L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per marzo, 2014

Captain America: The Winter Soldier

FZBRN_009G_G_ITA-IT_70x100.indd

Porta in alto la mano / segui il tuo capitano / muovi a tempo il bacino / questo è proprio un filmettino.

TRAMA: Due anni dopo la battaglia di New York, Steve “Capitan America” Rogers cerca di adattarsi alla contemporaneità. Dovrà entrare in azione per fronteggiare una serie di attentati contro lo S.H.I.E.L.D.

RECENSIONE: Terzo seguito di The Avengers (dopo Iron Man 3 Thor: The Dark World) questo film, intelligente come tirare un calcio ad un grizzly addormentato, è a conti fatti un semplice action movie fracassone con una spolverata di spy-story casinista e high-tech.

Gli ingredienti tipici del film disimpegnato infatti ci sono tutti: un sacco di cose che esplodono a casaccio per far contenti gli spettatori di età prescolare e i maniaci della distruzione tipo Michael Bay, scazzottate da orbi inutili visto che tutti i personaggi sono armati fino ai denti e tante scene cittadine in cui la distruzione è libera da regole e cognizione.

Il protagonista è un eroe che cerca di salvare in tutti i modi le cose più belle di questo mondo (come ad esempio la pace, la giustizia e le tette) menando le mani, pompando i muscoli e poco altro, mostrando un’introspezione psicologica basilare e scontata, mancando di quei guizzi che possano rendere un personaggio interessante.

Non avendo la smargiasseria (per me estremamente irritante) di un Tony Stark o l’enorme sofferenza interiore di un Bruce Banner, Capitan America rimane ciò per cui è nato: un bidimensionale omone che nel suo essere eroico fa da propaganda all’americanità spiccia, la quale si autopubblicizza dimostrando che con un po’ di munizioni, tanta forza di volontà e uno sprezzo del pericolo rasente l’autolesionismo si possono risolvere tutti i problemi.

Tipo Bruce Willis, in pratica.

Alcuni mi dicono che anche nel mondo reale il rispetto e i muscoli vadano di pari passo, per cui mi devo scordare il primo se non mi faccio i secondi, però essendo questo un film indirizzato ad un pubblico (con un’età mentale fin troppo) giovane ci si aspetterebbe una specie di morale positiv…

Seh, buonanotte: in questa pellicola non si va purtroppo oltre un: “i buoni devono vincere perché ciò è giusto, i cattivi devono perdere perché ciò è giusto”, concetto rassicurante quanto superficiale.

Captain-America-The-Winter-Soldier-Chris-Evans-Samuel-L-Jackson

Per quanto riguarda directing e writing qui non c’è molto da dire.

Alla regia dopo il mestierante Joe Johnston  per il primo capitolo e Joss Whedon per The Avengers abbiamo i fratelli Anthony e Joe Russo; la loro regia si collega alla già citata dose strabordante di azione, che viene esaltata attraverso anche un uso a tratti frenetico del montaggio e un occhio particolarmente attento a sparatorie ed esplosioni.

La sceneggiatura della coppia Markus-McFeely (sceneggiatori del primo film, di Thor: The Dark World e di Pain & Gain di Michael Bay), contiene elementi triti e ritriti come il desiderio di rivalsa, il tradimento e il sempre caro concetto del “pochi contro tanti” (recentemente “apprezzato” in 300 – L’alba di un impero 47 Ronin), con tanta piattezza, poca incisività e penalizzando alcuni spunti che forse avrebbero meritato maggiore approfondimento.

A differenza dei due film usciti nel 2005 e nel 2007 qui Chris Evans non interpreta  la Torcia Umana, un supereroe della Marvel, bensì Capitan America, un supereroe della Marv…

No, aspetta, sono un po’ confuso…

Ma con tutti gli attori che ci sono a 'sto mondo, non potevano prenderne un altro, Cristo?!

Ma con tutti gli attori che ci sono a ‘sto mondo, non potevano prenderne un altro?

Vabbé, ‘sto bietolone qua interpreta un personaggio forte come un leone, agile come una gazzella ed espressivo come una caldaia.
Gioirà probabilmente il pubblico femminile vista la sovraesposizione di muscoli, ma dal punto di vista recitativo siamo alle basi dell’actor studio, e nonostante la voce di Marco Vivio, molto adatta al personaggio, come attore costui non è un granché.
Tipo Megan Fox al contrario, per intenderci.

