L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per Mag, 2013

Best

bestMaradona good.
Pelé better.
George Best.

TRAMA: Ascesa e caduta di George Best, stella del calcio mondiale a cavallo degli anni ’60 e ’70.
A fenomenali giocate sul campo abbinava seri problemi di dipendenza dall’alcool e una personalità autodistruttiva.

RECENSIONE: Diretto e sceneggiato da Mary McGuckian, questo film è un buon biopic su un campione del pallone bruciatosi presto a causa dei suoi demoni personali, e inserito nella triste cerchia che ha annoverato nel corso dei decenni grandi calciatori come Garrincha, Gascoigne, Socrates e Maradona.

La pellicola segue la sua parabola umana e calcistica, unendo questi due aspetti e mostrandone l’avanzamento in parallelo.

Per quanto riguarda l’ambito prettamente sportivo del Pallone d’Oro del 1968, Best mostra alcune tappe fondamentali della sua carriera calcistica, come la finale della Coppa dei Campioni 1967-68 vinta da protagonista contro il Benfica di Eusebio, le giocate di classe da giovanissimo e il record di 6 goal segnati in un’unica partita (nella stagione 1969-70 contro il Northampton).
Oltre ad una panoramica sul Best calciatore viene evidenziato il lato personale ed umano del George uomo, evidenziando ad esempio il sempre più difficile rapporto coi compagni di squadra, i seri problemi causati dall’abuso di alcool e l’incapacità da parte di Best di trovare una dimensione di tranquillità interiore, lasciandosi andare molto spesso al gioco d’azzardo e a donnine allegre.

Buona interpretazione da parte del (all’epoca) trentanovenne John Lynch, che della pellicola ha curato anche la sceneggiatura.
Relativamente credibile sia nel periodo iniziale di vacche grasse sia una volta abbandonati gli scarpini chiodati, l’attore rende Best una creatura forte ma allo stesso tempo fragile a causa del già citato contrasto tra una dimensione sportiva semidivina e un lato umano in tempesta.
Viene resa bene inoltre la già citata doppiezza che caratterizzava il legame con il calcio del personaggio, che quasi è trasformato in due persone diverse in base all’indossare o meno la maglia dei Red Devils.

Buono anche il cast di contorno, forse non molto famoso da questa parte della Manica ma con attori ben inseriti nelle rispettive parti e funzionali al film; si notano in ruoli minori il celebre Stephen Fry e Roger Daltrey, leader degli Who.

Paragrafo per gli appassionati di calcio.
Ian Hart, ex professor Raptor in Harry Potter e la pietra filosofale, qui è nei panni del roccioso mediano Nobby Stiles; Ian Bannen interpreta sir Matt Busby, grande allenatore che ha tentato inutilmente di domare e consigliare la bizzosa ala destra quasi come fosse un suo secondo padre; Linus Roache, che ha dato volto a Thomas Wayne in Batman Begins è Denis Law, Pallone d’Oro nel 1964; Jerome Flynn è sir Bobby Charlton ex capitano di quello United e Pallone d’Oro nel 1966.

Best è uscito in Italia nel 2002 direttamente in VHS

X-Men le origini – Wolverine

Sono il migliore nei film che faccio. Ma i film che faccio non sono belli.

TRAMA: Spin-off sulle origini del mutante Wolverine, futuro membro degli X-Men.

RECENSIONE: Basato sul personaggio dei fumetti Marvel creato nel 1974 da Len Wein e Herb Trimpe.

Uscito nel 2009 con protagonista ancora Wolverine che interpreta Hugh Jackman che interpreta Wolverine, questo film è un’opera scontata e senza sostanza, che poteva avere alcuni spunti interessanti purtroppo affossati dall’eccessiva dose di azione, troppo presente a scapito di tutto il resto. Quello che funziona nei fumetti, ossia un protagonista rabbioso come un automobilista in coda e inarrestabile, perennemente impegnato in combattimenti furibondi, non funziona sullo schermo: il risultato è infatti una pellicola troppo ripetitiva, senza personalità e mancante di un’ossatura non solo non adamantina, ma neanche passabile.

