L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per gennaio, 2014

The Wolf of Wall Street

the-wolf-of-wall-street-la-locandina-italiana-del-film-295742“Money, money, money / must be funny / in the rich man’s world” – Money money money – ABBA (1976)

TRAMA:  Tratto dall’omonimo libro autobiografico. L’ascesa e il declino dello spregiudicato truffatore Jordan Belfort nella capitale del guadagno: Wall Street.

RECENSIONE: I soldi fanno la felicità, e ne fanno anche tanta.
Chi pensa il contrario è perché ne ha parecchi, e quindi non deve preoccuparsene.
O perché è un completo idiota.

Prendete il buon Hugh Hefner, ideatore e padrone di Playboy: voi leggete questa recensione nel momento in cui l’arzillo ottantasettenne se ne sta beato nella sua mega villa con piscina, bevendo cocktail circondato da pettorute donnine in bikini (o anche senza).
Pensate, lui lo fa tutto il giorno. Tutti i giorni.

wall street hefner

Ma sto divagando. Il punto su cui si concentra maggiormente il film riguardo ai soldi è: quanto siamo disposti a spingerci oltre e cosa siamo disposti a fare per ottenerli?

Regia di Martin Scorsese, famoso per avere un rapporto Oscar vinti/bravura vergognosamente basso che ritorna sul grande schermo a distanza di due anni dal bel Hugo Cabret (2011), qui al suo quinto film con Leonardo DiCaprio dopo Gangs of New York, The Aviator, The Departed – Il bene e il male Shutter Island.
Filmetti, insomma.

La parola d’ordine della pellicola è esagerazione.
Di ogni cosa, ma in particolare delle tre D.

Il denaro deve essere sempre di più, bisogna averne fino a non sapere come spenderlo. Se sei povero devi diventare benestante, se sei benestante devi diventare ricco e se sei ricco devi diventare ricchissimo.
Le droghe devono avere ogni effetto possibile e immaginabile, e devono essere di ogni varietà possibile e immaginabile. Mai essere sobri, perché la sobrietà porta alla mediocrità.
Le donne devono essere le più belle, le più sexy e le più zoccole. Fare. Sesso. Sempre. E. Comunque.

Il denaro. Le droghe. Le donne.
Se hai il primo, ti puoi sballare con le altre due.

A sinistra il vero Jordan Belfort

A sinistra il vero Jordan Belfort

The Wolf of Wall Street segue il percorso professionale e umano di un uomo arrivista e battagliero, ricordando per alcuni tratti una parabola evangelica, ambientata però quasi due millenni dopo la morte di colui che le raccontava.
Il film mostra il kitsch e l’eccesso sfrenato (economico e comportamentale) che un arricchito manifesta, diventando una sorta di uomo-macchina che viene valutato non per il suo essere ma per il suo avere.

Una meravigliosa commedia nera in cui, anche grazie ad un sapiente uso della voce fuori campo e a continui sfondamenti della quarta parete (a proposito, ottimi i doppiatori italiani, in particolare Francesco Pezzulli voce storica di DiCaprio), lo spettatore simpatizza e patteggia per uno degli stili di vita più affascinanti e allo stesso tempo esecrabili che la società porti ad assumere.

Il connubio regia-fotografia è eccezionale, creando attraverso inquadrature, immagini e colori un arazzo visivo ed economico che è contemporaneamente un’acuta critica nei confronti della società plutocratica, che in molti disprezzano, e un’esaltazione di ciò che le enormi ricchezze possono portare nella vita di una persona.

Il fattore estetico avvolge come i muscoli sulle ossa la sceneggiatura di Terence Winter, già sceneggiatore e produttore della serie tv Boardwalk Empire, di cui Scorsese ha diretto il primo episodio, oltre ad esserne anch’egli produttore.
È un vero peccato che al grande pubblico non gliene possa fregare di meno dello script (così come della regia, del montaggio, della fotografia, dei costumi, della colonna sonora…), perché qui ne abbiamo uno ottimo, che ci fa osservare la scalata all’irraggiungibile Himalaya del successo attraverso scelte illegali ed immorali, unicamente mosse dal già citato unico obiettivo della ricchezza.
L’acquisizione attraverso il denaro della possibilità di guardare il mondo dall’alto in basso.

