L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per luglio, 2013

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Classifica degli incassi stagione 2012 – 2013

Ovvero la mazzata annuale che mi fa perdere la poca fiducia che ho nei confronti del grande pubblico italiano, purtroppo composto da molti caproni ignoranti.

Di solito non me ne curo più di tanto e la ignoro.

Quest’anno no.

PARTIAMO DAI DATI (fonte il mensile Ciak):

  1. MADAGASCAR 3; INCASSO 21.9 milioni di euro
  2. BREAKING DAWN – PARTE 2; INCASSO 18.6 milioni di euro
  3. L’ERA GLACIALE 4; INCASSO 16.5 milioni di euro
  4. LO HOBBIT; INCASSO 16.4 milioni di euro
  5. IRON MAN 3; INCASSO 16 milioni di euro
  6. IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO; INCASSO 14.6 milioni di euro
  7. IL PRINCIPE ABUSIVO; INCASSO 14.3 milioni di euro
  8. FAST & FURIOUS 6; INCASSO 12.8 milioni di euro
  9. 007 SKYFALL; INCASSO 12.8 milioni di euro
  10. UNA NOTTE DA LEONI 3; INCASSO 12.4 milioni di euro
  11. DJANGO UNCHAINED; INCASSO 12 milioni di euro
  12. THE CROODS; INCASSO 11.5 milioni di euro
  13. TED; INCASSO 11 milioni di euro
  14. COLPI DI FULMINE; INCASSO 10 milioni di euro
  15. LA MIGLIORE OFFERTA; INCASSO 9 milioni di euro

Questa classifica è indecente.

3D o meno non è umanamente concepibile che il podio di incassi in Italia, terra che storicamente al cinema ha sempre dato tanto, sia costituito da ennesimi seguiti di serie che non hanno avuto più nulla da dire dopo il primo episodio. Addirittura non dei semplici sequel, ma un terzo, un quarto e un QUINTO capitolo. Due saghe a cartoni animati per bambini e una serie che sembra la versione minus habens di Buffy (senza offesa per un godibile telefilm), con una delle protagoniste più idiote e diseducative che siano mai state trasposte su pellicola. Evidentemente va ancora di moda portare i propri pargoli al cinema a rincoglionirli con delle puttanate piuttosto che passare un po’ di tempo assieme a loro nel week end, così come va di moda l’immedesimazione in un mondo irreale e moralmente sbagliato, in cui la sciacquetta moroso-dipendente di turno è corteggiata da due figoni bidimensionali per motivi incomprensibili.

Con Lo Hobbit al quarto posto si dimostra che la saga de Il Signore degli Anelli tira ancora al botteghino e finalmente parliamo di una pellicola ben realizzata. Visti i miliardi e il favore della critica dei primi tre film gli incassi erano praticamente assicurati, e quindi Peter Jackson & co avrebbero potuto attuare la cosiddetta “Manovra alla Harry Potter”, ossia fregarsene della qualità e sfornare una pellicola mediocre, come quelle dell’albionico mago dal numero tre in poi.

Si ricade nel Tartaro (non quello dei denti, magari!) con Iron Man 3, opera marveliana che sfiora l’inguardabile e che vista la pesante impronta sul film della neo padrona della Marvel, ossia la Disney, mi fa tremare pensando a quanto possano far scendere di qualità le prossime pellicole con protagonisti gli eroi in calzamaglia. Di lui ho già aperto il mio cassetto mentale per gli improperi qui.

Incassa molto, ma non così tanto, l’atto conclusivo dell’epica trilogia di Nolan dedicata all’uomo pipistrello, che ahimè verrà riesumato in un cross-over con Superman per mano del solito Zach Snyder (per maggiori informazioni c’è l’articolo di Venendo Presto qui). Se c’è una saga che è riuscita a far acquisire un po’ di dignità ad un genere tanto bistrattato è proprio questa, grazie ai suoi toni dark, alla notevole regia e a degli attori ottimamente nelle rispettive parti.