La regia è di Gavin Hood, diventato relativamente famoso agli addetti ai lavori (non al grande e ignorante pubblico, ovviamente) per Il suo nome è Tsotsi, vincitore dell’Oscar come miglior film straniero nel 2006. Probabilmente il blockbuster fumettoso non è il suo pane, visto che già dai primi minuti decide di schiacciare il pedale sull’acceleratore e chi si è visto si è visto, senza “abituare” lo spettatore a ciò a cui sta assistendo. Le riprese sono molto (troppo) frenetiche, talvolta con scelte di angolazione non ben comprensibili, e la fotografia di Donald McAlpine non lo aiuta, risultando a volte troppo scura e a volte troppo satura in maniera repentina e quasi fastidiosa, facendo venire il sospetto che si sia guastato il contrasto della tv. Nonostante la regia non sia un granché, la vera kryptonite di questo film (pardon, sbagliato supereroe) è la sceneggiatura, o quello che qui viene erroneamente considerata tale. Opera di Skip Woods e del futuro sceneggiatore de Il Trono di Spade David Manioff, essa è praticamente inesistente e avrebbero potuto riassumerla in un corto da 10 minuti invece che in un lungometraggio da 100. Per chi ha esperienza nel settore, ricorda molto la modalità “Storia” dei videogiochi picchiaduro: il protagonista fa un combattimento, poi c’è un filmato o un breve intermezzo che lo porta ad avere un altro combattimento e via così ripetendo questi passaggi fino alla fine.

Non avendo uno script, anche le performance degli attori ne risentono. Jackman essendo fisicamente pompato e molto affine al personaggio porta a casa la proverbiale pagnotta, facendo quasi dimenticare allo spettatore di essere un attore che interpreta un ruolo (da qui la mia battuta alla prima riga), mentre sugli altri non c’è moltissimo da dire. Sabretooth è Liev Schreiber, che forse dovrebbe ritornare dietro la macchina da presa, cosa che ha fatto con successo con Ogni cosa è illuminata nel 2005 e che guadagna punti grazie al buon doppiaggio di Pino Insegno. Danny Huston, figlio di John e fratello di Anjelica, è un William Stryker piuttosto scialbo e peggiore rispetto all’interpretazione dello stesso personaggio resa da Brian Cox in X-Men 2. In piccoli ruoli di altri mutanti compaiono l’ex Merry de Il Signore degli Anelli (o l’ex Charlie di Lost, se preferite) Dominic Monaghan, il cantante Will. i. am e Ryan Reynolds, che dà volto a un Deadpool che non c’entra nulla o quasi con la sua versione a fumetti.

È veramente un peccato che un personaggio comunque molto carismatico abbia avuto un così debole film da protagonista. Nonostante questo buco nell’acqua nel 2013 ne uscirà un altro, Wolverine – L’immortale, ambientato in Giappone, che si spera possa strappare almeno la sufficienza.

Fast & Furious 6

Fica & Motori 6

TRAMA: L’agente Hobbs ha bisogno dell’intervento di Toretto e la sua banda di automobilisti per fermare un pericoloso ex militare e la sua organizzazione criminale.

RECENSIONE: Ennesimo capitolo della fortunata saga basata su auto veloci, ragazze fighe e infiniti cambi di marcia, nata nel 2001 e arrivata ormai al sesto capitolo. Così come gli episodi numero 4 e 5 di questa epopea che sprizza americanità da tutti gli sfinteri, anche questo atto si svolge cronologicamente prima della terza pellicola: mi riferisco all’immondo The Fast & the Furious : Tokyo Drift del 2006, un film orrendo anche considerati gli standard della serie, il che è tutto dire.

In questa pellicola la regia è di Justin Lin, che ha ripreso in mano il brand dal suddetto raccapricciante terzo capitolo in poi guadagnando carriole di soldi con l’onore e la dignità di chi esce di notte per svaligiare orfanotrofi.
La macchina da presa punta dichiaratamente più sulle auto che sui personaggi, che vivono in funzione di esse; un grande apporto alla spettacolarizzazione delle scene di inseguimento è dato dalla musica di Lucas Vidal e dal montaggio, entrambi frenetici come nei basilari standard delle adrenaliniche pellicole d’azione. Il pregio è che lo spettatore si immedesima nella corsa (che in pratica è l’unica cosa che la regia deve fare in film come questi), il difetto è che non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

La sceneggiatura (se proprio vogliamo chiamarla così, in un impeto di generosità) è opera di Chris Morgan, il cui lavoro di scrittura per una pellicola come questa è importante come sapere il numero di scarpe del prefetto di Vientiane. Una perla dello script è data dai dialoghi, la maggior parte dei quali senza un senso logico ma usati solo per far capire chi è il maschio alfa in mezzo ai tanti galletti.
Sempre per la serie “parole, parole, parole” abbiamo delle donne che non hanno problemi a mandare i rispettivi mariti/partner a morire o a cercare le ex fidanzate, anzi li incitano a farlo, dimostrando reazioni umane non solo inesistenti in natura ma anche da totali imbecilli.

