L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per gennaio, 2015

Exodus – Dei e re

exodus-locandina“Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele […]”
Esodo 3, 7-8

TRAMA: Mosè, ebreo cresciuto alla corte del Faraone come suo figlio, scopre le sue origini: decide quindi di abbandonare la reggia, riunirsi con la sua famiglia e il suo popolo e guidarlo fuori dall’Egitto.

RECENSIONE: Tratto dal Libro biblico dell’Esodo e diretto da Ridley Scott, Exodus – Dei e re è una baracconata di grana grossa, con cui il regista inglese cerca di ritrovare i fasti perduti de Il gladiatore plagiandolo in salsa nordafricana e preoccupandosi quasi esclusivamente dell’aspetto visivo piuttosto che della solidità artistica.

exodus bale

AVVISO: Questa recensione conterrà uno spoiler (anticipazione) sul modo in cui viene rappresentato Dio.
L’Altissimo è un personaggio del film e non posso non parlarne, ma non essendo mostrato nel trailer non voglio anticipare la cosa a chi voglia tenersene all’oscuro.
Perciò la recensione andrà avanti (e finirà) tralasciando completamente questo elemento, per poi parlarne dopo la conclusione, come fosse una specie di “extra”.

Bene.

Dopo Noah, in cui un più che pingue Russell Crowe tentava di salvare l’umanità dalla furia di Dio, dalla violenza degli uomini e dalla pretenziosità di Aronofsky, abbiamo qui Christian Bale che cerca di portare alla Terra promessa il popolo eletto e al filmone promesso il regista derelitto.

Fallendo ampiamente nella seconda impresa.

Come già accennato, questa pellicola pecca nel voler riprendere troppi elementi da Il gladiatore, inserendoli in un contesto con cui non c’entrano nulla e rendendo quindi la vicenda stucchevole.

Le ambientazioni e gli effetti speciali non sono malvagi, pur con un uso esagerato della computer grafica, ma Exodus manca totalmente delle fondamenta narrative, a causa di una sceneggiatura con molti buchi e che si focalizza troppo su elementi obiettivamente secondari tralasciando aspetti molto più importanti.

exodus città

Io non sono un amante dell’animazione, per usare un eufemismo.

Un GROSSO eufemismo.

Provo quindi molta fatica nel dirlo, ma devo dare a Cesare ciò che è di Cesare: Il principe d’Egitto della DreamWorks è un film migliore di questo.

principe d'egitto gif

Non solo Exodus viene rullato 10-0 da I dieci comandamenti di DeMille, ma anche la versione cartoon dimostra una resa della storia decisamente migliore di questa costosa patacca.

L’unico pregio di questo film sono le Piaghe, che oltre ad essere realizzate ottimamente dal punto di vista visivo (ma come ho già detto, il problema della pellicola non è quello) sono state pensate come eventi consecutivi, e non ognuno fine a se stesso: ciò ne aumenta l’aspetto materiale pratico e non le fa sembrare delle mere magie distruttive.

La prima Piaga in particolare, ossia l’acqua del Nilo che diventa sangue, pur non essendo stata interpretata in maniera molto ortodossa (e anche qui, notevole eufemismo) l’ho trovata resa efficacemente e con originalità.

Con l’ovvia presenza di un gusto per l’esagerazione tipicamente hollywoodiano.

exodus sangue

Grosso problema della pellicola è inoltre il poco senso di molti personaggi secondari, avendo quindi l’impressione che siano meri riempitivi per arrivare alle due ore e mezza di durata tipiche dei kolossal.
La cattiva resa dei characters colpisce purtroppo anche i due principali.

Il Ramses di Joel Edgerton in particolare non ha né la freddezza e il distacco calcolatore di quello interpretato da Yul Brynner né la grande sfaccettatura di emozioni di quello animato, e ciò lo rende un personaggio decisamente piatto, nonché un villain ottuso e banale.
Un antagonista ebbro di potere come ve ne sono tantissimi, che non vede al di là del proprio naso e che porterà alla rovina il suo regno a causa del suo ostinato rigore.

