L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per ottobre, 2016

Black Mirror, Stagione 3 – Classifica episodi

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Sinceramente non ho mai amato le classifiche in campo cinematografico.

Un po’ perché considero personalmente difficile paragonare tra loro pellicole completamente diverse come periodo di produzione, genere, temi ed ambientazione.
Avrei paura di dare maggior risalto ad una categoria narrativa piuttosto che un’altra.

È meglio Il re leone Django Unchained?

È meglio La sottile linea rossa Moulin Rouge!?

È meglio Mystic River Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta?

Boh?

Un po’ perché nel caso in cui le opere messe in ordine fossero parecchie si aprirebbe una INTERESSANTISSIMA discussione basata su STIMOLANTISSIME domande del tipo: “Ma perché il film X lo hai messo nella posizione 43 e il film Y è alla 44?”

E sinceramente anche no.

Dato che però adoro Black Mirror e gli episodi della recente Stagione 3 sono appena sei (che però ridendo e scherzando corrispondono all’ammontare delle prime due stagioni messe assieme) penso che un loro ranking sia più comodo sia da pensare che da realizzare.

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Prima di partire, tre premesse importanti.

  1. È una classifica PERSONALE e SOGGETTIVA, non sono le Tavole della Legge.
  2. Tutti gli episodi mi sono piaciuti, per cui il mio giudizio complessivo sulla stagione è ampiamente positivo.
  3. Parlerò abbastanza liberamente, ergo questo articolo CONTIENE SPOILER SULLE TRAME.

Se non avete già guardato TUTTI E SEI gli episodi, NON CONTINUATE A LEGGERE.

Detto questo, pronti, partenza e VIA.

6° POSTO – PLAYEST (Giochi pericolosi).

Un ragazzo americano in Inghilterra decide, per bisogno di soldi, di fare da beta tester ad un nuovo videogame horror basato sulla realtà aumentata.

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Nonostante il suo ultimo posto, devo dire che Playtest non mi è dispiaciuto.

Ho trovato molto interessante in particolare la rappresentazione della paura come un elemento personale di ognuno di noi, che quindi oltre ad alcune fattispecie ataviche (il buio, i mostri, l’ignoto…) cambia in base al nostro carattere e dipende in modo diretto dalla mente.

Ho apprezzato inoltre il rapporto tra memoria e dimenticanza, oltre che quello ad esso collegato tra il vivere nel presente ed il ricordare il passato. Una sorta di ping pong temporale in cui costruiamo i mattoni ora per avere una “casa” da rimembrare nel futuro.

Ambientazione ed attori sono convincenti (il protagonista è Wyatt Russell, figlio di Kurt e Goldie Hawn), ma ciò che mi spinge a metterlo in ultima posizione è un inizio narrativamente forse un po’ troppo lento, unito a tematiche che, per quanto come già detto apprezzabili, trovo meno “di ampio respiro” rispetto a quelle trattate in altri episodi della stagione.

Ottimi dieci-quindici minuti finali, con stuzzicanti plot twist piazzati forse per recuperare il tempo perduto durante la prima parte. Di sottovalutata potenza l’inquadratura in primissimo piano sul freddo ed asettico “HE CALLED MOM”.

Preso a sé stante non è male, è che, semplicemente, gli altri cinque episodi mi sono piaciuti di più.

5° POSTO – MEN AGAINST FIRE (Gli uomini e il fuoco).

Un’organizzazione militare si trova a combattere i “parassiti” (“roaches” nella versione inglese), mutanti legati ad un’arma biologica relativa ad una guerra imprecisata.

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La cosa che ho più apprezzato di Men Against Fire è l’approccio di Black Mirror al tema bellico, mai affrontato durante la serie.

È quindi un episodio in cui l’azione la fa da padrona per la maggior parte della sua oretta di durata. Sono mostrati infatti diversi scontri a fuoco ed il montaggio li esalta in maniera efficace con rapidi movimenti di camera; ciò aumenta di conseguenza realismo e tensione, mentre seguiamo le gesta di un novellino dell’esercito che combatte contro i mostri.

