L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per settembre, 2013

Bling Ring

bling ring“New car, caviar, four star daydream / think I’ll buy me a football team.” Money – Pink Floyd (1973)

TRAMA: Un gruppo di adolescenti di Los Angeles sfrutta i social network per sapere quando sono disabitate le case dei vip, per poi entrarvi e rubare vestiti e accessori.

RECENSIONE: Tratto da un vero fatto di cronaca (la banda di ragazzi californiani operò tra ottobre 2008 e agosto 2009), questo film è diretto, scritto e prodotto da Sofia Coppola.
Nota secondariamente per essere la figlia di Francis “Sei Oscar” Ford e principalmente per essere cugina del Marlon Brando contemporaneo Nicolas Cage, la Coppola conferma in parte il suo calo qualitativo, con un film che nonostante le grandi aspettative (dovute in particolare alla grande quantità di pubblicità) si rivela nella media.

Il problema di Bling Ring è che il suo punto di forza, ossia il tema dei ragazzi senza ideali che hanno come unica aspirazione diventare delle star o atteggiarsi a tali, si tramuta paradossalmente proprio nel suo tallone d’Achille. E questo perché la reazione dello spettatore scafato a ciò che sta vedendo è: “Ma va?!”

Le presunte velleità socio-antropologiche della pellicola, che consisterebbero nel raccontare di una generazione perduta e soggiogata dal materialismo vengono meno per il semplice fatto che questo tema è ormai costantemente presente nella nostra società. La sensazione è che i ragazzi mostrati siano un esempio eccessivo di questa tendenza, ma solamente questo e nulla più. Il film quindi non scuote le coscienze e non fa prendere atto allo spettatore (indipendentemente dall’età) di un problema, perché è la società stessa che fa sembrare normale questo modo di pensare.

Purtroppo moltissimi giovani non hanno più come obiettivo essere una cosiddetta “brava persona”, ma essere i più fighi e ammirati, o persino soddisfare l’infantile volontà del possesso (nel senso vero e proprio del termine) di oggetti o di status. O di persone.
I media di certo non aiutano il soggetto in via di sviluppo psico-emotivo a capire quali aspirazioni siano sane e quali siano sbagliate, e i risultati non sono dei più confortanti.

Il film in generale si rivela quindi un banale esercizio di stile, apprezzabile in quanto tale ma che non può andare molto al di là della sufficienza. In alcuni punti sembra più un documentario naturalistico che un lungometraggio, mostrando animali da giungla metropolitana che cacciano e formano un branco.

Oltre a Emma Watson, che si sta specializzando nel recitare in pellicole scadenti che senza di lei ad attirare la pubblicità incasserebbero molto meno (Noi siamo infinito o il prossimo Noah, spirito di DeMille aiutaci), abbiamo un cast che sarebbe nella media se questo fosse un film horror dove i protagonisti vengono progressivamente ammazzati. Tutti giovani, nessun personaggio particolarmente memorabile, stereotipi a carriole e i soliti genitori assenti e idioti.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: Il giardino delle vergini suicide (1999), primo film della Coppola, Guida per riconoscere i tuoi santi (2006) e Alpha Dog (2006), sempre con adolescenti problematici.

ACAB – All Cops Are Bastards

acab-nuova-locandinaPersone che si lamentano a caso tra tre, due, uno.

TRAMA: NegroMazinga e Cobra sono tre celerini, ossia tre agenti antisommossa della Polizia. Quando alla centrale arriva una nuova recluta, viene subito coinvolto nel loro mondo violento e pericoloso, immischiandosi nei problemi e nel, seppur sadico, piacere nel punire i malfattori.

RECENSIONE: Tratto dall’omonimo libro di Carlo Bollini, questo film del 2012 ha scatenato un putiferio assurdo e indegno di un Paese civilizzato.
Prima che uscisse infatti ha sollevato le ire sia delle associazioni a difesa dei poliziotti, che accusarono la pellicola di essere troppo negativa e critica nei loro confronti, sia dei sindacati e dei gruppi ultrà, che a loro volta hanno attaccato il film affermando che mettesse in cattiva luce le rispettive categorie.

Ripeto, PRIMA CHE IL FILM USCISSE NELLE SALE.

Grazie a Dio il modo migliore per interessare le persone a qualcosa è parlarne male, per cui la pellicola ha incassato circa 3 milioni di euro, nonostante sia ben realizzata e tratti un argomento dai notevoli connotati sociali.

