L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per giugno, 2013

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Hulk

Ovvero, come prendere dai fumetti un inarrestabile gigante verde e renderlo plausibile. Più o meno.

Hulk è un personaggio dei fumetti nato dalla fantasia di Stan Lee e Jack Kirby nel 1962, pubblicato dalla casa editrice Marvel. Costituisce l’alter ego del timido scienziato Bruce Banner e corrisponde grosso modo alla versione fumettosa del celebre dualismo in stile Dottor Jeckyll e Mister Hyde.
Quando Banner, solitamente uomo buono, intelligente e docile, si arrabbia o più in generale prova emozioni molto forti dà inizio alla trasformazione, che lo porta a diventare incontrollabile.

Oltre al già citato romanzo di Stevenson, per creare il personaggio Lee ha preso spunto da altre due opere molto celebri, ossia Frankenstein  di Mary Shelley e Notre-Dame de Paris di Hugo, in particolare per quanto riguarda i tormenti interiori che rendono Hulk affine a Quasimodo.

Senza scomodare Lou Ferrigno, che ha dato muscoli e rabbia al bestione nella serie televisiva a cavallo degli anni ’70 e ’80, Hulk è comparso nella sua versione live action in tre film: Hulk (2003), L’incredibile Hulk (2008) e The Avengers (2012), interpretato da tre attori diversi.

Vediamo passo passo le varie rappresentazioni di questo personaggio.

In principio fu Eric Bana nel 2003.
Hulk, diretto da Ang Lee, è il primo film diretto dal regista taiwanese dopo la pellicola vincitrice dell’Oscar La tigre e il dragone (ammazza, che differenza) e in generale è un comic-movie abbastanza deludente con parecchi elementi ridicoli (i famosi rimbalzi stile pallina da ping pong nei canyon, i cani di Nick Nolte, il personaggio di Nick Nolte, Nick Nolte) e troppo prolisso, soprattutto nella prima parte.

Esteticamente qui il Golia Verde è una specie di gonfia Big Babol color gelatina con un contrasto di illuminazione rispetto al resto dell’ambiente che ricorda i lupi fatti con Paint di Twilight

Sommando a questo effetto visivo i difetti del film già citati (a cui sintetizzando si aggiungono una generale lentezza del ritmo e una regia-montaggio stile vignette da fumetto alla lunga fastidiosa e senza uno scopo vero e proprio) il risultato è ben sotto la sufficienza.

Una nota positiva è quello che dovrebbe essere il vero protagonista, ossia Bruce Banner. Nonostante Eric Bana non c’entri nulla con il personaggio, la sua è l’interpretazione più convincente e attinente al personaggio stesso, rendendo il film preferibile quando ha ancora tutti i vestiti addosso e non solo i boxer viola.

Scena tratta da “Hulk”, l’equivalente di un cazzotto in un occhio.

Poi fu il turno di Edward Norton.
L’attore migliore del trio come capacità interpretative toppa però clamorosamente.

Il suo L’incredibile Hulk infatti di incredibile ha ben poco, a parte il modo in cui siano riusciti a sprecare la bravura di Norton e di Tim Roth,  probabilmente capitato lì per caso.

Diretto da Louis Leterrier, che spero si rifarà con Now you see me – I maghi del crimine di prossima uscita, il film è troppo caotico e dark da un lato e stupido dall’altro, a causa anche di una sceneggiatura scarsa.

Il look del personaggio segue questa tendenza: basta anabolizzanti, pelle tirata come quella di un tamburo e umanità espressiva zero, per una enorme belva perennemente incazzata. Un film scadente sotto molti punti di vista ma in compenso è migliorata la fotografia, con una computer grafica meglio armonizzata con lo sfondo.

"L'incredibile Hulk". Cristo, prova con le tisane alle erbe.

“L’incredibile Hulk”. Cristo, prova con le tisane alle erbe.

Per finire il film che ha scatenato l’onanismo (nome chic per “masturbazione”) di tutti gli amanti dei fumetti.

In The Avengers abbiamo Mark Ruffalo nei panni di Banner e Hulk: come attore non mi dispiace, ma penso debba essere un po’ più selettivo nelle pellicole da interpretare, altrimenti rischia di essere ricordato più per le porcate che per le notevoli pellicole in cui ha recitato.

Il “Vincent D’Onofrio magro” qui dà il volto a un Banner decisamente sotto le righe, quasi schiacciato dalle personalità dei compagni di merende.
Considerato che anche lui è un membro dei Power Rangers moderni la sua sottomissione è fin troppo evidente, e risulta quindi eccessiva.

Come Hulk altro piccolo restyling: più “umano” nell’espressività, più realistico nel fisico e più simile al volto dell’attore che lo interpreta. Forse in questo caso L’Hulk migliore.

Ricapitolando, in nove anni tre film con tre attori diversi (viva la continuità).