Anche qui protagonista è il granitico Vin Diesel (non male nel divertente Prova a incastrarmi di Sidney Lumet del 2006, peccato che non l’abbia visto quasi nessuno), che ha fatto fortuna grazie a Dominic Toretto e al Riddick delle omonime cronache, il quale tornerà presto al cinema con un nuovo episodio.
Accanto a lui come al solito Paul Walker, ancora nei panni di Brian O’Conner, l’unico irlandese che sullo schermo non viene raffigurato come un fulvo ubriacone e il cui bel faccino fornisce un pretesto per portare le proprie morose al cinema.

Completano il quadretto un gruppo di pittoreschi figuri che ritengono ingenuamente di lavorare nel cinema, beata ignoranza, ma che in pratica danno fisico e volto alla solita Banda Bassotti delle 4 ruote, formata da stereotipi viventi come “l’informatico”, “l’asiatico”, “il nero comico” e alcune donzelle molto molto gnocche (complimenti alle mamme) ma anche molto molto inutili ai fini della trama.

Dulcis in fundo torna l’ex wrestler Dwayne “The Rock” Johnson, uno che non riuscirò mai a definire “attore” senza che mi venga un colpo apoplettico e che presta il suo quintale abbondante di muscoli alla causa: strano a dirsi ma doppiato da Luca Ward diventa quasi passabile.

Lo scialbo cattivo di turno è l’ex Aramis del mediocre I tre moschettieri del 2011 Luke Evans, che si nota più per il fatto di essere un attore gay nella annuale Sagra del Testosterone che per le sue abilità recitative.

State tranquilli però: quest’ultimo fattore non indica assolutamente una maturazione della saga, che rimane stupida e infantile come nei precedenti capitoli, aggiungendo solo della fintissima e risibile introspezione psicologica che porta verso il nulla.
Ci si limita semplicemente a riprendere l’effetto-gruppo che tanti soldi ha dato ad altri titoli e applicarlo nel modo più casinista e ignorante possibile, con il solito corollario di leggi della fisica infrante o non contemplate (avete presente, no? Gravità, attrito, principi della termodinamica, robe così…) con un realismo simile a quello che si può trovare in una commedia slapstick.

Se si aggiunge che tutti i problemi del film (e dico TUTTI, anche quelli minimi) vengono risolti a scazzottate, il risultato è una versione intrisa di steroidi dei film della coppia Bud Spencer-Terence Hill, divertenti negli anni ’70 ma ormai ingenui e superati.

In definitiva non è importante “cosa” succede sullo schermo, ma che il nostro eroico Mastro Lindo salvi baracca e burattini, ricordandosi solo di non dire “yippee ki yay motherfucker” perché tale motto appartiene a un altro duro del cinema con uno scarso apporto tricotico. S

otto la supervisione del capo stuntman Wile E. Coyote i 130 minuti passano in maniera spedita e senza troppi affanni e, tra un’esplosione di qua  un’esagerazione ai limiti del ridicolo di là, Fast & Furious 6 risulta un film caldamente consigliato agli amanti dei motori.

Non a quelli del cinema.

Il grande Gatsby

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TRAMA: 1922. Nick Carraway, un giovane del Midwest trasferitosi a Long Island, è affascinato dal misterioso passato e dallo stile di vita eccessivo del suo vicino di casa, il ricco Jay Gatsby. Entrerà a far parte del suo circolo e diverrà testimone di ossessioni e tragedie.

RECENSIONE: Tratto dall’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald del 1925, a cui è molto fedele, questo film è un imponente spettacolo visivo (budget di 104 milioni di dollari, per andare sul sicuro) che nonostante punti più agli occhi che alla testa e non sia di certo un capolavoro riesce a non dimenticarsi per strada l’ABC dell’arte cinematografica.

La regia e la sceneggiatura di questa ode alle bevande alcoliche sono dell’australiano Baz Luhrmann (Romeo + Juliet sempre con DiCaprio protagonista, il sopravvalutato Moulin Rouge, la palla Australia), che ridendo e trincando riesce ad essere, come già detto, molto fedele al libro, aiutato dal suo ridotto numero di pagine e dalla durata della pellicola (140 minuti circa).
Sostenuto dalla bravura degli attori il nostro prode riesce a mostrare allo spettatore lo spirito di Gatsby, personaggio eccezionale con debolezze tipiche della specie umana (e che solo gli abitanti di Vulcano possono evitare), rendendolo quindi un personaggio molto sfaccettato e complesso.