Alla posizione numero 7 il temibile Alessandro Siani, l’uomo che fa ruotare nella tomba Massimo Troisi come una pala eolica tutte le volte che a lui viene paragonato, unico italiano nella TOP 15 insieme a Christian De Sica, che in questo film gli fa da spalla e che ha piazzato il proprio lavoro al quattordicesimo posto. Una posizione sotto troviamo il buon Giuseppe Tornatore che riesce a strappare la posizione numero 15 nonostante La migliore offerta sia un film impegnato e culturale, cosa che al pubblico italiano fa lo stesso effetto dell’aglio a Nosferatu.

Qualitativamente è molto povero il contributo tricolore a questa classifica, poiché a parte il già citato Tornatore scendendo l’Abominio abbiamo I 2 soliti idioti dei miracolati Biggio-Mandelli, Tutto tutto niente niente Benvenuto presidente dalla posizione 16 alla 18. Indifendibile la coppia di MTV, penso che Albanese e Bisio siano due ottimi cabarettisti, ma che a parte qualche rara eccezione come Si può fare del secondo che ho citato il cinema non sia il loro pane.

Con Fast & Furious 6 Una notte da leoni 3 il cerchio è completo, Obi Wan. Si ritorna ai seguiti stiracchiatissimi e utili come un tostapane sulla luna, che hanno aperto questa gloriosa classifica facendomi bestemmiare come un saraceno.

Niente male Skyfalladrenalinico e di buona fattura. L’agente segreto al servizio di Sua Maestà inanella un ulteriore episodio, con Daniel Craig che si ricongiunge spiritualmente a Sean Connery e Roger Moore (evitando grazie a Dio George Lazenby) spargendo qua e là piccoli o grandi riferimenti alle pellicole precedenti.

Gran film Django Unchainedmeritato vincitore dell’Oscar per la sceneggiatura originale e omaggio di Tarantino ad un genere, lo spaghetti-western, che ha segnato il cinema italiano da metà anni ’60 a fine ’70.

The Croods altro cartone animato, Ted brutto prodotto dal papà de I Griffin, con poche luci e molte ombre.

Oscar e dintorni: Continuiamo così, facciamoci del male. Per quanto riguarda i film che hanno avuto risalto nell’ultima tornata dell’Academy abbiamo Vita di Pi (miglior regia) numero 19 con 8.3 milioni; Lincoln ventisettesimo (Hotel Transylvania è più in alto, tanto per dirne uno) con 6.5 milioni; Il lato positivo è trentaduesimo con 5.2 milioni; Argo (miglior film) occupa la posizione numero 41 con 4.1 milioni, nonostante sia stato rimandato in sala dopo la vittoria del premio; Les Misérables addirittura al numero 73 (!) con 1.9 milioni.

Questa era la classifica della stagione attuale. Ci rivediamo all’anno prossimo, stronza.

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Wolverine – L’immortale

TheWolverineNo Christopher Lambert, tu non c’entri.

TRAMA: Wolverine vola in Giappone, chiamato da un vecchio industriale in punto di morte a cui aveva salvato la vita decenni prima. Egli proporrà al mutante, stanco di essere immortale, di trasferirgli il suo potere di rigenerazione…

RECENSIONE: Seguito di X-Men le origini – Wolverine (ma temporalmente la storia si svolge dopo i fatti di X-Men – Conflitto finale), film che era costituito per l’ottanta per cento da combattimenti, talmente presenti nella pellicola da essere perfino noiosi. Qui al contrario non assistiamo ad una Ferrari che parte subito ai trecento all’ora a caso, ma a un’utilitaria che passa la prima metà del film in terza per poi (lentamente) accelerare nell’ultima parte.

La causa di tutto ciò risiede fondamentalmente nell’introspezione psicologica del selvaggio mutante canadese, che essendo troppo frammentaria e prolissa contribuisce a spezzare molto il ritmo della pellicola, che in questo modo ha delle brusche frenate. I fan che si aspettano combattimenti senza sosta (come avviene appunto nel primo film) vengono quindi in parte delusi. Le scene d’azione sono relativamente poche, e sebbene almeno una sia visivamente molto efficace, per il resto si avverte una mancanza di proteine alla pellicola.