Quindi capisco che l’età e l’arteriosclerosi galoppino, ma vedere Robert Redford fare da non protagonista a Chris Evans è come vedere gli U2 aprire il concerto ai Gazosa; nonostante questo grande attore c’entri con il mondo dei supereroi come Jenna Jameson con un corso di catechesi, il suo personaggio riesce a dare quel minimo minimo di verve al film, non limitandosi a recitarci dentro per la paga, come fanno molti (troppi) interpreti con un’età da cimitero degli elefanti, ma cercando di guadagnarsi il cachet.

captain-america-the-winter-soldier-movie-photo-7

Parlando di bravi attori sprecati, di Samuel L. Jackson pagato a cottimo per fare ruoli secondari ovunque ormai non mi sorprendo più, per me sarà sempre Jules Winnfield e che si fotta Fury cavallo del West.

Scarlett Johansson inserita per soddisfare in un colpo solo i feticisti del latex, delle rosse e delle donne-oggetto.

E delle attrici-oggetto.

Se il primo episodio aveva come unico motivo di esistere fare da apripista insieme ad altri (ho perso il conto di quanti) film alla cazzatona sui Vendicatori, questo avrà senso probabilmente solo per la seconda pellicola su questo gruppo di supereroi.

Scusate la domanda, ma solo io penso che sprecare tempo e soldi per creare film che siano semplicemente funzioni di un futuro film sia stupido?

In conclusione una pellicola da vedere solo se siete alla disperata ricerca di Ignoranza, altrimenti è consigliabile come fare il bagno nel catrame.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutti i (troppi) film della Marvel e tutti i (troppi) film d’azione in stile one man show.

Non buttiamoci giù

NonButtiamociGiu_poster_italianoButtarsi da un palazzo? È tipo il bungee jumping.
Senza elastico.

TRAMA: Tratto dall’omonimo romanzo di Nick Hornby. La notte di Capodanno quattro sconosciuti si incontrano sulla cima di un palazzo a Londra con l’intento comune di suicidarsi. Ognuno di loro ha motivazioni diverse, ma decidono insieme di prendersi sei settimane di tempo per vedere come si evolvono le loro vite.

RECENSIONE: Diretto dal francese Pascal Chaumeil (di cui vi consiglio il divertente Il truffacuori del 2010), questo film ha il grande merito di riuscire ad esporre temi importanti come il suicidio e la depressione rimanendo sì profondo ed intenso ma spruzzando ogni tanto il tutto con british e black humour.

Il pregio di Hornby è infatti quello di mostrare argomenti tabù con rara delicatezza introspettiva e acuta ironia, non creando come personaggi delle sterili macchiette ma dando vita a piccoli mondi abitati da anime in pena.

Chaumeil dal canto suo enfatizza l’approfondimento psicologico utilizzando in cabina di regia frequenti primi piani, aiutando quindi lo spettatore a relazionarsi con i quattro protagonisti e creando una sorta di ponte emotivo tra lo schermo e la sala.
Per (cercare di) capire cosa spinga una persona a togliersi la vita è infatti fondamentale entrare nel suo cosmo; in questo caso sono utili gli elementi che lo rendano agli occhi del pubblico una persona reale e non un semplice personaggio di finzione.

non-buttiamoci-giu

Essendo un film introspettivo come già detto basato sulle relazioni intrapersonali e interpersonali gli attori sono fondamentali: in quest’opera il poker di interpreti si dimostra all’altezza e riesce a dare alla pellicola il realismo interiore necessario.
Pur essendo la sceneggiatura quasi una “traccia”, che serve solo a spiegare meglio alcune dinamiche generali, Pierce Brosnan (doppiato dal Barry White del doppiaggio Luca Ward), Toni Collette, l’ex Breaking Bad Aaron Paul e Imogen Poots sono ben inseriti nelle rispettive parti.
In particolare Brosnan dimostra di saperci fare più con le commedie che nei film drammatici o azione (anche il suo James Bond non mi ha mai appassionato molto), la Collette è perfetta nei personaggi sotto le righe, Paul può costruirsi una carriera importante ad Hollywood e la Poots fornisce la maggior parte degli spunti ironici grazie ad un personaggio fuori di testa.

