L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per agosto, 2013

Red 2

red 2Arrivano i rossi, arrivano i rossi.

TRAMA: Qualcuno vuole incastrare alcuni ex agenti della CIA che hanno lo status di “Red” (Retired Extremely Dangerous); essi dovranno sventare un complotto internazionale grazie anche ad alcuni loro omologhi russi.

RECENSIONE: Seguito di Red (2010), divertente film d’azione su super agenti segreti in pensione, che riesce ad unire l’azione alle risate scanzonate. In questa pellicola la formula rimane la medesima, ossia un road movie con parecchi personaggi secondari e tante sparatorie, caratterizzate comunque da una marcata ironia di fondo.

La regia di Dean Parisot riprende le caratteristiche di quella di Robert Schwentke, regista del primo film. Abbiamo quindi un’abbondanza di primi piani, molte scene d’azione concitate e qua e là inserti fumettosi che rimandano alla graphic novel della DC Comics da cui questi due film sono stati tratti. La sceneggiatura di Erich e Jon Hoeber prende molto spunto da classici dello spionaggio come Ian Fleming e Tom Clancy, essendo basata su complotti, doppi giochi, e passati burrascosi (nonché parecchio intrecciati tra loro) dei protagonisti.

Nel cast tornano le vecchie (pardon, “diversamente giovani”) conoscenze del primo episodio. Bruce Willis conferma di essere il più (auto)ironico tra gli eroi muscolari tutto esplosioni e battute fighe. John Malkovich nei panni dello schizzato è comodo e a suo agio come una casalinga in pigiama e pantofole e le sue espressioni facciali sono impagabili. Helen Mirren e Mary-Louise Parker costituiscono una presenza femminile che male non fa; glaciale la prima, più ingenua la seconda contribuiscono a rendere ancor più pittoresco il gruppone di esagitati.

Pezzi da novanta che appaiono in questo seguito sono la bellissima e magnetica Catherine Zeta-Jones, patrimonio nazionale del Galles insieme al laverbread, e Sua Maestà Anthony Hopkins, che suppongo non si sia letto la sceneggiatura del film 250 volte come fece per Il silenzio degli innocenti ma è godibile nei panni di uno scienziato svitato.

Un piccolo appunto. Siamo nel terzo millennio, epoca in cui con le moderne tecnologie tutti possono rimanere in contatto con tutti e ognuno può conoscere notizie riguardanti ogni parte del globo terracqueo. Un’epoca in cui le distanze geografiche sono state abbattute e rese relative. Detto questo, davvero si sente il bisogno di inserire nei film tutte le Cristo di volte un asiatico bravo con le arti marziali? Dubito che tutte le persone nate a est degli Urali non sappiano fare altro che distribuire calci in faccia e armeggiare con i computer, e allora perché non abbandonare questi luoghi comuni triti e ritriti?

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: il suo predecessore Red (2010) e film polizieschi con tante risate, come la serie Beverly Hills Cop con Eddie Murphy o Arma letale con Mel Gibson e Danny Glover.

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Jimmy Grimble

jimmy_grimble_robert_carlyle_john_hay_005_jpg_mrejAllo sceicco Mansour piace questo elemento.

TRAMA: Un ragazzino inglese tifoso del Manchester City non riesce a giocare bene a calcio a causa della sua insicurezza. Le cose cambieranno dopo l’incontro con un’anziana misteriosa, che gli regalerà un paio di scarpini speciali…

RECENSIONE: Dopo la mia recensione di Best, biografia della grande ala dello United, per par condicio ecco un film del 2000 caro all’altra parrocchia di Manchester. Questa pellicola è utilissima a tutti coloro che si sono appassionati alla squadra di Blue Moon dopo i petrolmiliardi spesi dagli emiri, visto che possono affermare che il loro tifo derivi da questa opera, cosa falsa come una moneta da tre euro.

Il film è sostanzialmente un classico racconto di formazione a tema sportivo, con tutti i crismi e gli stereotipi del settore. Il ragazzino protagonista è ovviamente un disadattato con una famiglia problematica, ovviamente ha pochi amici e ovviamente i bulli lo maltrattano con la routine con cui un impiegato timbra il cartellino al lavoro. Una pellicola che puzza di Disney lontana un chilometro, ma che per noi portatori del cromosoma XY sarà sempre carina, perché tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo giocato in campetti che sono considerabili tali più per proforma che per effettive caratteristiche tecniche e abbiamo sognato di giocare campionati o finali varie a livello professionistico. Il tutto per l’amore nei confronti del calcio.

O nei confronti di stipendi faraonici e belle donne.

Vabbè, torniamo al film.

