L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per febbraio, 2014

12 anni schiavo

12 anni schiavo“Neither slavery nor involuntary servitude, except as a punishment for crime where of the party shall have been duly convicted, shall exist within the United States, or any place subject to their jurisdiction.”

XIII emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, sezione I.

TRAMA: 1841. Solomon Northup, un uomo libero che vive a Washington, viene ingannato, rapito e portato in Louisiana, dove rimarrà come schiavo fino al 1853.
Tratto dall’omonima autobiografia di Northup.

RECENSIONE: Diretto da Steve McQueen, 12 anni schiavo è un film intenso creato ad hoc per sbancare agli Oscar, puntando su una storia cruda e drammatica che prosegue il filone tematico degli ultimi anni composto da pellicole come Lincoln e The Butler.

Senza nulla togliere alla bravura di questo regista, che ha portato sullo schermo opere di notevole impatto emotivo come Hunger (2008) e Shame (2011), la pellicola manca di quel quid in più che le possa permettere di passare da “buon film” a “capolavoro”.
Forse ciò dipende anche dal fatto che 12 anni schiavo abbia una dimensione molto più generale e universale rispetto alle sue due pellicole già citate, dato che qui l’elemento personale si fonde maggiormente con la realtà storica.

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Pur avendo quindi buone componenti prese singolarmente, si ha come l’impressione che McQueen si comporti come un tiratore che con un fucile in mano si lasci passare un bersaglio davanti agli occhi, avendolo al centro del suo mirino ma senza osare premere il grilletto.
Si avverte inoltre nel ritmo narrativo un’eccessiva lentezza, che considerando l’importante tema culturale e storico dietro al film risulta essere una pecca di non poco conto.

La regia è buona ma non eccezionale, prediligendo un approccio molto più materiale e basilare piuttosto che invenzioni visive particolari od originali. Se da un lato tale scelta può esaltare la già citata durezza dell’opera, d’altro canto può stancare lo spettatore che abbia un occhio più tecnico, assumendo connotati più socio-documentaristici che artistici.

La sceneggiatura di John Ridley si concentra forse un po’ troppo su alcuni elementi della storia tralasciandone altri che avrebbero meritato maggiore approfondimento, e pur avendo ragione nel mantenere una costante attenzione sul protagonista, i personaggi secondari poco esplorati risultano essere troppo piatti e bidimensionali.

Chiwetel Ejiofor sostiene il film quasi da solo. Il suo Solomon Northup è ottimamente rappresentato come un uomo buono soverchiato dagli eventi, che cerca di non perdersi mai completamente d’animo e che ha come unico obiettivo in mente sopravvivere con le unghie e con i denti. Forse il ruolo è in parte penalizzato dal suddetto mancato approfondimento nella sceneggiatura di alcuni sottotesti, ma in generale si ha di fronte un’ottima prova attoriale.

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Ottimo anche Michael Fassbender. Il suo schiavista psicopatico ricorda una versione cruda e più tra le righe del Calvin Candie di Leonardo DiCaprio in Django Unchained. Violento, irascibile e con una distorta e quasi ossessiva visione religiosa e divina, risulta essere una furia umanizzata pronta ad abbattersi senza preavviso sugli astanti, e l’attore di origine tedesca è molto bravo nel rappresentarlo.

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Piccole parti per Paul Giamatti, Benedict Cumberbatch post-viverna, Paul Dano e Brad Pitt. Personaggi che come già detto avrebbero meritato uno sviluppo più approfondito (in particolare quelli di Cumberbatch e Pitt) e che per come sono resi risultano essere maschere un po’ troppo blande e poco più. Peccato, visto che c’erano sia i presupposti che notevoli interpreti.  

Per quanto riguarda il comparto tecnico, accurati sia i costumi di Patricia Norris sia le scenografie di Adam Stockhause, entrambi nominati agli Oscar. Entrambi questi elementi sono importanti in un film storico, per aiutare lo spettatore ad immergersi completamente in una storia di centocinquant’anni prima.

Un’opera che probabilmente sarà molto premiata dall’Academy, ma che per quella che è la mia opinione avrebbe potuto essere più incisiva affondando meglio alcuni colpi. Un’occasione mancata.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Lincoln (2012), Django Unchained (2012) e The Butler (2013).