Un’ulteriore nota positiva del film è quella di mostrare che a volte bastano le piccole cose per sentirsi meglio e superare periodi bui anche importanti. La semplice compagnia di altre persone, ad esempio, può rivelarsi fondamentale, e questo aspetto è importante in quanto spesso con la depressione si tende a stare da soli; ciò può fornire quindi un raggio di speranza.

non-buttiamoci-giu2

Altro elemento da non sottovalutare è che di film con i temi già menzionati trattati in quest’ottica ce ne sono ben pochi, quindi una nota di originalità (paradossale, visto che Non buttiamoci giù è tratto da un romanzo) non può che far bene ad un cinema pieno di sequel, copie carbone e banalità.

Un film molto più ottimista di quanto possa sembrare dopo una visione superficiale.

Consigli per gli acquisti:

-Non hai un lavoro, o ne hai uno che risente della crisi?
Magari hai una famiglia che ti supporta e ti sprona a dare il massimo, cosa che devi fare sia per rispetto nei confronti della tua persona che per ripagarli del loro affetto. Forza e coraggio, datti da fare!

-Il/la tuo/a partner ti ha lasciata/o?
Hai idea di quanta gente ci sia là fuori che abbia voglia di conoscere altre persone? Su col morale: renditi presentabile, punta sui tuoi pregi (tutti li hanno), levati quell’imbarazzante tuta da ginnastica post-rottura con cui giri per casa e sfoggia il tuo miglior sorriso.

-Sei un emerito sfigato smilzo e bruttarello, con gli occhiali e l’erre moscia?
Magari hai intorno delle persone che ti vogliono bene, e quindi invece di abbandonarti a paranoie mentali inutili dovresti cercare di essere di buona compagnia e una brava persona nei confronti del prossimo. Testa alta e pensa positivo.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Altri film tratti dalle opere di Hornby, come Febbre a 90° (1997) con Colin Firth e About a Boy – Un ragazzo (2002) con Hugh Grant. Per quanto riguarda il tema del suicidio, il documentario The Bridge – Il ponte dei suicidi (2006).

47 Ronin

47-ronin-cover-locandinaEsperimento: vediamo quanti riferimenti a Matrix riesco a fare in una recensione sola.

TRAMA: Inizio 1700. Un gruppo di rōnin comandati da Kuranosuke Oishi cerca vendetta su Lord Kira dopo che questi ha ucciso il loro signore e bandito il gruppo.

RECENSIONE: In quanto essere razionale, l’uomo si pone da sempre alcune domande che riguardano il senso più profondo della sua esistenza.
-Chi siamo?
-Quello che viviamo è il mondo reale?
-Che fine ha fatto Carmen Sandiego?
-Cosa salta fuori unendo fantasy, 300 L’ultimo samurai?

A parte che porsi quest’ultima domanda denota problemi mentali non indifferenti, la risposta non può che essere “una pellicola originale come le battute del Cucciolone e confusionaria come un camaleonte in una vasca di Smarties”.

47 Ronin, che meraviglia!

Voglio già uscirne, non c’è un telefono in giro?

Nonostante la sceneggiatura sia basata su una storia vera (nell’accezione americana dell’espressione, ossia 1% avvenimenti reali e 99% assurdità partorite dalla mente di un incorreggibile oppiomane) questo film mi fa pentire di non aver scelto da Morpheus la pillola malva, quella del “Te-ne-vai-e-anche-se-i-soldi-del-biglietto-ormai-sono-andati-‘sticazzi-almeno-risparmi-due-ore-della-tua-esistenza”.

Vabbé, però in compenso posso demolirlo un po’…

Il difetto principale di questa pellicola non è solo quello di essere stereotipata come un poliziotto americano che si chiami O’Murphy McIrish, ma anche quello di essere veramente noiosa (soprattutto nella prima metà), denotando una scarsa cura nella costruzione dei ritmi narrativi.
Non pago di questo, 47 Ronin affossa in un melmoso pantano pestilenziale due mondi, come un Giuseppe Garibaldi al contrario.

L’onorevole Giappone, terra di tradizioni e di misteri, diventa qui la sagra del massacro, con molti e ben poco onorevoli ammazzamenti a nastro, bestie fantastiche inserite senza un benché minimo senso ed una esposizione veramente eccessiva delle formalità nobiliari nipponiche; gli americani (o in generale i gaijin, dato che l’attore Eletto è un canadese nato in Libano) d’altro canto sono le solite inarrestabili macchine da guerra, che se la sceneggiatura lo richiedesse camminerebbero su un cornicione con il cellulare in mano.

