L'amichevole cinefilo di quartiere

rogue-one-poster-ita“Zero, uno, uno, due, tre, cinque, otto, tredici” is for boys.

“Quattro, cinque, sei, uno, due, tre, sette, tre e mezzo” is for nerd.

TRAMA: Un gruppo di spie ribelli si unisce per rubare i piani della Morte Nera all’Impero Galattico.
Primo film della serie Star Wars Anthology, una collezione di film a sé stanti ambientati nell’universo di Guerre stellari.

RECENSIONE: Le grandi tappe storiche dell’emancipazione femminile nel mondo:

– 1791: In Francia, la drammaturga Olympiè de Gouges pubblica la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, in cui si afferma l’uguaglianza sociale tra uomini e donne.

– 1906: Il Granducato di Finlandia è il primo Stato europeo a riconoscere il diritto di voto alle donne.

– 2015-16: Escono al cinema CONSECUTIVAMENTE due film della saga di Guerre Stellari con protagoniste femminili.

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Per la regia del britannico Gareth Edwards, Rogue One: A Star Wars Story è un buon spin-off sull’universo di Guerre Stellari, che si posiziona cronologicamente poco prima dell’episodio IV, Una nuova speranza.
Tale collocamento temporale è utile soprattutto per accorciare le enormi distanze di trama tra l’ultimo segmento della prequel trilogy e il primo dei grandi classici a cavallo tra anni ’70 e ’80.

In pratica costituire il trait d’union tra il trio di abominevoli robacce e i veri Star Wars.

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Pur con le ovvie e notevoli differenze tecniche, Rogue One ha l’apprezzabile pregio di essere molto più simile appunto ad Una nuova speranza, con cui condivide il tema principale.

Hope è infatti il termine chiave di questa pellicola.

La speranza è un concetto astratto che va qui a coincidere con la Forza stessa, e che diventa perciò un’aura che avvolge ogni essere e gli consente di compiere azioni straordinarie.

La speranza di un futuro migliore e di aiutare i ribelli contro un Impero che è juggernaut apparentemente inarrestabile spinge i protagonisti del film, una banda piuttosto raffazzonata e male in arnese, all’estrema determinazione e combattività tanto bellica quanto specialmente morale.

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Nello specifico emerge la protagonista Jyn Erso, interpretata da una buona Felicity Jones, la quale si incastra perfettamente in uno dei leit motiv principali dell’intera saga: il rapporto tra genitori e figli.

Come Luke e Leia nella trilogia originale, Kylo Ren nell’Episodio VII e lo stesso Anakin Skywalker nei prequel (pur non avendone uno biologico, egli è combattuto tra padri spirituali: i jedi Qui-Gon e Obi-Wan nel Lato Chiaro e Darth Sidious in quello Oscuro), anche la tosta Jyn deve decidere se gettare i propri semi nei solchi tracciati dall’aratro del genitore.

Ed è proprio questo il fattore che rende l’universo narrativo di Guerre Stellari così peculiare e amato dai fan: oltre a spade laser, astronavi e bizzarri alieni, che soddisfano l’occhio e la fantasia di grandi e piccoli, il nucleo portante sono le persone, e la famiglia come punto focale delle vicende.

Del resto, qual è una delle battute più famose della saga?

Sul versante da tecnico nulla di cui lamentarsi: ottima in particolare la fotografia, che riesce a caratterizzare attraverso luci e colori ognuno dei (parecchi) pianeti su cui si sposta man mano la vicenda; riallacciandosi al lato umano, dovizia di primi piani sugli espressivi volti di un cast abbastanza sugli scudi, pur mantenendo una generale coralità da cui spicca solo la Jones.

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Ironia presente sì ma senza essere esasperata, con piccoli inserti comici utilizzati cum grano salis, e aventi veicolo principale un K-2SO il cui aspetto minaccioso di droide imperiale è ben mitigato in italiano dal funzionale doppiaggio di Christian Iansante (voce tra gli altri di Bradley Cooper e del Rick Grimes di The Walking Dead).

Probabilmente non avrà il florido merchandising del BB-8 de Il risveglio della forza, ma un personaggio che nel suo piccolo fa il proprio dovere.

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Da segnalare l’uso della computer grafica (la quale si nota, ma non in maniera fastidiosa) per ricreare alcuni volti. Non una brutta pensata e che contribuisce ad inserire il tassello 3,5 in una trama già imbastita e con determinati canoni.

Peccato forse che l’antagonista principale non possegga quel carisma tale da garantirgli memorabilità futura: pur cavandosela, Ben Mendelsohn finisce schiacciato da un character poco incisivo, già visto troppe volte (un capo militare ed amministrativo che ha a sua volta dei capi che lo mettono sotto pressione) e che quindi smorzano eventuali peculiarità.

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Parlando più specificatamente del cast, come già detto soddisfacente apporto generale con una crew artistica multietnica e caratterizzata in maniera sufficiente pur con il poco tempo a disposizione di ogni personaggio singolarmente.

Oltre alla ovvia protagonista Felicity Jones, la cui Jyn Erso ricorda per certi versi un incrocio tra la ostinata determinazione della Rey di Daisy Ridley e l’umanità della Leia di Carrie Fisher, spiccano in ruoli minori Mads Mikkelsen e Donnie Yen.

Il primo è un attore ottimo per ruoli sofferenti, data la sua espressività granitica e un volto che pare solcato da secoli di esperienza (utilizzando un paragone abbastanza pop mi ricorda un vampiro o un elfo, esseri ultralongevi pur mancando di aspetto senile); il secondo è un monaco pervaso di Forza che funge da allacciamento più diretto con gli episodi I-III.

Un più che discreto film per gli amanti della serie, probabilmente piacevole anche per spettatori che ne siano digiuni.

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Commenti su: "Rogue One: A Star Wars Story" (2)

  1. Io sono uscito molto soddisfatto dopo la visione del film. Lo considero come uno dei migliori film su Star Wars, ovviamente non è un capolavoro ma sa il fatto suo. Concordo con tutto quel che hai detto riguardo alla pellicola.

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