La grande bellezza

La-grande-bellezza-locandina1

Bello: agg. sing. m. 1 Che, per aspetto esteriore o per qualità intrinseche, provoca impressioni gradevoli. 2 Vistoso, cospicuo, grande. 3 Buono.
Vocabolario della lingua italiana Zingarelli.

TRAMA: Jep Gambardella è un giornalista che per anni è stato un membro imprescindibile della mondanità romana. Compiuti i sessantacinque anni tenta di comprendere quale sia stato, finora, il senso della sua vita.

RECENSIONE: Film del 2013 scritto e diretto da Paolo Sorrentino, La grande bellezza è un notevole affresco metropolitano-esistenziale che racconta senza falsa retorica un popolo, un mondo e un’inquadratura mentale, sapendo essere critico nella rappresentazione dei personaggi ma circondando il tutto da un alone di patetismo.

Una visione moderna e tramutata in negativo de La dolce vita (1960) di Fellini, uno dei più grandi capolavori della storia del cinema; il dottor Henry Jeckyll della fama, dello splendore e dell’universo mondano patinato degenera qui in un Edward Hyde di squallore, mediocrità e materialismo, simboli di un appassimento sia dei valori astratti che del microcosmo umano stesso.
La cafonaggine raggiunge quindi livelli esponenziali, scolpendo una distinzione profonda e manichea tra la bellezza umana (futile e quasi grottesca quella estetica, inesistente quella interiore e morale) e artistica (àncora di salvataggio immutabile e durevole nel tempo).

La volgarità, il kitsch, e l’essere sopra le righe diventano quindi la raison d’être degli individui, che cercano di distinguersi gli uni dagli altri nascondendo sotto un tappeto le proprie debolezze e meschinità, non rendendosi conto di quanto ciò li renda vuoti e ridicoli dal punto di vista di un osservatore esterno.

la grande bellezza scena
Jep Gambardella, interpretato da Toni Servillo, è spettatore e allo stesso tempo coprotagonista del sottobosco di degrado della intellettualità romana, la quale solo in apparenza si erge sulla gretta normalità, creando infatti solo una pallida luce lunare che tenti di nascondere la fragilità esistenziale dei suoi membri.

Sorrentino mostra una Roma che in quanto madre-padrona, esposta in tutta la sua (grande) bellezza, diventa all’occhio dello spettatore il palcoscenico su cui si aggira una varia umanità, per la quasi totalità pessima nei suoi bassi desideri.
Le poche anime oneste cercano infatti di arrabattarsi con i loro sogni e le loro speranze, venendo poi però irrimediabilmente masticate dal marciume che le circonda, finendo successivamente digerite e sputate impoverite e corrotte.

La meraviglia scaturente dalla dimensione artistica accresce ancor di più il divario con le già citate meschinità e bassezze umane; viene quindi a nascere un senso di inadeguatezza tra ciò che siamo e ciò a cui assistiamo, come se noi fossimo troppo volgari e troppo inferiori rispetto alla culla che ci ospita, fatta di storia, arte e cultura.
E realizzata da persone molto migliori di ciò che siamo diventate noi ora.

Uno dei messaggi del film? 

Roma è la città più bella del mondo, capitale del Paese più bello del mondo, abitata purtroppo dal popolo più zotico. E ignorante. E superficiale. Di tutto il mondo.

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La fotografia di Luca Bigazzi e la scenografia di Stefania Cella rendono al meglio questo contrasto, essendo entrambe focalizzate sull’esaltazione (sia in positivo che in negativo) delle caratteristiche principali di cose, persone e ambienti.
Grazie anche al loro contributo vengono ad esistere scene talmente eccessive da risultare quasi caricaturali, dando alla pellicola una dimensione disorganica ed eterogenea, facendo tenere alta allo spettatore l’attenzione, non potendosi egli appoggiare pigramente sui rassicuranti binari delle storie classiche.

