L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per agosto, 2014

Cattivi vicini

cattivi vicini locandinaI parenti non li scegli.
Figurati i vicini.

TRAMA: Una coppia vive in un quartiere tranquillo e pacifico fino all’arrivo di una confraternita universitaria capeggiata da Teddy, che sconvolgerà la loro vita.

RECENSIONE: Per la regia di Nicholas Stoller, specialista nelle commedie piuttosto sguaiate, Neighbors è l’esatto esempio di film tecnicamente mediocre (e apparentemente tutto fuorché invitante), che raggiunge però alla perfezione il proprio scopo.

Perché dico questo?

  • Perché spesso la macchina da presa sembra tenuta in mano da una persona affetta dal morbo di Parkinson.
  • Perché la sceneggiatura potrebbe essere scritta su un post-it ed è un mero pretesto per mostrare una gag dietro l’altra.
  • Perché uno dei protagonisti è Zac Efron, famoso per aver recitato in un musical della Disney che faceva inzuppare le ragazzine in tempesta ormonale.

Appurato questo, Cattivi vicini mi ha fatto piegare in due dal ridere.

Una commedia non deve essere (necessariamente) “bella” in senso tecnico, poiché il suo obiettivo è un altro.

Prediligendo il contenuto sulla forma, preferisco guardare una pellicola comica realizzata in maniera magari non eccelsa ma che riesca a svagarmi e mi diverta per un’ora e mezza, e in tal senso questo film centra perfettamente il bersaglio.

L’ironia è piuttosto volgare (espliciti riferimenti sessuali à go go, turpiloquio senza freni), ma a differenza di un cinepanettone o cineputtanata qualsiasi è azzeccata per il contesto e riesce a non essere stantia.

La casa come rifugio sicuro dallo stress del lavoro e degli impegni quotidiani diventa qui una trappola.
Si assiste ad un ribaltamento tra ciò che solitamente è sicuro (la propria dimora) e ciò che non lo è (il mondo esterno, agorafobia portami via), con la dimensione casalinga-urbana come continua fonte di lotta e di affermazione del proprio spazio a scapito di quello dei vicini, che vengono visti come una calamità.

Tipo le locuste, la pestilenza o i boy scout.

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L’uomo regredisce quindi ad uno stadio animalesco, con l’ossessiva ricerca di una marcatura del territorio solitamente non necessaria (è la legge che protegge i cittadini, la dimensione da Far West grazie a Dio l’abbiamo superata) ma che lo galvanizza e lo rende fiero della propria autorità, sfociando in una vera e propria battaglia tra individui per la propria libertà.

Individui che arrivano a volersi bene più o meno come Lakers e Celtics.

La regia di Stoller, come in generale quella delle commedie, ha come unico obiettivo l’aggiungere più brio possibile alle gag.
A parte dei tremori piuttosto evidenti (e altrettanto fastidiosi) in alcune scene di dialogo, sono pochi gli spunti da segnalare (come ad esempio la scena dell’airbag, che si vede anche nel trailer).
Per il resto normale amministrazione: tranquilli e sicuri come Una poltrona per due a Natale.

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La sceneggiatura, come già accennato, è piuttosto semplice e senza molti arzigogoli, ma a differenza del solito ciò è un bene: in tal modo lo spettatore non si stanca nel seguire eventuali sottotrame o varie complicazioni narrative, ma può semplicemente gustarsi quel che vede.

I dialoghi ricchi di botte e risposte e conditi da moltissima volgarità fanno immergere lo spettatore nella realtà urbana in cui si svolge la vicenda, diminuendo il filtro (e la distanza) tra il pubblico e lo schermo.

L’ironia è accresciuta anche dalla netta separazione tra la felice e agiata coppietta tipicamente wasp con la chiassosa confraternita di giovincelli, che alla Animal House maniera si comporta né più né meno con il savoir faire un’orda unna inferocita.

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Azzeccati i ruoli principali.

Seth Rogen e Rose Byrne (Segnali dal futuroCome un tuono) sono una coppia divertente: in loro vi è la contrapposizione tra l’uomo immaturo e la donna con la testa sulle spalle (I Simpson docet), ma con alcuni ribaltamenti di ruolo piuttosto divertenti.

Non pensavo che l’avrei mai detto, ma Zac Efron quando non canta, non balla e non gioca a basket non è neanche male.
Il ruolo di fisicato leader dei ragazzi gli si addice, e il confronto tra lui e Rogen, come l’intera pellicola del resto, deve la sua comicità alle differenze antitetiche.
Particolarmente comiche per quanto riguarda fisico e abitudini.

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Apparizioni di Dave Franco (Now You See Me) e Christopher Mintz-Plasse (Kick-Ass 2) nei panni di altri membri della confraternita.

