L'amichevole cinefilo di quartiere

Thor: The Dark World

THURS_003B_G_ITA-IT_70x100.inddInginocchiati dinanzi al mio martello.

TRAMA: Per combattere gli elfi oscuri guidati dal malvagio Malekith e salvare Asgard, Thor dovrà intraprendere un lungo viaggio. Sarà costretto a chiedere aiuto a suo fratello, Loki…

RECENSIONE: Prima di iniziare a parlare di questo seguito è necessario fare un riassunto del primo Thor, uscito nel 2011.

Thor è un dio, ed è figo. Anche suo fratello Loki è un dio, però sfigato. Fine.

Se nel capitolo iniziale la regia era affidata a Sir Kenneth Branagh, grande attore e regista shakesperiano sprecato a fare un film sui supereroi come una pornostar che lavora alle Poste, qui in cabina di comando è stato piazzato Alan Taylor, regista prettamente televisivo avendo diretto episodi de I Soprano, Lost, Il Trono di Spade e di molte altre serie. Paradossalmente Thor: The Dark World non è un brutto film (ovviamente considerando gli standard del suo deprecabile genere) e pur con le esagerazioni e le cadute di stile tipiche della maledetta Marvel e della stramaledetta Disney risulta godibile, con anche, udite udite, la presenza di un minimo di profondità psicologica.

La regia di Taylor sa quando pigiare sul pedale dell’acceleratore, abbondando in riprese concitate da action/superhero movie, e quando rallentare per affidarsi di più ad attori e dialoghi. Buono il contributo della computer grafica per i vari mondi, con una discreta amalgama tra essa e le scenografie vere e proprie, in particolare per quanto riguarda la lucentissima Asgard, che splende come una gemma. In generale buona la fotografia di Kramer Morgenthau.

La sceneggiatura è affidata a ben quattro scrittori (per un film su un surfista biondo che smartella in giro? Però!) ed è opera di Christopher Yost, della coppia Christopher Markus/Stephen McFeely (il loro Pain & Gain – Muscoli e denaro è stata un’ottima sorpresa) e di Joss Whedon, regista di The AvengersPer quanto solitamente i film della Marvel non brillino nello script, a volte non avendolo nemmeno, qui la sceneggiatura è a un livello decente, non essendo costituita solamente dallo scheletrico “presentazione dei buoni-presentazione del cattivo-lotta-titoli di coda” ma da un minimo di rapporti causa-effetto che ai neuroni degli spettatori non fanno male.

Branagh o meno, i riferimenti a opere di Shakespeare rimangono presenti anche in questo seguito, grazie a due protagonisti il cui rapporto è simile per un verso a quello di Edgar e Edmund del Re Lear e dall’altro a Otello e Iago nell’omonima tragedia. Tale aspetto serve a dare loro più profondità emotiva e psicologica, elemento essenziale per elevare un film supereroistico a qualcosa di più che un’accozzaglia di botte, battutacce ed esplosioni. I due archetipi naturalmente sono fondamentali: da un lato il ragazzone atletico, irruento e di bell’aspetto, dall’altro l’intelligente riflessivo ma fisicamente meno dotato. Fanciulle, schieratevi.

Chris Hemsworth, dopo aver smesso il volante dell’ottimo Rushtorna nei panni del dio del fulmine. L’espressività non è il suo forte ma paradossalmente ciò dà più solennità al suo personaggio, che assume un’ulteriore connotazione divina e ultraterrena. Le scene acchiappa-audience con lui in déshabillé sono scarse e questo dà merito agli autori della pellicola, a cui non piace vincere facile.

L’inglese Tom Hiddleston come disgraziato e ambiguo Loki offre probabilmente la migliore interpretazione in tutto il film, risultando non il classico loser ma un personaggio carismatico, cinico e sarcastico, dando molta linfa alla pellicola con battute pungenti, grazie anche all’ottimo doppiaggio italiano di David Chevalier. Tale aspetto è molto utile per due motivi: il primo e ovvio è quello di fornire spunti per la già citata ironia tipica dei film Marvel, il secondo è quello di rendere in sua presenza molto più frizzante il ritmo, il quale, per citare una pecca di Thor: The Dark World, è molto lento sia nel segmento iniziale sia in generale in tutte le parti ambientate sulla Terra.

Personaggi secondari piuttosto dimenticabili, a cominciare dai Tre Guerrieri, che sembrano una sorta di Tartarughe Ninja divine e tra cui troviamo Zachary Chuck Levi. Sempre a proposito di piccolo schermo abbiamo anche Jaimie Alexander (cito per lei la serie tv Kyle XY anche se penso di averla vista solo io in Italia), tanto bella quanto eclissata da Natalie Portman, attrice brava ma che preferisco in film drammatici, dato che in contesti più sbarazzini mi risulta personalmente un po’ antipatica.
Anthony Hopkins vecchio burbero e poco più, Stellan Skarsgård mezzo matto e poco più, Kat Dennings è la Lizzy Caplan da discount e poco più.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Le opere di William Shakesp…no, scherzavo. I film sui Vendicatori. Che pizza.

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