L'amichevole cinefilo di quartiere

La grande bellezza

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Bello: agg. sing. m. 1 Che, per aspetto esteriore o per qualità intrinseche, provoca impressioni gradevoli. 2 Vistoso, cospicuo, grande. 3 Buono.
Vocabolario della lingua italiana Zingarelli.

TRAMA: Jep Gambardella è un giornalista che per anni è stato un membro imprescindibile della mondanità romana. Compiuti i sessantacinque anni tenta di comprendere quale sia stato, finora, il senso della sua vita.

RECENSIONE: Film del 2013 scritto e diretto da Paolo Sorrentino, La grande bellezza è un notevole affresco metropolitano-esistenziale che racconta senza falsa retorica un popolo, un mondo e un’inquadratura mentale, sapendo essere critico nella rappresentazione dei personaggi ma circondando il tutto da un alone di patetismo.

Una visione moderna e tramutata in negativo de La dolce vita (1960) di Fellini, uno dei più grandi capolavori della storia del cinema; il dottor Henry Jeckyll della fama, dello splendore e dell’universo mondano patinato degenera qui in un Edward Hyde di squallore, mediocrità e materialismo, simboli di un appassimento sia dei valori astratti che del microcosmo umano stesso.
La cafonaggine raggiunge quindi livelli esponenziali, scolpendo una distinzione profonda e manichea tra la bellezza umana (futile e quasi grottesca quella estetica, inesistente quella interiore e morale) e artistica (àncora di salvataggio immutabile e durevole nel tempo).

La volgarità, il kitsch, e l’essere sopra le righe diventano quindi la raison d’être degli individui, che cercano di distinguersi gli uni dagli altri nascondendo sotto un tappeto le proprie debolezze e meschinità, non rendendosi conto di quanto ciò li renda vuoti e ridicoli dal punto di vista di un osservatore esterno.

la grande bellezza scena
Jep Gambardella, interpretato da Toni Servillo, è spettatore e allo stesso tempo coprotagonista del sottobosco di degrado della intellettualità romana, la quale solo in apparenza si erge sulla gretta normalità, creando infatti solo una pallida luce lunare che tenti di nascondere la fragilità esistenziale dei suoi membri.

Sorrentino mostra una Roma che in quanto madre-padrona, esposta in tutta la sua (grande) bellezza, diventa all’occhio dello spettatore il palcoscenico su cui si aggira una varia umanità, per la quasi totalità pessima nei suoi bassi desideri.
Le poche anime oneste cercano infatti di arrabattarsi con i loro sogni e le loro speranze, venendo poi però irrimediabilmente masticate dal marciume che le circonda, finendo successivamente digerite e sputate impoverite e corrotte.

La meraviglia scaturente dalla dimensione artistica accresce ancor di più il divario con le già citate meschinità e bassezze umane; viene quindi a nascere un senso di inadeguatezza tra ciò che siamo e ciò a cui assistiamo, come se noi fossimo troppo volgari e troppo inferiori rispetto alla culla che ci ospita, fatta di storia, arte e cultura.
E realizzata da persone molto migliori di ciò che siamo diventate noi ora.

Uno dei messaggi del film? 

Roma è la città più bella del mondo, capitale del Paese più bello del mondo, abitata purtroppo dal popolo più zotico. E ignorante. E superficiale. Di tutto il mondo.

la grande bellezza servillo

La fotografia di Luca Bigazzi e la scenografia di Stefania Cella rendono al meglio questo contrasto, essendo entrambe focalizzate sull’esaltazione (sia in positivo che in negativo) delle caratteristiche principali di cose, persone e ambienti.
Grazie anche al loro contributo vengono ad esistere scene talmente eccessive da risultare quasi caricaturali, dando alla pellicola una dimensione disorganica ed eterogenea, facendo tenere alta allo spettatore l’attenzione, non potendosi egli appoggiare pigramente sui rassicuranti binari delle storie classiche.

Un altro elemento importante del film è la critica negativa a tutto ciò che è costruzione umana: i rapporti personali, la religione e le convenzioni sociali (feste, funerali ecc…) diventano qui dimostrazioni della caducità della nostra vita e della poca traccia che essa lascia su questa terra.
Tutto ciò che l’uomo crea è dunque artefatto e fittizio, frutto di un atavico bisogno di dare importanza alla forma più che al contenuto e agli orpelli più che alla sostanza, nonché del continuo bramare la sicurezza di essere considerati fighi e “in” piuttosto che degli scarti indesiderati.

Sorrentino inserisce anche la morte come elemento di sottotesto, sempre presente per volerci ricordare che, come scriveva Virgilio, tempus fugit e che non bisogna quindi sprecare la propria vita in futilità.
In fondo noi non siamo altro che viaggiatori fragili ed erranti (nel doppio significato del termine) in mezzo a nostri simili altrettanto fragili ed erranti.

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Detto fuori dai denti potremmo quindi usare il nostro tempo in modo migliore piuttosto che per rompere i coglioni alla gente e giudicarli per il loro aspetto e non per ciò che sono.
Troppo difficile?

Troppo difficile.

Toni Servillo sontuoso nel sostenere ottimamente il film riuscendo a recitare sottotraccia.
Il centro di gravità della pellicola è lui, con il suo barcamenarsi tra le figure che lo circondano; la profondità interiore del personaggio è enorme ma non viene riversata sul pubblico come una cascata, prediligendo invece brevi espressioni, atteggiamenti e frasi che acquistano una dimensione complessiva solo a film ultimato.
Carlo Verdone, Carlo Buccirosso e Sabrina Ferilli sono maschere più o meno tormentate. Verdone in particolare interpreta un personaggio fragile e dolente, molto lontano dalla sua solita dimensione comica, mentre la Ferilli riesce a dimostrare che in contesti giusti può essere un’attrice vera e propria e non solo due bellissime e giunoniche tette su un calendario.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Gli altri tre film del sodalizio Sorrentino-Servillo e La dolce vita (1960).

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