Il problema è forse la trama.

Se in un prodotto audiovisivo si parla di una razza di mutanti senza descriverli nei dettagli e mostrandoli solo ad episodio già inoltrato, io spettatore attento già prevedo che al 99% tali mostri si riveleranno esseri umani.
E quindi questo passaggio andava gestito meglio.
In più si potrebbe anche far notare che il sistema audio-video impiantato nei corpi dei soldati che cambia le loro percezioni sensoriali è concettualmente simile a quello utilizzato nell’ottimo special natalizio alla fine della seconda stagione, Bianco Natale.

Mi è piaciuto molto che sia stato trattato l’interessante tema dell’eugenetica, così come il fondamentale conflitto morale tra ciò che una persona avrebbe il dovere di fare e quello che la sua etica le suggerisca essere giusto o sbagliato (soprattutto all’interno di una scenario di guerra, con tutti i relativi risvolti).
Purtroppo, però, una volta afferrato il punto del “sono persone che dal codice genetico risultano portatrici di malattie, quindi le vogliono uccidere” l’episodio è un po’ già esaurito.

Menzione particolarmente positiva per il finale, molto in stile Black Mirror nella sua cruda tristezza e che lascia l’amaro in bocca tipico della serie.

A volte è meglio dimenticare.

4° POSTO – SHUT UP AND DANCE (Zitto e balla).

Un adolescente viene spiato e ricattato da alcuni hacker, che lo obbligano a portare a termine incarichi sempre più pericolosi sotto la minaccia di diffondere un video rubato dalla sua webcam.

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Se Playtest partiva un po’ troppo in sordina, Shut Up and Dance invece ingrana subito la quarta.

L’elemento maggiormente apprezzabile di questo episodio è la tensione, che monta sempre più nello spettatore mentre le azioni di un “povero ragazzo” sono controllate da una minaccia potente ma invisibile.

Mi è piaciuta la struttura a tappe dell’episodio, le quali sembrano non finire mai mentre le richieste dei ricattatori diventano sempre più estreme, e sono stato positivamente colpito dal realismo recitativo dimostrato sia dall’attore protagonista Alex Lawther che dalla sua spalla Jerome Flynn (il Bronn di Game of Thrones).

La pecca dell’episodio è di essere un po’ troppo similare come risvolti narrativi a Orso Bianco della seconda stagione, che probabilmente costituisce uno dei miei preferiti e che di conseguenza mi fa un po’ scadere questo.

Molto ben costruito il finale, in cui i cattivi vengono puniti indipendentemente da un eventuale loro percorso di redenzione o dal loro impegno a mantenere determinati tipi di segreti; in tal senso funzionale uso del meme della cosiddetta trollface, a ben rappresentare la reazione degli hacker agli sforzi dei personaggi coinvolti nella vicenda.

Fosse stato creato lo stesso nodo in gola attraverso un plot più originale avrei messo Zitto e balla in una posizione di classifica più alta.

3° POSTO – HATED IN THE NATION (Odio universale).

Dopo aver subito sui propri profili internet delle shitstorm (intense raffiche di commenti basati su insulti e minacce) alcuni personaggi pubblici considerati “antipatici” iniziano a morire.

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Come rovinare un episodio ottimo con un finale pessimo.

Odio universale è l’episodio più lungo della terza stagione (un’ora e mezza invece dell’oretta di durata degli altri) ed ha come genere narrativo il thriller poliziesco.

La maggiore durata lo espone anche a maggiori pecche: la protagonista è piuttosto bidimensionale nel suo rappresentare la poliziotta cazzuta tutto d’un pezzo e con il lessico di uno scaricatore di porto, la vicenda è talvolta spiegata in maniera piuttosto didascalica e magari anche alcuni characters secondari avrebbero meritato maggiore introspezione.
Tutto sommato però l’episodio è estremamente godibile, complice anche una trama intelligente e una stretta connessione all’attualità.

