L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per dicembre, 2013

I sogni segreti di Walter Mitty

i sogni segreti di walter mittyImmagina, puoi.

TRAMA: Walter Mitty è un comune editor fotografico di un magazine che compie regolarmente dei viaggi mentali lontano dalla sua noiosa esistenza. Quando lui e la sua collega, della quale è segretamente innamorato, rischiano di perdere il lavoro, Walter è costretto a passare veramente all’azione partendo per un viaggio intorno al mondo.

RECENSIONE: Secondo film tratto dal racconto The Secret Life of Walter Mitty scritto da James Thurber nel 1939 e remake quindi del film del 1947 Sogni proibiti.

Se dovessi scegliere un lemma (nome chic per “parola”) che rappresenti alla perfezione I sogni segreti di Walter Mitty sceglierei nonostante.

Perché questa è una buona pellicola:
Nonostante abbia insieme ad Avatar uno dei peggiori trailer degli ultimi vent’anni. Che senso ha raccontarmi tutto il film prima che io lo vada a vedere?
Nonostante abbia avuto il solito classico paragone con il solito classico filmone. Nel suo caso la definizione “il nuovo Forrest Gump“, azzeccata come il plaid a Ferragosto.
Nonostante so già che in Italia incasserà l’equivalente in euro del valore di un cesto natalizio aziendale. Però quello senza il salame, altrimenti si viaggerebbe verso cifre folli.

I sogni segreti di Walter Mitty è un film molto poetico che sa creare un connubio efficace tra intimismo e avventura; abbiamo infatti il rapporto tra la mente dell’uomo comune (interno) con i suoi desideri di ribalta e la maestosità del mondo (esterno), bello e pericoloso, che merita di essere affrontato per scoprire quali siano i propri limiti.
Il viaggio è quindi un mezzo di cambiamento, per risultare alla fine di esso arricchiti e maturati attraverso le difficoltà che comporta e scoprendo ciò che ci è geograficamente o mentalmente estraneo.

Un uomo come tanti altri che si mette alla prova perché la sua attività lavorativa appartiene ormai al passato, come il jukebox, i pantaloni a zampa o l’Harlem Shake.

Ben Stiller, qui regista e attore protagonista, offre una buona prova in entrambi gli ambiti.

Al suo quinto film dietro la macchina da presa (gli ultimi due furono Zoolander (2001) e Tropic Thunder (2008), tanto belli quanto sottovalutati) crea un’opera visivamente notevole sia per i paesaggi e gli ambienti che Madre Natura ci ha donato sia per le sue scelte registico-stilistiche, grazie anche all’ottima fotografia di Stuart Dryburgh.
Slow motion, parole scritte che si amalgamano con gli ambienti (a voler sottolineare ulteriormente il rapporto tra uomo e natura; da un lato il civile, quindi artefatto, e dall’altro lo spontaneo) e sfondamento (letterale) delle scene immaginifiche nella realtà sono i tratti salienti della regia, costituendo un elemento lodevole e di notevole impatto visivo.

Come protagonista riesce a mantenere un sottile equilibrio tra leggerezza ed intensità, risultando credibile come impiegato senza particolari peculiarità. Quando il suo personaggio parte per l’avventura Stiller mostra una determinazione interiore narrativamente efficace senza scadere nel ridicolo che si sarebbe avuto se fosse diventato una pallida copia di Indiana Jones (o di Allan Quatermain, se preferite), ma dando prova di sensibilità e facendo capire allo spettatore le motivazioni che spingono una persona comune ad una scelta tanto drastica.

In piccoli ma significativi ruoli abbiamo Kristen Wiig come amata del protagonista, che riesce ad essere anonima e particolare allo stesso tempo, essendo credibile come collega di lavoro tra le tante ma con quella scintilla che ti fa ricordare di lei, Shirley MacLaine amorevole madre e Sean Penn cazzuto fotografo, che offre buone interpretazioni indipendentemente che consistano in 5 minuti o in un ruolo da protagonista.      

Un product placement leggero come una balena spiaggiata non intacca la validità di questa pellicola ben realizzata.
Musiche di Theodore Shapiro con Space Oddity (1969) di David Bowie a farla da padrone.           

