L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per 26 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street

the-wolf-of-wall-street-la-locandina-italiana-del-film-295742“Money, money, money / must be funny / in the rich man’s world” – Money money money – ABBA (1976)

TRAMA:  Tratto dall’omonimo libro autobiografico. L’ascesa e il declino dello spregiudicato truffatore Jordan Belfort nella capitale del guadagno: Wall Street.

RECENSIONE: I soldi fanno la felicità, e ne fanno anche tanta.
Chi pensa il contrario è perché ne ha parecchi, e quindi non deve preoccuparsene.
O perché è un completo idiota.

Prendete il buon Hugh Hefner, ideatore e padrone di Playboy: voi leggete questa recensione nel momento in cui l’arzillo ottantasettenne se ne sta beato nella sua mega villa con piscina, bevendo cocktail circondato da pettorute donnine in bikini (o anche senza).
Pensate, lui lo fa tutto il giorno. Tutti i giorni.

wall street hefner

Ma sto divagando. Il punto su cui si concentra maggiormente il film riguardo ai soldi è: quanto siamo disposti a spingerci oltre e cosa siamo disposti a fare per ottenerli?

Regia di Martin Scorsese, famoso per avere un rapporto Oscar vinti/bravura vergognosamente basso che ritorna sul grande schermo a distanza di due anni dal bel Hugo Cabret (2011), qui al suo quinto film con Leonardo DiCaprio dopo Gangs of New York, The Aviator, The Departed – Il bene e il male Shutter Island.
Filmetti, insomma.

La parola d’ordine della pellicola è esagerazione.
Di ogni cosa, ma in particolare delle tre D.

Il denaro deve essere sempre di più, bisogna averne fino a non sapere come spenderlo. Se sei povero devi diventare benestante, se sei benestante devi diventare ricco e se sei ricco devi diventare ricchissimo.
Le droghe devono avere ogni effetto possibile e immaginabile, e devono essere di ogni varietà possibile e immaginabile. Mai essere sobri, perché la sobrietà porta alla mediocrità.
Le donne devono essere le più belle, le più sexy e le più zoccole. Fare. Sesso. Sempre. E. Comunque.

Il denaro. Le droghe. Le donne.
Se hai il primo, ti puoi sballare con le altre due.

A sinistra il vero Jordan Belfort

A sinistra il vero Jordan Belfort

The Wolf of Wall Street segue il percorso professionale e umano di un uomo arrivista e battagliero, ricordando per alcuni tratti una parabola evangelica, ambientata però quasi due millenni dopo la morte di colui che le raccontava.
Il film mostra il kitsch e l’eccesso sfrenato (economico e comportamentale) che un arricchito manifesta, diventando una sorta di uomo-macchina che viene valutato non per il suo essere ma per il suo avere.

Una meravigliosa commedia nera in cui, anche grazie ad un sapiente uso della voce fuori campo e a continui sfondamenti della quarta parete (a proposito, ottimi i doppiatori italiani, in particolare Francesco Pezzulli voce storica di DiCaprio), lo spettatore simpatizza e patteggia per uno degli stili di vita più affascinanti e allo stesso tempo esecrabili che la società porti ad assumere.

Il connubio regia-fotografia è eccezionale, creando attraverso inquadrature, immagini e colori un arazzo visivo ed economico che è contemporaneamente un’acuta critica nei confronti della società plutocratica, che in molti disprezzano, e un’esaltazione di ciò che le enormi ricchezze possono portare nella vita di una persona.