Nel cast ovviamente DiCaprio spicca su tutti. Lontani anni luce i tempi in cui dava vita al piattissimo Jack Dawson, ritrova Crocodile Dundee alla regia dopo 17 anni e interpreta Gatsby in maniera veramente ottima, riuscendo a dare un senso a ogni minimo gesto o smorfia. Attraverso i suoi occhi possiamo capire cosa stia dietro al personaggio, accendendo la voglia di saperne sempre di più, attirati a lui come uno scozzese al whisky.
Tobey Maguire, ex Spider-Man nella “non imperdibile” trilogia di Raimi, è pacioccoso il giusto, e anche il suo Nick ha perennemente un bicchiere in mano, lasciato in balia di eventi che lo toccano senza mai esserne veramente il protagonista.
Carey Mulligan già in Drive con Ryan Gosling e in Shame con Michael Fassbender è Daisy (“Sono contenta che sia una bambina. E spero che sia stupida: è la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo, una bella piccola stupida.”, una sua battuta iniziale leggermente modificata nel film), che si aggiunge alla masnada degli alcolisti.

Per quanto riguarda la ricostruzione storica ci sono alcuni anacronismi, a cui nessuna pellicola ambientata nel passato, seppur curata, riesce a scampare.
Qui abbiamo infatti un Empire State Building già ultimato (in realtà la sua costruzione iniziò nel 1930) e l’Ulisse di James Joyce stampato (romanzo sì pubblicato nel 1922, ma a Parigi, negli Stati Uniti arriverà nel 1936); nel complesso particolari minori, un po’ come gli occhiali da sole in Django Unchainedche arriveranno in America nel 1929, ossia ben 71 anni dopo l’anno in cui la pellicola è ambientata.

Per intenderci, non siamo ai livelli dei jeans in Ben-Hur.

Capitolo “musica”: la colonna sonora è imponente, ben utilizzata all’interno del film e mai buttata lì a casaccio tanto per sfruttare il Dolby.

Qual è il problema? Che è curata dal famoso rapper Jay-Z ed è hip hop.

Qui vale più o meno lo stesso discorso degli errori storici, ma al contrario: un conto è se la presenza di contaminazioni riguarda pellicole in cui questo aspetto non ha importanza (ad esempio lo stesso genere musicale de Il grande Gatsby è stato inserito in un film come L’uomo con i pugni di ferro, di disimpegno, casinista e tendente al trash); un altro è se un fattore molto importante per rendere allo spettatore l’atmosfera del film come l’onnipresente jazz dei “Roaring Twenties” viene sostituito da un elemento ultramoderno.
In quest’ottica le feste nella casa di Gatsby diventano quindi simili ai moderni party discotecari, ma lo spirito che ci sta dietro non è lo stesso per via di diversi fattori, come l’età media più alta o il ceto sociale elevato di queste feste.

Una pecca non da poco.

In conclusione non è il capolavoro a cui molti urlavano ma Il grande Gatsby è comunque una pellicola più che dignitosa, con una buona fotografia, un’ottima interpretazione da parte degli attori e una fedeltà al romanzo apprezzabile.
Peccato per la colonna sonora, che è armonica nel film come un eschimese in Gabon, ma tappandosi un po’ (tanto) le orecchie si può passare oltre.

Jumanji

Nella giungla dovrai stare finché un 5 o un 8 non compare.

TRAMA: Nel 1969 il giovane Alan rimane intrappolato in un misterioso gioco da tavolo ambientato nella giungla amazzonica durante una partita. 26 anni dopo due ragazzini proseguono la partita liberando, oltre ad Alan adulto, il mondo del gioco che inizia ad invadere la loro città.