the wolf of wall street money

In un film basato sulle tre D (non come Avatar, quello è basato sul 3D), abbiamo come protagonista la quarta D.
Leonardo DiCaprio interpreta in maniera eccezionale come mimica, gestualità e intensità recitativa un altro personaggio letteralmente immerso nei soldi dopo quelli de Il grande Gatsby e Django Unchained, e come il character nato dalla penna di Francis Scott Fitzgerald anche Jordan Belfort (presente nel film in un cameo) ha una forte connotazione di patetismo nella vita che persegue instancabilmente: essere così di successo (seppur illegalmente) nel proprio lavoro mette in risalto ancora di più i problemi della sua vita familiare, cosa che lo rende agli occhi di uno spettatore attento un semplice pesce che cerca con tutte le sue forze di diventare sempre più grosso in un enorme mare.
L’ho già detto e lo ripeterò fino allo sfinimento: grazie a Dio (quinta D?) questo bravissimo attore si è scollato di dosso la figura del ragazzetto bidimensionale innamorato di Titanic per prendere di petto la recitazione portando agli spettatori personaggi complessi, maturi e sfaccettati.

I giurati dell’Academy hanno purtroppo improvvisi attacchi di sbadatezza tali da dimenticarsi sovente di lui; potrei dirvi un puerile “quest’anno ha buone possibilità di vincere l’Oscar”, ma è un discorso già sentito le volte precedenti, quindi non mi pronuncio.

Jonah Hill pacioso di aspetto ed esagitato di comportamento, peccato che non riesca a staccarsi definitivamente dai filmacci comici molto sopra le righe “alla Apatow”; se lo farà potrà dare un buon contributo al cinema in termini di personaggi fuori di testa.
Nel ruolo della “duchessa” la bella e desnuda Margot Robbie, il cui sex appeal è stato recentemente dichiarato illegale dal Parlamento Europeo; una delle direttive del film è che per gli uomini altolocati le donne costituiscano degli accessori (sessuali) al pari delle cravatte e degli orologi, quindi la sua recitazione punta molto di più sul fascino e sulla nudità che non sulla profondità psicologica.
Detto in termini più sbrigativi: il suo personaggio è bidimensionale, ma in questo caso non è un difetto.

Piccola ma memorabile parte per Matthew McConaughey, che forse sta passando al Lato Chiaro del cinema ora che non mostra (solo) il fisicaccio, nei panni del primo guru del protagonista; Jean Dujardin con la faccia da smargiasso che si ritrova sta benissimo nei panni di personaggi al limite della legalità, Jon Bernthal (nel recente Il grande match) mostra i muscoli o poco più e Jon Favreau è credibile come avvocato più o meno quanto Schwarzenegger come gesuita.
Spicca l’onesto Kyle Chandler come personificazione della nemesi di ogni uomo ricco.
La legge. 
   

Ottima la già menzionata fotografia di Rodrigo Prieto (Argo), che crea un connubio con la regia molto efficace ed interessante. Azzeccate le musiche del titano di tale arte Howard Shore, con una ricca colonna sonora comprendente brani che spaziano dai Foo Fighters a Billy Joel a cover di Simon & Garfunkel; molto buono il montaggio di Thelma Schoonmaker, collaboratrice storica di Scorsese (e con più Oscar in bacheca di lui).

Veramente un ottimo film.

Eh, i soldi…

"Toro di Wall Street", scultura in bronzo collocata a Wall Street di Arturo Di Modica

“Toro di Wall Street”, scultura in bronzo di Arturo Di Modica collocata a Wall Street

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Due parole: Martin. Scorsese. O anche Wall Street (1987) di Oliver Stone, che sono sempre due parole.

Lo sguardo di Satana – Carrie

lo sguardo di satana carrie“L’atrocità della vendetta non è proporzionale all’atrocità dell’offesa, ma all’atrocità di chi si vendica.” (Nicolás Gómez Dávila, scrittore colombiano).

TRAMA: Maine. Carrie è una ragazza semplice che vive con la madre, fanatica religiosa. Con l’arrivo della pubertà si accorgerà di avere strani poteri…
Tratto dall’omonimo romanzo del 1974 di Stephen King. 

RECENSIONE: Per la regia di Kimberly “Boys Don’t Cry” Pierce, Lo sguardo di Satana – Carrie è un film piuttosto inutile, apparentemente fatto senza molta voglia nel suo non aggiungere nulla di nuovo a ciò che King su carta e De Palma su schermo (1976) ci hanno portato.

Dopo questa premessa pregna di entusiasmo, vediamo di commentare un po’ l’opera.

Più che un horror nel senso classico del termine, siamo di fronte ad un thriller psicologico con protagonista una ragazzina, vessata sia nel suo ambiente familiare, che normalmente dovrebbe costituire il proprio guscio di sicurezza, sia all’esterno di esso, con il normale punching ball scolastico che le persone considerate “in” attuano nei confronti di quelle “out”.
È ambientato in un liceo dei giorni nostri, quindi via alla sagra degli stereotipi: nella prima metà del film, lenta come la coda alle Poste, abbiamo presidi ottusi, atleti figaccioni, troiette vanesie, ragazzacci belli e dannati; tutte le caste indiane che forgiano la mentalità di ragazzi e ragazze dando loro una testa da vincenti o da losers complessati.