Un altro elemento importante del film è la critica negativa a tutto ciò che è costruzione umana: i rapporti personali, la religione e le convenzioni sociali (feste, funerali ecc…) diventano qui dimostrazioni della caducità della nostra vita e della poca traccia che essa lascia su questa terra.
Tutto ciò che l’uomo crea è dunque artefatto e fittizio, frutto di un atavico bisogno di dare importanza alla forma più che al contenuto e agli orpelli più che alla sostanza, nonché del continuo bramare la sicurezza di essere considerati fighi e “in” piuttosto che degli scarti indesiderati.

Sorrentino inserisce anche la morte come elemento di sottotesto, sempre presente per volerci ricordare che, come scriveva Virgilio, tempus fugit e che non bisogna quindi sprecare la propria vita in futilità.
In fondo noi non siamo altro che viaggiatori fragili ed erranti (nel doppio significato del termine) in mezzo a nostri simili altrettanto fragili ed erranti.

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Detto fuori dai denti potremmo quindi usare il nostro tempo in modo migliore piuttosto che per rompere i coglioni alla gente e giudicarli per il loro aspetto e non per ciò che sono.
Troppo difficile?

Troppo difficile.

Toni Servillo sontuoso nel sostenere ottimamente il film riuscendo a recitare sottotraccia.
Il centro di gravità della pellicola è lui, con il suo barcamenarsi tra le figure che lo circondano; la profondità interiore del personaggio è enorme ma non viene riversata sul pubblico come una cascata, prediligendo invece brevi espressioni, atteggiamenti e frasi che acquistano una dimensione complessiva solo a film ultimato.
Carlo Verdone, Carlo Buccirosso e Sabrina Ferilli sono maschere più o meno tormentate. Verdone in particolare interpreta un personaggio fragile e dolente, molto lontano dalla sua solita dimensione comica, mentre la Ferilli riesce a dimostrare che in contesti giusti può essere un’attrice vera e propria e non solo due bellissime e giunoniche tette su un calendario.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Gli altri tre film del sodalizio Sorrentino-Servillo e La dolce vita (1960).

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Ringraziamenti

Ovvero, grazie.

Thank You

Oggi, 20 febbraio 2014, questo mio piccolo blog compie un anno di vita.

Esattamente un anno fa l’ho creato iniziando ad inserirvi alcune delle recensioni che nei mesi precedenti avevo scritto come brevi (mica tanto) post sul mio profilo personale di Facebook.

Ho iniziato a scriverle senza nessuna velleità particolare, semplicemente perché mi piaceva farlo e perché per me il cinema è una passione, così come per altre persone lo sono ad esempio i motori, i videogiochi o il giardinaggio.
O i gatti.

La prima che ho scritto in assoluto è stata quella di Magnifica presenza, a metà marzo 2012 circa, il giorno dopo averlo visto al cinema.

Quindi è passato un anno da quando il blog è nato, quasi due da quando ho iniziato a scrivere.

Con questo post volevo ringraziare di cuore tutti voi che usate qualche minuto del vostro tempo e della vostra attenzione per leggere ciò che scrivo.

Ringrazio tutti voi che mi seguite, che lo facciate sempre, spesso o anche solo una volta ogni tanto, perché per me ogni vostra lettura di una mia recensione è fonte di grande soddisfazione.

Ringrazio tutti coloro che mi dicono che le mie recensioni sono troppo lunghe, troppo cattive (ma va là), troppo tecniche o troppo poco tecniche, troppo comiche o troppo serie. Grazie a loro cerco di migliorare e maturare.

Ringrazio ogni vostro commento, indipendentemente che siate d’accordo con me o meno, perché significa che quello che avete letto vi ha lasciato qualcosa e questo mi fa molto piacere.

Ringrazio tutti coloro che mi dicono ciò che pensano riguardo al film che ho recensito, perché in questo modo posso confrontarmi con opinioni diverse, cercando di arrivare ad un’idea del cinema il più generale e complessiva possibile.

Ringrazio tutti coloro che vanno al cinema con me.

E soprattutto ringrazio tutti coloro che mi sopportano.

Semplicemente, grazie.

Mattia.

Twilight

twilightAridatece Bela Lugosi.

TRAMA: Tratto dal romanzo omonimo di Stephenie Meyer.
La tormentata storia d’amore tra l’adolescente umana Bella Swan e il vampiro Edward Cullen nella grigia cittadina di Forks, nello Stato di Washington.