In generale un film divertente, per passare un’ora e quaranta circa di puro svago.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Sul rapporto di vicinato sono stati realizzati molti film, di diverso genere. Per la commedia I vicini di casa (1981) e Duplex – Un appartamento per tre (2003). Sul versante dramma-thriller Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York (1968) ,Uno sconosciuto alla porta (1990) e Arlington Road – L’inganno (1999).

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Hercules – Il guerriero

Hercules-Il-guerriero-poster“E non ce n’è / per nessuno ormai…”

Ah, non è quell’Hercules?

TRAMA: Dopo aver compiuto le dodici fatiche, Hercules deve fermare una guerra civile in Tracia.

RECENSIONE: Tratto dalla graphic novel (sì, vabbé, “fumetto”) Hercules: La guerra dei Traci di Wijaya e Moore, questo film ha un enorme problema.

Ossia le prime sei parole da me scritte dopo “TRAMA”.

Eh, già: nonostante il buon Eracle abbia una delle storie più avvincenti della mitologia, nonché una di quelle che più si prestano ad un film action esaltante ed ignorante come piace tanto al pubblico, le dodici fatiche imposte all’eroe dal cugino Euristeo qui vengono considerate un prologo di poco conto, utilizzato tanto per imbastire la narrazione del film vero e proprio.

E usare le dodici fatiche come introduzione per l’insulsa storiella senza capo né coda che arriva dopo è come chiamare gli U2 per aprire un concerto dei Gazosa.

fatiche hercules

Oltre allo spreco di materiale narrativo, il film risente anche di uno dei difetti tipici di Hollywood: strafottersen… ehm… volevo dire… “tenere poco in considerazione” l’ambientazione delle pellicole.

Hercules – Il guerriero, infatti, è ambientato in Grecia e non c’è un attore greco a pagarlo oro.

Tipo Il mandolino del capitano Corelli Irene Papas esclusa, che per noi abitanti dello stivale ha anche l’aggravante di essere uno dei film più razzisti e stereotipati sugli italiani.

Grazie, Nicolas: se tu non ci fossi bisognerebbe inventarti.

Per carità, è poi ovvio che da un’opera in cui un ex wrestler AMERICANO di origine SAMOANA interpreta uno dei più iconici eroi della mitologia ELLENICA il realismo è l’ultima cosa che mi aspetto; ma dato che la speranza è come l’amico simpatico dei protagonisti (ossia, l’ultima a morire) sarebbe ben accolto un minimo di fair play nei confronti di quegli spettatori non completamente rintronati.

La regia di Brett Ratner, il cui nome dopo la scritta “directed by” è garanzia di ciofeca e che recentemente ha contribuito a quell’imperdonabile insulto al cinema di nome Comic Movieè prevedibilmente senza guizzi o inventive di sorta.

Ennesima opera di genere “neo-peplum”, Hercules – Il guerriero si basa infatti su un attore dalla possente muscolatura, come Steve Reeves e Samson Burke quarant’anni fa, inserito in un contesto assai raffazzonato, sfiorante il ridicolo involontario e (almeno quello a differenza dei “sandaloni” di decenni fa) con l’unica scusante degli effetti speciali quasi decenti.

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La sceneggiatura di Evan e Spiliotopoulos (un greco, miracolo!) si accoda alla mediocrità della regia.
Le varie dinamiche narrative sono una semplice scusa per far menare le mani a The Rock, comunque abituato dal wrestling a picchiare la gente per finta.

Menzione speciale per gli eccezionali dialoghi, tra cui spiccano “Un bel seno è più convincente di tutto l’oro del mondo”, “Il modo in cui vediamo noi stessi non conta: è come ci vedono gli altri che è importante” e il classico scambio “Se solo la tua verga fosse lunga quanto la tua lingua” / “Entrambe danno piacere in modi diversi”.

Cast piuttosto ricco, per gli standard dei film ignobili.

Dwayne “The Rock” Johnson (recentemente apparso in Fast & Furious 6 e  Pain & Gain) come pettoruto Ercole fa la sua porca figura: in un ruolo per cui il physique du rôle è l’unica cosa che conta, come vincere per la Juventus, La Roccia non è neanche male.

Ecco, poi se si inizia a parlare di “recitazione” il discorso cambia abbastanza…

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Oltre all’Hulk samoano abbiamo lo sprecatissimo Joseph Fiennes, Ian McShane (negli ultimi anni in scariche diarroiche del calibro di Biancaneve e il cacciatore e dell’ultimo Pirati dei Caraibi) e John Hurt, l’attore morto più volte nella storia del grande e piccolo schermo (Sean Bean chi?).

Accanto a loro Rufus Sewell, di cui abbiamo già visto la faccia ne La leggenda del cacciatore di vampiri e Irina Shayk, di cui abbiamo già ammirato il culo appeso ai muri delle migliori autofficine.

