L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per dicembre, 2014

Il ragazzo invisibile

“I’m more than you know / I’m more than you see here / More than you let me be / You don’t see me but you will / I am not invisible”

il ragazzo invisibile locandinaTRAMA: Michele, ragazzino introverso e impopolare, scopre per caso di poter diventare invisibile. La sua vita cambierà radicalmente.

RECENSIONE: Per la regia di Gabriele Salvatores (recentemente regista di Educazione siberiana), Il ragazzo invisibile è un buon film che riesce a centrare un obiettivo spesso dimenticato o mancato dal cinema italiano dell’ultimo decennio: essere originale.

Se uno dei difetti che viene maggiormente imputato al cinema tricolore è quello di proporre sempre la solita zuppa (commedie corali pecoreccie, drammoni stucchevoli, pellicole con protagonista il comico popolare del momento), qui abbiamo una pellicola che si stacca dalla solfa a cui siamo stati abituati per proporre qualcosa di nuovo, e lo fa col botto.

Rendere all’italiana un genere che sprizza stelle e strisce da ogni poro come il “superhero movie” era un’impresa assai impervia, ma Salvatores centra il bersaglio, portando nelle sale un’opera che, pur non essendo paragonabile ai blockbusteroni cazzeggeri della Marvel o simili, può essere considerata di buona fattura e con tutti gli elementi necessari per non sfigurare nel relativo ambito.

I canoni del genere infatti ci sono tutti: il protagonista sfigato (come ad esempio l’Uomo Ragno), la paura e l’astio nei confronti del diverso (come per gli X-Men) e la grande forza di volontà nell’aiutare il prossimo (tipo Capitan America o Superman) sono miscelati in salsa italiana, dando al pubblico l’impressione non di essere davanti a una mera e banale scopiazzatura di successi yankee, ma ad una rivisitazione all’interno dei nostri confini.

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Oltre a tale aspetto sono apprezzabili i numerosi riferimenti a film celebri, oltre che un uso della macchina da presa che ne enfatizzi la presenza stessa tra lo spettatore e ciò che egli vede (ad esempio l’obbiettivo spaccato che rende l’immagine sfocata, della vernice che ci si stampa sopra eccetera); questo elemento dona un’ulteriore connotazione fantastica ed irrealistica al tutto, accentuando la fantasia visiva e dando brio alle scene.

In una Trieste per definizione terra di confine in senso geografico è ambientata una storia ricca di personaggi “di confine” come connotazione, ossia caratterizzati da problemi o elementi particolari che ne determinano la diversità e li fanno quindi spiccare all’interno della massa.
Ciò è valorizzato anche dalla fotografia fredda e grigiastra di Italo Petriccione, fedelissimo di Salvatores, che attraverso il suo lavoro dà visivamente al pubblico uno spaccato urbano tranquillo ma al tempo stesso particolare e misterioso, che non si confonda quindi con una normale e monotona città, ma che ci renda partecipi delle sue problematiche.

il ragazzo invisibile trieste

Con tutto il dovuto rispetto per gli amici friulani, probabilmente pensando all’ambiente caratteristico per un supereroe vengono prima in mente le immaginarie Gotham e Metropolis o la reale New York che questo capoluogo, ma come già accennato non si tratta qui di copiare ciò che è americano, ma di trasporlo in Italia.

Per quanto riguarda il cast spicca l’ottima interpretazione, considerando la giovane età, del protagonista Ludovico Girardello, che rende ottimamente il suo Michele riuscendo a passare in maniera efficace dalla tristezza, alla rabbia, alla determinazione e diventando quindi er Peter Parker de noantri.

il ragazzo invisibile protagonista

In un cast composto da molte facce sconosciute spiccano Valeria Golino e Fabrizio Bentivoglio, che come al solito forniscono un’interpretazione solida.
Più seria e composta lei, più sopra le righe e tendente al comico lui, entrambi danno un contributo qualitativamente buono all’opera nella sua complessità.valeria-golino- ragazzo ionvisibilefabrizio-bentivoglio ragazzo invisibile

 

 

 

In conclusione come già detto un film originale che merita una visione per il suo (riuscito) tentativo di mostrare qualcosa di nuovo in Italia, il cui cinema troppo spesso si adagia sulle solite cose e ha poca voglia di innovare.