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: L’originale del 1947 e L’arte del sogno (2006) di Michel Gondry.

La vita di Adele – Capitoli 1 & 2

la vita di adeleA Guido Barilla non piace questo elemento.

TRAMA: Lille. Adele è una quindicenne che spera di incontrare presto il grande amore. Un giorno incrocia lo sguardo di una ragazza dai capelli blu e da quel momento le sue certezze iniziano a vacillare.

RECENSIONE: Ok, sfogatevi subito: vi do cinque secondi per dire o pensare tutte le battute sconce possibili sulle lesbiche.
Cinque. Quattro. Tre. Due. Uno. Tre quarti. Mezzo. Un quarto…
Fatto? Bene, allora andiamo avanti.

Ispirato al romanzo a fumetti (da qui il riferimento del titolo ai capitoli) Il blu è un colore caldo di Julie Maroh, questo film ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes del 2013. Tale Festival è famoso per la scarsissima attenzione che le sue pellicole ricevono dal grande pubblico italiano, che è troppo culturalmente elevato per perdere tempo in queste baggianate.
C’è il nuovo film con Christian De Sica da vedere, osteria!

La regia di Abdellatif Kechiche, qui anche sceneggiatore, si concentra giustamente sui primi piani delle ragazze, da cui sembra voglia carpire ogni emozione nascosta anche dal semplice aggrottamento delle sopracciglia o dallo spostamento delle pupille in una direzione piuttosto che in un’altra.

Tale scelta è condivisibile e positiva, poiché La vita di Adele è uno spaccato su alcuni anni di crescita psicologica e affettiva di una ragazza; attraverso varie tappe ella matura e mira ad acquisire consapevolezza di sé, ottenendo, anche dolorosamente, una sua precisa identità di persona e di donna.

Il pubblico può essere scoraggiato dalla durata della pellicola (180 minuti possono essere obiettivamente parecchi), ma in quest’opera l’intensità psicologica e la gravità emozionale di determinate situazioni contribuiscono a non stancare l’attenzione dello spettatore, che anzi si incuriosisce per osservare come andrà ad evolversi la relazione. Nonostante siano presenti le classiche tappe di un percorso amoroso (l’incontro, la passione, la crisi ecc…) nel film non si ha il loro appiattimento, troppo spesso presente in altre pellicole, solitamente di matrice americana, che porta ad una deleteria banalizzazione del tutto.

Ben venga il realismo, in particolare in ambito sessuale, poiché in questo modo non viene posto un filtro sulle due giovani donne, rendendo lo spettatore partecipe del loro rapporto. L’atto sessuale tra due individui femminili è la valvola di sfogo attraverso cui viene lasciato fuori dalla loro vita il mondo bigotto o semplicemente miope, le cui persone non riescono a tollerare relazioni di un certo tipo solamente perché non sono statisticamente le più frequenti.

A differenza di altri film come Noi siamo infinito, o in generale delle pellicole a stelle e strisce (e dagli, mai capita la mania tipicamente yankee di esagerare tutto l’esagerabile), qui non si nota in maniera troppo evidente il fatto che le due attrici protagoniste siano più mature rispetto ai personaggi da loro interpretati; quest’ultimo aspetto è mitigato dal fatto che il film si svolga nell’arco di qualche anno, e quindi l’età dei personaggi si avvicina a quella di chi li interpreta.

Adèle Exarchopoulos (classe 1993), per la quale è stato cambiato il nome della protagonista rispetto all’originale Clémentine riesce ad essere incredibilmente dolce e allo stesso tempo sessualmente intensa, dando volto ad un individuo che ha difficoltà a capire a fondo la propria sessualità e ad essere quindi in pace con se stessa e gli altri.

Léa Seydoux (nata nel 1985) interpreta un’Emma a due facce come la sua compare, sapendo essere protettiva e talvolta sfrontata nella sua determinazione emotiva e professionale.

Veramente un ottimo film, peccato che la sua programmazione nelle italiche sale sia stata zeresima. Avrebbe meritato molta più considerazione.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutto (o quasi) di Almodóvar e Özpetek, Viola di mare (2009) e la serie televisiva The L World (2004-2009).