Irina-Shayk-Maxim

Classico filmetto action senza la benché minima pretesa.

Ah, comunque per me il vero Hercules sarà sempre questo:

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Troy (2004) di Wolfgang Petersen e tutta la robaccia in stile Scontro tra titani e relativo seguito (2010 e 2012).

Anarchia – La notte del giudizio

Anarchia_-_La_notte_del_giudizio_Poster_Italia_mid“I wanna be Anarchy / Know what I mean?”

TRAMA: 2023. Da anni negli Stati Uniti è in vigore la Purga, una notte all’anno in cui ogni atto illegale, compreso l’omicidio, viene consentito se commesso nell’arco di dodici ore. Varie persone si ritrovano, per motivi diversi, fuori dalle proprie case durante tale notte…

RECENSIONE: Come a ribadire la scarsità di idee in quel di Hollywood, anche Anarchia- La notte del giudizio è un sequel (il terzo di fila che recensisco dopo Transformers 4 Apes Revolution), e per la precisione segue La notte del giudizio, film uscito l’anno scorso e, come questo, scritto e diretto da James DeMonaco.

Il primo episodio (sì, lo so che dovrei parlarvi subito del secondo, ma questa introduzione è necessaria, state buonini qualche riga) non mi è piaciuto, sebbene l’idea di partenza la considerassi interessante, almeno sulla carta.

the purge

La possibilità infatti di “purgare” la propria rabbia compiendo crimini che rimangano impuniti per legge avrebbe potuto far aprire al film scenari interessanti dal punto di vista sociale e psicologico.

A patto, però, di realizzare una pellicola adrenalinica e con moltissima tensione, o eventualmente una semi-commedia (detto meglio, un “film drammatico dai forti contenuti comici”), così da da satireggiare gli elementi tipici delle moderne società occidentali.

Uno fra tutti il finto perbenismo.

Purtroppo La notte del giudizio è un thriller piuttosto piatto, stereotipato e noioso, che risulta alla fine della fiera un buco nell’acqua.

Come anche il suo seguito.

anarchia

Non mi si fraintenda, penso sia interessante la contrapposizione tra la sfera della legalità, basata su sovrastrutture sociali istituzionalizzate e l’ambito della moralità, basata su sovrastrutture sociali convenzionalizzate e non scritte.

A pensarci bene anche nella vita di tutti i giorni siamo a contatto con attività legali (che quindi ognuno può fare senza ricorrere a sanzioni) ma allo stesso tempo immorali (che perciò attirano il biasimo della società se vengono compiute).

Come la pornografia.

O l’adulterio.

O dare la patente di guida a una donna.

Regia e sceneggiatura cercano disperatamente di far appassionare lo spettatore alle diverse sotto-trame, sforzandosi di creare uno spaccato di povertà, disperazione e anime perse nell’oscurità, sia notturna che morale.

Aspetto corale quindi molto enfatizzato, come un Altman senza classe ed ironia, o un Crash- Contatto fisico di Haggis senza crudo realismo.

O un Game of Thrones senza scene di sesso a caso.

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Vi sono inoltre elementi piuttosto confusionari e buttati lì alla bell’e meglio, come la lotta di classe con la contrapposizione tra i wasp ricchi e cacciatori e le minoranze considerate carne da macello e poco più che tributi: anche quest’ultimo sarebbe uno spunto interessante, ma purtroppo tarpato dalle carenza qualitative dell’opera, la quale appare agli occhi dello spettatore attento non più di uno studente che sceglie una buona traccia per redigere un tema ma non riesce a portarlo a compimento con altrettanta qualità.

Rimane inoltre qualche perplessità sul termine stesso “anarchia”, che, senza scomodare Proudhon, qui è costellata da un po’ troppe regole e limiti per essere considerata tale in senso stretto.

Sì, insomma, più che “anarchia” vera e propria quello del film sembra un semplice arco di tempo in cui le persone possono scatenare i propri istinti più beceri e animaleschi, sfogando al contempo le proprie enormi frustrazioni represse.

Tipo l’intervallo a scuola.

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Cast composto da nomi non troppo noti al grande pubblico, e che almeno contribuiscono ad aumentare l’effetto “realtà” dell’opera, il quale viene però molto ridimensionato da reazioni umane che di realistico hanno purtroppo ben poco.

Spicca Frank Grillo (era Crossbones in Captain America: The Winter Soldier) come figura inizialmente enigmatica e carismatica, non staccandosi però più di tanto dagli stereotipi di questo tipo di character.
Gli altri attori fanno tappezzeria.

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Dimentico qualcosa?