Consigliato.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Letterina di Natale

Dato che rispetto all’anno scorso poco è cambiato e che dei miei desideri non se n’è avverato mezzo (a parte forse il Big Eyes di Burton, che però devo ancora vedere), ripropongo la mia letterina semiseria a Babbo Natale, sperando sia di buon auspicio per l’anno nuovo.

Buone feste a tutti 🙂

Serenate Cinematografiche

Ho ho ho! Buon Natale a tutti!

Ovvero, lettera semiseria a Babbo Natale.

Caro Babbo Natale,

siccome sul grande schermo e in televisione sei stato interpretato centinaia di volte nel corso dei decenni, hai avuto moltissimi volti diversi. Io personalmente ti immagino pacioccone e bonario, una sorta di Russell Crowe grasso e vestito di rosso.

Anzi, un Russell Crowe vestito di rosso, punto.

Comincio subito dicendoti che non so se sono stato buono, per cui non so se io meriti dei regali o un autotreno di carbone.
Quello che posso dire è che quest’anno in amore del cinema ho speso (o come direbbero elegantemente i francesi “buttato nel cesso”) un sacco delle ore che Dio onnipotente mi ha concesso su questa terra, e visto il mio nobile intento spero che ai tuoi occhi questo conti qualcosa.

Dato che a Natale bisogna essere più buoni e altruisti (mentre negli altri 364…

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Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate

la battaglia delle cinque armate locandina“Vedo nei vostri occhi la stessa rottura di palle che potrebbe afferrare il mio cuore.

Ci sarà un giorno in cui il coraggio dei recensori cederà, in cui abbandoneremo i nostri princìpi e leccheremo il culo a ogni blockbuster, ma non è questo il giorno!

Ci sarà l’ora della Marvel, e dei maroni frantumati quando l’era di Michael Bay verrà alla luce, ma non è questo il giorno!

Quest’oggi recensiamo… Per tutto ciò che ritenete caro di questa bella Arte vi invito a resistere!”

Zaan Zaan Za-za-zaaaaan…

TRAMA: Dopo essere giunti a Erebor, Thorin e gli altri nani hanno due problemi: eliminare il drago Smaug e difendere la propria montagna, prima che altri giungano a reclamarne le ricchezze…

RECENSIONE: Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di J. R. R. Tolkien e terzo capitolo della relativa trilogia cinematografica, La battaglia delle cinque armate è la classica mattonata fantasy di due ore e mezza con cui, se Dio vuole e ha pietà di noi, si conclude la saga de Lo Hobbit.

sam you don't mean non intendi

Prima che mi aspettiate sotto casa coi bastoni, mi spiego meglio.

Nonostante io non sia amante, per usare un eufemismo, del cosiddetto “High Fantasy” (= elfi, nani, draghi, ambientazione medievale, serie tv pretenziose basate su tette e morti ammazzati), apprezzo tantissimo la trilogia de Il Signore degli Anelli: ritengo tutte e tre le pellicole molto ben realizzate globalmente, e penso che dimostrino una grande cura di tutte le loro componenti.
Ogni loro aspetto è di ottima qualità (dalla colonna sonora ai costumi, dalla fotografia al trucco), e nonostante al grande pubblico di tali elementi non gliene possa fregare di meno, i numerosi Oscar tecnici vinti in tali categorie credo siano stati più che meritati.

THE HOBBIT: THE BATTLE OF THE FIVE ARMIES

Il problema è che, dopo quel grande successo di pubblico e critica, in cabina di comando si sono lasciati prendere la mano, diluendo in tre opere (ciascuna oltretutto di lunghezza notevole) un libro dai toni favolistici molto più scarno di come sia stato poi rappresentato sul grande schermo.
Tale manovra, oltre ad essere una commercialata spaventosa dettata da una pantagruelica avidità, fa accomunare la trilogia de Lo Hobbit con altre galline dalle uova d’oro letterarie/cinematografiche come Twilight Hunger Games.

