L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per aprile, 2014

The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro

the amazing-spider-man-2-il-potere-di-electro-Spider-Man, Spider-Man / He makes the movies a spider can…

TRAMA: Peter Parker vive la sua tranquilla vita quotidiana tra la scuola e Gwen, ormai diventata la sua ragazza. Tutto fino a quando il passato non torna a tormentarlo, con il contemporaneo ritorno di un vecchio amico, Harry Osborn…

RECENSIONE: Seguito di The Amazing Spider-Man (2012), diretto anch’esso da Marc Webb, questo film è purtroppo un’opera piatta, con alcune buone idee che però affondano in una scialbezza generale evidente.

In parole povere, per ogni elemento degno di nota ce ne sono subito dopo almeno un paio malfatti, tirati per i capelli o ridicoli, e da estimatore del primo reboot è per me un vero peccato constatarlo.

Inizialmente la mia paura più grande era la presenza di ben tre nemici: tale aspetto mi provocava un pericoloso déjà vu riguardante Spider-Man 3 (2007), pellicola immonda il cui posto è tra le fiamme dell’Inferno e che è stata utile al rispettivo franchise come Batman & Robin coi suoi bat-capezzoli e bat-carta di credito.

bat carta di credito 

Quanti chiodi devo piantare sulla bara, dottò’?

Il problema principale di The Amazing Spider-Man 2 non sono però tanto i villains (beh anche, ma poi ci arriviamo), quanto non essere riusciti in fase di regia e sceneggiatura a creare una dignitosa spina dorsale che potesse sostenere, oltre ad essi, anche una complicata storia d’amore e i tormenti familiari del protagonista.

So che non è molto critico-oggettivo dirlo, ma a vedere questa pellicola mi sono sentito continuamente “sedotto e abbandonato” da (pochi) notevoli elementi alternati a palesi cazzate, e ciò non può portarmi a una valutazione positiva dell’opera.

La regia di Webb sarà anche efficace in alcune scene di battaglia (aiutata anche dagli ottimi effetti speciali valorizzati dal 3D) ma talvolta calca troppo la mano sull’eccesso e sulla estremizzazione dell’azione.
Non si riesce a riscontrare in cabina di regia uno stile ben preciso, che si limita quindi ad essere un pallido riverbero della regia del primo capitolo, non aggiungendo un nuovo quid a parte forse qualche inquadratura del supereroe a zonzo per la città; tali inquadrature saranno sì magnificenti per l’occhio, ma si rivelano ben presto fini a se stesse, non essendo inserite in un contesto stilistico caratterizzato appieno.

the amazing-spider-man-2-il-potere-di-electro scena2

La sceneggiatura (qui opera di Kurtzman, Orci e Pinkner) conferma di essere il tallone d’Achille di quasi tutti i film della Marvel.

Sì, d’accordo, alcuni elementi sono sviluppati con cura (ad esempio il personaggio di Harry Osborn per quanto didascalico non è stato reso male) ma in altri si richiede da parte dello spettatore una sospensione dell’incredulità veramente notevole, e a meno che non si chiudano occhi e orecchie spegnendo pure un 50 % del cervello le pecche risultano evidenti.

Evidenti mentre si guarda il film, non dopo averci rimuginato sopra e averlo digerito, il problema è soprattutto questo.

Piena di difetti è in particolare la parte legata ai genitori di Peter (preoccupante, sarebbero due geniali scienziati), che nonostante la sua drammaticità risulta a tratti involontariamente ridicola, raffazzonata e inserita tanto per allungare il brodo.
Anche il rapporto tra Peter e Gwen (ma in generale ogni relazione tra un personaggio e l’altro) non è dei resi meglio su pellicola, con scelte e reazioni umane piuttosto stiracchiate, se non casuali, oltre alle già accennate esagerazioni senza senso.

Nonostante la pellicola sia orchestrata in stile casella 16 del gioco dell’oca (“avanza di una casella, poi vai indietro di due”) gli attori non sono neanche tanto male.