La regia dell’esordiente (sul grande schermo) Stefano Sollima è per un certo verso simile ad un documentario, in quanto i tre poliziotti protagonisti vengono ripresi sia nel loro ambito lavorativo sia nella sfera privata e personale. Il fatto che vengano sempre chiamati mediante soprannomi aiuta lo spettatore ad identificarli partendo dalle loro caratteristiche peculiari, senza però, in questo caso, scadere nello stereotipo e nella bidimensionalità.

Una grossa mano viene data dal montaggio di Patrizio Marone e dalla fotografia di Paolo Carnera, che contribuiscono a fare immedesimare lo spettatore nelle vicende raccontate sullo schermo. Sperando ovviamente che quando vengono raffigurati episodi come gli scontri tra polizia e tifosi o lo sgombero di persone da case occupate abusivamente lo spettatore abbia gli occhi collegati al film e non a Ruzzle.

Ottimi i protagonisti. Pierfrancesco Favino è un uomo totalmente assorbito dalla propria professione, e che considera se stesso solamente come un corpo legato all’uniforme e alla pulizia della società. Filippo Nigro è dei tre quello con la sfera personale più esplorata, con la pellicola che mostra senza inutili patetismi il suo difficoltoso rapporto con moglie e figlia piccola. Marco Giallini è un’efficace chioccia del gruppo.

Il giovane Domenico Diele è bravo nel sostenere la parte da “racconto di formazione” del film, non scadendo nei cliché e risultando il personaggio nel quale il pubblico, specie se acerbo, può immedesimarsi più facilmente.

Colonna sonora con Kasabian, Clash e Joy Division.

Rush

rushAltro che lattina…

TRAMA: Durante gli anni settanta esplode la grande rivalità sportiva tra i piloti più forti del momento, James Hunt e Niki Lauda. Il primo è un ragazzo estroverso ed affascinante, sempre a caccia di divertimento e belle donne; l’altro è invece introverso e riservato, dedito in maniera scrupolosa alla sua professione. La loro rivalità raggiunge il culmine in Formula 1, nella stagione 1976…

RECENSIONE: Regia di Ron Howard (vincitore dell’Oscar 2002 per A beautiful mind, con Russell Crowe matematico svalvolato), director di ottimi film come Cocoon – L’energia dell’universo, Apollo 13 e Cinderella Man purtroppo incappato recentemente in ben due Dan Brown. Dimenticandoci le improbabili pellicole con Tom Hanks in versione “Indiana Jones sotto formaldeide” qui abbiamo un ottimo film, ben girato e che riesce a far respirare allo spettatore il clima della Formula 1 degli anni ’70.

Ottime in particolare le riprese delle corse, molto ben realizzate e spettacolari; unendo il fattore adrenalinico delle gare all’occhio sui due protagonisti si ha un’opera completa e di notevole impatto emotivo.

La pellicola mostra due piloti estremamente diversi in tutto, persino nel loro approccio alla vita. Hunt è una sorta di Übermensch che si gode tutti gli eccessi che la sua fama può offrirgli; alcol, donne e stravizi sono all’ordine del giorno, e questo fa di lui una candela destinata a bruciare intensamente ma durare poco. Lauda al contrario ha un’abnegazione al lavoro tale da mettere la sua carriera di pilota sopra tutto il resto, facendo di lui un androide in grado di capire e analizzare le auto e le corse senza preoccuparsi del lato umano ed emozionale. Il contrasto tra i due è reso in modo emozionante proprio in quanto persone e piloti agli antipodi, e nonostante questo entrambi bravi nel loro lavoro e ammirati dal pubblico.

Sceneggiatura di Peter Morgan, che ritrova Howard dopo Frost/Nixon – Il duello (2008) e che a parte il deboluccio Hereafter (2010) di Eastwood non ha sbagliato un colpo. Anche qui dosa bene l’elemento personale con quello sportivo, mostrando con sagacia sia le vicende umane dei due protagonisti, senza scadere nel patetismo o nella retorica, sia l’emozionante duello sportivo del 1976, riuscendo a far immedesimare lo spettatore nelle vicende in maniera efficace.

