Peace on Climate Change. This film, executive produced by Brett Ratner and Martin Scorsese, follows that journey to find both the crisis points and the solutions to this existential threat to human species. © 2016 RatPac Documentary Films, LLC and Greenhour Corporation, Inc. All rights reserved.

Interessantissimo documentario sul cambiamento climatico andato in onda sul canale televisivo del National Geographic e sul relativo canale YouTube.

Visitando varie zone del nostro pianeta e illustrando diverse problematiche legate all’impatto umano sul nostro ecosistema (dal disboscamento allo scioglimento dei ghiacciai, dagli allevamenti intensivi a come la classe politica affronti le tematiche ambientali), Leonardo Di Caprio mostra al pubblico in modo facile e diretto in che cosa consista il cosiddetto “effetto serra”.

Un ottimo esperimento cinematografico su un tema importante e che riguarda tutti noi.

Revenant – Redivivo di Alejandro González Iñárritu.

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Pellicola palesemente anti-pubblico (pochi dialoghi, grande uso del fattore sensoriale e dell’atmosfera storico-naturalistica, due ore e mezza di durata) che se non avesse avuto come protagonista uno degli interpreti più famosi del mondo avrebbe avuto un decimo dei suoi effettivi spettatori.

Nonostante (o proprio per) questo è un film eccellente sotto ogni punto di vista, in cui spiccano un Di Caprio intensissimo ed una fotografia magistrale veicolo di un interessante alone metaforico.

Forse più un’esperienza visiva che un opera cinematografica.

MENZIONE SPECIALE: Deadpool di Tim Miller.

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Pellicola Marvel dissacrante e divertentissima, che ha l’enorme pregio di valorizzare efficacemente il personaggio su cui si basa creando un’atmosfera ridanciana e scanzonata, con il giusto mix tra linguaggio scurrile, violenza gore e riferimenti pop.

Azione ben realizzata pur con una trama piuttosto basilare, un’ora e mezza di vero spasso.

 

Red thumbs down on white.

FLOP 2016:

Batman v Superman: Dawn of Justice di Zack Snyder.

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Come non riuscire a sfruttare due dei più iconici personaggi della storia dei fumetti.

Affossante prolissità, una vagonata di sottotrame e la costante sensazione di voler strafare mettendo troppa carne al fuoco abbattono una pellicola già di suo piagata da svolti di trama involontariamente ridicoli.

Un Jesse Eisenberg fuori parte come pochi e la modella, non “attrice” Gal Gadot con relativa polemica sulla dimensione dei suoi seni più che sulla sua capacità recitativa ornano questo scialbo prologo della futura Justice League, che manca totalmente di valorizzare i due alfieri della DC.

Ghostbusters (2016) di Paul Feig.

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Questo film non è brutto.

Questo film non è squallido.

Questo film è INACCETTABILE.

Vergognoso sfruttamento del nome di un cult cinematografico intramontabile per imbastire un filmaccio di grana grossa ripieno di umorismo infantile e/o stupido, quattro personaggi scialbe copie dei loro predecessori, una trama idiota, un antagonista dimenticabilissimo ed un Chris Hemsworth che esagera l’unico spunto comico interessante.

Film totalmente da bocciare, in cui i cameo del cast originario servono solo a comprendere la differenza abissale tra le due opere.

“Non è piaciuto perché siete misogini”?

No, non è piaciuto perché è fatto con i piedi.

Gods of Egypt di Alex Proyas.

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Film talmente ridicolo e mal creato da risultare un’offesa per l’umana intelligenza, l’unico punto di interesse di questa pellicola è capire come abbia fatto un cast sulla carta più che decente ad accettare di partecipare a questa ignominia.

Rappresentante la mitologia egizia non c’è un africano a pagarlo oro, la sceneggiatura è un plagio di ogni pellicola action mai comparsa su schermo e i grandi interpreti danno un’impressione di svogliatezza quasi fastidiosa.

Unire ciò ad una fotografia da ittero e a degli effetti speciali greenscreenosi come pochi per avere come risultato una pellicola squallida e più che raffazzonata.

Independence Day: Rigenerazione di Roland Emmerich.

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Sequel utile come il dolcevita in Gabon, un patetico filmaccio che unisce tutti i possibili difetti del famigerato genere disaster movie.

Personaggi tagliati con l’accetta, presenza di ogni stereotipo razziale possibile ed immaginabile, una sceneggiatura che viaggia ben oltre la sfera dell’assurdo, camionate di CGI sbrodolosa e una totale mancanza di senso del ridicolo.

Ciliegine sulla torta sono l’assenza di Will Smith, la recitazione sempre più caricaturale di Jeff Goldblum, cliché ormai improponibili nel 2016 e una generale idea di fastidiosa inutilità.

Nonno scatenato di Dan Mazer.

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Commediaccia sboccata che dovrebbe avere nel contrasto tra il giovane Efron ed il maturo De Niro il suo asso nella manica, pensare a come si sia ridotto uno dei più grandi attori dell’ultimo mezzo secolo è però deprimente come gli spot per dissuadere dall’abbandonare i cani in autostrada.

Stereotipi razziali, atmosfera da Spring Break, cambiamenti on the road telefonati come pochi e un generale senso di casualità rendono questa pellicola più simile ad uno scadente sketch del peggior Saturday Night Live che un film meritevole del grande schermo.

Fatico a comprendere come abbiano potuto investirci dei soldi.

MENZIONE SPECIALE: Suicide Squad di David Ayer.

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Troppo cupo nella trama e nelle atmosfere per essere un film ironico, trama troppo stupida e personaggi bidimensionali per essere drammatico, una pellicola girata alla viva il parroco che oltre a dimostrare palesi problemi di tono sfrutta assai male i suoi personaggi.

Troppo screentime a Will Smith e Margot Robbie, relazione Harley-Joker stravolta rispetto al materiale originario e la “recitazione” di Cara Delevigne per un prodotto che risulta probabilmente inferiore anche al film d’animazione Batman: Assault on Arkham di due anni precedente.

Pellicola che ha sicuramente giovato a chi detenga i diritti del marchio “Daddy’s Lil Monster”.

 

RECENSIONI 2016 PIÙ LETTE:

1) Batman v Superman: Dawn of Justice
2) Deadpool
3) Revenant – Redivivo
4) The Hateful Eight
5) Serenate Medley – Lui è tornato, Nonno scatenato, Veloce come il vento
6) Pillole di cinema – Steve Jobs
7) Macbeth
8) Pillole di cinema – Il libro della giungla (2016)
9) Pillole di cinema – Il cacciatore e la regina di ghiaccio
10) Animali fantastici e dove trovarli

 

Come sempre, un ringraziamento a coloro che mi hanno seguito durante questo 2015 cinematografico e un augurio a tutti di buon anno nuovo, che spero sia ricco di soddisfazioni.

E di buon cinema.

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