La regia è di James Mangold, regista e sceneggiatore del buon Quando l’amore brucia l’anima sulla vita di Johnny Cash, che con questo genere di film tutto effetti speciali e scazzottate non c’entra un’ostia. Così come non c’entrava nulla Gavin Hood, regista del capitolo precedente. Noto con piacere una certa continuità. La sceneggiatura di Christopher McQuarrie (lontani oramai i tempi de I soliti sospetti) e Mark Bomback è più striminzita dei pantaloncini di Daisy Duke in Hazzard, e considerato il ritmo altalenante non è un bene, perché non sposta l’attenzione dello spettatore su un altro aspetto del film, lasciandolo spesso in una lunga attesa per il combattimento successivo.

In questo seguito viene eliminato uno dei difetti principali della prima pellicola basata sui mutanti, ossia, rullo di tamburi, proprio i mutanti. In X-Men le origini – Wolverine erano o poco conosciuti (Kestrel, Bolt, Agente Zero, Silverfox) o completamente stravolti (Deadpool, o quello che nella testa degli autori dovrebbe esserlo, beata ignoranza) oppure resi male dal punto di vista della caratterizzazione (Sabretooth è bidimensionale, Gambit è scialbo, lo stesso Wolverine urla a caso come un ultrà per la maggior parte del film). Qui il problema non si pone, dato che nonostante alla Marvel ne abbiano decine e decine, a parte il nostro ghiottone e la sconosciuta (e dagli!) Viper non ne compare uno in un ruolo significativo neanche per sbaglio. Come risolvere il problema del taglio di capelli estivo mozzandosi la testa.

Hugh Jackman tanto per cambiare spacca i culi e la voce di Fabrizio Pucci è virilità fatta suono, ma questo non è sufficiente a far decollare il film. Avere sotto gli occhi un personaggio nettamente più carismatico rispetto a tutti quelli che gli stanno attorno (tipo Fonzie in Happy Days) rende ancora più evidente la povertà di idee che caratterizza la pellicola stessa. I comprimari asiatici sono poco significativi e memorabili, sembrando alla lunga tutti uguali e costituendo stereotipi visti in molti altri film.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: molto banalmente tutte le pellicole sugli X-Men, al momento sei compresa questa, ma anche i film action con il classico eroe muscolare solo contro tutti.

Per entrare nel clima del film una piccola chicca:

Serenate. Parole e opinioni in libertà – I 5 film che piacciono a tutti. Tranne a me.

Ovvero pellicole che vengono spesso nominate nelle chiacchierate al bar e definite dai più come dei gran filmoni ma che per un motivo o per l’altro non riesco a mandare giù.

OVVIAMENTE non sono i film che mi fanno più schifo in assoluto, ma semplicemente quelli che di solito mi fanno fare la figura del bastian contrario della situazione.

Non vi preoccupate, alla fine potrete sgranare gli occhioni dicendomi: “Ma come, non ti piace X?!”.

Oppure insultarmi.

ELENCO:

Avatar (2009). In assoluto il miglior 3D nella storia di questa tecnica. E basta.

La sceneggiatura è di una banalità imbarazzante e sembra un misto tra Pochaontas Ferngully, con l’ulteriore presenza di personaggi stereotipati all’ennesima potenza (il soldato buono, il generale /colonnello cattivo random, la scienziata progressista, la soldatessa gnocca e cazzuta).

Gli attori si limitano al compitino (anche Sigourney Weaver, purtroppo) e una spettacolare confezione non può non farmi notare che dentro al pacchetto regalo c’è un portachiavi da un euro e cinquanta in stile uova di Pasqua. Un vero peccato che con tutti i soldi utilizzati per le tecniche al computer Cameron abbia deciso di scrivere la sceneggiatura invece di pagare uno bravo per farla. Con uno script all’altezza sarebbe potuto essere il punto di non ritorno e l’inizio di una nuova epoca cinematografica. Peccato.

Il favoloso mondo di Amélie (2001). David Lynch in overdose di acidi e orsetti gommosi non avrebbe potuto partorire niente di più strambo.

Secondo la mia modesta opinione uno dei film più sconclusionati degli ultimi 15 anni, con protagonista una strampalata fanciulla il cui ruolo sarebbe il sogno di Zooey Deschanel che se ne va in giro con lo scopo di aiutare le persone. A caso, tipo una Girl Scout.

A questa premessa già di per sé un po’ inquietante si aggiungono dialoghi con gli oggetti, un insieme di personaggi secondari se possibile con ancor meno rotelle di lei e in generale situazioni ai confini della realtà e della salute mentale. Perdonare tutto perché è ambientato nella splendida Parigi? No, non credo.