Ah, e il fatto che sembri un incrocio tra il Divino Otelma e René Dif degli Aqua non lo aiuta…

la_ca_1017_exodus_costumes

Mosè è un personaggio più sviluppato, anche per l’ovvia maggiore quantità di scene che lo vedono partecipe, ma non possiede elementi che non siano già stati visti in tanti altri film.
Pensa al bene superiore del suo popolo, è un condottiero, chiede ai suoi uomini di fidarsi di lui anche nelle avversità, si interroga se i metodi da lui (e da Dio) usati siano giusti… molti aspetti presenti in altri condottieri o leader carismatici nel cinema, e che quindi non riescono a suscitare appieno l’interesse del pubblico.
Christian Bale cerca di portare a casa la pagnotta, ma in un’opera del genere è dura…

Casting scelto con la stessa pianificazione delle frasi che saltano fuori a Cards Against Humanity.

John Turturro (composto e delicato in Gigolò per caso) come faraone Seti non ci azzecca un tubo, e il suo personaggio ricalca quasi completamente il Marco Aurelio di Richard Harris.
Sigourney Weaver è spaesata nell’antico Egitto come può esserlo chi è abituata a uccidere alieni che escono dalle fottute pareti, e aralda del concetto prima esposto sui personaggi secondari che fanno tappezzeria.

exodus cast

Capitolo doppiaggio.

1) Apprezzo Simone D’Andrea, e lo ritengo un ottimo doppiatore sia per attori di film in live action (Colin Farrell, Cillian Murphy), sia nei cartoni animati (doppiò il personaggio che preferivo in Dragon Ball quando ero un marmocchio), peccato che con Ramses non c’entri assolutamente nulla.
Come l’attore che lo interpreta, del resto.

2) Si potrebbe fissare definitivamente un accoppiamento voce-volto per Christian Bale?
È un peccato che uno dei migliori attori della sua generazione abbia in italiano una voce sempre diversa; tra coloro che gli hanno prestato favella quello che trovo più azzeccato è Massimo Rossi.

In conclusione un piatto giocattolone da 150 minuti.

EXTRA:

Per chi non volesse sapere nulla di come è stato reso Dio, la lettura può finire qui, mentre chi abbia già visto il film o abbia perso la voglia di andarlo a vedere può proseguire.

Pronti?

Bene, ora parliamo di Dio.

Ronnie James Dio

No, non QUEL Dio!

In Exodus è stata fatta una scelta piuttosto coraggiosa per la rappresentazione dell’Onnipotente.

Dio appare e parla a Mosè in forma di bambino.

Mostrare la divinità in forma umana penso sia in generale una buona scelta, perché permette di creare un ponte o un punto di contatto più solido tra il profeta/messaggero umano e il dio, facendo sì che l’essere sovrannaturale scenda a livello dell’uomo per parlare con lui e mostrarsi in vesti che egli possa comprendere senza esserne terrorizzato.

È quindi rassicurante.

C’è solo un piccolo dettaglio, che in questo film la rende una PESSIMA scelta.

Sentire un bambino di dieci anni parlare continuamente di morte, distruzione e piaghe non è rassicurante, fa venire la pelle d’oca alta un metro!

In Exodus Dio non mostra mai pietà e compassione, ma è sempre molto duro e deciso nella sua volontà di punire gli egiziani per forzare la mano al faraone.
Impone a Ramses di liberare il suo popolo, tenuto in schiavitù; al suo rifiuto, l’Onnipotente reagisce con la stessa pacatezza di Carrie dopo aver ricevuto la secchiata di sangue suino in testa, scatenando così le Piaghe.
E mostrare un Dio del genere come un bambino fa un effetto Villaggio dei dannati terrificante.

E la rende un’idea imbecille.

La teoria del tutto

Teoria_del_tutto_poster_italiano“Oh, let the sun beat down upon my face, stars fill my dreams / I am a traveler of both time and space, to be where I have been.”

TRAMA: Oxford, 1963. Stephen Hawking, brillante studente di cosmologia, è colpito da una malattia terminale per la quale secondo le diagnosi dei medici gli rimangono 2 anni di vita.
Con l’aiuto della moglie Jane cercherà di andare avanti con la sua vita e con la sua ricerca sui buchi neri.

RECENSIONE: Biopic su una delle più grandi menti contemporanee, La teoria del tutto è un film di buona qualità, che mostra le vette di brillantezza e genialità che un essere umano può raggiungere pur colpito da una malattia estremamente debilitante.

