L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per maggio, 2014

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Pillole di cinema – Il ruolo di Wolverine

wolverine2Ovvero “I’m the best there is at what I do. But what I do isn’t very nice. ”

Quando venne deciso di girare nel 2000 un film sugli X-Men (prodotto dalla Fox, che detiene i diritti su tale saga), uno degli aspetti principali da curare fu quello relativo alla scelta degli attori.

Essendo personaggi iconici dei fumetti, ogni mutante doveva avere un volto e un corpo che lo rispecchiasse al meglio, in modo da non deludere i fan dei relativi comics con casting penosi.

Il problema maggiore ci fu per Wolverine, tra l’altro uno dei characters più famosi.

Inizialmente fu considerato per la parte il neozelandese naturalizzato australiano Russell Crowe (che anni dopo si darà alle arche in Noah), ma venne scartato a causa del suo cachet troppo alto.

Successivamente vennero considerati vari attori, anche molto diversi tra loro (ad esempio Aaron Eckhart, Jean-Claude Van Damme, Viggo Mortensen, Edward Norton, Keanu Reeves e Gary Sinise) e venne scelto lo scozzese Dougray Scott, che però dovette rifiutare poiché impegnato sul set del mediocre Mission: Impossible II (contento lui…).

Infine la parte andò all’allora sconosciuto attore australiano Hugh Jackman, che ricevette il ruolo ben tre settimane dopo l’inizio delle riprese.

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Questo ruolo farà da lancio alla sua carriera (fino alla Nomination agli Oscar come miglior attore per Les Misérables), e lo porterà ad essere identificato in tutto il mondo con il mutante dallo scheletro adamantino.

Presente in tutti e cinque i film sugli X-Men (tra cui l’ultimo e ben riuscito X-Men: Giorni di un futuro passato), con un divertente cameo in X-Men – L’inizio e ben due film con protagonista il mutante artigliato (X-Men le origini – Wolverine e Wolverine – L’immortale), questa accoppiata attore-personaggio è probabilmente una delle più azzeccate per quanto riguarda il cinema di disimpegno degli anni 2000.

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Curiosità:

-Nella serie tv Scrubs il dottor Perry Cox prova un grande odio nei confronti di Hugh Jackman.
Ironico è il fatto che John C. McGinley (l’attore che interpreta Cox) sia stato uno di quelli considerati per interpretare Wolverine prima che la parte andasse a Jackman

-Hugh Jackman ha dichiarato di aver trovato l’ispirazione per la quasi perenne rabbia di Wolverine quando sul set si doveva svegliare prestissimo alla mattina, l’acqua per lavarsi era ghiacciata e lui doveva trattenersi dall’arrabbiarsi per non svegliare gli altri.

-Qui il provino di Jackman per avere la parte:

 

X-Men: Giorni di un futuro passato

x men giorniViaggi nel tempo? Preparo la DeLorean.

TRAMA: In un futuro prossimo i mutanti si trovano sull’orlo dell’estinzione. I pochi superstiti decidono di spedire la coscienza di Wolverine indietro nel tempo, per cercare loro stessi da giovani e avvisarli di ciò che sarà il futuro, impedendo così la loro fine.
Ispirato al fumetto Giorni di un futuro passato, scritto da Chris Claremont e John Byrne.

RECENSIONE: Settima pellicola su uno dei gruppi di supereroi più famosi dei fumetti, X-Men: Giorni di un futuro passato vede in cabina di regia Bryan Singer, che come gli assassini di Agatha Christie torna sul luogo del delitto dopo X-Men (2000) X-Men 2 (2003).

Tratto (molto liberamente) dal già citato fumetto, se questo film non fosse prodotto dalla Marvel, non avesse come protagonisti dei personaggi della Marvel e non mostrasse a caratteri cubitali il logo Marvel

…non sembrerebbe un film della Marvel.

Mi spiego.

Nella pellicola sono sì presenti tutte le caratteristiche tipiche dei film di questa casa di produzione, ma non sono esagerate o esasperate come in altre opere, aumentando così di molto la sua qualità complessiva.

È presente l’ironia, ma non ai livelli prescolari di The Avengers o di un Iron-Man a caso.
Le battute sono inserite con criterio all’interno dei dialoghi, e non si ha quindi l’impressione (molto presente soprattutto nelle ultime pellicole supereroistiche) di avere di fronte un film comico con elementi d’azione e non viceversa.

