L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per novembre, 2013

Don Jon

don jon“I Vangeli e il Manifesto del partito comunista sbiadiscono; il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia.” cit. Nicolás Gómez Dávila, scrittore colombiano.

TRAMA: Jon è un bravo ragazzo italo-americano che ama andare ad allenarsi in palestra e uscire la sera con gli amici. È anche un grande seduttore, in quanto abborda facilmente moltissime ragazze, ma nonostante questo non riesce ad avere una compagna fissa.
Il suo problema? È un fanatico dei film porno.

RECENSIONE: Diretto, scritto ed interpretato da Joseph Gordon-Levitt, al suo debutto dietro alla macchina da presa, Don Jon è un film che mostra in maniera intelligente una grave dipendenza, da cui è difficile uscire al pari della ossessione per gli stupefacenti o per gli alcolici. Il protagonista è un personaggio attraverso cui lo spettatore vede le difficoltà di una persona che esteriormente sembra avere tutto, ma che è bloccata dal punto di vista relazionale, non riuscendo a trovare la sua dimensione all’interno dell’ambiente-coppia.

La sceneggiatura riprende i classici canoni delle commedie romantiche, aggiungendo però pepe attraverso l’esplorazione del lato nascosto della sessualità, non fermandosi banalmente a situazioni standard come l’incontro, il primo bacio e la prima volta, ma inserendosi nel legame tra il sesso in quanto atto vero e materiale e la sua rappresentazione mentale da parte di un soggetto.

L’incontro con la classica brava ragazza, interpretata da Scarlett Johansson, pone in contrasto la mentalità esageratamente sessuomane con le esigenze di una persona vera, che in quanto tale ha pensieri e sentimenti, dando quindi avvio alla visione del corpo femminile non come insieme di ossa, muscoli e sangue ma come concezione più matura e rispettosa.

La pornografia e l’attrazione per essa è raccontata non scadendo né nel ridicolo né nel triviale, mantenendo uno sguardo amico e al tempo stesso critico. Questa è una freccia nell’arco del film, in quanto l’argomento è di per sé scottante e c’era il rischio di volgarizzarlo più di quanto fosse necessario.

Come attore, Gordon-Levitt interpreta questo Jersey boy in maniera efficace, fornendo una gamma di atteggiamenti in rapporto ai soggetti e oggetti verso cui si relaziona (amici, famiglia, donne, palestra, cura per la casa) che ne fanno un archetipo all’apparenza scontato ma interiormente ricco di sfumature. La Johansson ha un buon ruolo e se abbandonasse supereroi e filmetti potrebbe far valere il detto tanto usato a sproposito secondo cui “a volte la bellezza è un fattore negativo perché nasconde le nostre vere capacità bla bla bla”. Julianne Moore in queste parti è quasi una sicurezza.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: sul rapporto tra pornografia e persone appassionate di essa penso che film acuti come questo non ce ne siano. Molto particolare.

L’onda

la-locandina-italiana-de-l-onda-103119“Cuiusvis hominis est errare: nullius nisi insipientis, in errore perseverare”. Cicerone (Filippiche XII. 5)

TRAMA: Per dimostrare ai suoi studenti la facilità di instaurazione di una dittatura, un professore di una scuola superiore tedesca decide di unire i ragazzi sotto un movimento cameratesco chiamato “Onda”. Gli effetti saranno ben presto fuori controllo.

RECENSIONE: Questa pellicola del 2008 diretta da Dennis Gansel è un esempio lampante di ciò che debba essere fatto vedere agli studenti delle scuole superiori. Si hanno supplenze, ore buche, professori assenti o il Cristianesimo è troppo noioso? Bene, sfruttatele con due ore in aula magna o sala audiovisivi guardando L’onda.
Tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Todd Strasser (a sua volta basato sull’esperimento condotto dal professor Ron Jones in California nel 1967), questo film rappresenta in maniera efficace e non retorica la degenerazione dell’idea di “gruppo” in una pseudo-setta totalitaria, che arriva ben presto ad escludere e tiranneggiare coloro che non si adeguano ai suoi dettami.