Adattamento cinematografico della biografia Verso l’infinito (Travelling to Infinity: My Life With Stephen), scritta da Jane Wilde Hawking, ex-moglie del fisico, il concetto principale del film è molto semplice e allo stesso tempo importante.

La mente prevale sul corpo.

Le nostre carni sono un mero contenitore di ciò che ci qualifica come persone, ossia il nostro intelletto, da cui dipendono le opere che noi compiamo.
È ovvio che tramite muscoli, ossa e tendini un essere umano possa compiere imprese straordinarie (come testimoniano ad esempio i record del mondo nell’atletica leggera, o gli esploratori che scalano le vette più impervie o sopravvivono ai luoghi più estremi del nostro globo), ma anche in tali esempi prettamente fisici ciò non sarebbe possibile senza una sede di comando mentale determinata e sviluppata.

teoria del tutto hawking

E non bisogna considerare solo e necessariamente le eccellenze in determinati campi, anzi: ogni singola azione che compiamo ed ogni traccia che lasciamo su questo mondo, indipendentemente dalla sua grandiosità o meno, deriva dalla nostra mente e dalla nostra capacità di usarla.

Ogni atto compiuto da ogni persona.

Che ci si trovi di fronte uno tra i più grandi scienziati al mondo, un artista, un lavoratore in un qualsiasi campo o uno che scrive un blog di cinema, la mente umana è ciò che crea il nostro stesso cammino, dando vita ad opere di per sé eccezionali anche nella loro semplicità e nel loro essere apparentemente comuni.

Nella mente umana c’è un potenziale enorme.
Basta solo usufruirne.

La teoria del tutto supporta questo tema preferendo focalizzarsi su Hawking come persona più che come scienziato, aumentando quindi l’empatia del pubblico nei suoi confronti.
L’aspetto scientifico nell’opera è ovviamente importante, ma in tal modo essa diventa più accessibile per gli spettatori, che assistono alla vita di qualcuno che è uomo prima che studioso.
Si segue un percorso umano nell’arco dei decenni, e attraverso le avversità che colpiscono il protagonista; esse però non riescono ad abbatterlo, rendendolo anzi più determinato nel raggiungere i propri obiettivi scientifici e personali.

teoria del tutto coppia

La regia di James Marsh cerca di essere concreta durante la narrazione, lasciandosi andare solo a rari guizzi estetici. Tale aspetto aumenta l’oggettività del film, anche se può essere vista come una mancanza di originalità e un eccessivo stile british della stessa.
Dovendo però raccontare la vita di una personalità tanto importante, questa scelta si rivela probabilmente più azzeccata rispetto ad un eccessivo uso di orpelli visivi che a lungo andare sarebbero potuti divenire stucchevoli.

Ottimo Eddie Redmayne nei panni di Hawking.
Grande somiglianza fisica e notevole intensità emotiva, riesce ad attraversare i vari stadi della malattia e le reazioni che la accompagnano.
Tristezza, frustrazione, rabbia, determinazione e tutte le relative sfaccettature vengono mostrate nel film con sensibilità e dignità, non rendendo Hawking una sorta di macchietta, mantenendo bensì rigore espositivo.

teoria del tutto redmayne hawking

Buona interpretazione anche da parte di Felicity Jones, nel ruolo della moglie del protagonista.
Estremamente determinata e allo stesso tempo amorevole, il suo ruolo non è limitato a mera spalla, come purtroppo spesso succede, ma offre un personaggio interessante e maturo, che riscatta molti (troppi) ruoli femminili da tappezzeria tanto presenti nel cinema degli ultimi anni.

teoria felicity jones

Piccoli ruoli per Charlie Cox, David Thewlis (il Remus Lupin nella saga di Harry Potter) e Harry Lloyd (Viserys Targaryen ne Il trono di spade).

Cinque Nominations agli Oscar 2015: Miglior film, Miglior attore protagonista, Miglior attrice protagonista, Migliore sceneggiatura non originale e Miglior colonna sonora.

Un film di buona fattura, ordinato ed elegante.

TOP / FLOP 2014

stairway to heaven highway to hell

Ovvero il meglio e il peggio dell’anno appena trascorso. IMHO, ovviamente.