Sono presenti azione e combattimenti, ma riescono ad essere ben fatti esteticamente senza essere o troppo lunghi o eccessivamente sopra le righe o delle esagerazioni senza cognizione alcuna.

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È inoltre presente udite udite una seria introspezione psicologica di alcuni personaggi, i cui dubbi vengono rappresentati in modo maturo, senza cazzate del tipo “Non siamo su binari diversi, sei tu il mio binario” o “Più riempio la scatola più mi sembra leggera”.

Vero, The Amazing Spider-Man 2?

Rimane infatti dalla pellicola precedente (X-Men: L’inizio, di Matthew Vaughn) il focus narrativo riguardante il contrasto tra Charles “Professor X” Xavier ed Eric “Magneto” Lehnsherr, le cui differenze di opinioni riguardanti la minoranza di appartenenza sono paragonabili (e in parte ispirate) a quelle tra Martin Luther King e Malcolm X negli anni ’60.

Tentiamo un confronto con loro in modo da instaurare una pacifica convivenza…
…o cerchiamo l’affermazione sociale attraverso il conflitto?

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Un altro pregio molto importante dell’opera, dal punto di vista strettamente narrativo, è quello di riuscire ad incastrare bene tutti i pezzi che compongono la storia complessiva degli X-Men, in modo da dare ordine al casino creatosi nel franchise a causa di sequel, prequel e spin-off vari (i due pessimi su Wolverine, ossia X-Men le origini – Wolverine Wolverine – L’immortale).

Si può pensare quindi a questo film come all’ingranaggio che collega tutti gli altri, facendo muovere la macchina in maniera scorrevole e regolare.

L’ho già accennato, Singer è come l’Impero: colpisce ancora.

Dopo aver infatti diretto le uniche pellicole ben realizzate sugli X-Men (insieme, va detto, al già menzionato X-Men: L’inizio), qui Singer riprende in mano la regia del franchise, facendo un buon lavoro.
Primi piani piuttosto frequenti, usati per accentuare la profondità psicologica dei personaggi, si alternano a poche ma colossali scene di ampio respiro, che mostrano allo spettatore la magnificenza di alcuni poteri attraverso un ottimo uso degli effetti speciali.
Ottima anche la differenza di estetica tra il passato, con i colori vivaci e gli elementi scenici tipici degli anni ’70, e il futuro, molto cupo e tetro, con colori di un blu-nero talvolta estremo e quasi seppiato, a simboleggiare l’assenza di speranza e l’enorme drammaticità della situazione.

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La sceneggiatura di Simon Kinberg modifica parecchio il fumetto originale, non in maniera stupida o caciarona ma, anzi, confezionando un plot stranamente piuttosto accurato per gli standard Marvel (c’è da dire, bassi come i Dachshund).
Le differenze con la versione cartacea di tale storia sono innumerevoli, ma anche per chi l’abbia letta non si ha l’impressione di una snaturazione di essa in nome del dio denaro, ma di una sostituzione di alcuni aspetti per fornire allo spettatore un prodotto di buona qualità.

Dopo aver combattuto contro Magneto, contro William Stryker, contro Magneto (e dai) e contro il Club Infernale, in questo capitolo gli X-Men si trovano a che fare con alcuni tra i loro nemici più iconici: le Sentinelle.

Trasponendole nel relativo franchise cinematografico si risponde quindi a domande importanti come “Chi le ha create?” e “Perché?” (ma non a quella fondamentale, ossia “Quale malato di mente farebbe dipingere dei robot sterminatori giganti di viola?”), e nella pellicola  esse sono la metafora di una spada di Damocle che pende sulla testa delle persone, un nemico inarrestabile creato dai governanti e che persegue la sua incessante opera di distruzione e morte.

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Parlare del cast è difficile, perché ci sono più personaggi qui che bionde con la quarta di seno nella Playboy Mansion; il film crea anche interessanti parallelismi tra le versioni giovani e vecchie degli stessi characters, aumentando quindi l’effetto corale.

Per citarne solo alcuni, qui abbiamo Hugh Jackman ormai completamente integrato nel Wolverine e che come al solito spacca culi stile Kevin Sorbo in Hercules, James McAvoy e Michael Fassbender ottimi e che dimostrano di essere tra gli attori under 40 più in forma, Jennifer Lawrence vera protagonista del film con la sua Mystica tormentatissima e sempre in bilico tra il bene e il male, Patrick Stewart e Ian McKellen che in fondo si divertono parecchio.