Regia di Carl Rinsch, al suo primo lungometraggio dopo qualche pubblicità, che probabilmente paga il fatto di essere passato da filmati di qualche decina di secondi a 120 minuti di film, dato che come già accennato l’armonizzazione dei segmenti narrativi non esiste.
La fotografia di John Mathieson non è nenanche così male, ma non riesce a spiccare penalizzata appunto dalla scarsa qualità complessiva della pellicola, e la sceneggiatura di Chris Fast & Furious Morgan (solo roba sottile ed intellettuale, mi raccomando) presenta troppi buchi narrativi, peccando anche di non avere originalità con un guizzo, un’idea o un brivido.
Tipo, che so, dei tizi iper-violenti vestiti come i Blues Brothers.
Niente: solo un sacco di idee tanto strampalate quanto imparare le arti marziali con uno spinotto in testa.

Keanu Reeves non ha un parassita-segnalatore nella pancia ma ciò non lo salva dall’incappare in una pellicola meno che mediocre.
Capisco perfettamente che la sua presenza abbia come unico scopo fare da catalizzatore per il mercato americano, ma in alcune scene il suo personaggio sembra più un jedi che un samurai e non ha il carisma necessario per reggere interamente il film.

Keanu Reeves in 47 Ronin

Signor Anderson, bentornato. Abbiamo sentito la sua mancanza

Gli attori giapponesi, alcuni dei quali già visti in Wolverine – L’immortale, seguito di Wolverine – Il pensionato che rompe le balle ai lavoratori extracomunitari dei cantieri, hanno ruoli spessi come il Cuki e sembrano quasi servire a nutrimento per il film, come meloni umani coltivati in bozzoli per alimentare un’enorme macchina di esagerazioni senza contenuti.

La Rinko Kikuchi di Pacific Rim dovrebbe spiccare, a causa del suo ruolo, come una donna vestita di rosso in mezzo a persone in abito scuro, ma proseguendo nella storia anche il suo personaggio diventa piatto e scontato.

Mi aspettavo una cazzatona, ho visto una robetta scarsa e noiosetta.

Se vi è piaciuto potrebbe piacervi anche: Oltre ai film sopra citati, quelli di Zhāng Yìmóu e in generale il wuxiapian.

Lei

Amore 2.0

her-lei-poster-itaTRAMA: Futuro prossimo. Theodore, un uomo solo ed introverso, acquista un sistema operativo basato su un’intelligenza artificiale che si sviluppa e si evolve grazie alle esperienze. Con il passare del tempo tra lui e Samantha (nome che tale sistema si è dato) verrà a crearsi un legame sempre più forte.

RECENSIONE: Per la regia e la sceneggiatura (premiata agli ultimi Oscar) di Spike Jonze, Lei è una pellicola che riesce ad essere incredibilmente malinconica ed allo stesso tempo dolce, dando una spinta di vivacità ad un genere (il cosiddetto “film romantico”) che spesso si appiattisce troppo o sulla commedia insipida come l’acqua o sull’insostenibile drammone in cui le emozioni sono teleguidate.

Un film che a dispetto di quanto possa sembrare non ha come punto nevralgico il rapporto tra l’uomo e la macchina, bensì le relazioni tra esseri umani, in quanto l’intelligenza artificiale diventa via via sempre più simile ad una persona: la pellicola va infatti ad assottigliare sapientemente la linea di demarcazione tra uomo e oggetto, rendendo sempre più difficile questa distinzione manichea.

Un ottimo elemento del film è inoltre l’aver scelto come protagonista una persona (interpretata da Joaquin Phoenix) che è sola non per suoi difetti banali ed evidenti.
Può sembrare stupido detto in questo modo, ma se il personaggio principale avesse manifeste pecche estetiche o caratteriali, il pubblico si “adagerebbe” mentalmente su queste caratteristiche, indicandole come motivazioni della sua solitudine senza riflettere con più profondità ed attenzione su cosa voglia dire essere soli.

her

Se Theodore avesse problemi estetici il discorso sarebbe quindi “È ovvio che è da solo: è sfregiato/mutilato/un cesso.”, mentre se il suo problema fosse un carattere negativo sarebbe considerato dallo spettatore una sorta di Ebenezer Scrooge (cioè da solo perché tratta male gli altri) e si trarrebbero le stesse conclusioni.