Il gladiatore (2000). Russell Crowe in gonnella che ammazza tigri in un’arena. Questo film costituisce alla perfezione la storia romana vista dagli americani. Ossia in maniera ignorante.

Frasi latine sbagliate, consecutio temporum sbagliata, storia degli imperatori sbagliata, riferimenti ad altre culture sbagliati, geografia sbagliata (il Tevere attaccato al Colosseo??) e tante altre piccole o grandi cazzate.

Crowe cerca di mantenere un minimo di dignità e devo ammettere che probabilmente è l’unica cosa che si salva nel film. Phoenix ha un personaggio troppo sopra le righe e fuori di testa, ed è troppo accentuato il suo lato malvagio e folle, rendendolo una caricatura di se stesso. La sceneggiatura ha troppi passaggi a vuoto che servono solo ad allungare il brodo (due ore e trentacinque metterebbero a dura prova la vescica di chiunque) e troppi “scalini”: da generale a schiavo, da schiavo a gladiatore, da gladiatore di provincia a gladiatore famoso che alla fiera dell’Est mio padre comprò.

Titanic (1997). Sputtaniamo una delle più grandi tragedie del 1900 (guerre escluse) con un eterno polpettone.

Il fatto che siano su una nave è rilevante solo quando affonda, per il resto avrebbero potuto ambientarlo anche al classico McDonald’s vicino a un cinema. Fortunatamente DiCaprio e la Winslet ci hanno marciato poco, a differenza di Cameron, e crescendo sono diventati due tra i migliori attori under 40.

Il personaggio di Rose è completamente campato per aria dal punto di vista socio-culturale risultando molto forzato e non è un bene, essendo il film ambientato per buona parte nel 1912. Billy Zane è un cattivo con la profondità psicologica di una pozzanghera e paragonabile a quelli bidimensionali di Bollywood. Il fatto che Rose da giovane abbia gli occhi nocciola e da vecchia azzurri mi fa seriamente pensare che il casting lo abbia fatto un daltonico.

La vita è bella (1997). Un concetto per me molto importante è che i film italiani non vanno osannati a prescindere solo perché sono stati realizzati a sud del Monte Bianco. Se si fa questo paradossalmente si danneggia l’arte cinematografica tricolore, perché non si riesce più a distinguere tra i film degni di lode e quelli degni di pareggiare un tavolo traballante.

La vita è bella non è un capolavoro, è una boiata.

La prima parte è scialba, si regge totalmente sulle spalle del comico toscano e la poesia diventa presto stupidità. Alcune gag, come la corsa intorno al palazzo o la telecinesi a teatro sono scopiazzate da grandi comici come Keaton o Troisi, e l’impressione generale è che invece di avere delle gag basate sulla sceneggiatura, sia quest’ultima a essere basata sulle gag, risultando un debole collage di frizzi e lazzi. La seconda parte è una farsa che fa scadere nel ridicolo il dramma della Shoah e che contribuisce allo stereotipo dell’italiano come giullare coglioneggiante.

N.B. Prima che mi saltiate addosso come comari mestruate il primo giorno di saldi tenete presente che quelle che avete appena letto sono opinioni personali e come tali vanno prese. Il tono è provocatorio ma è usato semplicemente per suscitare ironia e sarcasmo.

That’s all, folks. IMHO.

Pain & Gain – Muscoli e denaro

Pain & GainMai visti tanti steroidi in un film solo.

TRAMA: Miami, 1995. Due bodybuilder e un criminale decidono di rapire un uomo d’affari per dare una svolta alla loro vita e acciuffare il sogno americano.

RECENSIONE: Dopo una serie imbarazzante di fetecchie a base di esplosioni e costi pantagruelici, il buon Michael Bay, di cui ho parlato con tanto amore quiporta sugli schermi un film il cui budget è di soli 22 milioni di dollari. Improvviso come San Paolo folgorato sulla via di Damasco, il regista californiano dirige una storia dove nessun palazzo crolla su se stesso, non ci sono robot che si prendono continuamente a legnate e non c’è Nicolas Cage che si spaccia per un moooolto credibile esperto chimico.