Nessuna delle tre è una gran pellicola e tutti e tre i modi di rendere il personaggio hanno pregi (pochi) e difetti (parecchi).

IMHO come Banner meglio Bana, come Hulk meglio Ruffalo.

Hulk in “The Avengers”

E poi non dite che non vi voglio bene.

World War Z

“Cuz this is thriller / Thriller night / And no one’s gonna save you / from the beast about to strike. ”  Thriller  – Michael Jackson (1984)

TRAMA: Un ex funzionario dell’ONU cerca di capire la causa di una epidemia che trasforma le persone in zombie e che si sta propagando in tutto il mondo.

RECENSIONE: Tratto dal romanzo World War Z. La guerra mondiale degli zombi di Max Brooks del 2006. Senza tanti giri di parole il film è una delle più ridicole pagliacciate arrivate sullo schermo in questo 2013, uno zombie-movie pieno di irrazionalità e comicità involontaria che riesce a far passare allo spettatore due ore di grasse risate.

La regia è di Marc Forster (bello il suo Neverland – Un sogno per la vita sullo scrittore James Matthew Barrie e con Johnny Depp senza l’ennesimo make up), qui molto “operaio” e al servizio del protagonista Brad Pitt. Rispettati tutti i canoni e gli stereotipi della regia action, probabilmente lo spirito del director è stato “prima si inizia, prima si finisce”.

La sceneggiatura di Damon Lindelof e Drew Goddard è una deflagrante cazzata, caratterizzata da buchi grossi come crateri lunari, scelte irrazionali dei personaggi e caratteristi ridicoli e inutili. In generale vi è nella pellicola un senso del ridicolo che si palesa più volte, in alcuni casi anche quando ci dovrebbero essere momenti di tensione.

Brad Pitt protagonista indiscusso e quasi sempre presente sullo schermo (simile in questo aspetto a Io sono leggenda con Will Smith, altro film con simil-morti viventi), e qui anche nelle vesti di produttore. Forse l’unica nota positiva del film ma anche la dimostrazione che un attore da solo, seppur bravo, famoso e carismatico, non possa sollevare più di tanto il livello di un film tanto pessimo. Il fatto che abbia speso soldi su questo progetto dimostra quanto ci tenga, ma il risultato è quello che è. Nei panni di sua moglie Mireille Enos, che si sta specializzando nel ruolo di lagnosa ed inutile Eva essendo stata anche a fianco di Josh Brolin in Gangster SquadRuoli minori per James Badge Dale, ex braccio destro di Guy Pearce-Killian in Iron Man 3 e per Pierfrancesco Favino.

Riassumendo: come film di zombie è scadente, come film d’azione è senza infamia e senza lode. Come film comico è ottimo!

Piccola considerazione personale. L’argomento “zombie” nell’ultimo periodo tira, non c’è niente da fare: film, serie televisive, videogiochi, fumetti (The Walking Dead è PRIMA una serie a fumetti), libri ecc… Questo è normale, ogni pugno di anni viene scovata dal mercato una vacca da mungere e si martella il pubblico solo con quel tipo di prodotto (ad esempio negli ultimi anni abbiamo avuto il filone “vampiri”). Quello che mi chiedo io (se vogliamo, ingenuamente) è: quando si verrà a creare un equilibrio tra distributori e pubblico per cui l’offerta possa essere varia e qualitativamente accettabile senza una saturazione di un particolare tema?

Lista (personale) dei migliori film della storia del cinema.

Il titolo dice tutto.

Elenco nato dalla chiacchierata (ragionata) tra due amici cinefili; 70 film scelti in comune accordo + ulteriori 30 consigli a testa.

N.B. NON è una classifica, e ovviamente non significa che i film scelti da uno facciano schifo all’altro, o che i film non presenti qui sotto facciano schifo a entrambi. Sì, lo sappiamo, ne sono rimasti fuori almeno altrettanti rispetto a quelli che abbiamo inserito.

A voi successivi commenti.

ELENCO GENERALE:

2001: odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968)

8 e ½ di Federico Fellini (1963)

Amadeus di Milos Forman (1984)

American Beauty di Sam Mendes (1999)

Apocalypse Now di Francis Ford Coppola (1979)

Arancia meccanica di Stanley Kubrick (1971)

Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino (2009)

Blade Runner di Ridley Scott (1982)

Bowling a Columbine di Michael Moore (2002)

Il braccio violento della legge di William Friedkin (1971)

Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone (1966)

Il cacciatore di Michael Cimino (1978)

Casablanca di Michael Curtiz (1942)

Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan (2008)

C’era una volta il West di Sergio Leone (1968)

C’era una volta in America di Sergio Leone (1984)

Collateral di Michael Mann (2004)

La cosa di John Carpenter (1982)

La dolce vita di Federico Fellini (1960)

La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock (1958)

Drive di Nicolas Winding Refn (2011)