Nei panni di Bolivar Trask, creatore dei robot, c’è l’ottimo Peter Dinklage, attore di… ehm… avete presente quella serie tv in costume che guardano in pochi e che su Facebook non viene praticamente mai citata… adesso sinceramente non ricordo come si chiami…

Ah, già: Tette & Medioevo.

Probabilmente uno dei migliori film della Marvel mai usciti.

O perlomeno, tra quelli degli ultimi anni sicuramente.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I già citati film sugli X-Men fatti come Dio (e non Marvel/Disney) comanda: X-Men (2000), X-Men 2 (2003) e X-Men: L’inizio (2011).

Tanto per darvi un’idea di quanta gente abbiano tirato fuori nel corso degli anni:

E questa è una piccola chicca, che capirete quando vedrete il film:

Grand Budapest Hotel

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Agli Eagles piace questo elemento.

TRAMA: In un Hotel di lusso nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka di inizio ‘900 si intrecciano varie storie, tra cui il furto di un dipinto rinascimentale di inestimabile valore e un enorme patrimonio di famiglia lasciato in eredità.

RECENSIONE: Scritto e diretto da Wes Anderson, questo film è una notevole opera corale che riesce ad unire la delicatezza e i canoni tipici di questo regista ad una divertente frizzantezza di fondo.

Anche Grand Budapest Hotel presenta infatti gli elementi noti delle opere di Anderson (la già citata coralità, i personaggi secondari simpatici e ben caratterizzati, il gusto per la costruzione delle scene in cui emergono i dettagli), mostrando tante situazioni genuinamente divertenti da cui traspare una grande leggerezza.

Presente nella pellicola anche l’importante tema della crescita, con un viaggio di formazione dinamico nei luoghi e nei contenuti: il rapporto maestro/apprendista (no, Guerre Stellari non c’entra) che diventa sostituzione di una figura paterna non presente, facendo nascere rispetto e amore tra due persone agli antipodi caratterialmente ma entrambe coinvolte in una vicenda più grande di loro.

Rilevante (e molto divertente) anche l’uso del lessico.
In generale il registro linguistico è medio-alto, tipicamente di inizio ‘900, ed è molto comico sentire personaggi di estrazione sociale bassa parlare in maniera forbita. Comico è anche l’abbassamento repentino di tale linguaggio, che diventa improvvisamente volgare con la stessa seraficità di espressione da parte degli attori.

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La sceneggiatura è paragonabile quasi ad un’operetta, con un’allegria di fondo alimentata anche dall’originalità dei personaggi e dalla trama rocambolesca, in cui si intrecciano molte sottovicende simpatiche che creano uno sfaccettato microcosmo.

Sul lato tecnico spicca in particolar modo la fotografia di Robert Yeoman, aficionado di Anderson e che in Grand Budapest Hotel delizia l’occhio dello spettatore con splendidi e “plasticosi” colori pastello, che non strabordano nel kitsch e mantengono una raffinata misura estetica, rendendo l’hotel un’enorme casa di bambole a grandezza naturale.
Ogni scena del film, anche la più breve, denota inoltre un’ottima costruzione spaziale, con scenografie molto ben organizzate a livello architettonico, vivaci ma allo stesso tempo rigorose nella loro strutturalità.

The Grand Budapest Hotel

Le musiche di Alexandre Desplat sono sempre pertinenti a ciò che si vede nelle scene, accompagnando dolcemente l’orecchio dello spettatore e riempiendo pienamente la sua cognizione sensoriale. Un altro loro merito è quello di rimanere anch’esse, come la fotografia, discrete e non troppo invasive rispetto all’apporto estetico.

Anche i costumi dell’italiana Milena Canonero (vincitrice di 3 Oscar per la categoria) dimostrano una grande attenzione e cura nella confezione, senza ovviamente disdegnare il prodotto.

Piccolo inciso personale: è questo ciò che intendo per quanto riguarda il rapporto che sussiste tra forma e contenuto in una pellicola: gli elementi scenici materiali devono esaltare il film senza essere la sua unica ragione di esistere, in modo che la sua visione da parte del pubblico possa essere un piacere per gli occhi ma anche per la mente.

Passando al cast, non so neanche da dove cominciare, ci sono più grandi attori in questo film che ragazze da Intimissimi il sabato pomeriggio.
Il pregio più grande dell’opera è quello di non essere una tribù con troppi capi e pochi indiani, ma di essere organizzata in modo che ogni personaggio secondario stia al suo posto facendo da chicca per gli occhi, senza che gli attori si rubino spazio a vicenda.