RECENSIONE:

Facile definire questa roba una schifezza.

Facile recensirlo negativamente.

Tanto “mainstream” il film, tanto “mainstream” demolirlo.

Credo però sia più utile e costruttivo spiegare perché una determinata opera sia di scarsa qualità, senza limitarsi a giudizi assoluti.

In certi casi è quindi necessaria una specie di… catarsi, immergendosi nel più oscuro putridume e uscendone poi rigenerati.

O cose così.

Questa pellicola, uscita nel 2008 e diretta da Catherine Hardwick, è l’esatto esempio di cosa voglia dire offrire al grande pubblico (e in particolare alle nuove generazioni) un prodotto preconfezionato, prestrutturato e predigerito per appiattirne ancora di più le capacità mentali e per tarpare le ali alla naturale spinta che porti al ragionare con la propria testa.

Dal punto di vista tecnico siamo di fronte ad un’opera meno che mediocre.

La regia è da ABC del cinema, il montaggio è confusionario per quanto riguarda i ritmi da imprimere alle sequenze ed è ulteriormente penalizzato da effetti speciali ampiamente rivedibili che vanno a condire da molt(issim)e scene francamente inutili ai fini dello sviluppo di trama.

A ciò si aggiunge una fotografia dai fastidiosissimi e perenni toni azzurro-verdi, che ha come unico risultato quello di spappolarti le cornee dopo un quarto d’ora.

Come tutte le pellicole basate pigramente sugli attori o sui personaggi da loro interpretati, lo sforzo in fase tecnica è quindi operaio ed elementare, già sapendo in partenza che nessuno spettatore avrebbe prestato attenzione a questi.

Male.

Come fa questa ad essere una fotografia da interni? Ma neanche in un ospedale!

Nonostante il colore predominante, no, non siamo in un ospedale.

Ma il problema non è quello.

Beh Dio, anche.

La pecca principale è che si offre ad un pubblico femminile giovane, formato per lo più da preadolescenti in fase di formazione psico-emotiva, un modello di ragazza completamente sbagliato.

Bella Swan, narrativamente parlando, NON FUNZIONA.

NON FUNZIONA come personaggio.

NON FUNZIONA come persona.

Bella Swan è una teenager che non fa assolutamente nulla se non farsi trascinare dagli eventi, dimostrandosi dipendente in modo perenne dai suoi due spasimanti e senza mostrare la benché minima partecipazione o trasporto in ciò che le sta succedendo intorno.

Un personaggio blando, che non possiede una caratterizzazione che la porti ad avere una personalità definita, passando invece il tempo a vegetare senza dare una scossa alla propria vita o alle proprie relazioni.

Il romanticismo del film è insulso perché un personaggio del genere costituisce un semplice corpo vuoto in cui la spettatrice possa immedesimarsi.

Capisco perfettamente che essere contesa da due bei maschioni sia un sogno sentimentale femminile piuttosto piacevole (vale anche coi sessi al contrario, state tranquille), ma se questa cosa poteva funzionare nei libri, il cinema è un mezzo espressivo differente.

Nel libro un lettore attraverso le parole che gli scorrono davanti agli occhi contestualizza ciò che viene descritto utilizzando la propria immaginazione: anche se un personaggio o un luogo ha una sua specifica descrizione sulle pagine, probabilmente ognuno lo immagina in modo diverso, perché fa parte della fantasia unire elementi oggettivi (ad esempio, se nel libro viene affermato che i capelli di Tizio sono castani, sono di quel colore e non biondi) a varianti soggettive (sì, ma castani di quale tonalità? E la lunghezza? E il taglio?).

Il libro si basa sull’immaginazione, il film sulla rappresentazione.

Non dare profondità introspettiva al personaggio principale (pur se la cosa è voluta) penalizza quindi il film, perché la pellicola viene a svolgersi non sullo schermo, ma dentro la testa di chi lo guarda.

E per chi non immagina fantasie sessuali su vampiri luccicanti, il film è noioso quanto assistere ad un pensionato ottantenne che si fa aiutare dal padre centocinquenne a compilare una dichiarazione dei redditi.