Chiunque si ritrovi ad utilizzare giornalmente un social network sa bene quanto attraverso la rete web le persone possano essere incredibilmente [inserire aggettivo negativo a scelta], e Odio universale indaga sul tema della responsabilità riguardo alle nostre parole in rete.

C’è differenza tra un commento postato anonimamente in cui riversiamo il nostro odio represso nei confronti di qualcuno e il carattere che abbiamo normalmente nella vita reale?

Come anticipato, questo episodio mi è purtroppo scaduto molto a causa di un finale posticcio e poco azzeccato.

Se si fosse infatti concluso semplicemente con la protagonista che lascia l’aula di tribunale dopo aver deposto, sarebbe stato un ending molto migliore.
Crudo, cupo, pessimista e ben più legato al tema generale dell’episodio rispetto al mostrare brevemente una continuazione delle indagini sotto copertura che lascia ben più di una questione inutilmente sospesa.

“Dimenticandomi” degli ultimi due minuti, credo sia uno degli episodi maggiormente legati alla nostra società attuale, e quindi decisamente meritevole di visione.

2° POSTO – NOSEDIVE (Caduta libera).

In un futuro prossimo, le persone ricevono continuamente recensioni: dopo qualsiasi scambio interpersonale si utilizza infatti lo smartphone per lasciare un giudizio da una a cinque stelle sugli individui con cui si ha a che fare.

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Non mi dilungherò su questo episodio perché l’ho già recensito (senza spoiler) nel mio ultimo articolo, che nel caso vi invito a leggere QUI.

Potendo rivelare parti della trama, trovo estremamente azzeccato il finale. Una sorta di catarsi emotiva in cui la protagonista non ha più i freni inibitori legati alla continua ricerca dell’apprezzamento altrui, ma può finalmente sfogarsi.

Come il precedente, anche Nosedive è un episodio fortemente legato alla società attuale, è ciò lo rende estremamente inquietante.

1° POSTO – SAN JUNIPERO (San Junipero).

Nel 1987 due giovani donne si incontrano a San Junipero, una città basata sul divertimento sfrenato.

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San Junipero è senza dubbio l’episodio più sentimentale (non inteso in senso dispregiativo) della terza stagione.

Un episodio incredibilmente ricco, denso e pregno di temi molto toccanti, fra cui spicca quello in assoluto più importante e vasto.

Il rapporto tra la vita e la morte.

Attraverso una relazione al di là dei concetti di tempo e spazio, le protagoniste Kelly e Yorkie stringono un legame di rara profondità.

Una delle due dà all’altra una motivazione per vivere (il poter incontrarsi anche nella vita reale, nonostante vecchiaia, malattie ed handicap), mentre la seconda dà alla prima una ragione per morire (poter passare insieme un tempo infinito e felice nel mondo virtuale della città).

Gioventù e vecchiaia, passato, presente e futuro, promesse attuali e di un tempo lontano vengono magistralmente condensati nei sessanta minuti di durata di questo piccolo gioiello, veramente commovente ed intenso.

Le scelte morali compiute nell’episodio riguardano tematiche estremamente mature e complesse, e vengono raccontate non solo con drammaticità, ma anche con rara levità, che consente all’episodio di non essere stancante o noioso, ma al contrario appassionante nella curiosità per come andrà a finire.

Ottima fotografia con sapiente ed accurato uso del materiale storico per le varie epoche, unita sonoramente ad una colonna sonora potente ed azzeccata.

Veramente un picco qualitativo notevole per l’intera serie; personalmente mi trovo quasi in difficoltà a scriverne, perché è un’opera che va vista, parlandone si perde qualcosa.

A mio avviso, San Junipero è quindi l’episodio migliore della terza stagione.

Che dire in generale di questa stagione 3?

Beh, che è ottima.

Buona alternanza di generi diversi, qualità complessiva ottima, belle storie ed attori azzeccati.

In attesa quindi della quarta stagione, con altri sei episodi programmati per il 2017.