Invece no: qui abbiamo un uomo “nella media”, e il suo essere “nella media” pone in risalto non il suo aspetto o il suo carattere, bensì la sua solitudine (uno dei temi principali della pellicola) unita alla difficoltà nelle relazioni con l’altro sesso, dando quindi enorme profondità al film e contribuendo alla partecipazione emotiva ed intellettuale dello spettatore a ciò che sta guardando.

Nonostante questo film mi sia piaciuto molto, siccome sono un pessimo venditore di me stesso vi dico le due critiche negative più ovvie che tale opera potrebbe sollevare:

1) Lei è come Il curioso caso di Benjamin Button (di David Fincher, 2008): quello se lo guardi al contrario diventa un film come tanti altri, questo se al sistema operativo sostituisci una ragazza vera diventa un film come tanti altri.
2) Il fatto che una persona abbia un rapporto del genere con una macchina è più inquietante che romantico.

Considerazioni entrambe legittime.
Considerazioni entrambe un po’ troppo superficiali.

Essendo un’opera basata sulle emozioni, la razionalità non è un criterio utile per valutarne la qualità: è più utile osservare le reazioni dei personaggi, e concentrandosi su esse credo che Jonze in sede di scrittura abbia fatto un ottimo lavoro per realismo ed intensità emotiva.
Anche la gioia provata da Theodore è genuina, e riesce a sfondare lo schermo arrivando allo spettatore, che quindi anche per quanto riguarda le emozioni positive si sente coinvolto in ciò a cui sta assistendo, attraversando assieme al protagonista le montagne russe di un rapporto.

her 3

Phoenix  recita veramente bene perché si mantiene sempre sotto le righe senza risultare noioso o piatto, anzi, lo spettatore cerca continuamente di scoprire sempre di più del suo personaggio.
Il suo patetismo (specialmente nella parte iniziale della pellicola) riesce a non scadere nel ridicolo e lui contribuisce a creare un’ottima rappresentazione dell’uomo comune.
Un tipo come potremmo conoscerne a decine, pensandoci un attimo.

Il sistema operativo Samantha è una personalità artificiale come non si vedeva (ovviamente con le ovvie differenze di film, genere e personaggio) dai tempi di HAL 9000 di 2001: odissea nello spazio (1968), a mio parere uno dei migliori cattivi (forse “il” miglior cattivo) della storia del cinema.
Ovviamente lei non vuole uccidere nessun astronauta, ma penso che il suo evolversi attraverso ciò che “vive” e “sente” sia rappresentato in modo straordinario, e come già accennato è veramente difficile avvertire la differenza tra il suo personaggio e una ragazza reale.

In ruoli femminili minori abbiamo Amy Adams (vista recentemente in American Hustle L’uomo d’acciaio) come amica dolcemente complicata di Theodore, Olivia Wilde (Rush) e Rooney Mara (ex Lisbeth Salander nella versione americana di Millennium).

Capitolo doppiaggio.
Si sono scatenate molte polemiche dopo la scelta di Micaela Ramazzotti come voce italiana di Samantha, doppiata in originale da Scarlett Johansson (recentemente nella positiva sorpresa Don Jon).
Premesso che io ho visto questo film solo in italiano, quindi non posso fare un confronto tra le due interpretazioni, credo che per quanto riguarda i talent in sede di doppiaggio ci siano stati esempi sia migliori (Tullio Solenghi come Scar ne Il re leone) che peggiori (Fabio Volo in Kung Fu Panda e praticamente tutto il cast di Shark Tale).
A parte qualche caduta un po’ troppo romanesca, penso quindi che sarebbe potuta andare molto peggio.

her 2

Un film veramente bello e ben realizzato.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Il padre (forse “nonno”) di tutti i film d’amore, ossia Casablanca (1942) di Michael Curtiz, per quanto riguarda le interazioni tra uomo e macchina S1m0ne (2002) di Andrew Niccol e nell’ambito “storie d’amore particolari” il recente Moonrise Kingdom (2012) di Wes Anderson.