Protagonisti Chris Hemsworth (“Ma quello è Thor!” Sì, e voi siete dei deficienti) che interpreta un Hunt “The Shunt” spaccone all’apparenza ma con una grande passione per il suo sport. Potrebbe essere la pellicola della definitiva maturazione per l’attore australiano, iniziandolo a ruoli più introspettivi di un dio sparafulmini. Il tedesco Daniel Brühl (era il ragazzo protagonista di Good Bye, Lenin! e il giovane soldato nazista eroico, con tanto di film dedicato, in Bastardi senza gloria) dà volto ad un Lauda molto più composto e sotto le righe, mantenendo nascosta la tempra del personaggio dietro sguardi ed espressioni marmoree. Piccola parte per Pierfrancesco Favino nei panni dello svizzero Clay Regazzoni. Ruolo femminile principale per la longilinea gattona Olivia Wilde, femme fatale ma con carattere, il che non guasta.

Fotografia di Anthony Dod Mantle che contribuisce molto a ricreare l’atmosfera degli anni ’70, grazie anche ad una meticolosa ricerca dei costumi e delle auto del tempo. Ottime musiche di Hans Zimmer.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: Le 24 ore di Le Mans (1971), Adrenalina blu – La leggenda di Michel Vaillant (2003), Senna (2010). Oppure il documentario Hunt vs Lauda: F1’s Greatest Racing Rivals (2013); qui il link YouTube http://www.youtube.com/watch?v=EDGV7U3vqU4

Riddick

riddickChe mamma ha fatto gli gnocchick.

TRAMA: Il criminale Riddick deve combattere per la propria sopravvivenza su un pianeta inospitale. Presto alcuni mercenari giungono sul pianeta per tentare nuovamente di incarcerarlo…

RECENSIONE: Terzo capitolo della saga con l’eroe dagli occhi sbrilluccicanti dopo Pitch Black (2000) e The Chronicles of Riddick (2004).

Dopo la sprangata sui denti del secondo episodio, costato 105 milioni di dollari e con un incasso di soli 115, un terzo capitolo era probabile come ricevere lo scontrino da un vucumprà, quindi per stare sul sicuro nell’atto terzo si ritorna alle origini, con una pellicola più simile a Pitch Black che al suo confusionario seguito. Sono ancora presenti parecchi mostri e un gruppo di esseri umani non molto caratterizzati, per un Riddick che dopo il parziale rabbonimento torna ad essere un più marcato antieroe.

Come nelle opere precedenti la regia e la sceneggiatura sono di David Twohy. Sullo script non c’è molto da dire, essendo sostanzialmente una caccia all’uomo ad eliminazione fisica; per il comparto registico la pellicola è formata da due tronconi ben distinti, con una prima parte basata sulle tinte calde e il segmento finale che vira sul blu e sul nero. In generale viene mantenuto lo stile visivo dei due precedenti episodi.

Vin Diesel, l’uomo che ha due espressioni (faccia dura e incarognita di chi spacca culi perché non ha nulla da perdere, sorriso beffardo di chi è troppo disilluso per sorprendersi di qualcosa) torna a indossare gli occhiali da piscina offuscati e grazie anche alla profonda voce di Massimo Corvo sembra quasi recitare.

Riappare da The Chronicles of Riddick il neozelandese Karl Urban (McCoy in Star Trek e prima ancora Éomer ne Il Signore degli Anelli), buon apporto di Jordi Mollà, ex compare di Johnny Depp nel sopravvalutato Blow e ruolo secondario per l’ex wrestler Dave Batista, già visto nell’esagerato L’uomo con i pugni di ferro

Riprese in Egitto, con i suoi bei paesaggi sabbiosi che facilitano il compito della fotografia; buona l’alternanza tra i colori caldi e le atmosfere notturne, che favorisce l’immersione dello spettatore nell’ambiente.

In generale un film abbastanza dimenticabile.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: ça va sans dire i due episodi precedenti della serie, ma per alcuni aspetti in comune potrei aggiungere Interceptor (1979). Altrimenti una delle duecento pellicole con l’eroe ammazzatutti.

Fahrenheit 9/11

fahrenheit-911-locandina-del-filmLa temperatura a cui la libertà brucia.

TRAMA: Documentario che verte sui legami segreti tra la famiglia Bush e la famiglia Bin Laden, ponendo l’accento su quelle che, a detta del film, sono state le strumentalizzazioni politiche degli attentati dell’11 settembre 2001, con le seguenti campagne militari americane in Afghanistan e Iraq.

RECENSIONE: In questa pellicola del 2004, scritta e diretta da Michael Moore, si assiste ad un’inchiesta di due ore imbevuta in un acido e pungente sarcasmo. Le immagini di repertorio di Bush jr, dell’ex Segretario della Difesa Donald Rumsfeld e dell’ex Segretario di Stato Condoleezza Rice vengono mostrate senza alcun tipo di filtro allo spettatore, che assiste a scene entrate loro malgrado nella storia, come la (inesistente) reazione di Bush alla notizia dell’attacco alle Torri, il quale trovandosi in una scuola preferisce rimanere a leggere una fiaba con i bambini, rimanendo in stato quasi catatonico.