Lo Hobbit – La desolazione di Smaug

lo hobbit smaug“Suvvia, Magò, hai detto “niente draghi”.”
“Ho forse detto “niente draghi viola”?”

TRAMA: Dopo essere miracolosamente scampati a un’imboscata degli orchi, Gandalf, Bilbo e la compagnia di nani si rimettono in viaggio alla volta della Montagna Solitaria, un tempo sede della capitale del regno di Erebor e ora dimora del terribile drago Smaug.

RECENSIONE: Seguito de Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, con lo stesso cast tecnico e artistico. La storia ormai è nota: far sì che i nani tornino nella propria terra natia abbandonata a causa di un drago, e per farci una trilogia di film da quasi tre ore ciascuno la si prende allo stesso modo in cui Amleto si approccia alla vendetta, ossia alla lontana.
Molto alla lontana.
Troppo alla lontana.

Il problema nel giudicare questa pellicola è che oggettivamente è realizzata molto bene, confermando l’elevata qualità della serie. Ciò non era scontato, perché visti gli enormi incassi delle quattro pellicole tolkeniane precedenti avrebbero anche potuto girare un film mediocre o peggio, confidando nel fatto che moltissimi sarebbero andati comunque a vederlo.
Quello che hanno fatto con Harry Potter Twilightpraticamente.

Non si può sorvolare però sul fatto che la divisone in più parti dello scarno romanzo Lo Hobbit sia stata frutto di una precisa e remunerativa scelta commerciale, la quale incontra difficoltà proprio nella brevità del romanzo da cui la pellicola è tratta. Per riuscire a farne una serie di film così lunghi si è annacquato il brodo talmente tanto da non sentire quasi più il profumo della carne e degli aromi usati per insaporirlo. Per tutta la pellicola si ha un continuo aprire parentesi, nella quasi totalità non chiuse, e ciò alla lunga infastidisce.

Si pecca inoltre nell’esagerato numero di personaggi secondari, che se ne Il Signore degli Anelli poteva essere un valore aggiunto, essendo un romanzo dai toni epici e dall’ampio respiro, qui zavorra eccessivamente il ritmo narrativo, con bruschi tagli da una scena all’altra e la perenne sensazione che questo film sia solo un riempitivo per arrivare alla terza pellicola.              

La desolazione di Smaug non è affatto un brutto film, quindi. Peccato sia utile come un pettine senza denti.

Dopo questa doverosa introduzione, che dire?

Se nella trilogia de Il Signore degli Anelli lo scopo della truppa era quello di distruggere un monile, la connotazione negativa della ricchezza è anche qui presente: il rettile sputafuoco infatti è sempre stato allegoricamente la rappresentazione dell’avarizia e della bramosia di ricchezze, caratteristica incarnata anche dai nani.
E dai produttori di questo film.

Dal precedente capitolo rimangono i personaggi principali. Bilbo è sempre interpretato da Martin Freeman, bene nella parte e con un personaggio estremamente più interessante rispetto al nipote Frodo, irritante nel suo continuo sfiorare la morte. Ottimi anche Ian McKellen come serafico Gandalf e Richard Armitage nei panni di Thorin. Il terzetto si conferma convincente quanto lo era nell’episodio precedente, e la loro personalità acquisisce nuove sfaccettature. Thumb up.

Per quanto riguarda le new entries abbiamo Bard, interpretato da Luke Evans, ex villain in Fast & Furious 6Lee Pace nei panni dell’etereo re elfico Thranduil e la coppia formata dal redivivo Legolas di Orlando Bloom e dalla Tauriel dell’ex “perduta” Evangeline Lilly, il cui personaggio è stato creato ex novo per rimpolpare il cast femminile della pellicola, dato che nei romanzi di Tolkien le donne sono frequenti quanto i barbieri aperti di lunedì.
Per ora è proprio quest’ultimo personaggio a risultare totalmente campato per aria, ma per dare un giudizio definitivo è necessario attendere l’ultima parte della storia.
Che arriverà tra un anno, mannaggia all’avidità.