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Ralph Fiennes (post Voldemort, Deo gratia) come concierge è il mattatore del film, ed è uno dei personaggi più divertenti senza però scadere nella macchietta. Accanto a lui il bravo esordiente Tony Revolori, che mantiene per gran parte del film un’espressione a metà strada tra il tonto e il tranquillo che ben si adatta al suo ruolo.

Tra gli altri spiccano Saoirse Ronan, bene nella parte di una ragazza gentile e dolce, uno sboccatissimo (e spassoso) Adrien Brody come “villain”, Willem Dafoe granitico quanto basta, Jeff Goldblum ed Edward Norton in ruoli a loro congeniali.

Veramente molto carino.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: La filmografia del buon Wes, in particolare I Tenenbaum (2001), Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004) e Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (2012).

Altrimenti per il tema alberghiero cose leggermente diverse…

Locke

lockeAttento, Jack, perché l’Isola ha molte insidie e…
Ah, non è quel Locke?

TRAMA: Un ingegnere edile sposato e padre di famiglia viaggia di sera verso Londra per assistere al parto di una donna con cui ha avuto una scappatella mesi prima. Nel frattempo cerca di organizzare una colossale colata di calcestruzzo che avrà luogo la mattina seguente.

RECENSIONE: Scritto e diretto da Steven Knight (sceneggiatore anche del bel La promessa dell’assassino di Cronenberg), Locke è un film ben congegnato, che risulta un’opera originale e interessante.
La caratteristica che lo distingue dalle altre pellicole, infatti, è che per la sua intera durata (circa 85 minuti) il film mostra il protagonista al telefono con qualcuno mentre sta guidando.

Bene, la recensione continuerà qui sotto per tutti coloro che dopo aver letto l’ultima frase non abbiano cliccato la “X” in alto a destra.

Potrei ammorbarvi con frasi un po’ antipatiche e ad alto tasso di retorica come la regina dei semi-insulti-che-però-non-lo-sono-o-forse-sì, ossia “questo film non è per tutti”, ma credo che piuttosto di scolpire nella roccia sentenze tanto manichee sia più utile parlare del film in sé.

E non solo perché Locke è una buona pellicola, ho utilizzato questo metodo anche con Twilight, un film stupido come fermare con la testa una moneta che cade rasente a un muro.

Capisco comunque che la caratteristica principale di Locke possa essere vista da parte del grande pubblico come uno spaventoso abominio.

Un po’ come vedere una donna guidare un SUV.

Le tematiche del film sono molte, e la maggior parte di esse si trovano in rapporti di simmetria tra loro.

Abbiamo infatti la contrapposizione tra il lavoro e la famiglia (entrambi pericolosamente in bilico), quella tra l’errore di una notte di sesso e il rigore dell’organizzazione della colata, quella tra la famiglia attuale e quella che potrebbe arrivare e la solitudine dell’automobile che porta verso luoghi alieni con la compagnia data dalle voci al telefono.

Sopra a tutti questi temi abbiamo il tòpos del viaggio, come metafora di spostamento fisico attraverso cui si compie un’analisi della propria vita.

Locke – Tom Hardy

Essendo confinata nello spazio di una vettura, la regia non può presentare invenzioni visive mirabolanti.

Anche se tale affermazione è scontata come Sean Bean che crepa abbiamo comunque continui stacchi dai vari punti di vista.
Si passa così da inquadrature frontali a laterali, utilizzando primi piani sul protagonista o mostrando la strada che sta percorrendo; la telecamera butta inoltre un occhio agli elementi veri e propri dell’auto, come lo specchietto retrovisore, il sedile del passeggero, il telefono viva voce e il cruscotto (lieve product placement della BMW, ma era impossibile non inquadrare il logo).

La sceneggiatura, insieme alla già menzionata regia, crea una buona atmosfera di tensione e partecipazione emotiva, rendendoci partecipi del travaglio del protagonista, che si ritrova tra l’incudine della sua vita privata che va a rotoli e il martello dell’importante lavoro la cui preparazione dipende da lui.

Il protagonista si arrabatta in tutti i modi per cercare di far andare tutto in porto, mostrando un’abnegazione verso i suoi doveri che lo rende all’occhio dello spettatore un povero diavolo per cui in fondo simpatizzare.
Tale aspetto è molto importante, essendo lui l’unica presenza umana fisica sullo schermo, non vedendo mai i soggetti con cui dialoga, semplici voci che si perdono nell’aria.