A ciò si aggiunge un’interpretazione da parte di Kristen Stewart che è positiva per la pellicola più o meno come fare il bucato in una betoniera.

Basta guardare i suoi occhi: un vuoto incommensurabile, senza un minimo barlume di vita al loro interno.

Cinque film così...

Sono veramente euforica.

E il problema è che non è una monoespressività divertente, come quella che ha Nicolas Cage in alcuni film.
Qui non si possono neanche fare troppe battute, nemmeno quando lei emette suoni strani tipo sospiri, mugugni, brontolii o borborigmi vari.
Si prende atto del fatto che non cambi mai espressione e non chiuda mai completamente la bocca.
Stop.

Lei farà della strada.

Spero col catrame in un cantiere.

Il suo partner? Scegliere tra lei e Pattinson riguardo a chi sia migliore in questo film è come scegliere a quale piede spararsi.

Lui mi è piaciuto in Cosmopolis (diretto però dal signor Cronenberg), ma qui passa un’ora e mezza a fare espressioni che dovrebbero essere da figaccione inarrivabile, ma che se le faceste ad una ragazza nella vita reale probabilmente vi porterebbero ad avere un’ordinanza restrittiva nei suoi confronti.

E gli altri?

No, quali “altri“? Il film è Bella&Edwardcentrico (nonostante poi si sviluppi un triangolo amoroso piuttosto improbabile), quindi tutti gli altri personaggi, che siano alleati o nemici, hanno uno spazio marginale che impedisce in alcuni casi persino una loro elementare caratterizzazione. 

Un film che dal punto di vista mentale ha gli stessi effetti che ha dal punto di vista fisico un’epidemia di colera.

Però obiettivamente avrebbe potuto essere peggiore.

Avrebbero potuto metterci anche Cage.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutto: se vi è piaciuta ‘sta roba amerete qualsiasi film con un ragazzo e una ragazza come protagonisti.

Oltre al danno ovviamente la beffa: questa saga ha fatto un successo al botteghino stratosferico, incassando circa 384 milioni di dollari per quanto riguarda il primo episodio e circa 3 miliardi e 340 milioni di dollari come serie totale di film.

Reazione da cinefilo:

RoboCop

robocopVivo o morto, tu leggerai questa recensione.

TRAMA: Detroit, 2028. Dopo essere stato gravemente ferito, un agente delle forze dell’ordine viene trasformato da una multinazionale nel settore tecnologico in un super poliziotto mezzo uomo e mezzo macchina.
Remake e reboot di RoboCop – Il futuro della legge di Paul Verhoeven (1987)

RECENSIONE:
Domande che teoricamente questo film dovrebbe far nascere:
-Fino a che punto siamo disposti a spingerci per proteggere le nostre strade?
-È eticamente giusto disumanizzare una persona, pur se per fini superiori?
-Nel futuro prossimo, quale sarà il rapporto tra la macchina in quanto mezzo e l’uomo come suo fruitore e controllore?

Domanda che effettivamente questo film fa nascere:
-Cosa ha fatto di male Verhoeven per meritarsi un altro sputtanamento di un suo film dopo Basic Instinct 2 (2006) e Total Recall – Atto di forza (2012)?

Premessa: Paul Verhoeven non è un regista che amo particolarmente, anzi probabilmente gli unici suoi due film che apprezzo sono proprio RoboCop Atto di forza (1990, famoso per avere la donna con tre seni e il mitico Schwarzy che “portava il culo su Marte”).
Per citare alcuni suoi lavori, in Basic Instinct (1992) se si toglie la splendida e torrida Sharon Stone che tirava più di un carro di buoi in discesa e un Michael Douglas sopra la media o poco più non rimane molto; Showgirls (1995) è un filmaccio in cui si vedono più seconde di seno al vento che recitazione; Starship Troopers (1997) L’uomo senza ombra (2000) penso che nonostante le buone premesse avrebbero potuto essere migliori.

Pur quindi non amando troppo questo regista olandese mi chiedo quale sia il senso di riesumare dopo decenni alcune sue creature (il poliziotto meccanizzato, l’operaio in realtà leader della ribellione e la patata di Sharon Stone) con film squallidi solo per raccattare soldi al botteghino, facendo oltretutto rimpiangere le opere originali.