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Andrew Garfield è ben calato nei panni del supereroe creato da Lee e Ditko nel 1962: credibile sia come Peter Parker (nella sua nuova versione più scanzonata-high tech e meno sfigata-inibita) che come ciarliero supereroe, riesce ad essere simpatico ma non borioso.
Emma Stone dovrebbe essere cazzuta ma scade troppo spesso nel complesso della damigella da salvare, e risulta perciò un character più schematico rispetto al primo episodio.
Più convincente Dane DeHaan (già visto in Chronicle e Come un tuono), il cui Harry Osborn è stato forse raffigurato troppo dandy e fuori contesto ma alla fine della fiera è uno dei pochi a salvarsi.

Come villains abbiamo Paul Giamatti in una breve apparizione nei panni di Rhino (sia benedetto chi ha pensato all’esoscheletro da guerra al posto del costumino grigio attillato con un corno sulla testa) e soprattutto il Puffo Elettrico Jamie Foxx (si scrive “Delectro”, la D è muta).

Quest’ultimo è purtroppo un personaggio sviluppato da cani, risultando lo stereotipo di se stesso: una persona trattata male dagli altri e “invisibile” agli occhi dei più si trasforma in un un banale cattivo “say my name” in cerca di ribalta e fama.
Ciò lo rende una macchietta o poco altro e forza le emozioni dello spettatore nei suoi confronti, dato che esse non nascono spontanee (come dovrebbero) ma vengono provate perché non potrebbe essere altrimenti.

In generale, The Amazing Spider-Man 2 di “amazing” ha ben poco.

Una delusione.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi: Come al solito, i film della Marvel.
Che iniziano ad assomigliarsi tra loro in maniera piuttosto preoccupante.

 

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Gigolò per caso

gigolò per casoSon solo un recensor / scrivo elogi ma anche no / se un film fa schifo, giù accidenti…

TRAMA: Un vecchio libraio che ha appena dovuto chiudere la sua attività decide, per guadagnare dei soldi, di proporre un suo amico fiorista come gigolò e fargli da “protettore”.

RECENSIONE: Scritto, diretto e interpretato da John Turturro (di cui vi consiglio il divertente Romance & Cigarettes del 2005), Gigolò per caso è una delicata favola adulta, che riesce ad essere genuinamente ironica e allo stesso tempo dolce, mostrando reazioni emotive fragili ed intense.

Chiariamo subito un punto: questa pellicola non è (volutamente) realistica.

Abbiamo infatti:

  • Woody Allen come pappone ultrasettantenne (“il più bianco che si sia mai visto” cit. da Kick-Ass 2);
  • Lo stesso Turturro, che con tutto il dovuto rispetto non corrisponde all’archetipo del bell’uomo, nei panni di un apprezzato gigolò;
  • Come clienti del suddetto gigolò la coppia Sofia Vergara – Sharon Stone.

Cioè due che riescono a trasformare ogni appendice maschile in menhir devono ricorrere al sesso a pagamento.
sofia vergarasharon stone gigolò

 

Sicuramente.

Messi così, questi ingredienti potrebbero far presagire di primo acchito una delle più vergognose cazzate che la Settima Arte ricordi.

Si aggiunge infatti un’altra opera ad un filone cinematografico piuttosto scadente che sta avendo la ribalta negli ultimi tempi, ossia quello in cui persone “più che mature” fanno attività tipicamente giovanili, come avviene ad esempio nei recenti Il grande match Last Vegas.
A differenza però di questi ultimi film, intelligenti come sventolare la bandiera serba a Zagabria, Gigolò per caso riesce ad essere una piccola chicca, che nei suoi 90 minuti e spicci intrattiene facendo sorridere e, perché no, riflettere il pubblico.

gigolò per caso scena2

Il vero obiettivo di satira qui non è tanto l’età dei personaggi (che nei film prima citati era oggetto del 99,9 % delle battute), bensì l’ortodossia ebraica, che simboleggia in senso più ampio la chiusura mentale e affettiva, criticata appunto dal film.

La pellicola spinge infatti le persone a lasciarsi andare ai propri sentimenti, vivendo la vita con leggerezza e semplicità, senza badare ai preconcetti che la società impone in maniera talvolta opprimente.