Dopo le edizioni 2012 e 2013 torna il mio breve riassunto dell’anno appena trascorso, con il meglio e il peggio di ciò che mi è capitato di vedere in questo 2014.

Per ogni film il link alla recensione.

N.B. Come sempre NON è una vera e propria classifica, i film sono inseriti in semplice ordine alfabetico.

Green thumbs up on white.

 

TOP 5 2014:

American Hustle – L’apparenza inganna di David O. Russell.

American hustle

Come sfruttare veramente bene un cast.

È verissimo che in questo film la regia sia molto operaia ed essendo un’opera sorretta interamente dagli interpreti ciò può mettere in secondo piano il comparto tecnico, ma avercene di film cast-centrici del genere.

Personaggi torbidi e complessi, ottime interpretazioni da parte dei cinque attori (Adams, Bale, Cooper, Lawrence e Renner) per una pellicola dal sapore teatrale.

Grand Budapest Hotel di Wes Anderson.

grand budapest hotel

Se lo avete in DVD provate a metterlo in pausa in un momento a caso: qualunque esso sarà, avrete un’inquadratura tranquillamente paragonabile a un dipinto.

Grande cura dei dettagli, fotografia eccezionale e presenza di altre caratteristiche tipiche delle opere andersoniane (mix tra leggero e drammatico, grande coralità, personaggi secondari caratteristici, gusto per l’assurdo) per una gemma di notevole bellezza.

Interstellar di Christopher Nolan.

interstellar

Concetti macro (tempo, spazio, umanità) e micro (famiglia) racchiusi in un’intelaiatura sci-fi ben curata, con ottimi comparti musicale e visivo che sanno accompagnare lo spettatore lungo una storia emozionante, non facendo pesare le abbondanti due ore e mezza di durata.

Pellicola notevole senza essere stucchevole, impreziosita da una buonissima prova dell’ex manzo McConaughey.

Lei di Spike Jonze.

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Come rendere interessante una delle storie più classiche e banali della narrativa.

“Lui e lei si incontrano, si innamorano e succedono cose” si adatta qui alla tecnologia di un futuro prossimo (ma con un occhio anche al nostro presente) raccontando del rapporto tra umanità e artificialità, corpi e astrattezza, sentimenti ed oggettività.

Ottimo Phoenix, buona colonna sonora, sceneggiatura dello stesso Jonze giustamente premiata con l’Oscar.

The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese.

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La società plutocratica occidentale mostrata attraverso uno squalo (pardon, lupo) della finanza che ha l’eccesso come sua regolarità e una totale fedeltà alla promiscuità.

Pellicola che fa parteggiare lo spettatore per un personaggio negativo, che costruisce la propria carriera nell’illegalità arricchendosi, sniffando e scopando senza fine; ottima regia di Scorsese e grande interpretazione di DiCaprio, per una delle coppie artistiche dalla maggiore garanzia di qualità.

MENZIONE SPECIALE: Locke di Steven Knight, perché far appassionare lo spettatore a un film di un’ora e mezza in cui si vede quasi esclusivamente un tizio in macchina non era per niente semplice, e invece il buon Cavaliere c’è riuscito alla grande.
Ottimo Tom Hardy.

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Red thumbs down on white.

 

FLOP 5 2014:

Maleficent di Robert Stromberg.

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Quanti problemi ha questo film…

Regia operaia che scopiazza di qua e di là, dialoghi degni del TSO, scene inutili, scene senza senso, scene imbarazzanti, scene involontariamente ridicole, un prologo che dura un quarto dell’opera stessa.

Uno dei film peggiori degli ultimi dieci anni, che non ha ragione di esistere se non quella di cavalcare la recente stucchevole moda delle rivisitazioni delle fiabe.

Moda che mi avrebbe anche leggermente scassato il cazcensored nero.

Noah di Darren Aronofsky.

noah

Riddle me this, riddle me that: come si tira fuori un film di due ore e un quarto da un racconto biblico scarno come quello sul patriarca Noè?

Esatto: aggiungendo roba alla boia d’un Giuda!

Se già la presenza di un Russell Crowe in versione Gabibbo che salva l’umanità poteva far storcere più di un naso, mostri, magie, battaglie e nuovi personaggi non fanno altro che rendere ancor più ridicolo e inverosimile un racconto ancestrale del genere umano (il Diluvio è presente in molte religioni) di per sé inverosimile, adattandolo agli imbecilli gusti occidentali.