Ma da dov’è che eravamo partiti…?
Ah già, RoboCop.

robocop vecchio e nuovo

Nero? Lo avete fatto… NERO?!

L’originale era caratterizzato fondamentalmente da tre cose: violenza, ironia e introspezione.

Qui ve le potete scordare.

La violenza, che nel primo episodio era volutamente esagerata, sopra le righe e caratterizzata da un numero impressionante di fiotti di sangue, qui è molto (troppo) standard, essendo paragonabile a quella di un qualsiasi film d’azione.
Le persone muoiono come potrebbero trapassare in un videogame PEGI 16 e ciò va ad inficiare il realismo e l’estrema crudezza della pellicola, che ne risulta quindi rabbonita.

Se la violenza è presente, ma in dosi e caratteristiche visive di minore impatto, gli altri due elementi sono semplicemente inesistenti.
Male, perché l’ironia assente e la caratterizzazione dei personaggi banale e didascalica tolgono quel minimo di profondità che un film di questo genere dovrebbe avere, conferendogli quindi lo spessore del domopak.

Il regista José Padilha (quello dei due Tropa de Elite, del 2007 e 2010 sulle favelas di Rio) non riesce a dare uno stile visivo chiaro al film, penalizzato anche da una non eccelsa fotografia di Lula Carvalho.
In particolare le scene d’azione sono girate in modo confuso, con un uso spropositato e quasi fastidioso dei muzzle flashes (gli effetti luminosi degli spari) uniti ad un montaggio che rende difficile la comprensione delle scene stesse allo spettatore.

Dead Man Downancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Joel Kinnaman

E gli attori? Il protagonista Joel Kinnaman non è molto espressivo, ma il suo ruolo non lo richiede quindi gliela si può far passare. Un elemento che nei film mi fa sempre molta tristezza è però un altro, ossia i grandi attori sprecati, come qui Gary Oldman, Michael Keaton e Samuel L. Jackson (o anche Commissario Gordon, Batman vecchio e Nick Fury, se siete più terra terra).
L’ex Dracula Oldman ha un personaggio a cui è dato uno spazio veramente eccessivo, Keaton non aggiunge molto ai soliti tycoon cattivoni e Jackson, visto recentemente in Django Unchainedè protagonista di intermezzi non solo inutili ai fini della trama, ma che rallentano anche il ritmo del film con la stessa grazia con cui un’automobile è rallentata da un muro di cemento.

In soldoni ci si chiede se fosse davvero necessario riportare sul grande schermo la versione grossa e cazzuta del robot Emiglio.

Secondo me no.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Blade Runner (1982), RoboCop – Il futuro della legge (1987) e Atto di forza (1990).

Che poi un poliziotto mezzo robotizzato si era già visto

L’ultimo dei Templari

l'ultimo dei templariNicolas Cage contro la sposa di Belzebù?
No, ma è una battuta?

TRAMA: 1300. Due cavalieri crociati disertori accettano, per evitare di essere condannati a morte, di portare una ragazza accusata di stregoneria in una lontana abbazia dove possa essere processata e giustiziata.

RECENSIONE: Prima di cominciare, una doverosa premessa.

Per coloro che come me abbiano visto questo film al cinema, spendendo quindi i soldi del biglietto, non vi preoccupate: esistono centri di recupero appositi, dove potete farvi aiutare.
In questi casi l’importante è che ci si renda conto di avere un problema, e questo è il primo passo per risolverlo; non consideratevi deboli, anzi: chi ammette di aver bisogno di aiuto dimostra forza morale e consapevolezza di sé.

Io sono uscito dal tunnel di Nicolas Cage. Potete farlo anche voi.

Chiuso questo breve excursus L’ultimo dei templari, uscito nel 2011, è una pellicola obiettivamente realizzata da cani ed ha in particolare un grosso problema.

OLTRE all’attore protagonista, ovviamente.

La grossa pecca è di essere un film raffazzonato, nel vero senso del termine.
Lo sviluppo dei personaggi è fuori da una qualsiasi logica umana o divina (crociati filosofeggianti che si rifiutano di perpetrare omicidi in nome di Dio? Ma quando mai?), la sceneggiatura ha moltissimi snodi tirati per i capelli di Mastro Lindo e il risultato è quindi una pellicola approssimativa, realizzata con la malavoglia tipica di un compito scolastico per casa piuttosto che per portare sugli schermi un’opera di intrattenimento.