Risultando quindi un’opera fatta solo per soldi e utile come un costume da bagno sull’Everest.

hobbit katniss hunger games

Oltretutto a parte nani, elfi e uomini “high as fuck, fighting a dragon and shit”, non posso fare a meno di notare che questa serie sia divisa in un primo capitolo dal ritmo piuttosto lento in cui i personaggi principali si conoscono ed iniziano la loro avventura, un secondo atto caratterizzato da un grande scontro intermedio in cui la trama è riassumibile in due righe ed un episodio finale con grandi battaglie campali tra enormi eserciti.

Cioè pari pari a ISDA, nonostante le due opere letterarie di riferimento siano totalmente diverse.

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Tralasciando il pistolotto necessario data la conclusione di questa trilogia (i cui primi due film sono Un viaggio inaspettato La desolazione di Smaug), La battaglia delle cinque armate è un finale di saga portato a compimento con ordinarietà da ragioniere, e che pare una copia sbiadita de Il ritorno del re.

Sbiadita perché nonostante lo scontro menzionato nel titolo sia imponente e ben realizzato visivamente, il film dà sempre l’idea di un rifacimento in tono minore di ciò che si è visto anni fa, e ciò va ovviamente ad inficiare in pejus sulla qualità complessiva dell’opera.

Giudicare questa pellicola è quindi piuttosto difficile, perché sì, è fatta molto bene oggettivamente, ma rende una sensazione di “secondario” e di “tono minore” troppo marcata.

nani

Il cast tecnico è lo stesso de ISDA, e ciò garantisce alta qualità: come già accennato elementi quali la fotografia, i costumi, gli effetti speciali e la colonna sonora sono veramente ottimi, e contribuiscono a far immergere lo spettatore in un mondo lontano e incredibile, rendendo visivamente realistico ciò che oggettivamente non lo è.

Peccato solo che alcune scene di combattimento (specialmente quelle uno contro uno) siano state coreografate da qualcuno che aveva fatto il pieno di peyote un’ora prima e che si è fatto un po’… diciamo… “prendere la mano” con la spettacolarità.

Nonostante la complessiva qualità la pellicola trasmette poco, e devo ammettere che l’impressione di avere a che fare con un soprammobile di due ore e mezza tanto bello quanto vuoto sia stata piuttosto vivida.

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Ne La battaglia delle cinque armate viene portato a compimento il tema dell’avidità, che era stato introdotto nel capitolo precedente con la comparsa del drago e che ovviamente svolgeva un ruolo molto importante anche ne ISDA (“The thieves, the thieves, the filthy little thieves, they stole it from us, our precious”).

L’avidità del rettile sputafuoco, simbolo per antonomasia dell’accumulo e dell’amore smisurato nei confronti di ori e gioielli.

L’avidità di Thorin, la cui mente deve combattere contro le tentazioni e i tormenti che tale quantità di ricchezze provoca.

L’avidità dei produttori di questo film, ormai genuflessi alla categoria dei lettori e che farebbero mettere su pellicola anche le Pagine Gialle se ne avessero un importante ritorno economico.

thorin gold

Un’ulteriore pecca de LH è legata ai personaggi.
Se ne ISDA ci sono molti personaggi secondari dalla costruzione psicologica interessante (come Boromir, Faramir ed Éowyn, tanto per citarne tre), qui molti supporting characters sono bidimensionali (come lo stesso drago, che a parte la già citata bramosia trasmette poco altro), difficilmente identificabili poiché troppo piatti (molti dei nani sono interscambiabili tra loro) o non hanno senso di esistere se non quello di piegarsi ai cliché cinematografici (l’elfa Tauriel, inserita perché per accontentare il pubblico ignorante è obbligatorio mettere la bellona monoespressiva).

sam patate

Per le sottotrame poco da dire. Sono tante, si intersecano tra loro e parecchie vertono sulla conquista della montagna: una specie di Risiko con nani, elfi, orchi e chi più ne ha più ne metta.