Se non altro visto con lo spirito giusto fa veramente molto ridere.

P.S. Se nella versione italiana il protagonista viene chiamato “Noè”, perché il titolo lo avete fatto scegliere a Piero Pelù?

Robocop di José Padilha.

robocop

Altro giro, altro remake.

Film talmente ipertecnologico da risultare una stucchevole baracconata, questa versione dell’uomo/robot poliziotto perde tutta l’artigianalità che ha reso l’originale del 1987 un cult.

Ciò lo rende un film artisticamente simile a tanti altri, ma dalla qualità complessiva decisamente bassa, e se non fosse il rifacimento moderno di una pellicola famosissima dubito che avrebbe attirato lo stesso numero di spettatori.

Protagonista senza alcun carisma, Gary Oldman capitato lì per caso e presente in troppe scene, Samuel L. Jackson che ormai lo pagano a cottimo, Michael Keaton tirato fuori dalla naftalina.

Aridatece l’ispettore Gadget.

Tartarughe Ninja di Jonathan Liebesman.

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Michael Bay e Jonathan Liebesman.

Sono un ragazzo che da bambino guardava questo programma in tv. E sapete perché mi sono cuccato questo putrido ammasso di merda di film?

Per voi.

Voglio sentirvi confessare, prima che io vi massacri. Voi le avete stuprate. Le avete ammazzate. Avete distrutto i loro fan.
Ditelo! Le avete stuprate! Le avete ammazzate! Avete distrutto i loro fan!

Semicitazione di Oberyn “Moment Act” Martell a parte, ora sapete la sensazione che ho provato guardando questa ignominiosa cagata, perpetrata da un mero prestanome di Michael Bay (qui nelle sole vesti di produttore) e che purtroppo però non si distingue minimamente dai film di MB regista.
Sceneggiatura scopiazzata, CGI a volte terrificante, Megan Fox troppo vestita per avere una scusa passabile per andarlo a vedere.

Uno schifo.

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Transformers 4 – L’era dell’estinzione di Michael Bay.

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Due ore e quaranta di robot giganti che si prendono a mazzate, esplosioni, product placement a livelli vergognosi e dialoghi stupidi come tirare un calcio ad un grizzly addormentato.
Ciò che mi fa più incazzare è che non ci provino neanche a camuffare questo abominio per un film normale, te lo sbattono proprio in faccia che di creare qualcosa di decente non gliene freghi un cazcensored nero.

L’equivalente di passare 160 minuti ad ascoltare un bambino che sbatte due pentole una contro l’altra.

Al momento in cui scrivo, questa vaccata è al decimo posto nella lista dei film di maggiore incasso nella storia del cinema, cosa di cui non avevo il minimo dubbio.

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MENZIONE SPECIALE: The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro di Marc Webb, perché è un film orrendo e mi sento moralmente in dovere di mettere qualcosa della Marvel nella Flop 5.

Scelgo questo e non Guardiani della galassia perché se l’altro è un’infantile cazzatona ma non mi aspettavo altro, questo pessimo capitolo sull’Uomo Ragno ha sbriciolato, oltre che le mie balle, le buone impressioni che il suo predecessore mi aveva lasciato.

Un film talmente bello che ha minato seriamente il futuro del relativo franchise, con voci di un (ENNESIMO) recasting date anche le dichiarazioni negative sul film dello stesso protagonista Andrew Garfield, che pare possa essere stato licenziato.

the amazing spiderman

Come sempre un ringraziamento a coloro che mi hanno seguito durante questo 2014 cinematografico, e un augurio a tutti di buon anno nuovo, che spero sia ricco di soddisfazioni.
E di buon cinema 😉

Mattia.

American Sniper

american sniperOne shot, one kill.

TRAMA: Il Navy SEAL Chris Kyle, inviato più volte in missione in Iraq, diviene una leggenda tra i tiratori scelti delle Forze Armate statunitensi.

RECENSIONE: Per la regia di Clint Eastwood, American Sniper è un’opera cruda e molto asciutta, in cui vengono mostrate le esperienze di un uomo inserito in un contesto estremamente difficile e permeato di morte.