Ma c’è un colpo di scena fondamentale ai fini della narrazione: qui l’amica buona è bionda e la perfida stronza è mora!

Di solito al cinema è il contrario!

Beh, che vi aspettavate? Una brava attrice che si sputtana nella pubblicità dell’acqua tonica?

Un film rosso, Kieślowski permettendo: il sangue come mezzo di corruzione (le mestruazioni iniziali della protagonista nell’ottica bigotta di sua madre, il sangue di maiale nella parte finale) si unisce al fuoco e alla rabbia che simboleggiano un’esplosione, caratteriale oltre che ormonale, con una forte personalità in fermento che sfonda gli argini in cui è costretta per riversarsi con decisione e consapevolezza di sé.

Un ulteriore elemento che risalta nel film è la bellezza estetica vista come un traguardo da raggiungere.
Il ballo di fine anno è rappresentato come un’importante fiera da esposizione di bestiame e costituisce il veicolo su cui si poggia la volontà di Carrie di normalizzarsi, con l’uguaglianza che diventa d’altro canto appiattimento e banalizzazione di se stessi.

Protagonista Chloë Grace Moretz (Kick-Ass 2) paradossalmente troppo bella per il personaggio, che sarebbe dovuto essere molto più sciatto e comune. Brava però a rappresentare in modo piuttosto efficace l’iniziale soggezione di fronte alle altre ragazze, considerate migliori e modello da imitare, e la Erinni mortifera che diventa dopo essersi scatenata.

CARRIE

lo sguardo di satana carrie2

Brava anche Julianne Moore (Don Jon) come madre odiosa e bigotta fino all’esasperazione: dato che la Prima Legge di King recita “La religione è il Male”, questo personaggio schiaccia il piede sull’acceleratore dell’esagerazione e dell’insopportabilità.
Fatto per essere detestato, ci riesce piuttosto bene.
Deboli le figure dei compagni di scuola e gli altri (pochi) personaggi secondari, i cui caratteri come già accennato sono stereotipati e smussati con l’ascia.

Un divertissement o poco più.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Oltre al primo film tratto da tale libro, una bella letta alle opere cartacee del Re (e film correlati) non farebbe male.
Qualche titolo oltre a questo? Shining (1977 libro, 1980 film di Kubrick con Jack Nicholson), La zona morta (1979 libro, 1983 film di Cronenberg con Christopher Walken) e L’incendiaria (1980 libro, 1984 film intitolato in Italia Fenomeni paranormali incontrollabili di Lester con Drew Barrymore).

Il grande match

il grande matchAi miei tempi qui era tutta campagna.

TRAMA: Due vecchi pugili, rivali da decenni, decidono di sfidarsi un’ultima volta sul ring in un epico scontro. Con l’età ormai avanzata rimettersi in forma non sarà semplice.

RECENSIONE: Una delle domande che tormenta la vita di molte persone di sesso maschile è: “Cos’è che agli occhi delle donne ci rende dei VERI uomini e ci permette di conquistarle?”
Mostrare una virile determinazione in quello che facciamo? Ispirare sicurezza? Avere carisma?
No, FARE A MAZZATE.

Molti sceneggiatori cinematografici ormai si affidano in fase di scrittura alla legge socio-culturale denominata “Teorema di Spencer e Hill” (dal cognome dei due teorizzatori), che afferma che per fare colpo sulle donne devi essere fisicamente in grado di malmenare il prossimo, dimostrando in questo modo la tua superiorità fisico-biologica sugli altri.

Ora, io voglio essere chiaro.
Non sto dicendo (e non penso) che i qui presenti Stallone e in maniera molto minore De Niro (o anche altri attori del genere action) siano stupidi a curare il loro fisico anche arrivati ad un’età venerabile, questa è una loro scelta.
Anzi, in un certo senso gli fa onore, beati loro che arrivati a settant’anni riescono ancora a fare il proverbiale “culo a strisce” a un sacco di trentenni.

Ciò che ritengo francamente imbecille è che si realizzino ancora pellicole dove tali attori interpretano dei personaggi basati sul fisico.
Non pretendo (e molto probabilmente non mi piacerebbe nemmeno) che Sly, Schwarzy o altri iniziassero a fare sofisticate commedie romantiche, però neanche opere squallide come questa dove si ride palesemente e pesantemente DI loro, e non CON loro.