Proprio l’inadeguatezza della classe politica repubblicana risalta dal film, in quanto vengono evidenziati interessi e legami nascosti proprio tra la famiglia Bush e i Bin Laden, entrambe consociate nel gruppo Carlyle, appaltatore di oleodotti che si sarebbe arricchito a dismisura nel caso di una guerra in Iraq. L’ex presidente viene raffigurato come uno stupido bambolotto piazzato in quel ruolo per fini superiori e poco chiari, e dipinto come in assoluto uno dei peggiori leader della storia degli Stati Uniti d’America.

Almeno a lui il Premio Nobel per la pace non l’hanno dato…

Viene evidenziato inoltre il ruolo dei mass media (così come avveniva in Bowling a Columbine del 2002), che hanno l’enorme responsabilità di influenzare milioni di persone e che spesso esercitano questo potere superficialmente solo per fomentare le folle. La trasparenza e la completezza dell’informazione è fondamentale per avere un’idea chiara di ciò che sta succedendo intorno a noi, evitando di curare solamente i propri interessi e avere così una visione più ampia.

Emergono le profonde contraddizioni della politica di sicurezza americana, con innocue associazioni di anziani monitorate per le loro opinioni personali, la sicurezza di decine di chilometri di coste di competenza di un solo uomo e il controsenso del divieto di portare su un aereo liquidi quando possono essere imbarcati e tenuti con sé accendini e fiammiferi.

Molto interessante anche la parte dedicata ai soldati, ragazzi e ragazze inviati in zone di guerra a morire e che raccontano davanti alla telecamera alcune loro esperienze.

Ovviamente negli Stati Uniti Fahrenheit 9/11 è stato molto amato, tanto da essere prima bloccato dalla sua stessa casa di distribuzione, ossia la Walt Disney Company, e poi acquistato solo dopo le pressioni dovute alla vittoria della Palma d’oro al Festival di Cannes. Viva la lungimiranza. Viva la libertà di espressione.

Costato circa 6 milioni di dollari, ne ha incassati in tutto il mondo più di 220.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: gli altri documentari di Michael Moore e quelli di Morgan Spurlock.

Pacific Rim

pacific-rim-la-locandina-italiana-275593Tipo Transformers però ancora più “cazzo bum bum”.

TRAMA: Il mondo è sotto l’attacco di giganteschi mostri, noti come Kaiju. Per fronteggiarli vengono ideati enormi robot antropomorfi chiamati Jaegers, controllati simultaneamente da piloti le cui menti sono collegate a una rete neurale.

RECENSIONE: Film diretto e scritto da Guillermo del Toro, papà dei due Hellboy (a molti sono piaciuti un sacco, io ho trovato il primo buono) e de Il labirinto del fauno (a molti non è piaciuto, a me sì) che qui dà sfogo senza mezzi termini alle sue manie infantili più sfrenate.

Robot vs mostri? Quale bambino non ha fantasticato almeno una volta su qualcosa del genere? Enormi bestie primordiali che si scontrano con il ricavato più moderno della tecnologia umana, in un’epica guerra che sancirà il vincitore tra bestialità e ragione. Eroismo a pacchi, scienza farlocca quanto basta e via a menarsi.

Il problema è che tanto questa cosa è una figata con gli occhi e la mente di un bambino, tanto diventa idiota una volta passati i 18 anni, età raggiunta la quale si può votare, guidare un’automobile e giudicare i film con un po’ di criterio.

Se la regia può anche risultare funzionale e ben fatta, dovendo filmare moltissime scene ciclopiche che possono risultare piacevoli, gli stereotipi, con personaggi spessi come un foglio di carta ed eccessivamente caricaturizzati, contribuiscono a far virare il film verso il blockbuster senza pretese sgretolando l’idea di partenza.

Gli attori non sono estremamente conosciuti. Il protagonista è Charlie Hunnam, che interpreta lo stereotipo del soldato americano dei film degli anni duemila, ossia trentenne, bianco e gradasso. Più li vedo nei film è più ho nostalgia di quando gli eroi action erano montagne austriache inarrestabili o italoamericani con la paresi e la voce di Ferruccio Amendola. Quelli sì che spaccavano culi! Poi ci sono Idris Elba, che aggiunge un’altra perla alla sua collana formata da Thor (con cui si è rimbambito Kenneth Branagh), Prometheus (con cui si è rimbambito Ridley Scott) e Ghost Rider (su cui non ho neanche la forza di fare battute). Accanto a Elba l’asiatica Rinko Kikuchi, con un personaggio irritante a dir poco. Comparsate di russi glaciali e australiani cazzuti.

