L'amichevole cinefilo di quartiere

Ovvero, perché si sente “aiuto” se leggendo il labiale è “help”?

Come a proposito del mio amicone Michael Bay (su cui ho scritto un post con tanto ammmore), anche questo è un argomento su cui vi sono due prese di posizione nette e manichee.

All’angolo rosso si trovano i puristi, ossia gli apostoli del “io guardo solo film e telefilm in lingua originale perché considero il doppiaggio uno stupro anale gne gne gne”; all’angolo nero gli amanti della scuola di doppiaggio italiana, che, al rogo la modestia, è in assoluto la migliore al mondo. Oltre ovviamente a coloro che fanno di necessità virtù, ossia che in un’altra lingua non capirebbero neanche “schöne Übersetzung, dumm”.

Da che parte mi schiero io? Da nessuna.

Anzi, da entrambe.

Personalmente se ne ho la possibilità cerco di guardare le pellicole in lingua originale, grazie ovviamente al DVD, l’invenzione più utile nella storia dopo l’aria condizionata e la chiusura lampo. Ma allo stesso tempo riconosco l’ottima fattura e il pregevole lavoro che stanno dietro a un film o a una serie tv doppiata in italiano, e quindi mi godo le voci made in Italy e il modo in cui calzano sugli attori.

Facendo un discorso più ampio penso che il doppiaggio abbia una enorme utilità, che è quella fondamentale di attirare e avvicinare il pubblico alle sale. L’ideale utopico, che nel Belpaese temo non succederà mai, sarebbe quello di consentire la libertà di scelta, ossia aumentare le (oggi rare) sale che consentono, grazie alla presenza di sottotitoli o meno, di ascoltare le opere in lingua originale.

Senza la presenza di questi luoghi il doppiaggio permette all’italiano medio, per sua natura restio all’apprendimento di una lingua straniera, di ammirare opere della settima arte che altrimenti perderebbe. I sottotitoli in completa sostituzione delle voci sarebbero faticosi per il grande pubblico sia per la vista in senso stretto, confinata alla parte bassa dello schermo, che per l’attenzione al film, che diventa ovviamente deficitaria. In più c’è da aggiungere il problema della sintesi di sceneggiature complesse in poche righe di scritto, che impoverirebbero ulteriormente il significato dell’opera.

Nel doppiaggio il lato tecnico costituito da elementi come ad esempio il sync con il labiale, la respirazione e la stessa dizione va a fondersi con quello artistico, ossia il film stesso, che prevale essendo il più importante facendo “dimenticare” allo spettatore che americani, cileni e tagiki non possono parlare nella lingua di Dante.

Ripeto, l’importante per me cinefilo è la possibilità di scegliere come usufruire di un’opera artistica. Se una persona, per sua intelligenza, predisposizione o bagaglio culturale riesce a capire un’altra lingua senza bisogno del doppiaggio deve avere la possibilità di ascoltare la lingua originale. Se altri non riescono o semplicemente non vogliono, hanno la fortuna di vivere in un Paese in cui questo tipo di tecnica è veramente ben utilizzata. Per cui vincono tutti.

Avere più opzioni è meglio, no?

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