La regia di John Hay è molto focalizzata sull’aspetto sportivo della pellicola, riuscendo però in riprese quasi realistiche; per intenderci, non siamo ai livelli di Air Bud o altri film rincoglionenti con cani, gatti, criceti e leoni di mare che praticano sport più o meno improbabili. La sceneggiatura per quanto concerne sorprese ed imprevedibilità è paragonabile a un video che ha come protagonisti un’insoddisfatta casalinga ed un vigoroso idraulico, ma essendo un film indirizzato ai ragazzini non me la sento di essere troppo severo.

Il giovane Lewis McKenzie, poi desaparecido, incarna bene i sogni, le speranze e le disillusioni di un tredicenne che vive per il pallone, mentre tra gli altri attori spiccano Robert Carlyle, ex star di Full Monty  e Ray Winstone.

Tirando le somme Jimmy Grimble è un film tutto sommato carino, ideale per un sabato o domenica pomeriggio di relax davanti alla tv.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: tutti i film con protagonista il pallone a scacchi. Ad esempio, il già citato Best (2000), l’epicheggiante Fuga per la vittoria (1981), e Sognando Beckham (2002)

Signori, il delitto è servito

signori_il_delitto_servito_tim_curry_jonathan_lynn_001_jpg_wdgjOk, secondo me è stato Gaear, arma la cippatrice e luogo il giardino.

TRAMA: Prendendo spunto dal celebre Cluedo, il film parla di una cena in un maniero con diversi invitati. Tra omicidi e ricatti, la serata sarà molto movimentata…

RECENSIONE: A differenza di quell’insulto al cinema che prende il nome di Battlefield, qui abbiamo una pellicola del 1985 che nonostante sia tratta da un gioco in scatola risulta essere molto godibile e ben fatta, riuscendo in particolare a coniugare ironia e suspense.

Il merito principale di questo fattore è l’ottima caratterizzazione dei personaggi, che vengono ripresi e caricaturizzati in modo da essere ancora più estremi e archetipici. I semplici colori, che identificano gli individui nel gioco come nel film, traggono quindi spessore e tridimensionalità, passando da stereotipi a “vere” persone, con personalità  e caratteristiche identificative ben distinte.

Ottima l’aggiunta rispetto al gioco di società del maggiordomo Wadsworth, interpretato da un ottimo Tim Curry (dieci anni dopo essere stato un dolce travestito proveniente dalla transessuale Transilvania) e doppiato nella versione italiana dal recentemente scomparso Tonino Accolla. Egli costituisce un personaggio allo stesso tempo di unione (tra i vari invitati) e rottura (perché estraneo a loro), dando un equilibrio narrativo al film ed evitando di farlo scadere in una parata di macchiette. Per il resto ottimo tutto il cast, in cui spiccano in particolare Eileen Brennan come Mrs. Peacock e un esilarante Christopher Lloyd (Grande Giove!) come Professor Plum.

Il soggetto è di quella vecchia volpe di John Landis (The Blues Brothers e Un lupo mannaro americano a Londra i suoi film più riusciti), che ha dato vita al film insieme al regista e sceneggiatore Jonathan Lynn, autore successivamente di buoni film come Mio cugino Vincenzo, Caro zio Joe e Sergente Bilko. Buona sceneggiatura, che non esce mai dai binari del già citato equilibrio tra gli elementi classici del giallo e quelli della commedia, e regia relativamente classica che grazie agli elementi scenografici del castello riesce a rendere partecipe dell’azione lo spettatore.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: i film del genere “misteri & risate”, come Invito a cena con delitto (1976).

The Maker

the makerSi. Può. Fare!!!

TRAMA: La creazione della vita da parte di una strana creatura simile a un coniglio.

RECENSIONE: Cortometraggio semplicemente fantastico, l’unione di poesia, arte e artigianato con una metafora di fondo sulla vita. Il tutto viene raffigurato in meno di sei minuti, con una ottima stop motion, che contribuisce a dare spessore e consistenza a personaggio e oggetti.

Assolutamente da vedere, non c’è altro da dire.

Qui il link al video su YouTube:

http://www.youtube.com/watch?v=YDXOioU_OKM

Kick-Ass 2

kick-ass-2-la-locandina-italiana-280023“The Avengers” chi?

TRAMA: Dopo le vicende del primo capitolo, Dave Lizewski si unisce a un gruppo di vigilanti capeggiati dal colonnello Stelle e Strisce, mentre Mindy scopre l’adolescenza. Dovranno affrontare un acerrimo nemico, anch’egli con una squadra al seguito.

RECENSIONE: Seguito di Kick-Ass del 2010, adattamento cinematografico del fumetto omonimo, un bel film originale e molto divertente. Qui abbiamo un secondo capitolo che si attesta sui livelli qualitativi del precedente, mantenendone intatti gli elementi caratteristici come la violenza esagerata e la grande ironia, che sfocia talvolta nel patetico. Un film sopra le righe, che però come il predecessore costituisce una ventata d’aria fresca nella stagnante e paludosa cinematografia moderna, dove le buone idee scarseggiano e le cazzate abbondano.