Easy rider di Dennis Hopper (1969)

Effetto notte di François Truffaut (1973)

L’esorcista di William Friedkin (1973)

Fanny e Alexander di Ingmar Bergman (1982)

Fantasia di registi vari (1940)

Fight Club di David Fincher (1999)

Forrest Gump di Robert Zemeckis (1994)

Frankenstein Junior di Mel Brooks (1974)

Full Metal Jacket di Stanley Kubrick (1987)

Il grande dittatore di Charlie Chaplin (1940)

Il grande Lebowski di Joel e Ethan Coen (1998)

Guerre stellari di George Lucas (1977)

Heat – La sfida di Michael Mann (1995)

Inception di Christopher Nolan (2010)

Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock (1959)

Jurassic Park di Steven Spielberg (1993)

Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (1948)

Il mago di Oz di Victor Fleming (1939)

Manhattan di Woody Allen (1979)

Metropolis di Fritz Lang (1927)

Monty Python – Il senso della vita di Terry Gilliam e Terry Jones (1983)

La mosca di David Cronenberg (1986)

Mystic River di Clint Eastwood (2003)

Il padrino di Francis Ford Coppola (1972)

Il padrino – Parte II di Francis Ford Coppola (1974)

Il petroliere di Paul Thomas Anderson (2007)

I protagonisti di Robert Altman (1992)

Psyco di Alfred Hitchcok (1960)

Pulp fiction di Quentin Tarantino (1994)

Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman (1975)

Quarto potere di Orson Welles (1941)

Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese (1990)

Roma città aperta di Roberto Rossellini (1945)

Schindler’s List di Steven Spielberg (1993)

Sentieri selvaggi di John Ford (1956)

I sette samurai di Akira Kurosawa (1954)

Il settimo sigillo di Ingmar Bergman (1957)

Shining di Stanley Kubrick (1980)

Il signore degli anelli di Peter Jackson (2001 – 2002 – 2003)

Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme (1991)

I soliti sospetti di Bryan Singer (1998)

La sottile linea rossa di Terrence Malick (1998)

Taxi Driver di Martin Scorsese (1976)

Tempi moderni di Charlie Chaplin (1936)

Toro scatenato di Martin Scorsese (1980)

The Truman Show di Peter Weir (1998)

Velluto blu di David Lynch (1986)

La vita è meravigliosa di Frank Capra (1946)

WALL•E di Andrew Stanton (2008)

I CONSIGLI DI MARCO:

Aliens di James Cameron (1986). Cameron inserisce tutto quello Scott aveva lasciato nel cassetto. Meno elegante ma più efficace in spettacolarità e ritmo.

L’avventura di Michelangelo Antonioni (1960). Tutte le contraddizioni dell’amore (in primis), dell’amicizia e della morale in un esercizio di stile intramontabile.

Boogie nights – L’altra Hollywood di Paul Thomas Anderson (1997). Solitudine e fallimento del singolo nel miglior film corale del cinema moderno.Grandiosa la composizione dello spazio e i movimenti di macchina.

Chinatown di Roman Polanski (1974). Un labirinto narrativo con pochi precedenti al servizio di una regia formalmente impeccabile.

Essere John Malkovich di Spike Jonze (1999). La creazione più ispirata, divertente, intelligente e crudele sull’identità in cui non mancano le stoccate ad un generale appiattimento culturale.

Fa’ la cosa giusta di Spike Lee (1989). La più ispirata messinscena antirazzista del cinema moderno. Niente demagogia, nessuna risposta facile.

Il fascino discreto della borghesia di Luis Bunuel (1972). Il miglior manifesto del surrealismo cinematografico in cui i sogni (o incubi) diventano una brutale realtà all’interno della classe borghese.

La fiamma del peccato di Billy Wilder (1944). Stilisticamente incredibile, il miglior noir di sempre.

Fronte del porto di Elia Kazan (1954). L’impatto del film in sé è potente, quasi monumentale, ma ciò che davvero rende unica la pellicola è Marlon Brando “nell’interpretazione anno 0” del cinema hollywoodiano.

Il grande sonno di Howard Hawks (1946). Thriller-noir vecchio stampo con una sceneggiatura che non ammette un solo errore che sia di suspance o continuità.

Grizzly Man di Werner Herzog (2005). Una delle più belle visioni sulla natura, sulla sua (non-)forma che si esaurisce in una sorta di dicotomia uomo-natura.

Halloween – La notte delle streghe di John Carpenter (1978). Con questo film Carpenter ha creato per dinamiche, regia e composizione un genere, lo slasher, ed il suo punto più alto.

Holy motors di Leos Carax (2012). La condizione attuale del cinema (e dello spettatore) come non vi è mai stata raccontata.

Matrix di Andy Wachowski e Lana Wachowski (1999). Il più bel mix visionario di tecnologia, filosofia e azione pura.

Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah (1969). Il western (o forse il film) che meglio eleva la violenza e la brutalità ad arte.

La notte dei morti viventi di George A. Romero (1968). Se oggi, tra serie tv, film e libri, c’è una zombie-mania dilagante, un po’ di merito (facciamo tanto) va dato a George e a questo suo primo lungometraggio.

Le onde del destino di Lars Von Trier (1996). Estremo,eccessivo,assoluto ed esteticamente superlativo: questo è l’amore secondo Lars. L’uso di una macchina a mano non è mai stato così funzionale nella storia del cinema.

Paris, Texas di Wim Wenders (1984). Road-movie di redenzione con grande forza espressiva, in cui immagini e suoni trovano un connubio unico e difficilmente imitabile.

La parola ai giurati di Sidney Lumet (1957). Una sceneggiatura così perfetta e meccanica che funzionerebbe anche tra cent’anni, tutto viene creato e distrutto a parole.

I predatori dell’arca perduta di Steven Spielberg (1981). Il film d’avventura che per ritmo, divertimento e livello artistico tutti vorrebbero aver girato.

Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera di Kim Ki-duk (2003). Un susseguirsi di magnifici quadri. Un continuo piacere per gli occhi e per la mente che induce alla meditazione

Ran di Akira Kurosawa (1985). Una messinscena che tende al perfezionismo ed al risalto dell’estetica per un concentrato di grandiosità e epicità senza precedenti.

Rapina a mano armata di Stanley Kubrick (1956). Conoscete Quentin giusto? Probabilmente senza questo film sarebbe ancora un commesso in videoteca a cercare l’ispirazione.

Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg (1998). Mostra le dinamiche di guerra come pochi altri film e soprattutto da un’altra prospettiva.

Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry (2004). L’amore letto e raccontato attraverso i sogni e la mente. È sicuramente cervellotico, ma anche toccante ed innovativo.

Sideways – In viaggio con Jack di Alexander Payne (2004). I sapori della vita e dell’America in un film di rara intelligenza e leggerezza.

Solaris di Andrei Tarkovsky (1972). La condizione umana (dall’esistenzialismo alla necessità e voglia di sapere) vista attraverso lo schema della fantascienza.

Stalker di Andrei Tarkovsky (1979). Una straordinaria costruzione sci-fi sul pensiero, la ricerca e la voglia di conoscenza.

L’ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich (1971). Un grandioso omaggio all’America e soprattutto ai suoi film che si conclude con un’indimenticabile sentenza malinconica e nostalgica.

Underground di Emir Kusturica (1995). Tra allegoria e realtà, la black-comedy (europea) moderna per eccellenza.

I CONSIGLI DI MATTIA:

Angeli con la pistola di Frank Capra (1961). C’è una mela, ma non è Biancaneve. C’è una mendicante, ma non è La piccola fiammiferaia. C’è la coppia Ford-Davis con Capra in regia, ed è una gran bella favola.

A qualcuno piace caldo di Billy Wilder (1959). Magistrale uso del bianco e nero, tre attori bene in parte e una cascata di battute. Marilyn canta I wanna be loved by you, cosa volete di più?

The Blues Brothers di John Landis (1980). LA commedia musicale. Una vera miniera di citazioni, canzoni fantastiche e risate assicurate. Uno dei film che più meritatamente possono fregiarsi della definizione “cult”.

Butch Cassidy di George Roy Hill (1969). Redford-Newman sorretti da una sceneggiatura solida come il Grand Canyon e accompagnati da musiche immortali. Una vena malinconica di fondo è la scintilla che lo rende memorabile.

La corazzata Potëmkin di Sergej Ejzenštejn (1925). L’amore per una nazione e per un popolo. Come utilizzare l’arte per esaltare valori collettivi fondamentali.

Fahrenheit 9/11 di Michael Moore (2004). Quando il cinema, il giornalismo e il documentario si incontrano. Partendo da uno degli avvenimenti più tragici dell’Occidente moderno per tentare di scavare nei rapporti tra le parti del conflitto.

Fargo di Joel e Ethan Coen (1996). L’occhio cinico dei Coen si posa sulla classe media americana del freddo Minnesota. Una sceneggiatura precisa come un orologio orchestra un caos di personaggi e situazioni.

Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene (1920). L’apice del cinema espressionista è un dono di Wiene ai posteri. Il nonno del thriller psicologico.

Gran Torino di Clint Eastwood (2008). Due mondi lontanissimi si incontrano e cambiano, smussando i loro estremismi. Minimo comune denominatore un’automobile.

Hero di Zhang Yimou (2002). Il wuxiapian nel nuovo millennio. Potenza visiva e scenografica, un uso del colore da maestri di pittura.

Hotel Rwanda di Terry George (2004). Il cinema che parla di una tragedia enorme, considerata di serie B dalla storia.