300 – L’alba di un impero

300 l'abla di un impero“Questa è blasfemia! Questa è pazzia!”
“QUESTO! È! CI-NEMA!!!”

TRAMA: Il film racconta gli eventi avvenuti durante la battaglia marittima di Capo Artemisio tra i Greci (comandati dall’ateniese Temistocle) e i Persiani di re Serse I, svoltasi quasi contemporaneamente alla battaglia delle Termopili.
Ispirato in parte alla graphic novel Xerxes di Frank Miller.

RECENSIONE: Sequel (ma sarebbe più corretto midquel) di una delle pellicole più virili e allo stesso tempo omosessuali della storia del cinema (300 di Zack Snyder, uscito nel 2007), questo film segue un’opera i cui meriti principali sono l’aver aumentato di un buon 20-30% le iscrizioni nelle palestre e aver creato una manica di esaltati, che per caricarsi prima di qualsiasi incombenza (partita di calcetto, gara di shottini, fila alle Poste) sbraitano discorsi motivazional-guerreschi con la stessa energia di Mussolini dal balcone di Piazza Venezia.

Al posto di Snyder, che ha declinato il progetto per dirigere L’uomo d’acciaio (complimenti, bella scelta) e che qui è in veste di sceneggiatore e produttore, abbiamo in cabina di regia Noam Murro, regista con molta esperienza pubblicitaria ma con alle spalle un unico lungometraggio (Smart People, 2008).

Purtroppo si vede.

300 – L’alba di un impero è infatti un film piuttosto scialbo, che si limita a sfruttare l’onda lunga del suo predecessore senza fare aggiunte degne di note alla struttura cinematografica dell’opera stessa.
Il risultato è una copia carbone mediocre di una pellicola di sette anni fa che hanno visto praticamente tutti.
Beh dai, buono.

300 temistocle

No, Temmy, non mi guardare così…

Ma andiamo con ordine: recensire questo film senza fare un paragone con la pellicola precedente è praticamente impossibile, e dato che 300 è un’opera arcinota i cui elementi costitutivi sono ben delineati, tale confronto è molto utile per valutare appunto il sequel.

Nel primo film la regia puntava molto sull’azione, esaltandola grazie ad un uso massiccio della slow motion (che abbracciava circa un terzo del film e senza la quale 300 sarebbe durato più o meno tre quarti d’ora); la fotografia era caratterizzata da colori saturi e filtri molto decisi, e la colonna era basata su musica metal.
Qui è lo stesso. Murro si limita al compitino (ma proprio -ino -ino) ed è ulteriormente penalizzato da una sceneggiatura (come già detto, di Snyder stesso) che ricalca in maniera pedissequa gli avvenimenti del primo film, cambiandone eventualmente solo alcuni piccoli dettagli.
Il risultato è che se 300 vi è piaciuto moltissimo non sarà forse un problema per voi rivedere le stesse scene quasi identiche una seconda volta, ma i più potrebbero stufarsi ed avere una fastidiosa sensazione di déjà vu perenne.

Anche il background narrativo è bene o male lo stesso: nell’opera precedente c’erano 300 uomini che combattevano contro lo sterminato esercito del re/dio/drag-queen, costituendo quindi un archetipo “pochi contro tanti” somigliante ad un realistico e iperviolento “Asterix e Obelix”; qui anche se abbiamo due eserciti veri e propri il numero dei Persiani è comunque nettamente superiore a quello degli ellenici, quindi…
Sì, insomma, sempre la solita solfa.

Una differenza tra le due pellicole è che in 300 i gusti sessuali… ehm… “difficilmente inquadrabili” degli antichi greci erano celati (anche grazie ad alcune brevi scene di nudo femminile), ma nonostante ciò alcuni segmenti sfioravano il ridicolo (in)volontario; qui invece l’eterosessualità è più marcata, grazie anche alla presenza di un personaggio femminile sexy e provocante con uno spazio narrativo maggiore.

"Inginocchiati davanti ai miei piedi." Eh-ehm...

“Inginocchiati davanti ai miei piedi.” Ok, vi lascio soli…

Dal punto di vista strettamente tecnico si notano i costumi di Alexandra Byrne (Oscar nel 2008 per Elizabeth: The Golden Age) e il fatto che gli sfondi siano talmente realistici da sembrare dipinti su un muro: integrazione con le figure umane quasi zero.

