L'amichevole cinefilo di quartiere

Una notte da leoni 3

Più che “Una notte da leoni” un film per c….oni.

TRAMA: Con la morte del padre, Alan attraversa un periodo di crisi e gli altri decideranno di portarlo in un ospedale psichiatrico. Durante il viaggio però incontreranno un pericoloso criminale…

RECENSIONE: Terzo episodio della saga dopo i capitoli del 2009 e del 2011, che hanno incassato complessivamente nel mondo più di 500 milioni di dollari. Immutati cast tecnico e attori, viene leggermente modificata la formula, con una pellicola che non segue più lo schema “addio al celibato-sbornia-riparare i danni cercando di capire cosa è successo” ma si evolve diventando improntata più all’azione. Purtroppo.

Regia ancora di Todd Phillips, eletto “l’uomo più divertente di Hollywood” da Empire (andiamo bene…), che cura anche la sceneggiatura insieme a Craig Mazin, scrittore di opere che rimarranno nella storia della settima arte a imperitura memoria come Superhero, Scary Movie 3 e 4.
Proprio la sceneggiatura costituisce uno dei (tanti) punti deboli del film, risultando piena di buchi narrativi, incoerente e con troppe grosse forzature, che anche in un contesto di farsa come questo pesano parecchio.

Pensandoci bene, in confronto a questo obbrobrio combinare una dozzina di casini in poche ore di notte diventa quasi realistico.

Bradley Cooper (recentemente in Come un tuono) riprende, probabilmente più per gratitudine che per altro, il brand che lo ha lanciato e che lo ha portato alla Nomination all’Oscar per Il lato positivo.
Il suo ruolo di belloccio del gruppo qui è ancora più inutile e macchietta rispetto ai film precedenti, e considerando che carriera ha fatto oltre a Hangover viene malinconia a guardarlo.
Ed Helms e Zach Galifianakis (lontanissimi i tempi del telefilm Tru Calling), tornano ai personaggi che meglio sanno interpretare, cioè il perfettino e l’idiota, fossilizzandosi anche loro nella “Sindrome di Robert Downey Jr.”, malattia contagiosa e quasi letale che costringe gli attori che ne sono affetti a ripetersi all’infinito sempre negli stessi ruoli.
Le due new entries sono John Goodman e Melissa McCarthy, una sorta di sboccata Galifianakis in gonnella, entrambi utili come una salumeria di fronte a una moschea.

Oltre alla sceneggiatura scritta con l’ano e agli attori ripetitivi, questo film ha un’altra enorme pecca: si assiste ancora di più al mutamento di impostazione dei personaggi all’interno della storia rispetto ai canoni classici.

Mentre di solito c’è un comico che fa da spalla al personaggio serio e posato (ad esempio quello che facevano in modi diversi gli istrioni Jerry Lewis e Walter Matthau rispettivamente con Dean Martin e Jack Lemmon), qui abbiamo un Galifianakis a ruota libera, coadiuvato dal Chow di Ken Jeong che ha molto (troppo) spazio, e sorretto dai più calmi Helms e Cooper.

Il risultato è però quello di far sembrare il film troppo incentrato su Alan a dispetto della coralità che avrebbe dovuto esserci dato il gran numero di personaggi, un po’ come accade nella serie Pirati dei Caraibi dal secondo capitolo in poi, totalmente focalizzati su Depp-Sparrow, che ne La maledizione della prima luna era la spalla di Orlando Bloom.

Forse il titolo più adatto per il film sarebbe allora stato Zach Galifianakis e tutti gli altri, in particolare Chow che si vede spesso, fanno un sacco di casino 3.

Ma dubito che sulla locandina ci sarebbe stato tutto.

Se a tutto ciò si aggiunge che le gag sono sempre le stesse delle prime due pellicole, che Alan qui è molto più irritante e spaccapalle che simpatico e che i primi dieci minuti di film sono divertenti solo per persone con turbe psichiche, abbiamo una pellicola che non solo è un brutto film, ma è anche una brutta commedia.

Ah, quasi dimenticavo, viene anche stuprata la canzone Hurt di Johnny Cash.

Lasciate abbondantemente perdere.

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