La regia passa da Matthew Vaughn (che rimane nelle vesti di produttore) a Jeff Wadlow, che ne cura anche la sceneggiatura. Quest’ultima è caratterizzata da una narrazione su due binari paralleli nella prima metà del film, riunendo poi questi due blocchi narrativi per arrivare all’epilogo. I personaggi sono molto caratterizzati e archetipici, e questo contribuisce favorevolmente alla loro identificazione da parte dello spettatore, che assiste ad una Rivincita dei nerds con qualche ettolitro di sangue in più. La macchina da presa alterna primi piani (molto frequenti) a riprese più frenetiche nelle scene di combattimento, sempre mantenendo l’elemento “non professionale” di tale lotte, dato che vedono come protagonisti tizi in costume armati di mazze o coltelli.

Essendo un seguito, la maggior parte del cast è ovviamente costituita da reduci del film precedente. Come attore chioccia si passa dal Nicolas Cage del primo episodio (il suo Big Daddy era un bel personaggio e il prode Gabbia lo rendeva bene nel suo granitico eroismo, cosa più incredibile di Iggy Pop in camicia) a Jim “Voglio tornare negli anni 90, quando ero figo” Carrey. Il Colonnello è una buona guida, intrisa degli stereotipi dell’americano medio patriottico e timorato di Dio, e nonostante Carrey all’improvviso si sia dissociato dal film (a causa secondo lui della troppa violenza e dopo i fatti di Newtown) il suo piccolo contributo è pur sempre gradevole.

Ritorna il trio Aaron Taylor-Johnson, Chloe Grace Moretz e Christopher Mintz-Plasse (ma UN nome e UN cognome non usa più?), che riprendono le loro maschere, in tutti i sensi. Tutti e tre in forma e bene nelle parti, spero si mantengano su questi livelli per contribuire ad un ricambio generazionale in quel di Hollywood. Sorprendente in particolare la Moretz, che a soli 16 anni sta dimostrando capacità recitative ottime.

Uno dei temi portanti del film è la possibilità per le cosiddette “persone comuni” di diventare parte di qualcosa e di dare il loro contributo per la società, inventandosi strampalati alter-ego. Lanciare ragnatele, avere artigli che escono dalle nocche o volare sarebbero poteri fantastici, ma non sono indispensabili per sentirsi degli eroi. Questa condizione deriva dall’impegno che si mette in ciò che si fa e dagli ideali per cui si combattono le piccole lotte quotidiane, e Kick-Ass prende questo importante concetto virandolo sulla comicità e sull’intrattenimento.

Colonna sonora caciarona come è giusto che sia in un film del genere, qui basata però più su motivetti (ad esempio Korobeiniki When the Saints go Marchin’ in) piuttosto che su canzoni vere e proprie. Nel primo capitolo erano infatti presenti Mika, The Prodigy, Per qualche dollaro in più di MorriconeBad Reputation.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: ovviamente Kick-Ass ma anche altre pellicole con protagonisti supereroi improvvisati, come Super (2010) o Mystery Men (1999).

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Il doppiaggio

Ovvero, perché si sente “aiuto” se leggendo il labiale è “help”?

Come a proposito del mio amicone Michael Bay (su cui ho scritto un post con tanto ammmore), anche questo è un argomento su cui vi sono due prese di posizione nette e manichee.

All’angolo rosso si trovano i puristi, ossia gli apostoli del “io guardo solo film e telefilm in lingua originale perché considero il doppiaggio uno stupro anale gne gne gne”; all’angolo nero gli amanti della scuola di doppiaggio italiana, che, al rogo la modestia, è in assoluto la migliore al mondo. Oltre ovviamente a coloro che fanno di necessità virtù, ossia che in un’altra lingua non capirebbero neanche “schöne Übersetzung, dumm”.

Da che parte mi schiero io? Da nessuna.

Anzi, da entrambe.

Personalmente se ne ho la possibilità cerco di guardare le pellicole in lingua originale, grazie ovviamente al DVD, l’invenzione più utile nella storia dopo l’aria condizionata e la chiusura lampo. Ma allo stesso tempo riconosco l’ottima fattura e il pregevole lavoro che stanno dietro a un film o a una serie tv doppiata in italiano, e quindi mi godo le voci made in Italy e il modo in cui calzano sugli attori.

Facendo un discorso più ampio penso che il doppiaggio abbia una enorme utilità, che è quella fondamentale di attirare e avvicinare il pubblico alle sale. L’ideale utopico, che nel Belpaese temo non succederà mai, sarebbe quello di consentire la libertà di scelta, ossia aumentare le (oggi rare) sale che consentono, grazie alla presenza di sottotitoli o meno, di ascoltare le opere in lingua originale.