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L’inglese Tom Hardy (ex Bane de Il cavaliere oscuro – Il ritorno) è molto bravo e compie uno sforzo enorme, reggendo totalmente il film (per i motivi che abbiamo già visto) e catalizzando ottimamente l’attenzione dello spettatore su di lui.

Il doppiaggio italiano di Fabrizio Pucci (per quanto bravo doppiatore) ovviamente fa perdere qualcosa in fase recitativa, e personalmente non l’ho trovata una voce molto adatta all’attore; non avendo però Hardy un doppiatore italiano fisso bisogna tenere conto anche di questo.

Un buon film, originale e diverso dai soliti.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Per il tema “uomini soli” (no, i Pooh non c’entrano) In linea con l’assassino (2002) di Joel Schumacher, Buried – Sepolto (2010) di Rodrigo Cortés e 127 ore (2010) di Danny Boyle.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Saga “Pirati dei Caraibi”.

Ovvero, perché il primo si salva e gli altri no.

Comprendi?

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Premessa: la saga Pirati dei Caraibi è una delle più amate dal grande pubblico, specialmente giovane, per cui so già che molt(issim)i non saranno d’accordo con quanto seguirà; ricordo quindi che quelle che leggerete sono semplicemente le mie opinioni personali.

Per cui gli insulti saranno scontati come avere personaggio di Lost preferito Locke.

La serie nasce con La maledizione della prima luna (2003), per la regia di Gore Verbinski; il film è basato su un’attrazione di Disneyland, e credo che questa pellicola abbia dato una grossa spinta alla successiva realizzazione di opere tratte da giochi in scatola (Battleship) e da veri e propri giocattoli (la serie Transformers).

Film immondi, tra l’altro.

Questa invece è una pellicola frizzante e orchestrata con cura, caratterizzata da un ritmo agile scandito da buone scene d’azione.
Ideale disimpegno senza scadere nel becero alla Friedberg & Seltzer.

Niente male anche sul fronte della critica, con cinque nominations agli Oscar, tra cui quella a Johnny Depp come miglior attore non protagonista (tenete bene a mente il “NON”, ci torneremo poi); nessun premio vinto, ma un film riconosciuto dai più come un’opera simpatica e ben fatta.

Importante anche l’apporto degli attori.
-Orlando Bloom e Keira Knightley formano una coppia di avventurosi innamorati ben assortita. Lui molto alla Errol Flynn, lei cerca di uscire dai canoni della ricca damigella in pericolo buttandoci dentro un po’ di carattere e caciara.
-Geoffrey Rush villain quasi simpatico oltre che carismatico, ben realizzata la schiera dei non morti.
-Depp interpreta Jack Sparrow, un trickster gioviale e scanzonato, il cui apporto è fonte continua di situazioni assurde e di comicità, risultando uno dei punti di forza del film.

Questo da NON protagonista (e dai).

jack sparrow capitano

Prendendo infatti spunto dal chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards (che interpreterà nei film seguenti Teague Sparrow, padre di Jack) e modificando molti aspetti del concept originale del personaggio, Depp si è immerso totalmente in questo pirata strampalato.
La parlantina facile (si ringrazia Fabio Boccanera, suo ottimo doppiatore italiano), la grande gestualità e l’andatura sbilenca da ubriacatura perenne fanno di lui bene o male una delle più recenti icone del cinema, che gran parte del pubblico conosce e apprezza.

Nonostante serie preoccupazioni da parte della Disney per la sua latente “gaiezza”.

jack sparrow gay

Ora però scattano due meccanismi piuttosto problematici, ossia l’effetto Matrix e la Sindrome di Fonzie.

L’effetto Matrix è quello per cui ad un film considerato e pensato originariamente come unico vengono aggiunti a distanza di anni dei sequel, in modo da fare della prima opera il capitolo iniziale di una serie.

Cioè appunto quello che è successo a Matrix.

Si potrebbe pensare: “Beh, ma qual è il problema?”
Il problema è che solitamente si vede lontano un miglio che il primo “capitolo” è un blocco a se stante con stile e qualità, mentre i successivi no, essendo stati partoriti alla bell’e meglio solo per amore dei Benjamin.

Cioè appunto quello che è successo a Matrix.