L’australiano Sullivan Stapleton (doppiato in italiano da Simone Mori e apparso in Gangster Squad) sostituisce Gerard Butler (voce di Roberto Pedicini e visto negli ultimi anni in Giustizia privata Comic Movie) come attore protagonista.
Il suo Temistocle è un guerriero diverso da Leonida: più stratega e scacchista e meno ossessionato dalla morte e dall’uccidere, si comporta come un vero generale più che come un comandante.
Eva Green come assetata di sangue Artemisia interpreta un personaggio femminile forte anche se troppo stereotipato, e la sua prorompente sessualità (traduzione per il volgo: è tanta, ma tanta roba) non riesce a salvarla dall’effetto macchietta.
Il brasiliano Rodrigo Santoro torna negli imponenti e sessualmente ambigui panni (anche pochi, a dir la verità) del sovrano divinizzato Serse, una specie di Shaquille O’Neal gay con il vocione da oltretomba di Alessandro Rossi.
David Wenham e Lena Headey riprendono i personaggi di Delios e Gorgo.

300 artemisia

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: 300 (2007) e in generale tutti i film di guerra antica con protagonisti dei culturisti improbabili.
O anche Almodóvar e Özpetek…

PREMI OSCAR 2014

The 85th Academy Awards® will air live on Oscar® Sunday, February 24, 2013.

MIGLIOR FILM:
12 anni schiavo vince uno dei premi più “No, ma dai?” della storia degli Oscar. Come ho già scritto nella relativa recensione non penso affatto che sia un brutto film, ma non è nemmeno il capolavoro di cui alcuni tessono le lodi. Credo che questo premio sia più frutto di alcune componenti moraleggianti della pellicola (retorica, buoni sentimenti, intensità socio-culturale ecc…) piuttosto che per la sua qualità vera e propria. Battuto, tra gli altri, The Wolf of Wall Street di Scorsese (prendere un cactus nel culo Parte 1).

oscar2014winners 2

Il regista Steve McQueen con parte del cast di “12 anni schiavo”

MIGLIOR REGIA:
Alfonso Cuarón dimostra che se lo si tiene lontano dai blockbuster (il suo Harry Potter e il prigioniero di Azkaban sfiora l’inguardabile) è un signor regista, e penso che il premio come miglior regia per Gravity sia meritato. Battute le regie piuttosto operaie di 12 anni schiavo e American Hustle, peccato per Scorsese e il suo The Wolf of Wall Street (prendere un cactus nel culo Parte 2).
Per Cuarón anche il premio Oscar come miglior montaggio.

86th Annual Academy Awards - Show

Alfonso Cuarón

MIGLIORI ATTORE E ATTRICE PROTAGONISTI:
L’Oscar stranamente non va a DiCaprio (prendere un cactus nel culo Parte 3), ma dato che l’Academy lo ha sempre premiato generosamente sommergendolo di statuette è giusto far vincere un po’ anche gli altri, e credo che il buon Leo non sia troppo dispiaciuto se per questa volta gli è andata male.
Matthew McConaughey, vincitore per Dallas Buyers Club, non punta più ad arrapare le sue spettatrici ma a portare sullo schermo ottime interpretazioni, e ciò gli fa onore. Da maschio eterosessuale spero continui così e che alla soglia dei 45 anni abbandoni, se Dio vuole definitivamente, le scadenti commediole patinate. Battuti anche Bale per American Hustle e Ejiofor per 12 anni schiavo.
La favorita Cate Blanchett vince il premio per Blue Jasmine di Woody Allen battendo le agguerrite Amy Adams per American HustleSandra Bullock per Gravity e l’onnipresente Meryl Streep (per I segreti di Osage County), che rasenta la candidatura ad honorem.
Personalmente patteggiavo per la Adams, ma essendo la Blanchett una grande attrice non ne sono troppo dispiaciuto.