Menzione particolare per la storia d’amore tra l’elfa e il nano, una delle dinamiche narrative più campate per aria e attaccate con lo sputo che io abbia mai visto in un film.

tauriel love

LH è inoltre una saga Bilbocentrica, e nonostante tale personaggio sia molto più “attivo” rispetto a quel sottobicchiere di Frodo l’idea di un soggetto umile inserito in conflitti più grandi di lui risulta un po’ troppo stucchevole, rendendo semplice spettatore di eventi colui che dovrebbe essere il protagonista dell’opera.

Attualmente giungono inoltre voci sulla possibilità di trasporre o meno in un film anche Il Silmarillion, altra opera di Tolkien.

Cosa ne penso di quest’idea?

boromir male che non dorme evil sleep

Per concludere lo ripeto un’ennesima volta in modo che sia chiaro: La battaglia delle cinque armate NON è il flagello di Isildur, ma un film oggettivamente buono; ciò che lo affossa è la palese poca scintilla artistica presente in esso, che lo fa risultare piatto e poco interessante.

Meglio tornare agli antichi fasti…

Scemo & + scemo 2

Scemo_e_piu_Scemo2_posterScemo è chi questi film fa.

TRAMA: Vent’anni dopo gli eventi di Scemo & + scemo, Harry e Lloyd intraprendono un viaggio per conoscere la figlia di Harry, avuta anni prima e della quale egli non era a conoscenza.

RECENSIONE: Avete presente quando alle riunioni di famiglia il nonno o lo zio iniziano a vantarsi che da giovani saltavano i fossi per il lungo (espressione delle mie parti) e vi vogliono dimostrare a tutti i costi di essere ancora gagliardi nonostante l’età?
E voi siete allo stesso tempo imbarazzati e spaventati, perché temete che possano coprirsi di ridicolo, procurarsi lesioni gravi o entrambe?

Ecco, questa sensazione dilatata per un’ora e cinquanta potrebbe essere validamente succedanea di Scemo & + scemo 2, film diretto dai fratelli Bobby e Peter Farrelly e di cui sentivo la mancanza come della reunion tra Robbie Williams e i Take That.

Cioè zero.

Far uscire nelle sale un secondo episodio a vent’anni di distanza dal primo è un’idea imbecille ed inutile quasi quanto realizzarne un prequel.

scemo e più scemo prequel

Appunto…

Dato che l’attività del cinefilo è un pendolo che oscilla tra la noia e le boiate ci si cucca l’ennesimo sequel assai tristanzuolo, grazie al quale ci si convince ancora di più della cronica mancanza di idee in quel di Hollywood.

Una domanda, per curiosità: se voi registi/sceneggiatori realizzate una pellicola che diventa un cult, in maniera oltretutto piuttosto insperata e casuale come in quel caso, potreste gentilmente ringraziare gli déi per la vostra fortuna e NON spremere ancora di più la rapa tentando di cavarne del sangue?

scemo e più scemo primo

Ma certo che no: i fratelli Farrelly (ripetetelo velocemente dieci volte, vi sfido) danno un seguito al loro vecchio film, all’epoca diventato celebre per essere caratterizzato da una comicità in stile “tre marmittoni” (di cui non a caso i Farrelly hanno realizzato un remake), ma più sboccata e irriverente, ripetendo stancamente le gag della prima pellicola e aggiungendone poche altre; queste ultime però non forniscono novità, risultando infatti trite e ritrite all’occhio di un pubblico che sia non dico sveglio, ma nemmeno in totale coma cerebrale.

L’obiettivo dei due registi è inoltre probabilmente quello di spappolare le cornee agli spettatori: non si spiegherebbe in altro modo, infatti, la scelta di usare dei tagli di montaggio (elemento curato da Steven Rasch) sfumati, dolci e delicati come una sprangata sul collo, soprattutto negli stacchi da una scena all’altra.

Stacchi che solitamente hanno sul pubblico l’impatto di un’automobile da crash test contro un muro.

scemo e più scemo

Come già accennato, quest’opera è la copia carbone dell’originale.