Per la regia di Peter Segal, Il grande match diventa quindi più che una “operazione nostalgia” una “operazione tristezza a palate”, con vecchie glorie del cinema che si trascinano stancamente; due baldanzosi vecchietti che nonostante la loro età anagrafica consigli di segarli a metà per contarne gli anelli concentrici si comportano da giovanotti.
Tipo Piero Pelù praticamente.

Per cui tutti sul ring, incuranti di acciacchi e malanni come il nervo sciatico in fiamme, l’osteoporosi galoppante, la prostata grossa come una pallina da ping pong, il gomito del tennista, le ginocchia della lavandaia e il polso del solitario (no, a questo non penso abbiano problemi visto il fisico e il conto in banca).

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Come erano…

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… e come sono. Stessa roba, no?

Nel dettaglio Stallone (1946) si mette in gioco all’interno di un genere, la commedia, che si confà molto di più al collega Schwarzenegger, recentemente assieme a lui in Escape Plan – Fuga dall’infernoSly si muove piuttosto imbarazzato e imbarazzante, penalizzato anche da un lifting che rende il suo viso una maschera indecifrabile.
De Niro (1943), recentemente in American Hustle Cose nostre – Malavita è molto più sciolto e gigione, ma il suo problema è il confronto, che viene immediato nella mente degli spettatori, tra le sue pellicole migliori e questo filmetto senza arte né parte.

Comprimari simpatici come ormai è scontato secondo gli standard delle commedie americane.
Alan Arkin è l’acqua della vita del film e il suo personaggio è come sarebbero dovuti essere i due protagonisti: un vecchio acido, sarcastico e pragmatico che costituisce continua fonte di risate; la femme fatale, anch’essa aged, Kim Basinger (chiedo scusa a tutti i suoi amanti ma non faccio parte della generazione 9 settimane e ½) ha un personaggio con lo spessore psicologico del domopak, il Jon Bernthal di The Walking Dead fa presenza e poco più e Kevin Hart è il Chris Tucker del discount.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutti i film con protagonisti stagionati, magari che fanno cose inadatte alla loro età: I mercenari e relativo seguito (2010-2012) vanno benissimo. O meglio ancora gli “originali” Rocky (1976) e Toro Scatenato (1980).

Othello

othello“Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre.” Iago ad Otello, atto III, scena III.

TRAMA: Tratto dall’omonima opera di William Shakespeare (1603). Il generale Otello è invidiato dal suo alfiere Iago, che ordisce un piano per fargli credere che la sua bella moglie Desdemona lo tradisca con il luogotenente Cassio.

RECENSIONE: Film del 1995 diretto dall’esordiente Oliver Parker, che poi si butterà con alterne fortune sulle commedie e metterà alla luce quell’obbrobrio di Dorian Gray (2009), questa trasposizione dal teatro è piuttosto controversa, in quanto ha pregi particolari quanto difetti piuttosto evidenti.

Per cominciare è troppo barocco, sia come atmosfere generali che per alcune scene nello specifico, anche se si riscatta in parte grazie alla scelta di utilizzare i veri interni ed esterni veneziani, in grado quindi di dare maggior realismo alle scene.

I dialoghi sono presi dall’opera originale solo per circa un terzo e l’immersione nell’atmosfera del tardo Cinquecento è evidente (e se vogliamo ben ricreata), ma spesso si scade nell’esagerazione o nella banalità, non riuscendo mai il film a seguire dei precisi binari registici o estetici.
Tanti primi piani uniti a montaggi tanto sporadicamente quanto inutilmente frenetici disorientano lo spettatore che letteralmente non sa come approcciarsi all’opera, indeciso se farlo con uno spirito teatrale o cinematografico.

Ma Othello ha indubbiamente un punto di forza: l’interpretazione maestosa di Iago da parte di Kenneth Branagh.

iago

Iago è un personaggio incredibilmente sfaccettato, incarnando l’archetipo dell’uomo intelligente, acculturato, machiavellico e apparentemente affabile.
Tradisce Otello perché crede che non gli vengano riconosciuti i suoi giusti meriti e che le sue qualità non siano premiate: il Moro preferisce a lui come suo vice il puttaniere Michele Cassio, e ciò lo fa infuriare portandolo ad ordire trame che coinvolgono non solo l’oggetto della sua rabbia ma anche molte altre persone, costruendo un intrigo di grosse proporzioni. A finire nella sua rete infatti sono Otello, Desdemona e Cassio, ma anche Roderigo, un veneziano pateticamente innamorato anch’egli di Desdemona, e che Iago usa come suo galoppino e portafogli ambulante.