Le iene di Quentin Tarantino (1992). Un film realizzato da un uomo che ama il cinema. Riferimenti a stili e culture cinematografiche differenti, dialoghi entrati nella storia e una sceneggiatura tanto semplice quanto efficace. Ah già, il cast rasenta la perfezione.

L’infernale Quinlan di Orson Welles (1958). Due sbirri agli antipodi e sullo sfondo il torrido confine tra Stati Uniti e Messico. Welles e Heston magistrali, grandi atmosfere e ottima sceneggiatura.

Inside Man di Spike Lee (2006). Le menti del ladro e della guardia che giocano a scacchi. Ottimi ritmo e sceneggiatura, per una delle sorprese degli anni duemila.

Into the wild – Nelle terre selvagge di Sean Penn (2007). Quando una fuga non è fatta per codardia. Il senso di appartenenza a qualcosa e la ricerca di chi si è veramente per un road movie atipico e molto introspettivo.

Kill Bill di Quentin Tarantino (2003 – 2004). La vendetta secondo QT. Tanta azione e sangue nel primo quanto sottigliezza psicologica  e filosofia nel secondo. Un’opera teatrale in punta di katana.

M*A*S*H di Robert Altman (1970). La guerra sotto l’occhio anarchico di Altman. Irriverenza e antiretoricità. Un ritmo pimpante per una farsa ottimamente realizzata.

Memento di Christopher Nolan (2000). Da inserire nei manuali di montaggio al capitolo “Si fa così”. Come far immedesimare lo spettatore nel protagonista e renderlo attivo partecipe del film.

Million Dollar Baby di Clint Eastwood (2004). Un sogno fragile come il cristallo retto dalla determinazione di chi lo vuole realizzare.

Il monello di Charlie Chaplin (1921). La ricchezza non è costituita semplicemente dai soldi, ma risiede nella nostra capacità di aiutare il prossimo. Uno dei film più toccanti della storia del cinema, con scene esilaranti e momenti commoventi.

Oldboy di Park Chan-wook (2003). Amore, vendetta e solitudine. La privazione della libertà di un uomo come mezzo di redenzione ed espiazione delle proprie colpe.

Ombre rosse di John Ford (1939). Uno dei grandi padri del western gira un film che segna il passaggio da pellicole idealistiche al realismo basato su personaggi crudi e archetipici.

Il pianista di Roman Polanski (2002). Un uomo contro un regime. La passione per la musica come ancora di salvezza.

La regina d’Africa di John Huston (1951). Un battello scassato come metafora dell’invettiva e della passione che superano gli ostacoli, realizzando imprese eccezionali e insperabili.

Ritorno al futuro di Robert Zemeckis (1985). Commedia + viaggi nel tempo + personaggi carismatici = un film divertente e adatto a tutti. Frizzante e innovativo.

Seven di David Fincher (1995). I peccati capitali al giorno d’oggi. Il thriller si serve della religione per purgare la società moderna.

Shutter Island di Martin Scorsese (2010). Realtà e apparenze, malattia e salute, passato e presente. Il tutto su un’isola tanto reale quanto metafisica.

Gli spietati di Clint Eastwood (1992). Il crepuscolo del western. Eastwood canta la buonanotte a uno dei generi che ha costituito per decenni la spina dorsale della settima arte a stelle e strisce.

Train de vie – Un treno per vivere di Radu Mihăileanu (1998). La Shoah rappresentata con un eccellente equilibrio tra dramma e ironia. Umorismo yiddish e profonde riflessioni sulla religione e i legami tra individui.

Gli uccelli di Alfred Hitchcock (1963). Tensione a mille in quel di Bodega Bay per un capolavoro che si presta a molteplici interpretazioni (Natura? Sociologia? Religione? Progresso umano?).

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Sequel

Ovvero i “Capitoli 2”. Ma anche 3, 4, 5…

In generale non penso che i sequel vadano disprezzati a prescindere, anzi, possono aggiungere elementi che nei capitoli originari non erano presenti e che li migliorino o creare un brand vincente dal lato del mercato. Il problema è quando il loro unico scopo manifesto è quello di sbancare il jackpot, spremendo quella che è la gallina dalle uova d’oro di turno. In questo caso non abbiamo pellicole che diano un quid in più, ma esse si limitano a portare gli spettatori al cinema confidando nella loro intraprendenza, di solito paragonabile a quella delle vacche al pascolo. Il “fidarsi” del nome da parte del grande pubblico è infatti uno dei motivi principali per cui fioriscono sequel non all’altezza dei propri predecessori.

Ma vediamo le principali categorie dei seguiti.