Il presupposto fondamentale è che all’uomo piaccia essere comandato a bacchetta senza saperlo, ma facendolo sentire parte di un gruppo in cui tutti sono (sarebbero) uguali e non vi sono (sarebbero) distinzioni interne, ma solo una grande spaccatura tra i membri del gruppo e gli “Altri”, che in questo caso non vivono sull’Isola con Jack, Sawyer e Locke ma sono persone che fino al giorno prima si consideravano amici.

Una nuova dittatura nel nostro mondo, che noi tanto amiamo definire “civilizzato”, sarebbe quindi possibile perché tale forma di governo risponde agli istinti basilari della natura umana, così radicati nel nostro essere da risultare ineliminabili.

Il film mostra efficacemente tutto ciò, scegliendo attori con facce comuni per gli studenti, che risultano quindi personaggi i cui stereotipi (la perfettina, l’atleta, lo straniero, l’emarginato ecc…) sono un aspetto positivo, in quanto a differenza di ciò che accade in altri contesti non limitano la portata del messaggio ma contribuiscono all’immedesimazione in loro da parte del (si spera coetaneo) pubblico.

Il professor Wenger, interpretato da Jürgen Vogel, è un leader che viene per un certo verso corrotto anch’esso da ciò che ha scatenato, in quanto il totalitarismo del gruppo si riflette non solo sui suoi appartenenti ma anche sul comandante, il cui rischio è sempre quello di perdere contatto con la realtà delle cose e inebriarsi quindi di un potere malevolo che egli stesso ha creato.

Il regista Gansel indugia a ragione sui giovani protagonisti, facendo entrare lo spettatore nel loro mondo e contribuendo alla già menzionata immedesimazione; in questi casi si ha quasi l’impressione che ciò che si sta vedendo sia un documentario sociologico e non un’opera di finzione cinematografica, in quanto è preponderante l’aspetto psicologico della vicenda.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: Dello stesso regista I ragazzi del Reich (2004). Per quanto riguarda esperimenti sociali The Experiment – Cercasi cavie umane (2001).

Thor: The Dark World

THURS_003B_G_ITA-IT_70x100.inddInginocchiati dinanzi al mio martello.

TRAMA: Per combattere gli elfi oscuri guidati dal malvagio Malekith e salvare Asgard, Thor dovrà intraprendere un lungo viaggio. Sarà costretto a chiedere aiuto a suo fratello, Loki…

RECENSIONE: Prima di iniziare a parlare di questo seguito è necessario fare un riassunto del primo Thor, uscito nel 2011.

Thor è un dio, ed è figo. Anche suo fratello Loki è un dio, però sfigato. Fine.

Se nel capitolo iniziale la regia era affidata a Sir Kenneth Branagh, grande attore e regista shakesperiano sprecato a fare un film sui supereroi come una pornostar che lavora alle Poste, qui in cabina di comando è stato piazzato Alan Taylor, regista prettamente televisivo avendo diretto episodi de I Soprano, Lost, Il Trono di Spade e di molte altre serie. Paradossalmente Thor: The Dark World non è un brutto film (ovviamente considerando gli standard del suo deprecabile genere) e pur con le esagerazioni e le cadute di stile tipiche della maledetta Marvel e della stramaledetta Disney risulta godibile, con anche, udite udite, la presenza di un minimo di profondità psicologica.

La regia di Taylor sa quando pigiare sul pedale dell’acceleratore, abbondando in riprese concitate da action/superhero movie, e quando rallentare per affidarsi di più ad attori e dialoghi. Buono il contributo della computer grafica per i vari mondi, con una discreta amalgama tra essa e le scenografie vere e proprie, in particolare per quanto riguarda la lucentissima Asgard, che splende come una gemma. In generale buona la fotografia di Kramer Morgenthau.