E, meraviglia delle meraviglie, non è neanche male.

A parte ovviamente i soliti virtuosismi abbastanza inutili della macchina da presa: rallentamenti, soggettive, riprese con telecamera a mano… tecniche interessanti ma buttate nel film un po’ a casaccio e senza un vero scopo, risultando in alcuni casi un po’ sbrodolate.

La sceneggiatura di Stephen McFeely e Chistopher Marcus mostra l’ambizione e la voglia di successo personale dei bodybuilder, categoria molto amata dalle ragazze, un po’ come i bagnini, i deejay e quelli che scrivono recensioni di film. I Premi Nobel per la Panca si muovono in una Miami ricca dei suoi tipici stereotipi (sole, mare, belle ragazze discinte) ma con un lato più nascosto e grigio, basato sullo sconforto di quelli che non sono riusciti a soddisfare desideri e ambizioni. Ciò contribuisce a rendere la storia meno patinata e più cruda, aiutando lo spettatore a identificare i personaggi come persone e non come figure idealizzate.

I tre protagonisti, che vivono la palestra in modo esaltato ed eccessivo, dimostrano di non avere idea della dimensione reale delle cose, facendosi trascinare dai loro istinti e agendo senza un briciolo di razionalità, preoccupati solo di pomparsi e di essere “vincenti”. Proprio questa malata ricerca dell’affermazione personale è la chiave di volta del film, e può essere vista anche come critica sociale (in un film di Michael Bay? Però!) a un mondo basato sul consumismo e sulla spasmodica volontà di elevarsi al di sopra degli altri.

I soldi diventano così l’unico particolare che distingue i winners dai losers, trasformandosi in un’ossessione che fa dimenticare alle persone di avere comunque un bel lavoro e di essere più fortunati di molti altri. La perfezione fisica sostituisce quella morale, ribaltando la scala dei valori tra l’essere e l’apparire.

Muscoloso –> Vincente –> Soldi.

Il Trio Lescano di protagonisti è composto da Mark Wahlberg, che si risolleva dai mediocri Contraband e Tedben incarnando un ambizioso idiota maniaco del fitness. L’onnipresente (sia nel senso che ultimamente compare in un sacco di film sia nel senso che è molto grosso) Dwayne Johnson rappresenta il lato più comico della pellicola a causa dei suoi comportamenti sopra le righe e Anthony Mackie completa bene il gruppo. Tony Shalhoub, il miliardario, è l’ex protagonista della serie tv Detective Monk. Il bravo Ed Harris tira gli ultimi colpi prima della pensione (che ti frega, Ed? Pensa all’assegno) incarnando il personaggio più positivo della pellicola, ruolo che di solito non gli appartiene ma che qui rende al meglio . Piccola parte per Ken Jeong, il Chow della serie Una notte da leoni e apparizione di Peter Stormare, reduce dall’incomprensibile Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe.

Il film è ispirato a una storia vera raccontata in una serie di articoli del Miami New Times nel 1999.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: i due Bad Boys (1995, 2003) con molta ironia e azione, oppure per via di alcune tematiche il drammatico Alpha Dog (2006).

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Isla Fisher

70th Annual Golden Globe Awards - ArrivalsOvvero, la Bella Sciroccata.

Britannica trapiantata nella terra dei canguri, Isla Fisher è una di quelle attrici che mi sono sempre piaciute, nonostante magari non abbiano fatto ruoli memorabili per il grande pubblico; l’aspetto che mi piace più di lei paradossalmente è proprio questo, ossia la sua capacità di fare buone interpretazioni pur non essendo spesso protagonista, dando comunque il suo apporto al film.

Il suo primo ruolo con un minimo di spessore per quanto riguarda il minutaggio è in Scooby-Doo del 2002, in cui interpreta la svampita Mary Jane, che non è la fidanzata di Spider-Man ma una ragazza che costituisce la versione femminile di Shaggy. Nonostante il film sia una pietosa e pessima trasposizione del godibile cartone animato di Hanna e Barbera, inizia a vedersi un abbozzo del lato comico e sopra le righe che la renderà caratteristica nelle successive pellicole.

