L'amichevole cinefilo di quartiere

Fast & Furious 6

Fica & Motori 6

TRAMA: L’agente Hobbs ha bisogno dell’intervento di Toretto e la sua banda di automobilisti per fermare un pericoloso ex militare e la sua organizzazione criminale.

RECENSIONE: Ennesimo capitolo della fortunata saga basata su auto veloci, ragazze fighe e infiniti cambi di marcia, nata nel 2001 e arrivata ormai al sesto capitolo. Così come gli episodi numero 4 e 5 di questa epopea che sprizza americanità da tutti gli sfinteri, anche questo atto si svolge cronologicamente prima della terza pellicola: mi riferisco all’immondo The Fast & the Furious : Tokyo Drift del 2006, un film orrendo anche considerati gli standard della serie, il che è tutto dire.

In questa pellicola la regia è di Justin Lin, che ha ripreso in mano il brand dal suddetto raccapricciante terzo capitolo in poi guadagnando carriole di soldi con l’onore e la dignità di chi esce di notte per svaligiare orfanotrofi.
La macchina da presa punta dichiaratamente più sulle auto che sui personaggi, che vivono in funzione di esse; un grande apporto alla spettacolarizzazione delle scene di inseguimento è dato dalla musica di Lucas Vidal e dal montaggio, entrambi frenetici come nei basilari standard delle adrenaliniche pellicole d’azione. Il pregio è che lo spettatore si immedesima nella corsa (che in pratica è l’unica cosa che la regia deve fare in film come questi), il difetto è che non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

La sceneggiatura (se proprio vogliamo chiamarla così, in un impeto di generosità) è opera di Chris Morgan, il cui lavoro di scrittura per una pellicola come questa è importante come sapere il numero di scarpe del prefetto di Vientiane. Una perla dello script è data dai dialoghi, la maggior parte dei quali senza un senso logico ma usati solo per far capire chi è il maschio alfa in mezzo ai tanti galletti.
Sempre per la serie “parole, parole, parole” abbiamo delle donne che non hanno problemi a mandare i rispettivi mariti/partner a morire o a cercare le ex fidanzate, anzi li incitano a farlo, dimostrando reazioni umane non solo inesistenti in natura ma anche da totali imbecilli.

Anche qui protagonista è il granitico Vin Diesel (non male nel divertente Prova a incastrarmi di Sidney Lumet del 2006, peccato che non l’abbia visto quasi nessuno), che ha fatto fortuna grazie a Dominic Toretto e al Riddick delle omonime cronache, il quale tornerà presto al cinema con un nuovo episodio.
Accanto a lui come al solito Paul Walker, ancora nei panni di Brian O’Conner, l’unico irlandese che sullo schermo non viene raffigurato come un fulvo ubriacone e il cui bel faccino fornisce un pretesto per portare le proprie morose al cinema.

Completano il quadretto un gruppo di pittoreschi figuri che ritengono ingenuamente di lavorare nel cinema, beata ignoranza, ma che in pratica danno fisico e volto alla solita Banda Bassotti delle 4 ruote, formata da stereotipi viventi come “l’informatico”, “l’asiatico”, “il nero comico” e alcune donzelle molto molto gnocche (complimenti alle mamme) ma anche molto molto inutili ai fini della trama.

Dulcis in fundo torna l’ex wrestler Dwayne “The Rock” Johnson, uno che non riuscirò mai a definire “attore” senza che mi venga un colpo apoplettico e che presta il suo quintale abbondante di muscoli alla causa: strano a dirsi ma doppiato da Luca Ward diventa quasi passabile.

Lo scialbo cattivo di turno è l’ex Aramis del mediocre I tre moschettieri del 2011 Luke Evans, che si nota più per il fatto di essere un attore gay nella annuale Sagra del Testosterone che per le sue abilità recitative.

State tranquilli però: quest’ultimo fattore non indica assolutamente una maturazione della saga, che rimane stupida e infantile come nei precedenti capitoli, aggiungendo solo della fintissima e risibile introspezione psicologica che porta verso il nulla.
Ci si limita semplicemente a riprendere l’effetto-gruppo che tanti soldi ha dato ad altri titoli e applicarlo nel modo più casinista e ignorante possibile, con il solito corollario di leggi della fisica infrante o non contemplate (avete presente, no? Gravità, attrito, principi della termodinamica, robe così…) con un realismo simile a quello che si può trovare in una commedia slapstick.

Se si aggiunge che tutti i problemi del film (e dico TUTTI, anche quelli minimi) vengono risolti a scazzottate, il risultato è una versione intrisa di steroidi dei film della coppia Bud Spencer-Terence Hill, divertenti negli anni ’70 ma ormai ingenui e superati.

In definitiva non è importante “cosa” succede sullo schermo, ma che il nostro eroico Mastro Lindo salvi baracca e burattini, ricordandosi solo di non dire “yippee ki yay motherfucker” perché tale motto appartiene a un altro duro del cinema con uno scarso apporto tricotico. S

otto la supervisione del capo stuntman Wile E. Coyote i 130 minuti passano in maniera spedita e senza troppi affanni e, tra un’esplosione di qua  un’esagerazione ai limiti del ridicolo di là, Fast & Furious 6 risulta un film caldamente consigliato agli amanti dei motori.

Non a quelli del cinema.

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