Il drago Smaug è interpretato attraverso la tecnica del motion capture da Benedict Cumberbatch, che dopo aver sbancato la televisione con il suo Sherlock Holmes sta progressivamente conquistando anche il grande schermo (era l’antagonista in Into Darkness – Star Trek). Doppiato dallo stesso Cumberbatch nella versione originale, in italiano la creatura ha la voce di Luca Ward, scelta azzeccata e l’ennesima dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, di essere uno dei migliori doppiatori nella storia di questa professione.

Cumberbatch e la motion capture

Cumberbatch e la motion capture

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Recitare in posizione prona per meglio interpretare un personaggio quadrupede.

Il drago è forse l’unica ragion d’essere del film, essendo stato realizzato veramente molto bene sia dal punto di vista estetico sia per quanto riguarda l’uso che ne viene fatto. Alcune scene sono da mozzare il fiato per quanto sia maestoso fisicamente questo rettile, e l’attesa di vederlo in azione è stata quindi ripagata.

Sul lato tecnico niente di ulteriore da dire. Le musiche di Howard Shore sono eccezionali (peccato però non ci sia più il tema principale de Un viaggio inaspettatoossia Misty Mountains), così come la fotografia di Andrew Lesnie; è un vero peccato che il grande pubblico badi così poco a questi elementi, che uniti ai costumi e alle scenografie (ottimi entrambi) formano il background artistico che porta ad avere prodotti dalla elevata qualità visiva.
Traduzione: pensate anche agli attori, non solo ad essi.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: personalmente Il Signore degli Anelli è l’unica opera che mi piaccia all’interno del genere “fantasy medievale”, per cui dico molto banalmente le precedenti pellicole di Jackson tratte da opere di Tolkien.

Una poltrona per due

una poltrona per dueRecensire Una poltrona per due durante le feste di Natale è scontato quanto Italia 1 che trasmette Una poltrona per due durante le feste di Natale.

TRAMA: I due ricchissimi proprietari di una società finanziaria discutono se sia l’ambiente a determinare le abitudini di una persona oppure se sia rilevante la predisposizione di ognuno. Per scommessa decidono quindi di licenziare uno dei loro broker e di assumere al suo posto un senzatetto imbroglione.

RECENSIONE: Chiariamo subito un concetto: l’unica cosa che lega il film in questione al Natale è il periodo dell’anno in cui è ambientato, per il resto questa pellicola del 1983 è natalizia quanto Wall Street; ma dato che anche l’anno scorso avevo recensito un film natalizio, tra l’altro uscito proprio nei pressi di QUEL Natale (Le 5 leggende), continuo questa piccola tradizione.

Per la regia di John Landis (The Blues BrothersUn lupo mannaro americano a Londranon smetterò mai di citare questi due film), Una poltrona per due è una frizzante commedia che riesce ad appassionare e divertire nonostante le frequentissime messe in onda televisive, a differenza di vecchi nobili con nipoti ritrovati e di Babbi Natale a processo, che iniziano ormai a stancare.

Il merito di ciò va in gran parte a una pimpante coppia d’attori bene inseriti nei rispettivi ruoli, una regia che esalta le simmetrie dei due, con punti in comune e di contrasto, e una sceneggiatura sapiente nell’unire gag comiche efficaci a uno spaccato dell’alta finanza americana.

Da un lato abbiamo infatti i ricchi della Filadelfia benestante, che vivono in una sorta di Olimpo fatto di soldi, circoli del tennis e cocktail party, mente dall’altro ci sono barboni furbacchioni e prostitute (pardon “accompagnatrici”) che cercano di sbancare il lunario. Il numero che caratterizza il film è il due: due sono i disgraziati sfruttati, due sono i loro aiutanti e due sono gli antagonisti, miliardari tanto ricchi quanto avari. Distinzione manichea tra ricchi e poveri.

Il risultato? I secondi sono migliori dei primi, perché non peccano dell’arroganza e della supponenza tipiche di chi dall’alto di una posizione di comando o di potere socioeconomico si dimentica della fortuna che ha avuto o dell’impegno che ha messo per vivere nell’agiatezza, e scordandosene non fa sì che le sue fortune possano essere di conforto anche ad altri.

L’effetto Robin Hood come parabola di vita in cui la maggior parte delle persone vorrebbe venirsi a trovare. Perché, sì, vi do una notizia incredibile: al mondo sono di più i poveri.