Senza la presenza di questi luoghi il doppiaggio permette all’italiano medio, per sua natura restio all’apprendimento di una lingua straniera, di ammirare opere della settima arte che altrimenti perderebbe. I sottotitoli in completa sostituzione delle voci sarebbero faticosi per il grande pubblico sia per la vista in senso stretto, confinata alla parte bassa dello schermo, che per l’attenzione al film, che diventa ovviamente deficitaria. In più c’è da aggiungere il problema della sintesi di sceneggiature complesse in poche righe di scritto, che impoverirebbero ulteriormente il significato dell’opera.

Nel doppiaggio il lato tecnico costituito da elementi come ad esempio il sync con il labiale, la respirazione e la stessa dizione va a fondersi con quello artistico, ossia il film stesso, che prevale essendo il più importante facendo “dimenticare” allo spettatore che americani, cileni e tagiki non possono parlare nella lingua di Dante.

Ripeto, l’importante per me cinefilo è la possibilità di scegliere come usufruire di un’opera artistica. Se una persona, per sua intelligenza, predisposizione o bagaglio culturale riesce a capire un’altra lingua senza bisogno del doppiaggio deve avere la possibilità di ascoltare la lingua originale. Se altri non riescono o semplicemente non vogliono, hanno la fortuna di vivere in un Paese in cui questo tipo di tecnica è veramente ben utilizzata. Per cui vincono tutti.

Avere più opzioni è meglio, no?

Weekend con il morto

weekendconilmortoCiao Bernie!

TRAMA: Due amici e colleghi di lavoro scoprono il cadavere del loro capo. Pensando erroneamente di essere responsabili della sua morte, cercheranno di far credere a tutti che egli è ancora vivo.

RECENSIONE: Per tutti quelli che non conoscono questa pellicola, e che quindi hanno avuto un’infanzia arida, diciamo subito che è un film del 1989 diretto da Ted Kotcheff, che poi sarebbe diventato produttore e coregista del telefilm crime di enorme successo Law & Order.
Se devo essere sincero non ho mai capito a fondo perché questo film mi piaccia così tanto: la regia e la recitazione sono nella media, non ci sono nomi di spicco nel cast che possano risollevare la qualità dell’opera e la sceneggiatura detto in soldoni è costituita  da un scia di semplici gag di tipo slapstick o basate su equivoci, concatenate una all’altra.

Però mi fa morire dal ridere.

L’avrò visto sei o sette volte, e ad ogni occasione mi si stampa sulla faccia il sorriso ebete tipico degli ubriachi, dei dormienti e di chi sta assistendo ad uno striptease femminile.
Osservare i poveri disgraziati Larry e Richard tentare di spacciare il corpo di Bernie per un vivente è veramente uno spasso, e anche se visto nel 2013 puzza di gli anni ’80 stanno finendo, tuffiamoci nei favolosi ’90 lontano un miglio, riesce ancora ad intrattenere lo spettatore per un’ora e mezza ad impatto cerebrale zero.

Come già accennato, non c’è molto da dire sul cast tecnico.
La regia di Kotcheff è piuttosto operaia, senza grandi spunti e invettiva, lasciando molta corda agli attori. Le gag vengono mostrate con occhio diretto, senza uno stile visivo particolare e senza virtuosismi, che d’altronde distoglierebbero l’attenzione dalle scene stesse.
Uno dei punti forti del film è costituito dalla coppia di attori principali, ossia Andrew McCarthy, stereotipo del coglione che ha sempre voglia di divertirsi e possibilmente inzuppare il savoiardo, e Jonathan Silverman, il cui personaggio smussato con l’accetta è il classico bravo ragazzo che cerca la storia seria con la fanciulla angelicata.
Nonostante i due peones non abbiano una faccia che buchi lo schermo (e infatti apparizioni televisive a parte si sono entrambi persi per strada) riescono a essere facile oggetto di immedesimazione da parte dello spettatore e possono incarnare il giovane lavoratore comune.

Immagino che la difficoltà maggiore per l’interprete di Bernie, Terry Kiser, sia stata quella di non scoppiare a ridere ogni minuto, venendo sballottato a destra e sinistra da chiunque gli capitasse a tiro.

Gag semplici basate sugli equivoci, un killer che cerca di uccidere Bernie (più volte) e un’ambientazione balnere frizzante riescono a dare l’acqua della vita al film, che può diventare in questo modo un bel ricordo dei tempi che furono.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: i film tragicomici, in particolare quelli che schiacciano più il pedale sul divertimento, ridendo di un argomento tabù come la morte: un esempio è Funeral Party del 2007.
Oppure una commedia diversa ma con la morte come denominatore comune: La signora ammazzatutti del 1994 di John Waters.

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