Tratto dall’autobiografia di Kyle (American Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in U.S. Military History), nella pellicola non è presente il lirismo talvolta stucchevole di molte opere dedicate all’unico svago dei potenti a cui i sudditi prendono parte, ma si preferisce mostrare la realtà per quella che è, senza quindi dilungarsi in orpelli inutili o sviolinate melense.

American Sniper è un film profondamente virile e profondamente americano, non solo perché i suoi protagonisti sono uomini statunitensi, ma anche (e soprattutto) perché virili e americani sono i valori che li muovono: la difesa della propria patria da un nemico lontano, gli Stati Uniti come “nazione più bella del mondo”, gli altri soldati che diventano fratelli acquisiti con cui coprirsi le spalle a vicenda e la famiglia come cosa più importante da proteggere ad ogni costo.

american sniper soldati

Il tiratore scelto è un elemento ambivalente, poiché nonostante faccia ovviamente parte dell’esercito è anche individuo a sé stante: non solo fisicamente (sta prevalentemente da solo, o al massimo supportato da uno spotter), ma anche per il suo potere decisionale (egli deve sovente scegliere autonomamente sul da farsi) e psicologicamente (l’orrore di abbattere bersagli su bersagli da grosse distanze, che possono anche non stare sparando direttamente contro di lui o essere civili usati per scopi di guerriglia).

american sniper scena

Lo sniper ha inoltre sulle spalle la responsabilità della vita dei commilitoni, dovendo proteggerli e supportarli; in tale aspetto vi sono alcune similitudini tra questo film e The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, vincitore dell’Oscar come Miglior film nel 2010 e incentrato sulla figura dell’artificiere.
In entrambe le pellicole, infatti, il protagonista è un individuo la cui attività si può definire borderline, essendo caratterizzata dal già citato elemento di supporto.

American Sniper Movie

Il regista dagli occhi di ghiaccio lascia che siano le immagini a parlare per lui, non ha bisogno di abbandonarsi ai ghirigori della macchina da presa; tolti pochi movimenti di camera (solitamente ad enfatizzare elementi psicologici) o un montaggio che evidenzi alcune simmetrie tra le due fazioni del conflitto, lo stile si mantiene il più concreto e oggettivo possibile.

In questo modo il film ha il sapore della sabbia, del metallo e del sangue, e non ci si abbandona a voli pindarici sulla giustizia o meno dei conflitti bellici.

american sniper cecchino

Tale elemento è in parte esaltato dalla fotografia di Tom Stern, verdastra nei campi stretti e negli interni militari, cupissima nelle scene notturne e giallo-sabbia di giorno, aumentando realismo ed intensità emotiva delle scene mostrate.
Ciò è fondamentale in quanto il soldato è un individuo che data la partecipazione a situazioni molto drammatiche può suscitare una grande gamma di emozioni nello spettatore, che vengono in tal modo accentuate.

Bradley Cooper è un protagonista piuttosto granitico, sia fisicamente (per interpretare questo ruolo è diventato enorme) sia psicologicamente.
Kyle svolge il proprio dovere mosso da nobili ideali, e facendo questo tende a chiudersi ermeticamente nei confronti dei suoi cari in modo da non far trasparire paura, tensione e inquietudine, nonostante ne abbia da vendere.
Questo tipo di personaggio si riallaccia alla già più volte citata concretezza a livello narrativo, che spinge lo spettatore a “scavare” in ciò che vede e a non adagiarsi troppo su da dialoghi ridondanti o eccessivamente didascalici.

sniper cooper kyle

In un film dal machismo imperante, l’unico ruolo femminile degno di nota è quello della moglie del protagonista, interpretata da Sienna Miller, che però, pur non essendo bidimensionale, non riesce a ritagliarsi granché spazio, incarnando un po’ troppo gli stereotipi da moglie del soldato.

American-Sniper sienna miller

A parte i due protagonisti, poco spazio viene dato ad altri personaggi, dato che comunque ci si trova di fronte ad una biografia e in quanto tale il focus deve essere il protagonista.
In generale un film di buona fattura, che può a volte peccare nel non essere molto amalgamato nelle sue varie sequenze (prediligendo quindi un racconto più di tipo episodico) e in una concretezza che può sfociare nello sbrigativo.

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