L’inizio in particolare è qualcosa di talmente sciatto, mal realizzato e assemblato con la Fattoria Parlante della Mattel da far capire subito al malcapitato spettatore cosa lo aspetti: computer grafica e fotografia sfascia-occhi (poi ne parliamo), dialoghi talmente sopra le righe da risultare surreali e scene banali senza guizzi contribuiscono a piantare i chiodi alla bara del film già dai primi minuti.

Visto come si rivela in seguito quest’opera, è un po’ come se un maratoneta si rompesse un ginocchio dieci metri dopo essere partito.

Computer grafica scadente, sei proprio tu?

Computer grafica pietosa, sei proprio tu?

Il regista Dominic Sena, che aveva già diretto il nostro prode Cage nel dimenticabilissimo Fuori in 60 secondi, appartenente al sempreverde genere “f**a e motori”, non riesce a dare al film uno stile che sia un minimo personale, andando ad attingere persino da altre opere molto più elevate di questa, come Il nome della rosa Il settimo sigillo.
Si ha quindi l’impressione che il tutto si riveli uno sterile esercizio di copia e incolla con dovizia di ignoranza.

Ma MOLTA dovizia.

Già accennata la pochezza in fase di scrittura (forse “nullità” sarebbe un termine più calzante), sembra inoltre che la caccia alle streghe venga in qualche modo “giustificata”, sia per l’importanza che ha essa nella trama sia per come viene menzionata l’opinione generale nei confronti della donna, qui raffigurata come un essere pericoloso, infido ed amante dei gatti, nei confronti del quale bisogna sempre tenere un occhio aperto.

Beh, effettivamente la parte sull’amare i gatti è vera…

Battute a parte quest’ultimo punto sarebbe forse apprezzabile perché rappresenta la reale visione dell’epoca nei confronti del gentil sesso, ma porta ad un altro difetto del film: porre due protagonisti mentalmente molto più “avanti” rispetto al loro tempo in un contesto del genere non crea un alone di fascino e rispetto nei loro confronti, ma fa sì che il tutto scada nel ridicolo involontario; i toni seri e drammatici all’orecchio dello spettatore diventano quasi farseschi, e tanti saluti all’epicità e alla tensione.

Idolo

Rimetti il coniglio nella scat… ah, no.

Un ennesimo punto a sfavore de L’ultimo dei templari (e spero sia veramente l’ultimo) è la scadentissima computer grafica, con un uso idiota degli effetti speciali i quali sembrano letteralmente incollati alla pellicola in stile découpage.
Di solito in opere di questo genere (cioè obbrobri disimpegnati) sono le uniche cose che si salvano, qui forse abbassano ulteriormente il livello.

Cage capellone in stile Con Air è l’acme di questo film ignobile (e l’effetto comico è dato soprattutto dal fatto che lui ci creda davvero e ci metta un notevole impegno nell’interpretare un cavaliere crociato del 1300 che parla come Voltaire), con l’allegro compare Ron Perlman che in filmacci del genere ci sguazza che è una meraviglia (era anche in Pacific Rim, tanto per dire).
Piccole parti per Stephen Graham, la star di Misfits Robert Sheehan e Christopher Lee, nessuno dei quali alzi particolarmente la qualità del tutto.

Data anche la impossibilità pratica della cosa.

Concludendo vorrei sottolineare la ormai consueta scelta deficiente per quanto riguarda i titoli italiani dei film.
In originale infatti si chiama Season of the Witch, che almeno rende l’idea su quale sia l’argomento principale della pellicola, mentre da noi è stato affibbiato un nome che è legato solo a ciò che viene mostrato nei primi dieci minuti (e i due protagonisti non appartengono nemmeno all’ordine monastico-cavalleresco dei Templari).
Considerato il livello infame del film questo dato è più o meno come la ciliegina sulla torta.

O come se dopo averti investito con la macchina ti spaccassero un remo in testa.

Un film bello come bere il verderame.