La regia è molto intima, ed è caratterizzata da un gran numero di primi piani. Tale elemento sottolinea la vicinanza voluta da Turturro tra i personaggi e il pubblico, in modo che quest’ultimo possa focalizzare l’attenzione su di loro.
Abbondano quindi anche le scene in interni, che favoriscono tale riduzione delle distanze, mentre nelle poche scene in esterni la macchina da presa mantiene campi stretti non allargandosi a mostrare la città, evocata soltanto con nomi, scorci e piccoli elementi.

La sceneggiatura come già detto non deve essere presa seriamente e in modo pedante, ma come una sorta di fiaba, abbandonandosi alla sospensione dell’incredulità (qui giustificata, a differenza di altre pellicole immonde dove è inutilmente grossa come una portaerei).
Contano qui le emozioni, non i meri  fatti.

gigolò per caso scena

Turturro, accantonati (si spera definitivamente) i Transformers di Bay, dimostra le già menzionate sensibilità e misura anche in ambito recitativo, interpretando il gigolò per caso Fioravante in maniera delicata e quasi sommessa.
La sua recitazione è un sussurro, non un grido, e questo contribuisce alla curiosità dello spettatore, che vuole più dettagli sulla sua persona e prova una dolcezza mista ad empatia nei suoi confronti.

Woody Allen, che non recitava in film diretti da altri dal 2000 (Ho solo fatto a pezzi mia moglie, regia di Alfonso Arau), è qui nei panni del suo solito personaggio-feticcio: l’intellettuale ebreo sarcastico e balbettante.
Cioè se stesso.
Nonostante reciti più sopra le righe rispetto a Turturro riesce a contenersi mantenendosi nel “non protagonismo”, cosa che giova al film.

Il trio di donne è di tutto rispetto.
La Stone e la Vergara (meravigliose, complimenti alle mamme) come clienti hanno una presenza limitata per ciò che concerne lo sviluppo della storia e fanno la loro parte con brio e gusto.
E per chi ancora non abbia capito, sì, sono due gnoccone atomiche.
Vanessa Paradis segue la scia di Turturro come remissione e costrizione del proprio ruolo, risultando ancor più sotto le righe del collega.

Ottima colonna sonora, in cui spiccano Canadian Sunset di Gene Ammons e Tu si na cosa grande cantata dalla stessa Paradis.

Carino.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Dello stesso regista Romance & Cigarettes (2005), mentre sul tema “maschi in vendita” Un uomo da marciapiede (1969) e il sempiterno American Gigolò (1980).

Liebster Award

Liebster Award

Ricevere menzioni da parte di altri blogger è sempre un enorme piacere, e ringrazio quindi arpio83 del blog Pop Culture.
Siccome in questi casi è meglio la sintesi, arriviamo subito al punto.

Le regole di questo premio/catena sono semplici:

-Ringraziare chi ti ha nominato e linkare il suo blog;
-Rispondere alle 10 domande poste da chi ti ha nominato;
-Nominare 10 blog (preferibilmente che abbiano poco seguito, ma a volte è difficile stabilirlo);
-Proporre 10 domande per loro;
-Informare i blogger che hai nominato.

Bene, ora sotto con le domande di Pop Culture:

  1. Perché hai aperto un blog? Perché mi era comodo per inserire le piccole recensioni (ignoranti) che scrivevo sul mio profilo personale di Facebook. Con un blog le posso tenere tutte insieme e scriverle direttamente lì.
  2. I tuoi amici sanno che sei un/a blogger? Sì, perché rompo loro le balle piuttosto di frequente 😉
  3. Citazione preferita (film, libri, tv)? Ne avrei tantissime, tra le quali scelgo “Solo una persona può decidere il mio destino, e quella persona sono io” (Quarto Potere, 1941).
  4. Quando guardi un film preferisci ridere o piangere? Preferisco che un film riesca a trasmettermi le emozioni che dovrebbe trasmettere in base a ciò che mi mostra, indipendentemente da quali siano.
  5. Riusciresti a stare una settimana senza internet? Purtroppo no.
  6. In quale città e periodo storico vorresti essere ora? Non ho un periodo storico preferito, per cui rimarrei in questa epoca. Come città sceglierne una tra Roma, Londra, Liverpool, New York e Sydney 😀
  7. Un libro che leggeresti nuovamente? Otello di Shakespeare. Se si intendono solo “romanzi” in senso stretto allora Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Stevenson.
  8. Ci sono rimpianti nella tua vita? Aver sprecato un po’ troppo tempo in cose e rapporti che poi mi sono accorto essere futili.
  9. Se potessi addomesticare un qualsiasi animale, quale sarebbe? Una tigre, come in Scarface! Scherzi a parte, un cane va benissimo 😉
  10. Mi odi per averti nominato? Assolutamente no 🙂