Personalmente, non vedo l’ora.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Black Mirror ep. 03×01, Caduta libera

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TRAMA: In un futuro prossimo, le persone ricevono continuamente recensioni: dopo qualsiasi scambio interpersonale si utilizza infatti lo smartphone per lasciare un giudizio da una a cinque stelle sull’interlocutore; l’insieme di questi voti assegna ad ogni individuo un punteggio medio.
Avere una media alta permette di far parte dell’élite, potendo di conseguenza accedere a benefit e luoghi esclusivi.

RECENSIONE: Torna Black Mirror e tornano i suoi arguti spaccati distopici (ma spesso dannatamente simili alla realtà odierna) con protagonista una umanità che lascia la propria vita condizionata da una tecnologia senza freni e con estremi risvolti negativi.

Per la regia dell’inglese Joe Wright il primo episodio della terza stagione, Caduta libera (Nosedive nella versione originale) è in particolare un intelligente affresco sociale che enfatizza a dismisura elementi dall’importanza rilevante nella nostra società: i social network.

In Caduta libera il continuo postare fotografie della propria vita privata sottende infatti una complessa e spietata architettura di classi sociali, basate sulla reputazione del singolo e sulla capacità di piacere esteriormente alle altre persone, in un circolo vizioso di pompaggio dell’ego e causa di discriminazioni basate sul futile.

Il plot dell’episodio è all’apparenza piuttosto semplice e segue Lacie, una donna sulla trentina che deve intraprendere un lungo viaggio per raggiungere il matrimonio di una vecchia conoscente.

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Gli imprevisti che si troverà ad affrontare lungo il percorso fanno emergere in modo lampante la banalità e la superficialità su cui si basa la società rappresentata nell’episodio, e i cui effetti sono purtroppo visibili anche in quella occidentale del cosiddetto “benessere”.
Tale benessere è sicuramente materiale ma probabilmente non così spiccato sul versante umano, data la faciloneria e la vacuità con cui ogni giorno ognuno di noi condivide fotografie che ritraggono il proprio essere animale sociale.

Che sia una pietanza, un tramonto, il proprio animale domestico o una foto in topless di schiena con una citazione dal dubbio nesso di filosofi, poeti o cantanti, viviamo infatti in un’età dove i nostri spazi personali sulla rete internet costituiscono il nostro biglietto da visita al mondo, e ci rendono quindi oggetto di critica, elogi, approcci sessuali o sbeffeggiamento.

Caduta libera porta lo spettatore in un mondo che può sorgere dalle basi del nostro, in cui la fama è tutto e i rapporti personali si riducono a mero scambio di valutazioni, tanto ipocrite quanto esasperate.

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I colori pastello dei quartieri elitari ricordano la critica al sobborgo borghese di Tim Burton in pellicole come Edward mani di forbice, così come la stolida superficialità della gente “bene” è considerata socialmente accettata e quasi scontata, con pochi individui che riescono a coglierne l’errore di fondo.

Le disavventure della protagonista e la sua ferrea determinazione a perseguire un obiettivo futile provocano nel pubblico un riso amaro in stile quasi fantozziano, con l’aggravante però rispetto al personaggio interpretato da Paolo Villaggio della “complicità” di Lacie: un rampantismo estremo che la circonda e a cui disperatamente ella vuole adattarsi.

Ottima la recitazione di Bryce Dallas Howard, che per qualche decimale in più che la possa portare alla tanto agognata media del 4.5 si ritrova smarrita in un road trip dell’assurdo.

Con questo episodio Black Mirror oltre a confermarsi serie tv di acuta e rara intelligenza dimostra ancora una volta di essere uno schiocco di dita dopo alcuni secondi di imbambolamento: necessario per rendersi conto della realtà che ci circonda, e addirittura quasi salvifico.

Inferno (2016)

inferno-locandina“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina potestate,
la somma sapienza e ‘l primo amore;

dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, o voi ch’ intrate”.

Inferno, di Dante Alighieri. Canto III, vv. 1-9.