Per chi non lo abbia visto, eccone una breve scena:

CURIOSITÀ:
Il film ha ricevuto due nomination ai Razzie Awards 2011: Peggior attore protagonista per Nicolas Cage (strano!) e Peggior coppia, condiviso tra Nicolas Cage e “chiunque appaia sullo schermo insieme a lui”.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I film (parliamone) con protagonista Nicolas Cage più idioti che occhio, cervello e salute mentale umani possano sopportare. Per maggiori informazioni vedere la recensione di Segnali dal futuro.

Dragon Ball Z: La battaglia degli dei

dragon ball locandinaÈ il mio corpo che cambia / nella forma e nel colore / è in trasformazione.

TRAMA: Tratto dall’omonima serie di manga (fumetti) e anime (cartoni animati) creata da Akira Toriyama.
Goku, Vegeta e gli altri eroi devono combattere contro il potente Bills, il dio della distruzione.

RECENSIONE: Quando si parla di un film tratto da un cartone animato, il solito problema è che se non si conosce la serie originale ci si può trovare un po’ spiazzati.
Spiegare che cosa sia Dragon Ball sarebbe una cosa veramente mooooolto lunga, quindi se non ne sapete un tubo (avendo passato gli ultimi venticinque anni su Mercurio, probabilmente) e se parole come “Saiyan”, “Namecc” e “Sfere del drago” non vi suggeriscono nulla se non dei tipi di “massaggio” orientale, potete tranquillamente abbandonare questa recensione.

Per tutti gli altri, dai che cominciamo.

Penso che giudicare questa pellicola come si farebbe normalmente con un film generico sarebbe piuttosto inutile, perché il giudizio risulterebbe ovviamente negativo.
Dragon Ball infatti è una serie con molti difetti: personaggi caratterizzati smussandoli con l’ascia, dialoghi eccessivamente sopra le righe, combattimenti lunghi e talvolta ripetitivi, tempi morti eterni, sceneggiature scarne ecc…
Credo quindi sia molto più utile valutare Dragon Ball Z: La battaglia degli dei nell’ambito delle altre pellicole tratte da questa serie tv, o considerando l’anime stesso.

In quest’ottica non è un film eccezionale, ma pensavo peggio.

Dragon-Ball-Z-Battle-of-Gods2

La prima metà del film pecca di lentezza (come già accennato, una caratteristica della serie) e di una generale stupidità ed infantilità, in parte superata successivamente. I toni iniziali sono parecchio bambineschi, e questo potrebbe penalizzare la visione a chi andasse a vedere la pellicola ad un’età più matura per ritrovare i personaggi che aveva apprezzato da bambino.

Le animazioni sono buone, molto dettagliate per quanto riguarda i personaggi e più semplici ed elementari per gli ambienti. Il doppiaggio italiano è quello della prima versione degli altri film, per cui non corrispondendo alle voci dell’anime andato in onda su Italia 1 potrebbe far immalinconire un po’ i fan.
Molto azzeccati comunque Riccardo Rossi come Bills e Roberto Chevalier come suo assistente Whils.

Il classico nemico che ha come unico scopo distruggere qui finalmente ha un senso, in quanto si tratta del dio della distruzione vera e propria, mentre per altri nemici canonici della serie magari sarebbe stata auspicabile un’introspezione psicologica maggiore.
Diciamo che il “Salve, mi chiamo Freezer/Cell/Majin Bu, sono qua per spaccare tutto” non suscita il massimo dell’interesse.
Qualche insegnamento morale scontato come la parola “California” in un testo dei Red Hot Chili Peppers fa da condimento al tutto.

In generale siamo di fronte ad un piccolo divertissement di 85 minuti (e in questo caso la durata relativamente breve è un pregio perché previene l’annacquamento e la dilazione ulteriore delle meccaniche, di per sé quasi inesistenti), per tornare un po’ bambini e prendersi poco sul serio.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Dragon Ball ha una produzione piuttosto ricca, per cui relativi manga, anime e (parecchi) lungometraggi.
Qualche titolo specifico? Il Super Saiyan della leggenda (1993), La minaccia del demone malvagio (1993) e Il diabolico guerriero degli inferi (1995).

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