Isla Fisher in "Scooby-Doo" (2002)

Isla Fisher in “Scooby-Doo” (2002)

L’anno del botto per la nostra Isla è il 2005, con l’uscita di 2 single a nozze – Wedding Crashers. Qui la Fisher interpreta Gloria, sorella della protagonista Claire interpretata da Rachel McAdams. Gloria è un personaggio senza alcun tipo di freno: una infantile e fuori di testa ninfomane che sarà (inizialmente) un incubo per il Jeremy di Vince Vaughn. La Fisher si porta a casa anche un MTV Movie Award. Come non amare dialoghi di questo tipo?

J: “Gloria, è da un po’ che mi sto guardando dentro, e io credo di essere pronto a portare questo rapporto, il nostro rapporto, al livello successivo…a quello che dovrebbe essere il livello successivo, in un rapporto…”
G: “Jeremy, oh Jeremy!”
J: “Sei contenta?”
G: “Anch’io voglio portarlo al livello successivo! Vuoi guardarmi con una donna? Che ne dici di quelle gemelle brasiliane che abbiamo conosciuto alla partita?”
J: “Io, io ero…ero più orientato verso il genere fi…fi…fidanzamento…ma è un’idea fantastica!”

Isla Fisher in "Wedding Crashers" (2005)

Isla Fisher in “Wedding Crashers” (2005), terrorizza (ma forse no) Vince Vaughn

Dopo varie commedie e Certamente, forse, pellicola romantica in cui al suo fianco troviamo Ryan Reynolds, Abigail Breslin e Rachel Weisz, Isla Fisher ha il suo primo ruolo da protagonista nel 2009 in I Love Shopping, ispirato ai romanzi di Sophie Kinsella. Complice la crisi economica, però, raffigurare una donna che spende centinaia e centinaia di dollari in vestiti e accessori non la rende molto simpatica o credibile al pubblico, e quindi il film non ha un grande successo economico, nonostante la bravura della protagonista.  

Fortunatamente la Fisher si riprenderà da questo tonfo, partecipando al carino ma inosservato Ladri di cadaveri – Burke & Hare con Andy Serkis e Simon Pegg, The Wedding Party con Kristen Dunst in cui si lascia di nuovo andare a un personaggio esagerato e sopra le righe e Il grande Gatsby, opera di Luhrmann in cui veste i panni Myrtle Wilson in maniera più che dignitosa e di cui potete trovare la recensione qui.

In Now You See Me – I maghi del crimine, suo ultimo film, Isla Fisher è una dei quattro Horsemen (tecnicamente Horsepeople), e non sfigura affatto all’interno del ricco cast. Recensione qui.

I Quattro Cavalieri di "Now You See Me - I maghi del crimine" (2013)

I Quattro Cavalieri di “Now You See Me – I maghi del crimine” (2013). Da sinistra Isla Fisher, Jesse Eisenberg, Woody Harrelson e Dave Franco.

Ciao Isla, ci rivediamo alla prossima simpatica pazza scatenata.

Now You See Me – I maghi del crimine

“My brain is the key that sets me free” cit. Harry Houdini

TRAMA: L’FBI cerca di incastrare un super-team formato da 4 illusionisti, i quali mettono a segno una serie di rapine in banca nel corso delle proprie performance.

RECENSIONE: Pellicola diretta da Louis Leterrier, autore di opere con l’ignoranza al potere come L’incredibile Hulk, i primi due Transporter e Scontro tra titani. Nonostante ciò questo film è veramente ben realizzato, con una notevole componente visiva e un buon lavoro in cabina di regia, e in un mare di sequel, reboot o scopiazzature generiche l’uscita di un film originale è una vera boccata d’ossigeno.

Il mondo della magia contemporanea è mostrato sia dal lato tutto lustrini e bei vestiti alla David Copperfield sia sul lato pratico, facendo capire allo spettatore cosa possa nascondersi dietro un semplice trucco per strabiliare il pubblico. In questo è simile al Nolaniano The Prestige, film tanto bello quanto ignorato (“Ma a te piace Nolan?”. “Sì, i Batman sono una figata”. “Sì, ma non ha fatto solo quelli…”. “AH NO?!”). Vengono anche forniti input su quale sia il vero significato della magia, intesa come semplice intrattenimento per gonzi o curiosi, ma anche come grande fede, tentando di spiegare il rapporto tra mago e spettatore, temi che aiutano a rendere il film serio nonostante il tema relativamente ludico.