RECENSIONE: Tratto dall’omonimo racconto per bambini scritto da Chris Van Allsburg nel 1981, questo film del 1995 è una divertente e colorata avventura ideale per un pubblico di famiglie. Secondo il detto “quando Messner non va alla montagna, la montagna va da Messner” qui è la giungla che piomba rumorosamente e prepotentemente nell’ambiente urbano, in fondo anch’esso un po’ giungla. Ma un conto è litigare con un’anziana che guida come se avesse un secolo di vita davanti, un conto è avere l’asfalto invaso da rinoceronti ed elefanti, e il film dal punto di vista della bellezza visiva raggiunge il suo obiettivo, cioè divertire con sano disimpegno. La regia di Joe Johnston (specializzato nel genere, peccato per i molti scivoloni come Jurassic Park 3Wolfman Capitan America) è decisa nel lasciare briglia sciolta a ciò che vedono gli occhi, senza preoccuparsi di virtuosismi o riprese molto elaborate. La sceneggiatura pone in essere come già detto i contrasti: natura/uomo, dentro/fuori (dal tabellone) quelli principali, con l’aggiunta del rapporto a volte difficile con i genitori che come il prezzemolo può essere sparso un po’ ovunque. Tutti questi elementi sono da sei spaccato, che costituisce il minimo indispensabile per farli digerire allo spettatore senza fargli accorgere della pochezza di ciò che sta guardando (“Didascalie a go-go, nessun colpo di scena e personaggi sullo stereotipato andante? Chissene, guarda che figata i leoni!”). Per quanto riguarda gli attori, c’è subito da chiarire che questo è un film Robin Williams-centrico, e nonostante abbia un guinzaglio più corto rispetto ad altre pellicole passate (Mrs Doubtfire) o future (i due Una notte al museo) l’attore nato a Chicago regge bene la baracca mandando avanti dignitosamente i 100 minuti di film. Accanto a lui personaggi di contorno più o meno riusciti, tra cui spicca una tredicenne Kirsten Dunst pre-sviluppo ormonale. Da segnalare anche le buone musiche di James Horner (recentemente in The Amazing Spider-Man). In conclusione un gran casino, ma con gusto.

Dal film è stata tratta una divertente serie a cartoni animati della durata di 40 episodi da mezz’ora ciascuno.

Alone in the Dark

Meglio soli nel buio che accompagnati da questo film.

TRAMA: Un investigatore del paranormale, indagando sulla morte di uno scienziato, scoprirà nuovi elementi sul suo passato e si scontrerà con un’entità sovrannaturale.

RECENSIONE: Due parole: Uwe Boll. Per descrivere questo aborto basterebbe dire che è stato girato nel 2005 dal famigerato regista tedesco, ex pugile dilettante, conosciuto ormai in tutto il globo terracqueo per essere uno dei peggiori, se non “il” peggiore della sua categoria professionale. Sfruttando un buco legislativo teutonico, che gli ha permesso di ricevere aiuti statali fino al 2005 quando ormai aveva purtroppo abbastanza soldi per essere autonomo, il buon Uwe ha potuto girare e produrre pellicole tratte da videogiochi e non, che in un colpo solo stupravano sia l’ambito videoludico che quello cinematografico: oltre ad Alone in the dark possiamo ricordare Bloodrayne con relativi seguiti, Postal e Far Cry, quest’ultimo tra l’altro con protagonista il tedesco Til Schweiger, presente anche in Bastardi senza gloria di Tarantino nei panni di Hugo Stiglitz. Tra incontri di boxe con critici che lo avevano denigrato, petizioni su internet lanciate da lui stesso proponendo di smettere di fare il regista una volta raggiunto un certo numero di firme e improponibili paragoni con Ed “tante idee-zero soldi” Wood, Uwe Boll ha scolpito il suo nome nell’Olimpo delle peggiori pippe dietro la macchina da presa. E noi non lo ringrazieremo di questo.

A fare le pulci ad Alone in the Dark ci sarebbe moltissimo da dire. Ovviamente in negativo. La regia assomiglia più a quella di uno scadente videogame action che a quella di una pellicola destinata ai cinema, cosa di certo non migliorata  da un montaggio frenetico fatto probabilmente da un orango sotto acidi. A causa della fotografia scurissima, dell’ambientazione prevalentemente notturna e dei proiettili digitali e luminosi, aggiunti da cani in post produzione, nelle scene con sparatorie o inseguimenti l’impresa maggiore per il pubblico non è appassionarsi a tali scene ma non avere un attacco epilettico nei primi cinque-sei secondi delle suddette. Se lo spettatore sopravvive a ciò, inizia il secondo step, basato sul resistere a dialoghi assolutamente casuali e senza alcun senso logico, una trama con diverse sottostorie lasciate aperte e tre personaggi principali uno più improbabile dell’altro. Christian Slater, che in un tempo lontano fu Adso ne Il nome della rosa, qui interpreta il protagonista, ovvero un insieme infinito di stereotipi: uomo solo, tormentato, con un passato misterioso, una vecchia fiamma e un vecchio lavoro governativo che ha lasciato. Nient’altro? Accanto a lui, in un altro stereotipo del militare rude che farebbe di tutto per il suo Paese, c’è Stephen Dorff, miracolato da Sofia Coppola con Somewhere, vincitore del Leone d’Oro al miglior film nella Mostra di Venezia del 2010. Completa il quadretto da Mulino Bianco l’ ex American Pie (presente anche nell’ultimo della serie, American Pie: Ancora insieme) Tara Reid, nei panni di una gnocca scienziata facile come la tabellina dell’uno. Descrivendo questo film in due parole: una porcata.