La sceneggiatura è affidata a ben quattro scrittori (per un film su un surfista biondo che smartella in giro? Però!) ed è opera di Christopher Yost, della coppia Christopher Markus/Stephen McFeely (il loro Pain & Gain – Muscoli e denaro è stata un’ottima sorpresa) e di Joss Whedon, regista di The AvengersPer quanto solitamente i film della Marvel non brillino nello script, a volte non avendolo nemmeno, qui la sceneggiatura è a un livello decente, non essendo costituita solamente dallo scheletrico “presentazione dei buoni-presentazione del cattivo-lotta-titoli di coda” ma da un minimo di rapporti causa-effetto che ai neuroni degli spettatori non fanno male.

Branagh o meno, i riferimenti a opere di Shakespeare rimangono presenti anche in questo seguito, grazie a due protagonisti il cui rapporto è simile per un verso a quello di Edgar e Edmund del Re Lear e dall’altro a Otello e Iago nell’omonima tragedia. Tale aspetto serve a dare loro più profondità emotiva e psicologica, elemento essenziale per elevare un film supereroistico a qualcosa di più che un’accozzaglia di botte, battutacce ed esplosioni. I due archetipi naturalmente sono fondamentali: da un lato il ragazzone atletico, irruento e di bell’aspetto, dall’altro l’intelligente riflessivo ma fisicamente meno dotato. Fanciulle, schieratevi.

Chris Hemsworth, dopo aver smesso il volante dell’ottimo Rushtorna nei panni del dio del fulmine. L’espressività non è il suo forte ma paradossalmente ciò dà più solennità al suo personaggio, che assume un’ulteriore connotazione divina e ultraterrena. Le scene acchiappa-audience con lui in déshabillé sono scarse e questo dà merito agli autori della pellicola, a cui non piace vincere facile.

L’inglese Tom Hiddleston come disgraziato e ambiguo Loki offre probabilmente la migliore interpretazione in tutto il film, risultando non il classico loser ma un personaggio carismatico, cinico e sarcastico, dando molta linfa alla pellicola con battute pungenti, grazie anche all’ottimo doppiaggio italiano di David Chevalier. Tale aspetto è molto utile per due motivi: il primo e ovvio è quello di fornire spunti per la già citata ironia tipica dei film Marvel, il secondo è quello di rendere in sua presenza molto più frizzante il ritmo, il quale, per citare una pecca di Thor: The Dark World, è molto lento sia nel segmento iniziale sia in generale in tutte le parti ambientate sulla Terra.

Personaggi secondari piuttosto dimenticabili, a cominciare dai Tre Guerrieri, che sembrano una sorta di Tartarughe Ninja divine e tra cui troviamo Zachary Chuck Levi. Sempre a proposito di piccolo schermo abbiamo anche Jaimie Alexander (cito per lei la serie tv Kyle XY anche se penso di averla vista solo io in Italia), tanto bella quanto eclissata da Natalie Portman, attrice brava ma che preferisco in film drammatici, dato che in contesti più sbarazzini mi risulta personalmente un po’ antipatica.
Anthony Hopkins vecchio burbero e poco più, Stellan Skarsgård mezzo matto e poco più, Kat Dennings è la Lizzy Caplan da discount e poco più.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Le opere di William Shakesp…no, scherzavo. I film sui Vendicatori. Che pizza.

Machete Kills

machete-kills-poster-manifesto-italiano_newsMachete: [derivante dallo spagnolo macho ‘maglio’] sost. m. inv. (pl. spagnolo machetes) Pesante coltello dalla lama lunga e affilatissima a un solo taglio, usato nel centro e sud dell’America per la raccolta della canna da zucchero, per il disboscamento o come arma. – Vocabolario della lingua italiana Zingarelli.

TRAMA: Un rivoluzionario e un trafficante d’armi minacciano la sicurezza mondiale: per fermarli viene chiamato dal Presidente degli Stati Uniti un ex agente federale conosciuto come Machete.