TRAMA: L’esperto di simbologia religiosa Robert Langdon è alle prese con un pericolo internazionale legato alla Divina Commedia di Dante Alighieri: un folle, infatti, ha intenzione di colpire il mondo intero con una piaga pestifera che trae ispirazione dall’opera del Sommo Poeta.
Tratto dall’omonimo romanzo di Dan Brown (2013).

RECENSIONE: Il Male pone di fronte all’uomo numerosi interrogativi, che dipendono non solo dalla sofferenza e dalla malvagità oggettive, ma dall’animo soggettivo di ognuno di noi.
Oltre ad un generale coacervo di negatività in senso assoluto, si ha quindi un elemento personale, legato alla connotazione più profonda della nostra reale essenza.

La domanda che mi pongo io è… perché?

Dimmi perché, Ron Howard.

Dimmi perché, Tom Hanks.

Ditemi perché vi siete prestati ad un terzo giro sulla giostra da soldi di Dan Brown.

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Ok, capisco Il codice Da Vinci: boom editoriale pop del 2003 con il suo carrozzone di polemiche e le 80 milioni di copie vendute, è naturale conseguenza il tentativo da parte di Hollywood di inseguire danari facili (e quindi nel 2006 relativo film che ha incassato globalmente 758 milioni di dollari).                

Comprendo già meno Angeli e Demoni, che di copie ne ha vedute “solo” 39 milioni (un’enormità, ma comunque un dimezzamento rispetto all’opera precedente) ed il cui adattamento sul grande schermo ha portato in cascina 485 milioni di dollari.

Ma… un terzo film?

Da Inferno, milioni di copie vendute sei?

DAVVERO???

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Confusionaria brodaglia di arte e modernità, testi antichi e minacce attuali, passato e presente, ricchi premi e cotillons, Inferno è la solita danbrownata stantia e ripetitiva, in cui un ingessato Indiana Jones in tweed cerca di salvare il mondo da cattivoni che ce l’hanno un po’ con tutti.

Immagino che le motivazioni del “siamo troppi” e “si mettono al mondo troppi figli” siano ampiamente giustificabili dopo una coda alle Poste o a seguito di un volo transcontinentale passato con alle spalle un pargolo piuttosto… ehm… “vivace”, ma risultano assai sterili e banali all’interno di una pellicola high-budget.

Quest’ultima risulta infatti così intrisa di catastrofismo e prospettive sociali distopiche da scadere quasi nel ridicolo involontario.

Tra indicazioni piuttosto scialbe e tirate per i capelli, anagrammi a caso, una coppia di protagonisti con la stessa chimica di olio e acqua e una classicissima caccia all’uomo in due contro tutti, Inferno procede stancamente alternando location su location come cartoline vuote e senz’anima.

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Ambientazioni sicuramente apprezzabili, che però preferirei vedere valorizzate con una cura di gran lunga migliore in un documentario storico-artistico rispetto a questo utilizzo sommario e a mero pro di una sceneggiatura inutilmente confusa.

Se in un romanzo infatti la ricchezza di personaggi, comprimari e sottotrame può contribuire a conferirgli maggior respiro, essendo il cinema un media visivo sarebbe invece preferibile applicarvi un approccio più snello, per tenere viva l’attenzione del pubblico.

Attenzione qui pimpante circa come un daino travolto sulla tangenziale, vista la vagonata di risvolti “nascosti” che eruttano come popcorn soprattutto nell’ultimo quarto di film, e che rendono la narrazione confusa ed inutilmente torbida.

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Sempre a proposito dei luoghi, come nella miglior tradizione statunitense gli indigeni italiani vengono ovviamente rappresentati come un branco di allegri ingenuotti, oltretutto doppiati da cani (avete presente le scene di Spectre ambientate a Roma? Ecco più o meno la menata è sempre quella).

L’unica eventualità positiva è che il gran numero di menzioni a vie, monumenti ed opere d’arte possano incentivare ancor più il turismo d’oltreoceano verso Firenze e Venezia nello specifico, o sull’Italia in generale.

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Cast buono sulla carta, ma utilizzato male.