Ah, già: produce Michael Bay.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Il primo capitolo, ovviamente, più altri grandi film con alcuni elementi simili, come Cane di paglia (1971) o I guerrieri della notte (1979).

Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie

pianeta scimmieCita vs Tarzan.

TRAMA: 10 anni dopo lo scatenarsi dell’epidemia (nata da una cura per l’Alzheimer testata sulle scimmie) i pochi umani superstiti cercano un modo per fermare il conflitto con gli stessi primati, diventati col passare del tempo sempre più intelligenti ed evolute.

RECENSIONE: Seguito de L’alba del pianeta delle scimmie, diretto da Rupert Wyatt, e reboot di una delle saghe cinematografiche più famose e iconiche della storia, Apes Revolution è un film d’azione che sfocia spesso e volentieri nell’analisi socio-politica spiccia.

La componente action e fantascientifica è infatti presente, ma sembra quasi avere una funzione ancillare nei confronti della rappresentazione delle “correnti” ideologiche delle due fazioni contrapposte.

Lo scontro è un’allegoria dei conflitti odierni tra propri simili, dato che qui la lotta è tra anelli della medesima catena evolutiva, e il focus della pellicola è ovviamente il rapporto difficile tra le due collettività dalle differenze (quasi) inconciliabili e con interessi (quasi) completamente diversi.

L’opera si allaccia inoltre al dubbio e non univoco concetto di “evoluzione”, sottintendendo che il progresso meccanico e oggettivo non renda una specie automaticamente migliore a com’era in precedenza se la fa degenerare verso la violenza e la lascia cadere nell’innata tendenza alla distruzione.

La regia di Matt Reeves (Cloverfield) alterna in maniera piuttosto sapiente scene di ampio respiro, con inquadrature letteralmente sature di esseri viventi (umani o scimmie), e altre in cui l’attenzione dello spettatore si focalizza su un unico personaggio, che riempie interamente lo spazio visivo.

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L’azione è presente, ma come già detto non in quantità eccessive o eccessivamente ignoranti, prediligendo in molti casi più l’aspetto politico-bellico che quello meramente violento; ciò contribuisce a rendere la pellicola più profonda rispetto ad altre di genere simile, non scadendo nel becero e dimostrando un certo fosforo in fase di regia.

La sceneggiatura di Bomback, Jaffa e Silver pone in risalto i già citati due gruppi in un modo che definirei “percorso tracciato da una pallina in una partita svolta a Wimbledon”.

In molti film di questa tipologia, si sviluppa nello spettatore una sorta di “tifo” per una o l’altra fazione; personalmente la trovo una cosa piuttosto infantile, ma tant’è.

Qui lo script fa rimbalzare le “simpatie” del pubblico per l’una o l’altra parte del conflitto alternativamente, mettendo prima in buona o cattiva luce uno dei due gruppi e successivamente invertendo il processo.

La conclusione che se ne trae è che tolleranza e lungimiranza non dipendono dalla specie di appartenenza, ma dal singolo: in ogni gruppo sociale, più o meno ampio che sia, ci sono elementi intolleranti, ottusi, assetati di potere e propensi alla guerra, così come individui più riflessivi, saggi e pacifici.

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Lo scienziato protagonista del capitolo precedente, mosso da nobili ideali ed interpretato da James Franco, è qui sostituito da Jason Clarke (ex George Wilson de Il grande Gatsby) e Gary Oldman (ultimamente in un altro reboot/remake, quello di Robocop, anche se sinceramente preferisco ricordarlo per ben altri ruoli); paradossalmente il fattore umano non è il più rilevante della pellicola, che spesso e volentieri preferisce concentrarsi sul gruppo al di là del Rubicone.

Cesare, il leader delle scimmie, è infatti il personaggio con la maggiore esplorazione psicologica, la quale lo rende il vero protagonista dell’opera.

Non sarà quello che commentò la battaglia di Zela del 47 a.C. con “Veni, vidi, vici”, ma questo imperatore delle scimmie è rappresentato come un sovrano illuminato, capace di gestire con fermezza il proprio clan unendo alla disciplina l’intelligenza e la lungimiranza.

Molto più umano di molti umani, Cesare è retto da una magistrale interpretazione di Andy Serkis, che compie un altro gran lavoro di recitazione e motion capture dopo Sméagol/Gollum (chi come me ha visto ISDA anche in lingua originale sa a cosa mi riferisco) e King Kong (forse un po’ “troppo” umano, ma comunque un notevole risultato), dimostrando che forse l’Academy dovrebbe aprire maggiormente ad interpretazioni di questo tipo.

Convenzionali? Forse no.

Degne di nota? Assolutamente sì.

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Nel complesso un buon film.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Il pianeta delle scimmie è una serie di otto film, scegliete quello che più vi aggrada.

Ma per favore NON il remake di Tim Burton.

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