RECENSIONE: Quanta ignoranza in un film solo. Scontri a fuoco, esplosioni, battute al vetriolo e camionate di vagina sono gli ingredienti di questa pellicola, diretta dal texano Robert Rodriguez, meglio conosciuto come il cugino scemo di Quentin Tarantino. Gli elementi caratteristici del film spiegano perché pellicole del genere abbiano tanto successo tra i maschietti; per fare un paragone al gentil sesso è come se un film indirizzato ad un pubblico femminile contenesse tutti insieme Ryan Gosling, gatti, borse, gatti e scarpe. E gatti.

Ammetto che in alcune (poche) scene con un’elevata presenza di fanciulle vestite con poco più di slip e reggiseno la visione di Machete Kills non mi sia dispiaciuta, ma oggettivamente parlando siamo di fronte ad un film atroce che sa di esserlo. Per tutta la sua durata si ha l’impressione che gran parte della pellicola sia stata girata a casaccio, riprendendo ciò che succedeva senza un minimo di senso logico o un’idea a monte ben precisa. E poi da un film in cui Carlos Estévez alias Charlie Sheen è il Presidente americano che vi aspettate?

Rodriguez, che da giovane riuscì a trovare i soldi per il suo primo film facendo da cavia per esperimenti medici (il che visto a posteriori spiega molte cose) porta nelle sale il seguito di Machete (2010), realizzando la sua solita pellicola deficiente, esagerata e sopra le righe. Troppi nemici, troppi buchi narrativi, troppe cose raffazzonate alla bell’e meglio, troppa ripetitività, troppa noia. Troppo tutto. Il dosaggio delle componenti cinematografiche è fatto pigiando il piede sul pedale dell’idiozia per quasi due ore e la sceneggiatura di Kyle Ward, paragonabile per complessità all’elenco degli ingredienti dell’acqua zuccherata, è presente solo per pura formalità. L’estetica di questo film non aggiunge nulla di nuovo né alla carriera del regista né alla visione artistica del Messico, con le sue stereotipatissime componenti alla lunga stucchevoli e monotone.

L’ex galeotto Danny Trejo è ancora il taciturno e sanguinario eroe messicano. Portando avanti una sola smorfia facciale per l’intera durata della pellicola si ha l’impressione di avere davanti più un totem che un essere umano. Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi prima di andare a Tijuana il suo scopo è uccidere nel modo più esagerato possibile, quindi non gli è richiesto un grande sforzo interpretativo. Accanto a lui Michelle Rodriguez, reduce da Fast & Furious 6 e qui come al solito tosta bad girl.

I villain del film sono Demián Bichir, visto recentemente ne Le belve e il redivivo Mel Gibson, il cui obiettivo nel film è uccidere tutti (strano, da lui mi aspettavo solo gli ebrei) e che recita a briglia sciolta. I gloriosi anni ’80 e ’90 sono lontani, l’unico pregio della sua partecipazione a questo pattume è che almeno rimane davanti alla macchina da presa e non dietro a fare danni.

Capitolo donne: oltre alla già citata Michelle Rodriguez in Machete Kills vi è un gineceo piuttosto numeroso, formato in parte da camei o poco più tanto per fare numero. Abbiamo quindi la bellissima e meyeriana Sofia Vergara, con i suoi grossi seni esplosivi (in tutti i sensi), la bionda Amber Heard, Alexa Vega che da Spy Kids è cresciuta molto (e bene), Jessica Alba, Vanessa Hudgens e Lady Gaga. Perché la Forza tira.

Brevi apparizioni di Cuba Gooding Jr. e Antonio Banderas, che per partecipare al film ha momentaneamente lasciato la gestione del mulino alla gallina Rosita, per cui se i prossimi Tarallucci che comprerete faranno schifo sapete perché.

Costato 20 milioni di dollari, negli Stati Uniti ne ha incassati circa 13 risultando un mezzo disastro. Probabilmente andrà meglio sul mercato italiano, visto che siamo un popolo con una spiccata tendenza coprofaga.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Machete (2010) e la trilogia del mariachi, ossia El mariachi (1992), Desperado (1995) e C’era una volta in Messico (2003).