L’alfiere come già detto incarna pregi ammirevoli, come anche la buona capacità di eloquio e la razionalità, intorbidendoli però a causa di un costante senso di rivalsa nei confronti di Otello, che ritiene non lo stimi abbastanza da affidare a lui la posizione di prestigio tanto agognata. Iago usa quindi le sue abilità per vendetta e invidia nei confronti del Moro, il quale si trova ad essere un totale burattino nelle sue mani, preso com’è dalle pulsioni dovute alla gelosia per la bella moglie dovute alle false voci dell’amico.

Il patetismo di questo antagonista è evidente, con un ulteriore sottotesto di mancanza di fiducia in se stessi nonostante la spavalderia e la risolutezza con cui egli agisce, in quanto paradossalmente le sue abilità lo rendono (o renderebbero) una brava persona e un uomo di una certa levatura, stimato dagli altri.

Branagh nell’interpretarlo è eccezionale perché sfonda continuamente la quarte parete (per chi non mastichi cinema, si intende il muro immaginario che divide lo schermo dallo spettatore) guardando fisso in camera e quasi provocando il pubblico come a voler scatenare le sue reazioni. Nella versione originale in lingua inglese usa dei repentini cambi di registro che rendono ottimamente la sua mellifluità e la sua determinazione nell’attuare il proprio proposito (il celebre monologo “I hate the Moor” fa venire la pelle d’oca).
Il pubblico, assistendo a tali macchinazioni, si sente quindi in fondo suo complice. 

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Una prova semplicemente maiuscola, che riscatta qualitativamente la pellicola nonostante (a causa anche della cattiva distribuzione) sia stata un fiasco commerciale, incassando circa due milioni di dollari con un costo di undici.

Di fronte a questa prova gli altri attori risultano in ombra. Lawrence Fishburne come Otello (primo attore afroamericano ad interpretare tale parte) è tanto solido nella parte iniziale del film, quando i dubbi non avvelenano la sua mente, quanto in preda alla furia e con una totale mancanza di raziocinio successivamente.

Nathaliel Parker interpreta un Cassio piuttosto bidimensionale (ma anche la parte in sé non ha un grande approfondimento psicologico), peccato per Irène Jacob nella parte di Desdemona: bella, sì, ma in lingua originale il suo marcatissimo accento francese la rende alla lunga fastidiosa. Piccolo ruolo per il buon Michael Sheen nei panni di Lodovico.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Le altre opere del Bardo trasposte sullo schermo.

A parte questa:

American Hustle – L’apparenza inganna

american-hustle-la-locandina-ufficiale-290603“Che bello, ci sono Batman, Hawkeye, Katniss e quello di Una notte da leoni.” cit. lo spettatore italiano medio.
Non so più come insultarvi.

TRAMA: America, fine anni 70. Un truffatore finanziario e la sua socia, nonché amante, si trovano loro malgrado a lavorare a fianco dei federali per incastrare una serie di politici e mafiosi.

RECENSIONE: Basato su eventi reali (l’operazione “Abscam” dell’FBI contro la corruzione amministrativa dilagante) con nomi dei personaggi modificati, questo è un film a cui è difficile dare una valutazione complessiva.
Il motivo è semplice: se ci si concentra solo sulla recitazione (veramente notevole sotto tutti i punti di vista) si ha di fronte un ottimo film, mentre il resto non ne è però all’altezza, risultando sì sopra la media ma non così eccezionale come il comparto attori.

Nella mia recensione de Lo Hobbit – La desolazione di Smaug avevo consigliato di non badare solo agli attori ma anche a tutto il rimanente fronte tecnico quando si guarda un film, cercando quindi di mantenere ben chiara la visione di insieme.
Dopo poco tempo recensisco una pellicola dove gli attori sono fondamentali, dovendosi quindi concentrare maggiormente su di essi.

Perfetto.

Per la regia di David O. Russell (Il lato positivo, con Cooper e Lawrence, The Fighter con Adams e Bale), autore anche della sceneggiatura, American Hustle è un film che definirei teatrale e quasi shakespeariano.
Mi perdonerà il grande attore e regista Kenneth Branagh (in cambio io perdono lui per Harry Potter e Thor, così siamo pari) se dico che nonostante le locations siano molteplici, il faro perennemente puntato sugli attori rende le parti in cui si divide il film paragonabili agli atti di una pièce teatrale e la scena cinematografica assimilabile quindi ad un palcoscenico vero e proprio
 

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La regia e la sceneggiatura scelgono quindi la valorizzazione del cast artistico.