In poche parole manca solo un francese raffinato e i luoghi comuni razziali e razzisti ce li siamo giocati tutti.

Fotografia di Guillermo Navarro, di buona fattura ma troppo poco per sollevare un film con problemi del genere.

Della sceneggiatura, scritta dallo stesso del Toro e da Travis Beacham, ho preferito non discorrere in maniera troppo diffusa perché non è buona educazione parlare degli assenti.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Transformers, Power Rangers, varie ed eventuali.

Segnali dal futuro

5141Fosse arrivato uno dal futuro per avvertirmi prima che guardassi ‘sta roba…

TRAMA: Nel 2009 viene riaperta una “capsula del tempo” del 1959, con all’interno dei fogli di alcuni bambini; uno di questi pezzi di carta, pieno di numeri, è assegnato al figlio di un astrofisico. Quest’ultimo scopre che in realtà tale elenco è un messaggio codificato che predice, con perfetta precisione, data, luogo e numero delle vittime delle principali catastrofi che si sono verificate nel corso degli ultimi 50 anni. Tre degli eventi riportati tuttavia devono ancora accadere…

RECENSIONE: Nicolas Cage interpreta un astrofisico nonché professore del MIT. Con quella faccia lì. Con quell’espressività lì.

Ah, devo andare avanti?

La regia di questa accozzaglia di assurdità è di Alex Proyas, che se si fosse fermato a suo tempo con il cult Il corvo (1994) avrebbe avuto tutta la mia stima. Ma siccome ha partorito dalla sua mente deviata prima la cazzatona Io, Robot del 2004, pellicola con personaggi memorabili come una piastrella e che sputtana Asimov in maniera non indifferente, e poi questo aborto, il mio giudizio su di lui diventa un pelino più negativo.

Sul suo lavoro in senso stretto non c’è molto da dire. Ci sono tanti botti, tante esplosioni e alcune scene di grande impatto visivo (l’aereo che precipita, tanto per non fare spoiler visto che si vede anche nel trailer), ma quello che manca è uno stile visivo originale e apprezzabile, che dia frizzantezza a quello che già sulla carta si prospetta come il più classico degli action-disaster movies. E che possibilmente faccia dimenticare allo spettatore una sceneggiatura inutilmente intricata nonché di essere al cospetto di un attore protagonista che non è propriamente un cavallo vincente.

Uno dei più grandi misteri del film non è come facciano a essere segnati su un foglio in forma numerica gli eventi catastrofici, ma come sia possibile che ben cinque esseri umani abbiano contribuito a una delle sceneggiature peggiori nella storia recente della Settima Arte. Evidentemente in fase di scrittura l’LSD scorreva a torrenti, perché solo in questo modo si possono spiegare due ore di scienza, preveggenza, astrofisica, Bibbia, misticismo e chi più ne ha più ne metta. Come se fossero indecisi su cosa metterci dentro e abbiano deciso di creare una sorta di Frankenstein (o “minestrone” se preferite le metafore culinarie) piazzandoci dentro di tutto. Ma sarebbe troppo stupido, di sicuro non sarà successo così.

Vero?

Il cast, che meraviglia. Nicolas Cage qui regala ai posteri una vera perla, che si incastona perfettamente nel Grande Diadema delle Puttanate insieme a mirabili opere come i futuri (per stare in tema) Ghost Rider (2, ma anche il primo non scherza), L’ultimo dei Templari e Drive Angry, e i precedenti Bangkok Dangerous, Next, Il prescelto, Il mistero dei Templari e relativo seguito (ma allora è una fissazione!), Il mandolino del capitano Corelli e Windtalkers. 

E quelli che ho citato sono solo film girati da Nick-Quasi-Senza-Espressività a partire dal 2001 in poi. Per tutto il resto c’è Con Air.

Oltre a Cage la bella, bravina e qui sprecata Rose Byrne, due bambini espressivi come un phon spento e Liam Hemsworth, fratellino di Chris-Thor e comparso anche ne I mercenari 2.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: fissare il Sole per due ore o mangiare il vetro. Battute a parte, tutti i film con Cage citati tre paragrafi fa.

Cloud dei tag