Il fattore estetico avvolge come i muscoli sulle ossa la sceneggiatura di Terence Winter, già sceneggiatore e produttore della serie tv Boardwalk Empire, di cui Scorsese ha diretto il primo episodio, oltre ad esserne anch’egli produttore.
È un vero peccato che al grande pubblico non gliene possa fregare di meno dello script (così come della regia, del montaggio, della fotografia, dei costumi, della colonna sonora…), perché qui ne abbiamo uno ottimo, che ci fa osservare la scalata all’irraggiungibile Himalaya del successo attraverso scelte illegali ed immorali, unicamente mosse dal già citato unico obiettivo della ricchezza.
L’acquisizione attraverso il denaro della possibilità di guardare il mondo dall’alto in basso.

the wolf of wall street money

In un film basato sulle tre D (non come Avatar, quello è basato sul 3D), abbiamo come protagonista la quarta D.
Leonardo DiCaprio interpreta in maniera eccezionale come mimica, gestualità e intensità recitativa un altro personaggio letteralmente immerso nei soldi dopo quelli de Il grande Gatsby e Django Unchained, e come il character nato dalla penna di Francis Scott Fitzgerald anche Jordan Belfort (presente nel film in un cameo) ha una forte connotazione di patetismo nella vita che persegue instancabilmente: essere così di successo (seppur illegalmente) nel proprio lavoro mette in risalto ancora di più i problemi della sua vita familiare, cosa che lo rende agli occhi di uno spettatore attento un semplice pesce che cerca con tutte le sue forze di diventare sempre più grosso in un enorme mare.
L’ho già detto e lo ripeterò fino allo sfinimento: grazie a Dio (quinta D?) questo bravissimo attore si è scollato di dosso la figura del ragazzetto bidimensionale innamorato di Titanic per prendere di petto la recitazione portando agli spettatori personaggi complessi, maturi e sfaccettati.

I giurati dell’Academy hanno purtroppo improvvisi attacchi di sbadatezza tali da dimenticarsi sovente di lui; potrei dirvi un puerile “quest’anno ha buone possibilità di vincere l’Oscar”, ma è un discorso già sentito le volte precedenti, quindi non mi pronuncio.

Jonah Hill pacioso di aspetto ed esagitato di comportamento, peccato che non riesca a staccarsi definitivamente dai filmacci comici molto sopra le righe “alla Apatow”; se lo farà potrà dare un buon contributo al cinema in termini di personaggi fuori di testa.
Nel ruolo della “duchessa” la bella e desnuda Margot Robbie, il cui sex appeal è stato recentemente dichiarato illegale dal Parlamento Europeo; una delle direttive del film è che per gli uomini altolocati le donne costituiscano degli accessori (sessuali) al pari delle cravatte e degli orologi, quindi la sua recitazione punta molto di più sul fascino e sulla nudità che non sulla profondità psicologica.
Detto in termini più sbrigativi: il suo personaggio è bidimensionale, ma in questo caso non è un difetto.

Piccola ma memorabile parte per Matthew McConaughey, che forse sta passando al Lato Chiaro del cinema ora che non mostra (solo) il fisicaccio, nei panni del primo guru del protagonista; Jean Dujardin con la faccia da smargiasso che si ritrova sta benissimo nei panni di personaggi al limite della legalità, Jon Bernthal (nel recente Il grande match) mostra i muscoli o poco più e Jon Favreau è credibile come avvocato più o meno quanto Schwarzenegger come gesuita.
Spicca l’onesto Kyle Chandler come personificazione della nemesi di ogni uomo ricco.
La legge. 
   

Ottima la già menzionata fotografia di Rodrigo Prieto (Argo), che crea un connubio con la regia molto efficace ed interessante. Azzeccate le musiche del titano di tale arte Howard Shore, con una ricca colonna sonora comprendente brani che spaziano dai Foo Fighters a Billy Joel a cover di Simon & Garfunkel; molto buono il montaggio di Thelma Schoonmaker, collaboratrice storica di Scorsese (e con più Oscar in bacheca di lui).

Veramente un ottimo film.

Eh, i soldi…

"Toro di Wall Street", scultura in bronzo collocata a Wall Street di Arturo Di Modica

“Toro di Wall Street”, scultura in bronzo di Arturo Di Modica collocata a Wall Street

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Due parole: Martin. Scorsese. O anche Wall Street (1987) di Oliver Stone, che sono sempre due parole.

Annunci

Tag Cloud