La prima utilizza primi e primissimi piani, andando così vicina ai volti degli attori con la macchina da presa che se questa pellicola fosse in 3D il pubblico potrebbe toccare la barba a Christian Bale. Stringere il campo così tanto ha il pregio di risaltare le espressioni degli attori quando essi recitano bene (e questo film è il caso), ma ha il difetto di far perdere la visione complessiva sulla scena, distraendo talvolta il pubblico da cosa ci sia intorno alle figure umane.
Caratteristica anche l’importanza che viene data ai capelli. Cotonature, riporti, bigodini di diverse forme, lacche e acconciature ardite sono uno dei leitmotiv estetici della pellicola, che mostra in maniera martellante scene di cura della propria componente tricotica. La parola d’ordine? Esagerazione.

La seconda per quanto non sia mal costruita si piega molto alle esigenze dei personaggi; giustamente sceglie di caratterizzarli in modo molto sfaccettato, dipingendo le loro personalità a pennellate a volte grevi e spesse, con pregi e difetti ben evidenti anche all’occhio dello spettatore poco accorto, e dall’altro usando sottili minuzie che rendono bene i dettagli della loro complessità psicologica, basata sui grigi e non sulla separazione manichea tra bianco e nero.

Passiamo ora al cast nel dettaglio.

A questo giro siamo fortunati: full di re e donne.

Re di cuori: Christian Bale. La solita certezza, qui dà nuovo sfogo all’estro trasformista sfiorando il quintale e portando con rara dignità una capigliatura improbabile con tanto di riporto. Teorema di Bale: se si prende un ottimo attore, si aggiungono chili e si tolgono capelli il risultato non cambia. Il perno del cast per capacità recitativa, magnetismo e carisma, il pianeta attorno al quale ruotano i satelliti. Intenso e fragile nel suo barcamenarsi tra moglie e amante.

Re di fiori: Bradley Cooper. Ultimamente nel già citato bel film Il lato positivo, nel discreto Come un tuono e nel deludente Una notte da leoni 3. Se diretto da una mano sapiente è molto bravo e offre performance notevoli, si spera che la sua crescente (anzi, ormai cresciuta) fama lo porti ad avere la fiducia di registi sempre più prestigiosi. Perfetto, per presenza scenica, nel ruolo del good guy.

Re di quadri: Jeremy Renner. Lui conferma di non essere una conferma, ossia di alternare troppo di frequente buoni film a opere per usare un eufemismo “dimenticabili” (The Bourne Legacy, Hansel & Gretel). Stesso discorso di Cooper per quanto riguarda l’essere diretti da persone serie, il suo politico Jersey man caciarone che “tiene famiglia” è un personaggio bifacce e che fa da connubio tra la voglia di agire per il bene dei propri elettori ed i mezzi sporchi per rimanere a galla. Un ruolo non facile, ma interpretato in maniera efficace.

Donna di cuori: Jennifer Lawrence. La giovane rampante della nuova Hollywood, la classe ’90 in grado di interpretare adolescenti e trentenni con egual bravura. Tutti la vogliono, l’età è dalla sua e anche qui dimostra di essere una brava attrice oltre che un gran bel pezzo di fanciulla. Interpretare il personaggio più sgradevole, bipolare e volgare di una pellicola con numerosi attori bravi e con characters più carismatici non era facile, ma anche lei offre una buona prova.

Donna di fiori e mia preferita soggettivamente: Amy Adams. Bellissima e sexy, si risolleva ampiamente dalla piatta caricatura di una donna forte e indipendente nel pessimo L’uomo d’acciaio, dando viso e corpo ad una femmina che sa quando tirare fuori gli attributi, mostrare le sue fragilità ed usare il cervello. Passa in maniera disinvolta da un viso struccato e senza orpelli a una camminata con testa alta, spacchi vertiginosi su seno nudo e fascino da leonessa.
E se mi sfuggisse la parola “Oscar”?

Ottime musiche di Danny Elfman che contribuiscono alla costruzione dell’atmosfera degli anni ’70 (niente a che vedere con il tunz tunz hip hop de Il Grande Gatsby, sensato come la squadra giamaicana di bob a quattro) con brani di Duke Ellington, Paul McCartney, Tom Jones, Donna Summer e Electric Light Orchestra.
Costumi che sono un trionfo del kitsch, come è giusto che sia vista l’epoca.

american hustle cast

Per concludere, se American Hustle avesse avuto una componente tecnica che non si fosse semplicemente genuflessa di fronte agli attori staremmo parlando forse di un capolavoro; così è un buon film ben realizzato, che però può lasciare un retrogusto amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere e non è.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I precedenti film di Russell. E in generale il lato Chiaro del cinema.

The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca

the butlerAmbrogio, avverto un leggero languorino.

TRAMA: Tratto dalla vera storia di Eugene Allen (il cui nome nel film è stato modificato in Cecil Gaines), maggiordomo afroamericano che ha lavorato alla Casa Bianca dal 1952 al 1986, sotto otto diversi Presidenti degli Stati Uniti d’America.