Al Pacino ne “Il padrino – Parte II”

Partiamo dai migliori: in alcuni (rari) casi abbiamo pellicole eccellenti seguite da film altrettanto ottimi. L’esempio più evidente di questo concetto è Il padrino – Parte II. A differenza del terzo episodio, realizzato da Coppola solo per ripagare i debiti di Un sogno lungo un giorno, qui abbiamo un film straordinario, con ottime componenti (attori, regia, sceneggiatura, musiche) e con aggiunte di personaggi, dinamiche familiari e sottotrame che danno al film un senso di esistere e che lo rendono uno dei capolavori della storia del cinema, tanto quanto il predecessore. Dando per scontato che tutti i lungometraggi di questo mondo abbiano come scopo guadagnare soldi, visto che gli addetti ai lavori non si accontentano di riconoscenti e calorose pacche sulle spalle, è comunque importante mantenere una certa dignità e realizzare prodotti artistici i migliori possibili. In questo caso Il padrino – Parte II è un ottimo esempio.

Robert Downey Jr. e Jude Law (di spalle) in “Sherlock Holmes – Gioco di ombre”

Poi vi sono serie che già dal secondo capitolo ricalcano pari pari il primo film. Esempi possono essere Sherlock Holmes – Gioco di ombre di Guy Ritchie e il SECONDO Una notte da leoni. Non mi piace particolarmente questa categoria di sequel perché anche nel caso di un buon primo capitolo, non si dovrebbe far pagare agli spettatori un ulteriore biglietto per un film quasi uguale (va bene dai, diciamo “molto molto simile”). L’effetto “già visto” in alcuni di questi casi è troppo palese, e il risultato è di non attirare nuovo pubblico in sala e fossilizzare quello che già ti era affezionato, rischiando di stancarlo e di perderne una parte.

Ma la mia categoria di seguiti preferita in assoluto (e sono ovviamente ironico) è quella in cui la saga scade in maniera vergognosa, diventando una palese macchina da soldi e continuando a ripetere la sua tiritera all’infinito. Due casi su tutti sono il TERZO Una notte da leoni ma soprattutto Pirati dei Caraibi. Se per Una notte da leoni 3 mi sono già espresso, sul franchise di Jerry Bruckheimer ci sarebbe da parlare per ore. Sintetizzando possiamo dire che il primo episodio, La maledizione della prima luna era un film frizzante e divertente, e quando alla Disney si sono accorti del suo grande (e inaspettato, era pur sempre basato su una giostra) successo hanno deciso di tirare fuori due inutili sequel.

Probabilmente la prossima ciurma di Jack Sparrow sarà questa.

Inizialmente. Perché poi nonostante il personaggio di Sparrow sia stato elevato ad un grado di protagonista che inizialmente non aveva (vedere alla voce “Sindrome di Fonzie”) e nonostante qualitativamente i due successivi capitoli fossero a dir poco mediocri, alla casa madre di Topolino hanno deciso di partorire un quarto aborto e di iniziare la pre-produzione di un quinto. Non vedo l’ora.

Giudizio finale? Come tutte le cose i seguiti dovrebbero avere un loro “senso” artistico, che non coincida per forza con un prelievo nelle tasche del pubblico. Con lo scarseggiare del cash Hollywood si rifugia spesso, giustamente o meno, nell’usato sicuro, cioè nello sfornare prodotti che abbiano più affidabilità per quanto riguarda il ritorno economico, avendo avuto i predecessori successo commerciale. Il problema di questa strategia è che a lungo andare i più penalizzati saranno soprattutto gli spettatori, che riceveranno un’offerta sempre minore sia dal punto di vista qualitativo (perché fare un buon film su I pirati dei Caraibi? Tanto lo andranno a vedere lo stesso anche se fa schifo) sia quantitativo (perché fare un buon film? Tanto andrebbero a vedere Pirati dei Caraibi anche se uscisse il nono episodio).

E questo è male.

L’uomo d’acciaio

È un uccello? È un aereo? No, è una recensione!

TRAMA: Scampato alla distruzione di Krypton, suo pianeta natale, un bambino cresce sulla Terra adottato da una coppia di agricoltori.
Scoperti i suoi straordinari poteri e divenuto adulto, dovrà affrontare un vecchio nemico di suo padre.

RECENSIONE: Riassumendo:
– Basato su Superman, personaggio della DC Comics (mamma anche di Batman, Flash, Wonder Woman e altri tizi improbabili con le tutine attillate) nato dalla penna di Jerry Siegel e Joe Shuster nel 1932.
– Diretto da Zack Snyder (suoi il tanto divertente quanto ignorante 300, il prolisso Watchmen e il “figa e legnate” Sucker Punch).
– Sceneggiatura dello stesso Snyder con David S. Goyer, scrittore di tutti i Blade e di Batman Begins.
– Produce Christopher “Ho-resuscitato-Batman-dopo-quell’aborto-di-Batman & Robinerigetemi-una-statua” Nolan, autore anche del soggetto insieme al già citato Goyer.

Bene, usando un lessico ricercato e pregno di contenuti tecnici, questo film è una delle più colossali boiate che occhio umano possa incrociare. Una pellicola realizzata veramente male sotto molti aspetti, alcuni dei quali addirittura elementari, che affoga le pochissime cose buone in un mare di ridicolo involontario e scempiaggini tecniche.