Ed è proprio questo il problema.

Scemo & + scemo 2 è lo stesso identico road movie con lo scopo di trovare una persona che era Scemo & + scemo, con le solite tappe, difficoltà e gag comiche che però “comiche” non sono, risultando infatti sia divertenti come darsi una martellata sul pollice sia utili come imparare l’inglese attraverso i porno.
Nemmeno i parecchi rimandi al film del 1994 riescono a sollevare la qualità dell’opera, poiché fanno molto “effetto ’74-’75“, di cui avevo già scritto riguardo a I mercenari (e a cui vi rimando per non ripetere lo stesso identico concetto anche qui).
La comicità è basata su battute politicamente scorrette, equivoci verbali, riferimenti scatologici e gag potenzialmente omicide: ciò non solo è scontato, noioso e prevedibile, ma è anche coperto da una cappa di ritardo mentale maggiore di quella di una puntata di Uomini e donne.

Gli ultracinquantenni Jeff Daniels (1955) e Jim Carrey (1962) inseriti in tale contesto fanno seriamente tristezza nonostante si trovino a loro agio in tali panni, dimostrando quale sia la differenza tra attori che si divertano e attori che divertano gli altri.

Cioè la differenza tra Johnny Depp e Bill Murray.

scemo e più scemo carrey daniels

Piccole parti per Kathleen Turner (che contribuisce alla malinconia per i bei tempi andati di quando Aleandro Baldi vinceva Sanremo con Passerà) e Laurie Holden, ex Andrea in The Walking Dead.

In conclusione la mancanza di originalità, la sceneggiatura uguale al primo film e la scarsa vena degli attori rendono Scemo & + scemo 2 un film ignorante come Jon Snow, sensato come un albero di Natale il 10 luglio e positivo per il cinema come Yoko Ono per i Beatles.

Evitatelo come i monatti.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Pillole di cinema – I Vichinghi

i-vichinghiCoraggio, mio prode articolo: vai là fuori e guadagnati il Valhalla!

TRAMA: Un piccolo gruppo di vichinghi naufraga in Scozia e intraprende un pericoloso viaggio per tornare ai propri accampamenti.

Film della cui visione da parte mia avevo già accennato nel precedente articolo sui 4 trailer.

Pregi:

È breve: e dagli. Nonostante due dei film che ho apprezzato di più quest’anno (The Wolf of Wall StreetInterstellar) superino le due ore e mezza, sono sempre della parrocchia secondo cui la durata di un film dovrebbe essere proporzionata alla storia da raccontare. Storia breve = poche balle.

Non ci si perde in chiacchiere: normalmente questo sarebbe un difetto, ma in un film tutto azione e battaglie meno si parla meglio è. Personalmente non ricordo i vichinghi come popolo propenso alla diplomazia e al dialogo.

La prima metà del film: piuttosto godibile per gli standard del genere.

Fa ridere: vedi primo difetto.

Difetti:

La seconda metà del film: passato l’intervallo o giù di lì il film collassa su se stesso inanellando un’assurdità dietro l’altra. Il lato positivo è che come già accennato molte scene sono involontariamente ridicole, però alcune cazzate sono troppo marcate.
E tecnicamente I Vichinghi dovrebbe essere un film serio.

Il personaggio femminile: ce n’è solo uno, e dire che “fa tappezzeria” sarebbe un insulto per i tendaggi.

Caratterizzazione dei personaggi: stereotipi a go-go, i vari personaggi vengono ricordati più per il tipo di arma e per la tipologia di individuo che incarnano piuttosto che per la loro introspezione psicologica. Gli antagonisti sono delle amebe bidimensionali.

Sa di già visto: Un po’ King Arthur, un po’ Centurion, un po’ altre cose…

Consigliato o no? Come sempre, dipende: se volete un film decente su un gruppo di vichinghi arrivate a metà pellicola e poi uscite dal cinema, se vi interessa una boiata immane resistete alla prima parte, poi vi divertirete.

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