Protagonista il doppio Premio Oscar Tom Hanks che si butta letteralmente via e che dopo oltre trent’anni di onorata carriera dubito fortemente abbia dei conti da pagare che possano giustificare questo film.
Il suo Langdon è infatti un personaggio oltre ogni limite di plausibilità. Un patto narrativo con le gambe che si diletta a risolvere misteri con la stessa verve delle signore sotto l’ombrellone al bagno Ornella di Misano Adriatica, attraverso una caccia al virus che pare uscita da un percorso a puntate della Settimana Enigmistica.

Felicity Jones è la solita partner da film a stelle e strisce: bona e stereotipata, mantiene per quasi due ore un’aria da conigliotta imbronciata tipica dell’attrice che ha bisogno di cercarsi un agente migliore.
Comparsate o poco più dell’Omar Sy di Quasi amici e di Ben Foster, che probabilmente sono stati pagati al minuto come i tassisti.

Tirando le somme, Inferno è un Dov’è finita Carmen Sandiego stravisto, noioso ed insipido. Storicamente raffazzonato, narrativamente farraginoso e, in generale, un buco nell’acqua.

Povero Ron Howard.

Povero cast.

E povero Dante…

Bianconeri, Juventus Story – Il film

bianconeri-juventus-story-locandinaTRAMA: Documentario. Attraverso la voce di Giancarlo Giannini e con l’ausilio delle musiche, tra gli altri, di Ennio Morricone, il film ripercorre decennio dopo decennio la storia che lega la Juventus alla famiglia Agnelli.

RECENSIONE: Per la regia dei fratelli Marco e Mauro La Villa, Bianconeri, Juventus Story è un documentario che mostra per sommi capi il fil rouge tra la famiglia Agnelli e la loro squadra di calcio, vista come un’appendice della dinastia ed inscindibile da essa.

Focalizzandosi prevalentemente sulla duplice leadership dei fratelli Gianni, il celebre “Avvocato” (1921 – 2003), e Umberto (1934 – 2004), viene mostrato lo sforzo fatto dai due magnati nel corso dei decenni per rendere la Juventus una squadra sempre competitiva, e di come essa venga trattata con un rapporto quasi filiale.

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La pellicola mantiene una struttura di tipo duale: oltre ai già citati Gianni/Umberto, la duplicità emerge anche dal confronto tra la loro generazione e quella successiva (formata da Andrea, attuale presidente bianconero, e dai fratelli John e Lapo Elkann), così come ovviamente dal succedersi di vittorie e sconfitte e dal rapporto tra campo e vita privata, concentrandosi quindi su due filoni narrativi intrecciati in una matassa inestricabile, ossia il lato sportivo e quello umano.

Attraverso immagini di repertorio ed articoli di giornale nel corso del Novecento, si punta l’attenzione su calciatori e personaggi che hanno reso celebre la Juventus; in particolare nel primo segmento narrativo emerge Michel Platini (cinque anni a Torino e tre volte Pallone d’Oro), mostrato con dovizia di immagini relative ai suoi goal migliori.

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Se per tale focus l’occhio di bue è sulla forza della squadra attraverso i vari cicli sportivi, per la narrazione parallela e manageriale si utilizza un linguaggio maggiormente ricco di descrizioni personali introspettive, che tentano quasi di scavare nella psicologia di personaggi facenti parte della famiglia considerata da alcuni “i Kennedy d’Italia” e che ha avuto ruolo di primo piano nell’imprenditoria del nostro Paese.

Vengono perciò narrate storie di vittorie e di grandi successi, ma anche di delusioni e di profonde incongruenze.

Grandi risultati sportivi uniti a dammi umani importanti.

Si indugia infatti su pagine dolorose per la famiglia, come la vita difficile ed il successivo suicidio a soli 46 anni di Edoardo, figlio dell’Avvocato, e la morte per tumore a soli trentatré anni di Giovanni, figlio di Umberto e fratellastro di Andrea.