Sole a catinelle

Sole_a_catinelle_poster_ufficialePerché?

TRAMA: Per mantenere una promessa fatta al proprio figlio (una vacanza da sogno) un uomo deve disperatamente trovare dei soldi. Gli effetti delle sue azioni saranno tragicomici.

RECENSIONE: Avete presente, almeno vagamente, gli artisti che hanno fatto la storia della commedia all’italiana nel corso dei decenni? Ad esempio, per citarne alcuni, gente come Totò, De Filippo, Sordi, Tognazzi e Troisi? Ecco, dimenticateveli tutti. Ma proprio TUT-TI.

Sole a catinelle da ragione a tutti coloro che pensano (erroneamente) che la commedia sia un genere cinematografico minore e che amarla voglia dire abbandonarsi all’idiozia. Quelli che ti guardano con sufficienza quando dici che i tuoi film preferiti sono capolavori come Quarto Potere e Casablanca, ma che non bisogna dimenticare una perla come The Blues Brothers.

La comicità televisiva ha preso tutto ciò che di glorioso è stato costruito sul fronte dell’ironia nel Paese della pizza e lo ha mandato in malora, creando decine e decine di tormentoni, il 90 % dei quali assolutamente dimenticabili e che non fanno altro che saturare il proprio stesso settore. Il risultato è un’overdose comica in cui si deve ridere per forza senza riflettere sul motivo per cui lo si sta facendo.

Se Zelig nei suoi primi anni ha ospitato comici validi (non questo) con un’importante preparazione alle spalle per quanto riguarda esperienze di cabaret nei locali, programmi televisivi come Colorado Cafè e Made in Sud sono di una tristezza desolante, pieni come sono di braccia rubate alla raccolta dei melograni. Il problema è che apparentemente molti non hanno ancora capito come utilizzare l’arcano e demoniaco strumento chiamato dai più impavidi “telecomando” e che serve a evitare che le proprie sinapsi vengano spappolate da ciò che viene vomitato dal televisore.

Luca Medici, in arte Checco Zalone, forse avrebbe fatto meglio a rimanere sin dall’inizio della sua fama nello stretto ambito della parodia di canzoni note, molte delle quali devo dirlo anche riuscite. Non pago di Cado dalle nubi (2009) e Che bella giornata (2011), infatti, la Banda Bassotti formata da lui e Gennaro Nunziante in fase di regia (?) e scrittura (???) si cimenta (loro) e cementano (noi) in una pellicola senza arte né parte dove ogni scena è un pretesto per giochi di parole deficienti, situazioni trite e ritrite e un’ectoplasmatica denuncia alle differenze tra i ceti nella nostra società.

Per cui vai di Equitalia, banche cattive, crisi economica che incrina i rapporti familiari eccetera eccetera. Tutto ciò che può scatenare nel pubblico risate il più facili possibili e con il minimo utilizzo del cervello possibile viene letteralmente sbattuto sul grugno allo spettatore. Medici / Zalone non ha una recitazione vera e propria, rimanendo perennemente inglobato nel personaggio che l’ha reso famoso, senza far capire in questo modo se sia bravo a dare volto solamente all’italiano medio ignorantello e ruspante oppure abbia delle basi generali che lo possano rendere più versatile.

In conclusione Sole a catinelle è un filmetto scialbo in cui le idee latitano e le canzoni irritanti abbondano. Ovviamente ha sbancato il botteghino, con circa 18 milioni di euro incassati in quattro giorni.

Un ringraziamento speciale va alla Taodue per produrre le solite cazzate.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Oltre ai primi due film di Zalone, le altre pellicole con protagonisti comici televisivi. Ad esempio I soliti idioti – Il film (2011) e relativo seguito, Ti stimo fratello (2012) e tanta altra roba escrementizia.

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