Secondo un sondaggio del 29 marzo 2013 della celebre rivista EmpireAlone in the Dark si è piazzato al 21º posto nella classifica dei 50 film peggiori di sempre votati dai lettori.

L’uomo con i pugni di ferro

Ha i pugni nelle mani.

TRAMA: Nella Cina feudale un fabbro americano produce armi per il suo piccolo villaggio; gli eventi però lo costringeranno a difendersi da un incombente pericolo. Ad aiutarlo ci saranno un maestro di kung-fu e uno straniero inglese abile con il coltello.

RECENSIONE: Sponsorizzato da quel mattacchione di Quentin Tarantino, esploso con Le iene e reduce dal successo di pubblico e critica di Django Unchained (416 milioni di dollari di incasso nel mondo, due Oscar vinti), questo film è un arabesco visivo colorato e ignorante, piacevole per gli occhi e all’insegna del disimpegno più totale.

Tra belle fanciulle asiatiche discinte, hip hop stile yowozzapmen? e wuxiapian (cappa e spada in salsa di soia) lo spettatore passa un’ora e mezza leggera e veloce, godendosi combattimenti ben realizzati, un senso della fisica che farebbe rivoltare Newton nella tomba e una sceneggiatura basilare al massimo che serve solo a presentare i vari personaggi e i loro scontri.

Alla regia debutta RZA, che non è una nuova tassa bensì il nome d’arte del rapper Robert Diggs, che aveva fornito a Tarantino diverse canzoni per la soundtrack dei due Kill Bill e dello stesso Django.

In questo film RZA è anche protagonista e sceneggiatore con Eli Roth, quest’ultimo altro compagnone di Tarantino e regista dei due Hostel, pellicole di fattura modestissima la prima e inguardabile la seconda basate sulla pornografia della violenza, che hanno purtroppo contribuito a degradare il rinomato genere horror in filmetti da un’ora e mezza senza arte né parte basati su carneficine tutte uguali.

Come già detto lo script ricalca vari topos come l’amore, la vendetta e l’avidità, tutti trattati in modo diretto e senza tanti fronzoli; dato che L’uomo con i pugni di ferro non è decisamente un film che si va a vedere per la sceneggiatura, questo aspetto è marginale.

A ciò si aggiunge la scelta di indicare la maggior parte dei personaggi con nomi di animali o con professioni: ad esempio i clan sono Lions, Wolves, Tigers eccetera, e il protagonista si chiama Blacksmith, con rimando alle pellicole classiche western dove i personaggi venivano identificati con ciò che facevano, come ad esempio l’Armonica del grandissimo C’era una volta il West

Per quanto riguarda gli attori c’è da dire che il rapper factotum è coadiuvato comunque da un discreto cast, per la gran parte asiatico, in cui spiccano per popolarità due volti notissimi. Il primo è il pingue Russell Crowe, ex Javert ne Les Misérables e prossimo Jor-El ne L’uomo d’acciaio, che si avvia a grandi balzi verso l’obesità e interpreta un personaggio assolutamente sopra le righe e molto carismatico, fornendo spesso spunti comici alla pellicola. La seconda è Lucy Liu, vista in Detachment- Il distaccoche riprende un ruolo simile a quello che aveva in Kill Bill e che porta a casa dignitosamente la pagnotta. 

Buon senso estetico per il sangue e le lotte, spiccano in positivo i curati costumi di Thomas Chong, che aumentano l’estetica del film.

Il protagonista è doppiato da Pino Insegno e Luca Ward come al solito dà la sua calda voce da radio notturna a Russel Crowe; nel film compare in un piccolo ruolo anche il wrestler Batista, riconoscibile perché è l’unico del cast ad avere delle braccia grosse come due mucche.

Girato interamente a Shangai con un budget di 20 milioni di dollari.

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