Fiat honorary chairman Giovanni Agnelli (L) watches a soccer match at Turin's Delle Alpi's stadium with his son Edoardo in this undated file picture. Edoardo, 46, was found dead in open country near the Turin-Savona motorway. There were no immediate details about the cause of death, the second tragedy in four years to hit the Agnelli clan, often described as the equivalent of Italy's royal family. REUTERS/Claudio Papi

Attraverso tali cenni si crea una maggiore vicinanza tra il pubblico e i personaggi narrati dal film; essi non vengono quindi descritti solo come miliardari proprietari della squadra di calcio più tifata e detestata d’Italia, ma anche come uomini.

E proprio questo è l’elemento cardine del documentario: mostrare che la storia della Juventus è stata fatta da Uomini prima che da presidenti, dirigenti, allenatori o dirigenti.

Sul versante calcistico si segue un andamento ondivago in relazione alle fortune della squadra: dai grandi successi del quinquennio d’Oro (1930-35), all’appannamento di fine presidenza Boniperti unita all’emergere dei grandi avversari sportivi, con un enfasi sulle spese folli di Silvio Berlusconi prima e Massimo Moratti poi.
Le due Coppe dei Campioni (tra cui non si tralascia la vicenda Heysel, una delle pagine più dolorose della storia del calcio) e la fallimentare gestione Maifredi, la stella Platini e Calciopoli, il ritorno sul podio italiano e i due settimi posti consecutivi, fino al ritrovato trionfo con mister Conte.

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Il film non è esente da difetti, o per meglio dire “omissioni”.

Pur considerando che il tema è incentrato su di una squadra di calcio fondata nel 1897 (secondo team più vecchio in Italia dopo il Genoa) e che quindi un documentario che ne citi ogni aspetto storico dovrebbe durare ben più di queste due ore, in Bianconeri non sono però citati alcuni elementi che un’opera di questo tipo avrebbe dovuto menzionare.

Mantenendo la struttura duale, in ambito sportivo mancano infatti i successi di Boniperti (da giocatore), Omar Sìvori e John Charles a cavallo degli anni ’50 e ’60; inoltre è assente lo stretto ed importantissimo rapporto tra la Juventus e la Nazionale italiana (nella finale vinta di Spagna ’82 sei titolari su undici erano bianconeri), oltre al ciclo di vittorie nazionali ed europee degli anni ’80.

Sul versante umano, nonostante io sia troppo giovane per averlo visto in vita credo che per il suo contributo sportivo Gaetano Scirea avrebbe meritato una necessaria menzione.

In conclusione un documentario indirizzato ad un pubblico ovviamente di fede bianconera, sia per l’argomento che per i toni dichiaratamente di parte e volti all’esaltazione della squadra, ma che potrebbe risultare interessante anche per semplici appassionati del calcio italiano.

Dal film è stato tratto anche un libro di 352 pagine intitolato Bianconeri. Juventus Story edito dalla Rizzoli che racconta l’intera storia del club facendo ricorso, tra le altre cose, a materiale inedito proveniente dagli archivi privati della società bianconera.

Indivisibili

indivisibili-locandina[N. B. Recensione estemporanea scritta in relazione alla particolarità del film, non indica un conseguente ritorno ad una pubblicazione regolare su questo blog].

TRAMA: Provincia napoletana. Le adolescenti Dasy e Viola, gemelle siamesi, vogliono ricorrere ad un intervento che sia in grado di separare i loro corpi, uniti per le anche. La loro famiglia, però, non ha alcun interesse a separarle, poiché da anni lucra sulla loro particolarità, facendo esibire le due ragazze come cantanti neomelodiche in ricevimenti privati e sagre di paese.

RECENSIONE: Per la regia del campano Edoardo De Angelis, Indivisibili è un film crudo, genuino e brutalmente vero, in cui i temi del contrasto e dell’unione la fanno da padroni.