Vedere in questo film Eddie Murphy (ottimamente doppiato da Tonino Accolla nella versione italiana) mette tristezza guardando le pellicole più recenti di questo bravo attore comico, alla cui carriera gioverebbe una raddrizzata; confrontare il Murphy degli anni ’80 con quello attuale è come paragonare Freddie Mercury a Umberto Balsamo, ma si spera che un barlume di qualità sia rimasta in lui.
Se Murphy è bravo sopra le righe, Dan Aykroyd è efficace recitando sotto di esse, dato che in questo modo mette in risalto le scene il cui il suo personaggio sbrocca, passando da agente di borsa ingessato a disgraziato comicamente determinato alla vendetta. Nonostante nella pellicola inizi come ricco yuppie rampante non risulta antipatico, ma anzi scatena nel pubblico reazioni di solidarietà e simpatia, cose non scontate.
Jamie Lee Curtis bella e brava nei (spesso pochi) panni di prostituta dal cuore d’oro, menzione per il simpatico maggiordomo di Denholm Elliott, ex Marcus Brody nella serie di Indiana Jones.

La programmazione di questo film è prevista il 24 dicembre 2013 su Italia 1 alle ore 21.10.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I due film di Landis sopra citati e le prime pellicole di Murphy, in particolare 48 ore (1982), Beverly Hills Cop (1984) e Il principe cerca moglie (1988), anch’esso di Landis.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Letterina di Natale

Oh! Oh! Oh! Buon Natale a tutti!

Ovvero, lettera semiseria a Babbo Natale.

Caro Babbo Natale,

siccome sul grande schermo e in televisione sei stato interpretato centinaia di volte nel corso dei decenni, hai avuto moltissimi volti diversi. Io personalmente ti immagino pacioccone e bonario, una sorta di Russell Crowe grasso e vestito di rosso.

Anzi, un Russell Crowe vestito di rosso, punto.

Comincio subito dicendoti che non so se sono stato buono, per cui non so se io meriti dei regali o un autotreno di carbone.
Quello che posso dire è che quest’anno in amore del cinema ho speso (o come direbbero elegantemente i francesi “buttato nel cesso”) un sacco delle ore che Dio onnipotente mi ha concesso su questa terra, e visto il mio nobile intento spero che ai tuoi occhi questo conti qualcosa.

Dato che a Natale bisogna essere più buoni e altruisti (mentre negli altri 364 giorni dell’anno a quanto sembra si può tranquillamente essere stronzi), ho deciso di non chiederti nulla per me stesso, ma di proporti una lista di “regali” che tu potresti fare in nome della settima Arte e di tutti quelli che la amano veramente.

Ossia tutti i disgraziati come il sottoscritto.

Io te li elenco, caro Russell Natale, poi vedi tu:

1) Convinci Tim Burton a tornare a fare film nel suo stile, e non come quelle ultime cazzatine sconclusionate che ha partorito.
Dai tempi di Big Fish (2003) l’unica sua pellicola degna di nota è stata Sweeney Todd, e a questa ha alternato della robaccia come La fabbrica di cioccolato (povero Gene Wilder!) e Alice in Wonderland (povero Lewis Carroll! E povero me che l’ho pure visto in 3D.). Capisco che lui e Johnny Depp orgasmino ogni volta che si incontrano, ma la coppia sta diventando monotona e banale, segno della classica crisi dell’ottavo film.
Salvarsi in calcio d’angolo trasformando in lungometraggio il suo corto Frankenweenie di quasi trent’anni prima non vale.

2) Taglia i fondi a M.Night Shyamalan.
Che un regista dopo un paio di film azzeccati campi di rendita coi successivi è una cosa spiacevole ma può capitare. Ma che partendo da Il sesto senso si arrivi a quella vergognosa cagnata con padre Smith e figlio Smith che i comuni mortali chiamano After Earth è inaccettabile.
Digli che se uno non ha voglia di fare le cose non deve farle, e i megadivi con le loro idee bislacche e i loro figli incapaci da raccomandare possono anche arrangiarsi.