La sceneggiatura di Ed Solomon e Boaz Yakin è ben orchestrata e non ha buchi evidenti, risultando anch’essa come un trucco di magia: lo spettatore è quasi rapito dal film perché vuole vedere cosa succederà quando saranno tesi tutti i fili, se anche lui è stato ingannato o ha capito dove era nascosto in realtà il coniglio nel cilindro. Grazie anche alle interpretazioni degli attori, tutte valide, il film scorre con un buon ritmo senza avere cali che possano annoiare o ancor peggio far disinteressare il pubblico.

Cast stellare ben assortito, con i grandi vecchi Caine e Freeman, solite garanzie, a fare da chiocce al resto della tribù. Eisenberg mantiene la sua spocchia in stile The Social Network e ritrova il buon Woody Harrelson dopo Benvenuti a Zombieland, di cui si vociferava anni fa un eventuale seguito. Le brave (e molto belle) Isla Fisher e Mèlanie Laurent, dei cui meravigliosi occhioni mi sono innamorato in Bastardi senza gloria, interpretano due personaggi femminili forti ed emancipati, facendosi valere nonostante i protagonisti siano i maschietti. Now You See Me si aggiunge alla lista “cose buone” di Mark Ruffalo, poi contiamo sul pallottoliere se sono più queste o le cazzate.

Buone musiche dei The Chemical Brothers, molto curate e armonizzate al film, perché non è importante solo vedere ma anche sentire.

Ora scegli una carta.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Ennio Morricone

MorriconeOvvero, il Maestro.

È molto difficile per un ignorante come me scrivere un articolo che non sia la solita, banale ruffianata fatta nei confronti di un uomo considerato unanimemente “grande” nel suo campo.

Già il fatto di battere sulla tastiera del mio pc può essere considerata a ragione come una volgare mancanza di rispetto. L’ode a un gigante composta da un onesto cialtrone.

Da semplice cinefilo quello che posso dire è che Ennio Morricone è per il cinema un grande accompagnatore. Anzi, IL grande accompagnatore. Uso questo termine perché mentre i registi mostrano (come diceva un altro Maestro, Fellini) e gli attori animano il film, colui che compone la colonna sonora e le musiche si occupa di portare, o quasi cullare lo spettatore, le sue orecchie, attraverso l’opera cinematografica stessa.

Lo spettatore vede ciò che accade sullo schermo, è questo ciò che il pubblico medio fa, ma allo stesso tempo ascolta, spesso inconsapevolmente, ciò che il compositore ha creato attraverso la sua arte per traghettarlo e accompagnarlo alla scena successiva, all’azione successiva, alla battuta successiva.

Se lo spettatore vede un paesaggio naturale sconfinato attraverso l’allontanarsi della macchina da presa, o assiste ad un combattimento all’ultimo sangue tra l’eroe senza macchia e il cattivo o sente scorrergli nel corpo l’adrenalina data da una inquadratura buia chiedendosi che cosa succederà nel prossimo istante, prova su se stesso la potenza della musica e ciò che essa gli trasmette.

Morricone nel corso dei decenni ha contribuito attraverso la sua arte a rendere immortali grandi capolavori del cinema italiano come i film di Sergio Leone, i cui western sono stati associati per antonomasia al compositore a causa del grande successo delle loro colonne sonore. Senza dimenticare, tra i moltissimi lavori, Uccellacci e uccellini di Pasolini, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Petri, il sodalizio con Dario Argento, l’epopea Novecento di Bertolucci e Nuovo Cinema Paradiso La leggenda del pianista sull’oceano di Tornatore. Opere che grazie alle musiche sono state completate nel loro senso artistico e hanno guadagnato un enorme valore aggiunto.

Il Premio Oscar alla carriera ricevuto nel 2007 dalle mani di Eastwood è una delle pagine più belle e toccanti dell’Academy, nonostante sia l’unico premio datogli dopo cinque nomination. “Non un punto di arrivo ma un punto di partenza per migliorarmi al servizio del cinema e al servizio anche della mia personale estetica sulla musica applicata”.

Parole di chi la musica e il cinema li ama.

http://www.youtube.com/watch?v=HJDN1e_OIKw

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