L'amichevole cinefilo di quartiere

i sogni segreti di walter mittyImmagina, puoi.

TRAMA: Walter Mitty è un comune editor fotografico di un magazine che compie regolarmente dei viaggi mentali lontano dalla sua noiosa esistenza. Quando lui e la sua collega, della quale è segretamente innamorato, rischiano di perdere il lavoro, Walter è costretto a passare veramente all’azione partendo per un viaggio intorno al mondo.

RECENSIONE: Secondo film tratto dal racconto The Secret Life of Walter Mitty scritto da James Thurber nel 1939 e remake quindi del film del 1947 Sogni proibiti.

Se dovessi scegliere un lemma (nome chic per “parola”) che rappresenti alla perfezione I sogni segreti di Walter Mitty sceglierei nonostante.

Perché questa è una buona pellicola:
Nonostante abbia insieme ad Avatar uno dei peggiori trailer degli ultimi vent’anni. Che senso ha raccontarmi tutto il film prima che io lo vada a vedere?
Nonostante abbia avuto il solito classico paragone con il solito classico filmone. Nel suo caso la definizione “il nuovo Forrest Gump“, azzeccata come il plaid a Ferragosto.
Nonostante so già che in Italia incasserà l’equivalente in euro del valore di un cesto natalizio aziendale. Però quello senza il salame, altrimenti si viaggerebbe verso cifre folli.

I sogni segreti di Walter Mitty è un film molto poetico che sa creare un connubio efficace tra intimismo e avventura; abbiamo infatti il rapporto tra la mente dell’uomo comune (interno) con i suoi desideri di ribalta e la maestosità del mondo (esterno), bello e pericoloso, che merita di essere affrontato per scoprire quali siano i propri limiti.
Il viaggio è quindi un mezzo di cambiamento, per risultare alla fine di esso arricchiti e maturati attraverso le difficoltà che comporta e scoprendo ciò che ci è geograficamente o mentalmente estraneo.

Un uomo come tanti altri che si mette alla prova perché la sua attività lavorativa appartiene ormai al passato, come il jukebox, i pantaloni a zampa o l’Harlem Shake.

Ben Stiller, qui regista e attore protagonista, offre una buona prova in entrambi gli ambiti.

Al suo quinto film dietro la macchina da presa (gli ultimi due furono Zoolander (2001) e Tropic Thunder (2008), tanto belli quanto sottovalutati) crea un’opera visivamente notevole sia per i paesaggi e gli ambienti che Madre Natura ci ha donato sia per le sue scelte registico-stilistiche, grazie anche all’ottima fotografia di Stuart Dryburgh.
Slow motion, parole scritte che si amalgamano con gli ambienti (a voler sottolineare ulteriormente il rapporto tra uomo e natura; da un lato il civile, quindi artefatto, e dall’altro lo spontaneo) e sfondamento (letterale) delle scene immaginifiche nella realtà sono i tratti salienti della regia, costituendo un elemento lodevole e di notevole impatto visivo.

Come protagonista riesce a mantenere un sottile equilibrio tra leggerezza ed intensità, risultando credibile come impiegato senza particolari peculiarità. Quando il suo personaggio parte per l’avventura Stiller mostra una determinazione interiore narrativamente efficace senza scadere nel ridicolo che si sarebbe avuto se fosse diventato una pallida copia di Indiana Jones (o di Allan Quatermain, se preferite), ma dando prova di sensibilità e facendo capire allo spettatore le motivazioni che spingono una persona comune ad una scelta tanto drastica.

In piccoli ma significativi ruoli abbiamo Kristen Wiig come amata del protagonista, che riesce ad essere anonima e particolare allo stesso tempo, essendo credibile come collega di lavoro tra le tante ma con quella scintilla che ti fa ricordare di lei, Shirley MacLaine amorevole madre e Sean Penn cazzuto fotografo, che offre buone interpretazioni indipendentemente che consistano in 5 minuti o in un ruolo da protagonista.      

Un product placement leggero come una balena spiaggiata non intacca la validità di questa pellicola ben realizzata.
Musiche di Theodore Shapiro con Space Oddity (1969) di David Bowie a farla da padrone.           

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: L’originale del 1947 e L’arte del sogno (2006) di Michel Gondry.

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