MIGLIORI ATTORE E ATTRICE NON PROTAGONISTI:
Jared Leto (ma non era un cantante?) affianca McConaughey per Dallas Buyers Club, battendo Bradley Cooper per American Hustle e Michael Fassbender per 12 anni schiavo (forse il premio che tale film avrebbe meritato di più). Come per l’altro attore gratificato per questa pellicola l’Academy decide di premiare il trasformismo e le performance più estreme.
Lupita Nyong’o batte Jennifer Lawrence per American Hustle in quella che forse viste le Nomination era la categoria più “debole” tra le quattro relative agli attori. Con tutto il dovuto rispetto, per l’attrice di 12 anni schiavo il discorso da fare è lo stesso relativo al suo film in generale: non è una performance scarsa, ma non è neanche così eccezionale come altre.

oscar2014winners

Matthew McConaughey, Cate Blanchett, Lupita Nyong’o e Jared Leto

MIGLIORI SCENEGGIATURE ORIGINALE E NON ORIGINALE:
Premi vinti rispettivamente da Spike Jonze per Her e John Ridley per 12 anni schiavo.
Peccato che Her arrivi in Italia con la puntualità di un regionale Aosta-Gioia Tauro, perché dare al grande pubblico la possibilità di vederlo prima delle premiazioni non sarebbe stata un’idea pellegrina.
Per quanto riguarda le non originali, avete già capito che ne penso della pellicola premiata, e siccome repetita iuvant sed stufant andrò oltre. Tra i candidati anche Terence Winter per The Wolf of Wall Street (sì, prendere un cactus nel culo Parte 4).

MIGLIOR FILM STRANIERO:
La grande bellezza ha vinto, stappiamo la boccia. A differenza del secondo me mediocre (e ruffiano, e malfatto, e sopravvalutato) La vita è bella, qui posso essere contento del riconoscimento di un’eccellente pellicola in generale e non solo perché “il film è italiano”, concetto tanto amato dal grande pubblico ma che aprirebbe le porte ad un “sì, ma se vince un film italiano di merda?”.
Va beh, La grande bellezza è un gran film, il premio lo ha preso, passiamo alla cassa.

Tenk iù, Paolo.

la grande bellezza OSCAR

Toni Servillo, Paolo Sorrentino e Nicola Giuliano (produttore)

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE:
In un’edizione degli Oscar in cui le sorprese sono state praticamente inesistenti e in cui sulla maggioranza dei premi si sarebbe potuto scommettere un mese prima la propria verginità anale (no, non sto parlando di The Wolf of Wall Street) vince l’Oscar il musical on ice Frozen, di cui ho sentito dire “Cantano sempre, è bellissimo” come anche “Cantano sempre, son due coglioni che non ne hai idea”.
Ho già detto diverse volte di non amare l’animazione? Ecco, appunto.
Battuti I Croods ed è un peccato, perché il protagonista doppiato da Nicolas Cage aveva il suo perché.

oscar2014winners 3 Del Vecho, Lee e Buck Frozen

Peter Del Vecho (produttore) con i registi Jennifer Lee e Chris Buck per “Frozen”

MIGLIORI SCENOGRAFIA, FOTOGRAFIA E COSTUMI:
Oscar per la migliore scenografia a Catherine Martin (che si porta a casa anche il premio per i migliori costumi) e Beverley Dunn per Il grande Gatsby (ciusto), mentre per la fotografia vince Emanuel Lubezki per Gravity (più che ciusto).

MIGLIORI COLONNA SONORA E CANZONE:
Steven Price per Gravity vince il premio come miglior colonna sonora, mentre la miglior canzone (ho già accennato al fatto che quest’anno non ci siano state delle gran sorprese?) è Let it Go, tratto dal “canta che ti passa” della Disney Frozen. In quest’ultima categoria battuti Pharrell Williams con Happy e gli U2 per Ordinary Love.

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI:
Vincitori Webber, Lawrence, Shirk e Corbould per Gravityche (giustamente, a mio avviso) battono Lo Hobbit- La desolazione di Smaug, Into Darkness – Star Trek Iron Man 3.

Riassunto:
7 Oscar su 10 Nomination per Gravity (regia, montaggio più tanti tecnici), 3 premi per 12 anni schiavo (film, attrice non protagonista e sceneggiatura non originale) e Dallas Buyers Club (i due attori più il trucco).
Trombat… ehm, volevo dire… “delusi” American Hustle (10 Nomination, tra cui quelle per tutti e quattro gli attori, nessun premio vinto), Captain Phillips e Nebraska (0/6 per entrambi), The Wolf of Wall Street (un film di Scorsese che porta a casa uno 0/5 fa specie) e Lo Hobbit – La desolazione di Smaugche si fa battere in effetti speciali, sonoro e montaggio sonoro.

Cloud dei tag