3) Dona un Oscar a DiCaprio perché se lo merita da troppo tempo.
Ok, sono d’accordo: prima di Titanic non se lo filava nessuno e da lì in poi è diventato il bagnatore ufficiale delle ragazzine. Crescendo però è diventato un signor attore, non fossilizzandosi sul ruolo di bel giovine innamorato ma dando vita a personaggi carismatici e complessi, mostrando le sue grandi doti attoriali.
Altrimenti perché Scorsese, Spielberg, Eastwood e Nolan avrebbero avuto così tanta fiducia in lui, secondo te?

3-bis) A proposito di Oscar, per Gary Oldman si potrebbe fare qualcosa? No, per dire, se hai del tempo…

4) Se la statuetta per uno dei due signori nominati sopra non riesci a trovarla, la soluzione è semplice: toglila a Nicolas Cage, dato che un Oscar a casa sua ha senso come Gerrard nella pubblicità dell’Xbox.
Già che ci sono questo lo metto come desiderio a sé stante…

5) Suggerisci al popolo italiano le modalità di utilizzo di quell’oscuro strumento forgiato dal demonio di cui solo i valorosi come Bruce Campbell osano pronunciare il nome: il telecomando.
La televisione dovrebbe essere sotto il controllo dello spettatore, e non viceversa.
Attraverso un uso sensato di questo oggetto si possono guardare programmi qualitativamente migliori, e quindi togliendo ascolti agli altri far sì che per le reti televisive sia sconveniente trasmetterli (pochi ascolti = le imprese non pagano per mettere la pubblicità dei loro prodotti quando tali programmi vanno in onda).
E magari in questo modo dei loschi figuri non salterebbero il fosso approdando dal piccolo schermo al cinema, tipo il clan di Fuga di cervelli

6) Dona una sceneggiatura a Michael Bay.
Essa è importante in un film come le tette per il successo di Katy Perry.
L’ultima pellicola di Bay, Pain & Gainnon è male, ha una buona interpretazione da parte degli attori ed è presente un’evidente denuncia nei confronti della società contemporanea, che basa il proprio successo su muscoli e soldi.

Ora che ci penso non sembra neanche che l’abbia diretta lui.

Dagli quindi la voglia di smettere con i robottoni (ha quasi cinquant’anni, mica otto) e di cercare sceneggiature buone.
O almeno discrete.
O almeno decenti.

7) Per finire ti chiedo un ultimo regalo.
I film pessimi hanno (o almeno avrebbero) come scopo far capire a me spettatore quali siano quelli veramente meritevoli.
Il solito discorso de “l’oscurità serve a capire cosa sia la luce” e balle orientali varie.

Fin per carità, sono d’accordo, ma potresti fare un giretto dalle parti di Hollywood e far sì che ce ne siano un pochino meno l’anno prossimo? Perché quest’anno ho visto delle robe talmente orrende che mi hanno fatto bestemmiare tutti i santi del calendario gregoriano.

Ti ringrazio in anticipo.

P.S. Probabilmente se la notte tra il 24 e il 25 passerai per di qua non avrò la biada per le renne, ma se a Rudoph, Gioberta e le altre tue bestie non dispiace gli posso lasciare da sgranocchiare il mio DVD di Independence Day.
Tanto la sua funzione più o meno è quella.

Uno che fa un mestiere ingrato.

Fuga di cervelli

fuga di cervelli 1Peccato che i corpi siano rimasti.

TRAMA: Per conquistare una ragazza partita per Oxford a studiare, un ragazzo la segue in Inghilterra accompagnato dai suoi amici.

RECENSIONE: L’uomo saggio è colui che riconosce i propri errori. Per cui ho delle scuse da fare.

La prima è quella nei confronti di Alex l’arieteper averlo considerato come il punto più basso della storia del cinema.
La seconda è verso Checco Zalone e Sole a catinelleper aver detto che è la dimostrazione della deriva della commedia italiana.
La terza a Nicolas Cage e in particolare a Segnali dal futuro e Con Air, per… per… 
Per.

Cercherò di essere il più chiaro e diretto possibile, in modo che la comprensione di questo concetto sia univoca e lampante. Quando si esprime una propria opinione è giusto essere precisi per non dare adito a interpretazioni sbagliate.