La Sindrome di Fonzie (di cui ho accennato anche QUI) consiste invece nel grande successo all’interno di un’opera di intrattenimento (serie televisiva, saga cinematografica, fumetto, saga letteraria o videogioco) di un personaggio considerato inizialmente secondario.
La conseguenza è che esso acquista sempre più spazio a discapito degli altri, tanto da diventare, degenerando, l’unica ragione di esistere dell’opera di cui fa parte, la quale che scade di qualità progressivamente.

Faccio a meno di spiegarvi cosa sia Happy Days, spero.

Effetto Matrix Sindrome di Fonzie (riguardo Jack Sparrow)= quello che vedrete da qui in poi.

Torniamo a bucanieri e galeoni.

Primo seguito: La maledizione del forziere fantasma (2006).
Poco da dire, dato che come (quasi) tutti i numeri 2 ha come unico scopo introdurre personaggi, situazioni e sottotrame che si concluderanno nel successivo episodio (vedi anche Lo Hobbit – La desolazione di Smaug), che di conseguenza è atteso dai fan come un porno con Melita Toniolo e  Nicole Minetti.

Un punto positivo di questo film è l’introduzione di Davy Jones, un villain interpretato da Bill Nighy molto sfaccettato e con la classica storia strappalacrime a fargli da background, cosa che lo rende un character crudele ma allo stesso tempo patetico.

jack sparrow davy jones

jack sparrow CGI

Il secondo film non è allo stesso livello del primo e ha qualche caduta di stile (il kraken? Ma che senso ha?), ma come già detto è difficilmente giudicabile, dato che è (sarebbe) l’antipasto che deve (dovrebbe) portare al piatto forte.

Condizionali casuali? Non credo proprio.

Si arriva allora al terzo episodio, Ai confini del mondo, uscito nel 2007.

Un film atroce.

Un inestricabile bordello dove tutte le sottotrame vanno a mischiarsi in quella brodaglia informe che dovrebbe essere la sceneggiatura, che abdica genuflettendosi in favore di scene d’azione sì spettacolari ma che hanno l’unica funzione di distrarre lo spettatore da contenuti scadenti.

Il nuovo cattivo principale è un personaggio dimenticabile ed incolore, che salta fuori dalla terra come un fungo e che ha lo stesso carisma di una palla di vetro con la neve all’interno.

Lo sviluppo dei personaggi è confusionario e superficiale, alcuni attori sono sprecatissimi (come ad esempio il neo entrato Chow Yun-Fat, utilizzato solo per ampliare il mercato della serie verso Oriente) e il nucleo della storia ha come vertice una tizia il cui personaggio (la sacerdotessa Tia Dalma) è semplicemente assurdo e non sta né in cielo né in terra.

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La combinazione regia-fotografia sarà anche media per gli standard di un film di disimpegno (che sono bassissimi, per cui sai che roba) ma è come un pacchetto regalo esteticamente gradevole che contenga un portachiavi di plastica da due soldi.

E dato che (parafrasando Einstein) al mondo due cose sono infinite, ossia la stupidità umana e l’ossessione delle donne per i gatti, si può sempre affondare di più nel putrido.

Quindi vai col numero quattroOltre i confini del mare (2011).

Tutto ciò che ho appena detto per il terzo episodio va bene anche per questo quarto.

Se lo moltiplicate per dieci.

Musica, maestro: voodo, zombie, fonti della giovinezza, sirene, preti… penso che i contenuti del film siano stati decisi dal figlio settenne del regista Rob Marshall (che qui sostituisce Verbinski) passando un pomeriggio a tirare un dado a 10 facce.

Già che ci siamo ci mettiamo anche Penelope Cruz incinta, Ian McShane a sputtanarsi (cosa che farà anche in Biancaneve e il cacciatore), mandando in vacca oltre che se stesso pure il pirata realmente esistito Edward “Barbanera” Teach, spargiamo il tutto con un’immane stupidità di fondo e imbastiamo una trama che nei suoi punti fondamentali ricorda un po’ troppo La maledizione della prima luna. 

Cioè il quarto episodio di un franchise Disney copia dal primo episodio dello stesso franchise Disney che a sua volta è tratto da una giostra della Disney?

Disneynception!

jack sparrow sirene

Ma non temete, miei baldi giovani, perché è in lavorazione un quinto fondamentale e indispensabile episodio, dal nome Dead Men Tell No Tales (che in Italia verrà probabilmente tradotto ne I morti non parlano o in un qualche gioco di parole stupido).

Evviva!

Sullo stranotissimo tema principale della serie hanno orgasmato tutti, a me personalmente piace quello di Davy Jones.

E io concludo l’articolo con quello, pappappero.

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