Partiamo dalla regia. Snyder evidentemente ha perso il suo tocco dopo il trasferimento al Galatasaray, perché ciò che si salvava (almeno esteticamente) nelle sue opere prima citate qui non si trova, con scelte di ripresa senza un senso compiuto e con sequenze da far impallidire un viso pallido.
La parte iniziale ambientata su Krypton è in particolare uno dei segmenti narrativi più campati per aria che potessero mostrare, e come se non bastasse è impreziosita da riprese che paiono realizzate con una fastidiosa ed inutile telecamera a mano. Probabilmente stava per arrivare sul set un tirannosauro, perché l’effetto traballante si nota molto, e ciò è dannoso per il film, facendolo scadere nel ridicolo già dopo i primi minuti.

Dato che chi ben comincia è a metà dell’opera Hack-a-Zack continua a deliziare il pubblico con flashback sparati contro lo spettatore completamente (e sottolineo COMPLETAMENTE) a caso, anch’essi senza un senso logico e tra l’altro non cronologici.
La regola numero 1 del cinema stabilisce che tu possa mostrare tutto ciò che vuoi, a patto però che ciò che mostri abbia un minimo di senso compiuto. E ne L’uomo d’acciaio sono dolori.
Non si salvano neppure le scene di combattimento, che di solito forniscono il salvagente-paperella anche al peggior film immaginabile, perché qui sono di una lunghezza esagerata e sfiancante, essenzialmente costituite da scazzottate più o meno elaborate e con, dulcis in fundo, una ripetitività che sfiora il replay.

In questo lago di letame il peggio del peggio è lo stupro anale che viene perpetrato da questi criminali della settima arte nei confronti di uno degli avvenimenti più importanti per la formazione del giovane Superman.
Per non fare spoiler non posso dire di cosa si tratti nello specifico e in che modo viene consumato il delitto artistico, ma penso che anche impegnandosi non avrebbero potuto renderla così tanto insensata e ridicola.

La scena sembra un incrocio tra Il mago di OzThe Day After Tomorrow.

Pensate di aver capito quanto questa cosa faccia schifo? Non ci siete neanche vicini.

In un obbrobrio del genere, sugli attori non c’è da dire molto.
Henry Cavill è un Superman diverso da quello interpretato da Christopher Reeve (1978, 1980, 1983, 1987), più tormentato e riflessivo. Esteticamente è bene nella parte, ma questa ciofeca se la gioca con il raccapricciante Superman Returns del 2006, per cui il rischio che si BrandonRouthizzi è alto.
La coppia dei padri Russell Crowe – Kevin Costner è penalizzata tantissimo dalla scarsa qualità del film, che non riescono a sollevare ma anzi sono vettori di ulteriore affossamento.
Michael Shannon non è il Terence Stamp di Superman II (ma proprio no, qui sembra un incrocio tra Roberto D’Agostino e Pippo Pancaro) e alla fine della fiera il suo Zod risulta piuttosto anonimo. Probabilmente per dare un giudizio più affidabile avremmo dovuto vederli in un film almeno sufficiente.

Paragrafo Lois Lane: opinione personale, ma a me come personaggio non è mai piaciuto.
L’ho sempre vista come una che teoricamente dovrebbe essere forte, determinata e indipendente ma che in pratica è l’enorme stereotipo della donzella da salvare, perennemente in pericolo senza l’intervento risolutivo dell’alieno con la S sul torace.
Ad interpretarla c’è Amy Adams, statunitense cresciuta a baccalà e polenta, gran brava attrice e gran bella donna che paga però il fatto di non azzeccarci nulla con il personaggio.
La penalizza inoltre la scelta del film di mostrare in maniera esagerata quanto Lois sia cazzuta: tra le altre cose dialoghi sopra le righe con un colonnello, scotch buttati giù a goccia e intraprendenza che sfiora l’autodistruzione contribuiscono a fare di lei non la protagonista femminile, ma una irritante e inverosimile macchietta.

In tre parole? Un film inguardabile.

CURIOSITÀ:

Per Amy Adams questo non è il primo incontro con Superman: nel 2001 infatti comparve nel settimo episodio della prima stagione di Smallville, serie tv che racconta l’adolescenza di Clark Kent.

E in confronto a questo film pure Dawson’s Creek con i superpoteri ha il suo perché.

Into Darkness – Star Trek

Teletrasporto, signor Abrams.

TRAMA: Un abilissimo terrorista fa cadere la Terra nel caos, minacciando la stessa flotta galattica.
Toccherà al capitano Kirk e al suo equipaggio tentare di fermarlo.