Fuga di cervelli è il rifiuto organico più rancido, ributtante e putrescente che sia mai sgorgato nella umida cloaca della storia del cinema italiano.

Non c’è una sola cosa di questo film che non sia ATROCE. Non è una pellicola, è una calamità naturale alla pari del terremoto, delle cavallette e della pioggia di rane la cui visione, se si ama un minimo la Settima Arte, ti rende cattivo e omicida come le commesse dei negozi di abbigliamento femminile.
A cui hanno abbassato lo stipendio.
Durante le mestruazioni.

La regia di Paolo Ruffini è paragonabile per inventiva e brillantezza a quella delle diapositive delle vacanze della classica zia vecchia e ricca. Assistere a Fuga di cervelli provoca un’apertura nel tessuto spazio-temporale per cui i 90 minuti di durata sembrano 90 anni. Mettere uno scadente presentatore televisivo dietro a una macchina da presa vuol dire volersi male, e i risultati sono a dir poco nefasti; suppongo che per girarlo ci abbiano messo non più di una settimana, visto che il comparto tecnico è il vuoto cosmico. Nessun guizzo, nessun’idea. Niente.

La sceneggiatura è scopiazzata dal film spagnolo Fuga de cerebros, del quale Fuga di cervelli è un remake (ma neanche il minimo sforzo di modificare un po’ il titolo?) e al cui confronto American Pie è un film introspettivo turco. Un’ora e mezza con i classici “twentysomething” che si comportano da preadolescenti idioti mettendo insieme una gag più fiacca, stupida e irritante dell’altra per far felice un pubblico di preadolescenti idioti.

Questo sarebbe un film comico, per cui dovrebbe fare ridere. Perché il condizionale? Perché le battute sono di una tristezza pari a un funerale con sottofondo di Johnny Cash mentre il prete legge Schopenhauer flagellandosi.
Per fare un breve elenco abbiamo volgarità, doppi sensi, gag ripetitive, gag scatologiche, apologia di reato e giochi di parole da fase anale freudiana, per una pellicola che più che proseguire verso una meta arranca con la velocità di una tartaruga zoppa che scala l’Everest ricoperto di Nutella.

fuga di cervelli 2

Ruffini hai 35 anni, Cristo!

Dulcis in fundo l’originalissima idea del secondo manifesto del film, con un elegante nonché sottile giuoco di parole che non si vedeva da W la foca del 1982 con Lory del Santo. E no, non è un complimento.

Il cast è composto da personaggi televisivi e dell’internet, i quali dimostrano grazie alla loro fama quanto in basso sia caduto il livello socio-culturale della penisola italica. Oltre al disgraziato Ruffini (pietoso nei panni di un cieco), abbiamo dalla Scuola di Comicità Deprimente di Colorado i PanPers (e non faccio la battuta su quale funzione corporale stimoli la visione di questo aborto perché darei loro una soddisfazione) e la tristemente doppiata Olga Kent, già presente in Vacanze di Natale a Cortina (2011) ed evidentemente desiderosa di un film di disimpegno dopo quella grande prova culturale.

Dalla Rete invece approdano sullo schermo Guglielmo “Willwoosh” Scilla (no comment sul suo rifacimento di Lebowski), che se alle ragazzine in esplosione ormonale non piacesse tutto ciò che è minimamente carino dal punto di vista estetico farebbe la fame sotto a un ponte e Frank Matano (pietoso nei panni di un Frank Matano), uno che è salito alla ribalta scorreggiando a nastro sulle persone e che ora alcuni (poveri minorati mentali) definiscono come il nuovo Massimo Troisi.

Un film con questi tizi? No, ma stiamo scherzando?

Ora, la televisione e la Rete sono due cose DISTINTE che devono rimanere DISTINTE.
Il problema dell’enorme successo su YouTube di persone come WillWoosh, Matano o Andrea Diprè è che essi creano un ponte tra il piccolo schermo e YouTube, per cui c’è un passaggio da un mezzo all’altro che è deleterio non tanto dal secondo al primo, ma dal primo verso il secondo.
Internet non è la televisione, e non deve diventarlo. Non deve essere il regno dei raccomandati, della stupidità e della ripetitività, ma quello dove tutti hanno la possibilità di esprimere una propria opinione, fare qualcosa che piaccia loro e divertirsi.
Se iniziamo ad avere gente che salta da un mezzo all’altro o ad importare sulla Rete personaggi del genere, anch’essa verrà corrotta dall’imbarbarimento e abbassamento culturale (verticale aggiungerei) che la tv ha portato nel corso dei decenni.