Bene, ora le mie 10 nominations:

  1. http://diariodiunapiantagrane.wordpress.com/
  2. http://bestiedacinema.wordpress.com/
  3. http://opinionediunaragazza.wordpress.com/
  4. http://englishfootballstation.wordpress.com/
  5. http://nontoccatepolifemo.com/
  6. http://nehovistecose.wordpress.com/
  7. http://directorsfault.wordpress.com/
  8. http://agesofrock.wordpress.com/
  9. http://92minutidiapplausi.wordpress.com/
  10. http://frawolves.wordpress.com/

Per voi le domande sono (sarebbero):

  1. Perché hai aperto un blog?
  2. I tuoi amici sanno che se un/a blogger?
  3. Citazione preferita (film, libri, tv)?
  4. Cattivo cinematografico preferito?
  5. Coppia cinematografica preferita (uomo-donna, due amici, due parenti… basta che siano DUE 😉 )?
  6. Un oggetto al quale sei legato/a da un rapporto affettivo?
  7. Meglio l’uovo oggi o la gallina domani?
  8. Un tuo grande pregio e un tuo grosso difetto?
  9. Una cosa che ti dà fastidio (a parte ricevere catene 😉 )?
  10. Dove ti vedi tra 10 anni?

Adesso mi rimane solo di informarli e poi il gioco è fatto 🙂

Noah

noah-locandina“Allora Dio disse a Noè: “E’ venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. […]””
Genesi 6, 13.

TRAMA: Noè ha delle visioni di un diluvio apocalittico, e prende misure per proteggere la sua famiglia e le varie specie animali dal flagello che sta per arrivare.

RECENSIONE: Mettiamo le cose in chiaro.

Esistono casi in cui nonostante si guardi un film avendo aspettative scarse, la sua inaspettata qualità fa ricredere lo spettatore pessimista.

Non è questo il caso.

Noah è una boiatona immane.

Questo film, scritto e diretto da Darren Aronofsky, è infatti un’accozzaglia di scempiaggini: due ore e passa di ridicolo involontario quasi perenne in cui la serietà dei temi e degli attori mette ancora più in risalto le falle della trama, fin troppo arricchita rispetto a quella originale biblica con invenzioni assurde e troppo sopra le righe.

Non sarò infatti un esperto del Libro dei Libri, ma la storia di Noè la so (come il 99% delle persone, del resto) e un sacco di cose che si vedono nel film sinceramente non me le ricordavo.
E “non me le ricordavo” non per un mio principio di Alzheimer incombente, ma perché tali inserimenti sono degli aborti campati per aria con cui Aronofsky allunga il brodo fino ai già accennati 135 minuti.

Se nella prima parte si pigia l’acceleratore sul fantasy, con mostri (???) e magie (pardon “miracoli”) buttati lì a casaccio, nella seconda si esasperano gli psicodrammi familiari, utilizzando il bignami della psicologia come fosse la Bibbia (appunto), a cui attenersi pari pari senza aggiungere un minimo necessario di profondità.
Agli spazi aperti della speranza e della voglia di costruire materialmente (un’arca) e moralmente (un futuro per la propria specie) seguono quindi quelli chiusi dell’imbarcazione, in cui a farla da padrona è un’introspezione eccessivamente drammaticizzata.
Questa successione, essendo fatta malamente, diventa quindi troppo didascalica e facilona.