RECENSIONE: Per la regia dell’afroamericano Lee Daniels, che nel 2009 aveva diretto l’intenso Precious (no, non quello di Gollum, quello di Gabourey Sidibe), The Butler è una buona (ma non ottima) pellicola, che rappresenta il percorso professionale e personale di un individuo correlandolo ai fatti che hanno segnato la storia della sua nazione, in un continuo ping pong tra la dimensione interiore e quella sociale.

Per spiegare più chiaramente il film penso che prima di farne una recensione vera e propria sia utile paragonarlo ad un’altra pellicola americana a 24 carati, uscita l’anno scorso e che (come probabilmente toccherà a The Butler) ha fatto incetta di nomination agli Oscar, ossia Lincoln.

Il punto in comune è evidente: entrambe sono pellicole storiche. Lo è più marcatamente l’opera di Spielberg, ovviamente, perché la sua dimensione storiografica costituisce il cuore del film stesso, mentre come già detto The Butler ha una grande simmetria con un singolo uomo comune,  a contatto con il nucleo della politica (per via del suo lavoro) e allo stesso tempo estraneo ad esso data la sua funzione di mero servitore la cui opinione non deve mai trasparire.

Ma The Butler è migliore di Lincoln.

Il tallone d’Achille di Lincoln, per quanto sia una buona opera, è la sua imponenza pachidermica dal punto di vista storico-narrativo. Fatti, personaggi ed azioni sono mostrati con un dettaglio tale da essere accessibili solo ad un preparato pubblico americano; gli europei, per una mera questione di ignoranza scolastica e culturale, faticano a digerire un’opera così verbosa e minuziosa. I personaggi, magari anche importanti per il susseguirsi degli eventi, rischiano di diventare quindi un confuso e torbido miscuglio di visi senza una ben chiara connotazione su ognuno rispetto a chi sia e faccia cosa.

Per quanto riguarda The Butler è ovvio che la conoscenza della storia americana della seconda metà del Novecento è importante per la comprensione della pellicola, ma è altrettanto vero che ci si limita (aiutati dall’estensione temporale pluridecennale del film stesso) ai pochi e grandi cardini delle relative vicende storiche.
Per fare un esempio molto banale, quindi, è piuttosto improbabile che un europeo (o peggio, un italiano) conosca la composizione dei partiti repubblicano e democratico nel 1865, è più facile che sappia chi fossero le Pantere Nere.
O almeno spero.

Nonostante l’ennesimo sottotitolo italiano imbecille, che sembra il nome di una sit-com di Disney Channel con le risate registrate in sottofondo, The Butler è un buon film, che pecca sovente di eccessiva retorica (come molte pellicole americane che abbiano la politica come argomento principale) ma che riesce a dare quei due-tre affondi (non troppi, per la verità) alle coscienze che piacciono tanto al grande pubblico e all’Academy.
Sarà interessante vedere se l’onda lunga dell’amore per il Presidente Obama porterà ad un’incetta di Oscar, anche in base ovviamente a quali saranno le altre pellicole pluricandidate.
Non ti preoccupare, Leonardo, la statuetta non la vincerai neanche quest’anno. 

Forest Whitaker torna finalmente ad un’opera degna di lui dopo alcune pellicole mediocri e/o ignoranti e riprende quel fil rouge iniziato con L’ultimo re di Scozia del 2007. Intenso e dignitoso, il suo personaggio è il punto d’incontro tra macro e micro, tra Stato e famiglia (le due principali aggregazioni di persone) e offre una buona prova attoriale, risultando probabilmente la cosa migliore della pellicola.

Molto imponente il resto del cast, con David Oyelowo (già presente in Lincoln), il rocker Lenny Kravitz, l’opinion leader Oprah Winfrey, Cuba Gooding Jr. (recente comparsata in Machete Kills) e Terrence Howard. Personaggi i loro talvolta eccessivamente stereotipati ma che danno una buona visione d’insieme, quindi su alcuni cliché penso si possa soprassedere.

Molto interessante il punto di vista sui vari presidenti americani, i cui ritratti sono talvolta riusciti (il viscido Nixon di John Cusack e il totemico Reagan di Alan Rickman) altre volte meno (lo stucchevole Kennedy di James Marsden, il caricaturale Johnson di Liev Schreiber), ma che rendono complessivamente un buon contributo al film. Attraverso loro lo spettatore può entrare in un mondo ovattato, una torre d’avorio dalla cui sommità si vigila sugli eventi che accadono in un grande Paese.