Le gemelle dai nomi floreali Dasy e Viola (pur con la storpiatura dell’inglese “Daisy”, margherita) vivono un’esistenza basata sull’ammirazione e al contempo repulsione da parte di una provincia gretta e meschina. Le due cantanti, oltre ad avere una carriera basata principalmente sulla loro “doppiezza”, vengono infatti trattate come oggetti taumaturgici (chiamate anche per superstizioni e cerimonie legate alla fortuna, che le gemelle porterebbero in dono al prossimo) più che come giovani donne dotati di intelletto e sentimenti.

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Doppio fiore che tenta di resistere alla furia dell’ambiente circostante, le sorelle cercano di non soccombere innanzi alle loro sfortune, entrando in conflitto con una famiglia che non funge più da guscio sicuro ma da primaria alcova dei loro guai.

I familiari infatti sono individui crudeli e cinici, che vedono le congiunte principalmente come mezzo per aumentare il proprio prestigio all’interno di una comunità gretta ed arretrata almeno quanto loro.
Con uno Stato pressoché assente, una Chiesa incarnata da un sacerdote più ragioniere che religioso ed i soldi rappresentati come unico motore di ogni cosa, è funzionale l’uso del dialetto locale (sottotitolato), che ben sostituisce un italiano che sarebbe risultato troppo artificioso e scenico per veicolare una trama così secca, asciutta e reale.
La parlata volgare, intesa come quella appunto “del volgo”, è quindi lo strumento attraverso il quale viene espressa verbalmente una vicenda dalla materia intima e delicata. La provincia campana come luogo in cui convivono povertà e possibilità di riscatto, veracità e ricchezza volgarmente esibita, la religione e gli affaristi prezzolati.

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Apprezzabile inoltre la presenza di contorno del tema dell’immigrazione, che acuisce il distacco tra le ragazze e la propria terra: i disperati che cercano di arrabattarsi sul territorio meridionale fanno da metaforico contraltare alle gemelle che cercano disperatamente di abbandonarlo, e vanno a fondersi in un variegato sottobosco umano in cui il discrimine tra benessere e tristezza è dato solo dal denaro.

Ottimi tutti gli interpreti, a cominciare dalle sorelle di Castelvolturno (nella realtà gemelle ma non siamesi) Angela e Marianna Fontana, nei panni rispettivamente di Dasy e Viola.

La prima, più estroversa, esuberante e testarda, costituisce il motore della coppia, com’è ribollente di vita e di desideri da soddisfare. Un calderone di voglia, un soffio di vento caldo e forte, con i suoi bronci ed il suo impuntarsi in direzione ostinata e contraria su ogni cosa.
La seconda invece dalla caratterizzazione più riservata, genuina ed assennata, in un bilanciamento perfetto di una metà che è anche uno e di uno che è anche doppio.
Insieme le due sono piatti di una bilancia in costante equilibrio, non solo morale, viste le differenze caratteriali, ma anche fisico, data la peculiarità del loro corpo.

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Tra il cast di contorno spiccano la madre delle due, ossia l’Antonia Truppo camorrista de Lo chiamavano Jeeg Robot e, soprattutto, il padre interpretato da Massimiliano Rossi.

Greve e leonino, un padre-padrone che considera le figlie come un’appendice di sé, valicando quindi il rispetto nei confronti delle scelte della propria prole, che una volta cresciuta dovrebbe essere lasciata autonoma del proprio destino in quanto formata da individui fatti e finiti, tarpandola invece con l’autorità patriarcale della casa e del denaro.
Un “poeta triste e cupo”, sentimenti che egli cerca di esteriorizzare attraverso i versi malinconici delle canzoni da lui scritte per le sorelle, diventate a loro volta espressione fisica di una profonda insoddisfazione interiore.

Indivisibili è, in conclusione, un ottimo film sotto ogni punto di vista, che tratta un argomento difficile con efficace realismo e senza abbandonarsi a patetismi facili ed inutili.

Per amore del Cinema e per propiziare un eventuale incentivo alla creazione di opere come questa spero che possa incassare quanto meriti, anche se nel primo weekend di presenza nelle sale ha portato a casa solo 157.000 euro circa.

Peccato davvero.

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