Un’ulteriore pecca della pellicola è la scelta da parte di Aronofsky di ricorrere in fase di regia ad un uso fin troppo massiccio della computer grafica. Potrebbe essere apprezzabile non voler utilizzare animali veri per non sottoporli allo stress del set, ma non vedere reali manco du’ capre ha come risultato quello di aumentare l’artificiosità di un’opera che come le precedenti di questo regista rischia di ridursi ad uno sterile esercizio di stile.

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La fotografia di Matthew Libatique (fedelissimo di Aronofsky) non è neanche tanto male in sé, ma ha il difetto di essere contagiata dalla già citata piattezza della pellicola: i passaggi dai grigi del segmento iniziale ai colori vivaci della prima metà, ai blu del Diluvio e ai bui dell’interno dell’Arca costituiscono un susseguirsi troppo meccanico per dimostrare personalità e stile.

Noè, la cui storia è la terza raccontata nella Genesi (dal capitolo 6,9 al 9,19 per l’esattezza) dopo quelle della Creazione e di Caino e Abele, diventa nella versione sotto acidi di Aronofsky una specie di capitano Achab pre-Melville, per cui il gravoso e importante compito diventa una cieca ossessione.
Niente capodogli per Russell Crowe, ma un’esaltazione abbastanza immotivata e rasente la pazzia, con il fardello della sopravvivenza ad una catastrofe che diventa più una causa di preoccupante spostamento mentale che un peso che porti empatia dal pubblico.

E non far provare empatia per il personaggio principale è un difetto leggerissimamente grave.

noah-scena

Il supporting cast è poca roba.

O meglio, ci sono i premi Oscar Jennifer Connelly e Anthony Hopkins (cosa che mette una tristezza infinita), ma i loro ruoli sono troppo poco sviluppati per essere degni di nota.
L’unico appunto che si può fare  e che nella Bibbia i personaggi femminili non hanno granché spazio e sono quasi tutte donnacce a parte Debora e poche altre, per cui anche espandendo il ruolo della Connelly non si poteva pretendere molto di più.

Un altro elemento secondo me degno di menzione è la decisione di far “parlare” Dio attraverso immagini oniriche e non con le parole.

Evitati quindi i dialoghi tra la divinità e gli uomini, che nella Bibbia si possono sintetizzare in:

“Tizio, sono il Signore Dio tuo, devi fare questa cosa.”
“Perché?”
“Tu fidati.”

God-thumbs-up

Per concludere, brevi appunti per i produttori americani:

-Dopo decenni volete tornare al film biblico, genere che tanto successo ha avuto in passato?
È un’idea stupida: innanzitutto perché nel corso dei decenni i gusti del pubblico cambiano, e poi perché il concetto di kolossal come era concepito negli anni ’50 non è paragonabile alle grandi produzioni moderne, in cui i computer e gli effetti speciali hanno in gran parte sostituito quel lavoro “artigianale” e “materiale” che sbalordiva gli spettatori.

-Non si cerca di seguire la storia pari pari ma si fanno modifiche sostanziali perché il testo originale è troppo esile e sintetico?
È un’idea stupida: con la religione ogni minima modifica scatena polemiche. Esse da un lato attirano pubblico in sala, ma dall’altro te ne fanno perdere nei Paesi in cui i religiosi sono, diciamo, “poco aperti alle innovazioni” e non permettono la distribuzione del film nelle sale (nello specifico di Noah ciao ciao agli introiti da Pakistan, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Malesia e Indonesia).

-Si usano attori occidentali famosi cercando il botto di incassi sul mercato americano?
È un’idea stupida: i gusti del popolo yankee si basano sulla spettacolarizzazione esasperata e a casaccio (coff coff Il gladiatore coff coff), e rendere spettacolare un testo religioso consiste giocoforza nello snaturarlo, portando sugli schermi delle cazzate.

Tipo questa.

P.S. Piuttosto incomprensibile la scelta italiana di mantenere il titolo del film in inglese quando all’interno della pellicola il personaggio viene chiamato “Noè”.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I dieci comandamenti (versione del 1923 muta, versione del 1956) entrambi di Cecil B. DeMille e La Bibbia (1966) di John Huston.

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