Ovviamente il successo di pubblico è assicurato, per un film piacevole come la dissenteria a spruzzo e bello come la guerra civile.

L’epifania dell’orrido.

Per avere un altro parere oltre al mio ci dica, Fantozzi, lei che ne pensa?

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: L’autolesionismo, la coprofagia, il liscio.

Escape Plan – Fuga dall’inferno

escape planLe case di riposo sono più moderne di quanto pensassi.

TRAMA: Un collaudatore di prigioni ed esperto di evasioni viene rinchiuso dentro un penitenziario di massima sicurezza detto La tomba. Uscirne non sarà semplice.

RECENSIONE: Per la regia dello svedese (quindi automaticamente metallaro e satanista) Mikael Håfström, Escape Plan è un film la cui visione non mi faceva assistere a tanta vecchiaia in una pellicola sola dai tempi di Svegliati Ned. Come tutti i film con eroi d’azione degli anni ’80 che hanno da tempo maturato i contributi per la pensione, anche questa opera è fondata sul carisma dei partecipanti, sui muscoli e sulle battute steroidee, una sorta de I mercenari indoor.

Il risultato è godibile per coloro che hanno apprezzato il suddetto film, molto meno per quelli che si sono un po’ stufati della eccessiva mania di protagonismo di queste vecchie glorie. Sono il primo a riconoscere che ai loro tempi spaccavano i proverbiali culi, ma purtroppo o per fortuna il loro tempo è passato.

Sono quindi d’accordo con quanti affermano che gli eroi action di oggigiorno non valgano un centimetro di vitiligine senile di questi rudi maschioni un po’ stagionati, il problema è che continuare a fare film li espone al ridicolo, cosa che in fondo non meritano nonostante la loro carriera sia costellata di cazzate più o meno col botto.

Quindi, che fare?

Assistere turandosi talvolta il naso ad un film senza infamia né lode con diverse cadute nell’assurdo, in cui la sceneggiatura non ha senso ed è zavorrata da una profondità paragonabile ai testi delle Spice Girls. I presunti “colpi di scena” sono scontati come la presenza del calendario delle donne nude dal meccanico e sono soverchiati dalle numerose scene di scazzottate, così ricorrenti da sembrare quasi una gag. Qualche piccola idea del plot affonda quindi in un marasma generale, con troppa presenza quantitativa dei canoni e degli stereotipi dell’action movie ignorante, soprattutto nella seconda parte del film.

Stallone è il solito pio bove che ha più espressività nei deltoidi che sul volto. I suoi discorsi pseudo intellettuali sono poco credibili, e tentano (non riuscendoci) di elevare un minimo il livello. Molto meglio quando mena le mani. Ossia spesso.
Tra i detenuti, efferati criminali almeno quanto il direttore del doppiaggio italiano di Monty Python e il Sacro Graal, abbiamo Arnold Schwarzenegger, che inespressivo e gigione come al solito forma insieme a Stallone la coppia d’assi su cui il film sorge.
In fondo sono due simpatici armadi a due ante che si divertono a picchiare, sparare e ammazzare. Se poi non facessero film sarebbero perfetti.

Tante facce note per quanto concerne il resto del cast. Il direttore del carcere è l’ex Gesù del film diretto da Psycho-Mel, ossia James Caviezel; il capo delle guardie è Vinnie Jones, che è stato il difensore più cattivo della storia del calcio ma che almeno non cambierà il suo nome in un ruffiano “Pace nel Mondo” come un suo equivalente in NBA. Il braccio destro del protagonista è il rapper 50 Cent e il dottore della prigione è il buon Sam “Jurassic Park Neill.

Piuttosto dimenticabile.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: Oltre ovviamente alle pellicole di Sly e Schwarzy, per quanto riguarda il tema prigioni La grande fuga (1963), Papillon (1973), Fuga da Alcatraz (1979) e Brubaker (1980).

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