RECENSIONE: Into Darkness è il seguito di Star Trek del 2009, reboot della celebre saga a base di viaggi spaziali, teletrasporti e prese mortali vulcaniane, sempre diretto da J. J. Abrams, la mente dietro a Lost, Cloverfield, Fringe, Super 8 e cose così.
Il direttore del Daily Bugle dirige con mano ferma, dando allo spettatore sia scene spettacolari ben realizzate che in un film fantascientifico non possono mancare, sia molte riprese in interni a base di primi piani e campi più stretti, anch’esse ben gestite e funzionali al film.

La sceneggiatura è di Alex Kurtzman e Roberto Orci, che se non lavorano con gli idioti Michael “Transformers” Bay e Jon “Iron Man” Favreau (il suo Cowboys & Aliens ha raggiunto una nuova frontiera dell’orrido) dimostrano anche di saper fare il loro mestiere, cosa da non dare mai per scontata in campo cinematografico. Accanto a loro in cabina di scrittura Damon Lindelof, autore della sceneggiatura di Prometheus, una delle più grosse cagate che occhio umano possa contemplare. Nonostante le premesse non siano delle più incoraggianti il film scorre bene e le pecche di questo reboot/remake non sono troppo rilevanti.

Nel film le vicende ruotano attorno all’equipaggio di un’astronave, quindi il cast ha ovviamente grande importanza. Chris Pine (potremmo ricordarlo per alcune commedie romantiche scadenti, ma anche no) come Rubacuori Kirk è bene nella parte, dando al suo personaggio riferimenti a William Shatner ma mantenendo anche una giovanile e naturale irruenza. L’ex Sylar di Heroes Zachary Quinto veste i panni e le puntute orecchie di Spock, personaggio ormai iconico e conosciuto anche agli estremi confini della galassia. Leonard Nimoy nell’immaginario collettivo sarà inarrivabile, ma anche Quinto non sfigura con il sottile equilibrio che mostra tra l’aspetto umano emozionale e la neutra logica vulcaniana. Molto divertente l’apporto dato dal neozelandese Karl Urban (ex Eomer de Il Signore degli Anelli) e dal britannico Simon Pegg (fantastiche le parodie L’alba dei morti dementi Hot Fuzz) come McCoy e Scott. Benedict Cumberbatch (still a better Sherlock Holmes than Robert Downey Jr.) come villain è azzeccato, e all’interno di un contesto molto spesso ironico spicca per la sua glaciale serietà. Buona dose di carisma e cattivo come è giusto che sia.

Per quanto riguarda l’altra metà del cielo questo film si ricongiunge spiritualmente alla serie tv originaria (1966-1969) con la presenza di donzelle inutilmente fighe: qui abbiamo la bruna Zoe Saldana (ex Pocahontas in Avatar di JC, il pazzoide esaltato) e la bionda e generosa Alice Eve, che è stata in Men in Black 3 ma glielo perdoniamo. Qualche scena in intimo buttata completamente a caso ci fa ricordare i bei tempi andati in cui ogni scusa era buona per far limonare Shatner con un personaggio secondario femminile, ovviamente inutile ai fini della trama della puntata relativa.

In generale un film di buona fattura. L’ironia regna sovrana facendo passare velocemente i 130 minuti di pellicola, il 3D è ben realizzato e non ha come unico scopo far lievitare il prezzo del biglietto e vengono fatti tantissimi riferimenti alla serie originale, cosa che non guasta.

Lunga vita e prosperità.

The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore

I fantastici libri volanti del signor Maurizio Menopiù. Sì, in italiano non avrebbe reso…

TRAMA: Dopo un uragano che ha spazzato via casa sua Mr. Morris si ritrova in una terra dove i libri sono senzienti.

RECENSIONE: Cortometraggio animato, vincitore dell’Oscar 2012 per la categoria. Prodotto dalla Moonbot Studios (niente Dreamworks o Pixar?) questo corto di 15 minuti costituisce una piccola e divertente ode ai libri, valorizzando l’importanza che essi hanno per la cultura e l’amore per la lettura in generale.

Considerare i libri, le pagine e le stesse lettere stampate come oggetti fisici con una massa e un volume è dal punto di vista visivo una buona idea, che riesce a creare situazioni piacevoli per l’occhio mantenendo una poesia di fondo. Il tono sostanzialmente comico, con rimandi allo slapstick e alla commedia degli albori degli anni ’20 riesce a mantenere il ritmo veloce e snello, facendo abituare allo stesso tempo lo spettatore alla dimensione leggera del corto stesso. La presenza inoltre di velati rimandi ad altri film costituisce una chicca per appassionati.

Esteticamente ottimo uso del bianco e nero e grande fisicità data ai corpi; ciò aumenta i contrasti e calca ancora di più la mano sul lato più poetico e “spirituale” del cortometraggio, che risulta così uno dei migliori degli ultimi 4-5 anni.

Qui il link YouTube http://www.youtube.com/watch?v=NxrYDaj0dbs

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