Non eccelso e probabilmente sarebbe potuto riuscire meglio, ma si è visto di molto peggio.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Per il lato maggiordomi L’impareggiabile Godfrey (1936) e Quel che resta del giorno (1993). Per la politica americana J. Edgar (2011) e Lincoln (2012)

TOP / FLOP 5 2013

stairway to heaven highway to hell

Ovvero il meglio e il peggio dell’anno appena trascorso. IMHO, ovviamente.

Per ogni film il link alla recensione.

N.B. NON è una vera e propria classifica, i film sono inseriti in semplice ordine alfabetico.

Green thumbs up on white.TOP 5 2013:

Django UnchainedTre ore e non sentirle. Una notevole pellicola di Tarantino forte di una sceneggiatura premiata con l’Oscar (condita come al solito da dialoghi sopra le righe), un’ottima regia e Jamie Foxx scatenato in tutti i sensi.
A rubare la scena a quest’ultimo sono però lo schiavista di Leonardo Di Caprio e il dentista/cacciatore di taglie di Christoph Waltz, che formano due perle della collana di grandi personaggi tarantiniani.

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Gravity: Bullock e Clooney ondeggiano nello spazio, diretti dalla mano sapiente di Cuarón dietro la macchina da presa.
Tanta filosofia e scene spettacolari per novanta minuti di tensione continua.

GRAVITY

Les Misérables: Il prepotente ritorno del musical sul panorama cinematografico. Facente parte di un genere particolare e non così amato dal grande pubblico, un’ottima opera supportata da scenografie ben realizzate e canzoni emozionanti.
Una gioia per occhi e orecchie.

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Rush: Film basato sul doppio (due piloti talmente diversi da essere quasi simmetrici, la vita e la morte, l’uomo e l’automobile, il lavoro e la famiglia) con un’ottima regia che sa valorizzare sia le fasi di corsa che quelle introspettive.
Azzeccata scelta degli attori e buon connubio scenografie-costumi per ricreare gli anni ’70.

RUSH

La vita di Adele – Capitoli 1 & 2: Ottima opera, che riesce a portare sullo schermo un intenso rapporto affettivo e amoroso senza facile retorica e senza scadere nella banalizzazione.
Regia intimista e profonda, brave le attrici.

La-Vita-di-Adele-3

Menzione speciale: La migliore offertaperché è un buon film italiano, con ottimi attori e regia, e nonostante questo ha incassato ben 9 milioni di euro. Per maggiori informazioni vedere anche QUI

la migliore offerta

Red thumbs down on white.FLOP 5 2013:

After Earth: Sei una superstar americana ma il tuo giovane virgulto sembra un totale incapace? Paga per fargli fare un film con te!
Regia inconsistente, dialoghi ridicoli e interpretazioni da recita scolastica, il tutto unito a una scientificità paragonabile ai globuli rossi parlanti di 
Esplorando il corpo umano.

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Comic Movie: Mal fatto, osceno, inguardabile, ingiudicabile. Francamente imbarazzante. Con l’ulteriore beffa di vederci dentro gran parte del gotha di Hollywood.
Dal punto di vista artistico, l’equivalente di realizzare un film sull’asciugatura della vernice.

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Dead Man Down: Film che ha aumentato del 250% i casi di orchite nel mondo; lento come una Fiat Ritmo senza ruote, con attori capitati lì per caso e una regia col pilota automatico inserito.
Qualcuno spieghi agli americani che “realizzare pellicole dal sapore europeo” non vuol dire “prendere un regista nordico a caso, eterni primi piani e via a tediare”.

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Fuga di cervelli: Nomen omen, nel senso che dopo aver visto questo film il mio cervello è fuggito davvero.
Sembra più un insieme di scene e macchiette piuttosto che un lungometraggio e quasi tutto è casuale, scontato e/o volgare.

fuga di cervelli

Iron Man 3: Ci credereste se vi dicessi che questo film è una totale idiozia persino per gli standard della Marvel? Beh, è proprio così!
Se penso che la Disney oltre ad aver comprato questa casa di fumetti ha in mano la prossima trilogia di Guerre Stellari mi viene male…

iron man 3

Menzione speciale: World War Z, perché è un film dimenticabile che cavalca l’onda lunga del successo degli zombi, e una superstar come attore protagonista non riesce a salvarlo.

WWZ-1

Concludo ringraziando in maniera sentita tutte le persone che usano due minuti della loro vita per leggere le recensioni o gli articoli di un “cinema-addicted”, il cui blog ha passato la piccola (ma per il suo autore importante) boa dei dieci mesi di vita.
Senza di voi tutto questo non sarebbe possibile.

Auguro a tutti un buon anno nuovo, che spero sia ricco di soddisfazioni.
E di buon cinema 😉

Mattia.

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