L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per 8 aprile 2013

The Bridge – Il ponte dei suicidi

the bridgeStavolta niente ironia.

TRAMA: Documentario sui suicidi dal famoso Golden Gate Bridge di San Francisco con riprese effettuate nell’arco del 2004. Film realizzato per portare all’attenzione il problema dell’assenza di ringhiere di protezione che fungano da deterrente.

RECENSIONE: Dalla sua inaugurazione avvenuta nel 1937, dal Golden Gate Bridge di San Francisco si sono verificati circa 1.200 suicidi.

Diretto da Eric Steel, questo film è un documentario molto particolare che mette in risalto un problema apparentemente ignorato dalle autorità, attraverso riprese in campi larghi del ponte e interviste a parenti delle vittime.
Queste ultime sono importanti per cercare di entrare in contatto nel modo più sensibile possibile con la dimensione psicologica di chi ha un proprio caro che ha deciso di togliersi la vita.

L’argomento su cui si basa il documentario è molto delicato e personale, ma non ci si concentra morbosamente su di esso, non ci si bea della morte e dell’effetto che può fare sullo spettatore.
È un mostrare, non un confezionare o alterare, e questo è importante per non scadere nella mercificazione del suicidio o nella crudezza dell’atto e delle sue conseguenze. Il film è toccante in quanto sono mostrate diverse realtà, con problemi più o meno seri dal punto di vista psicologico o mentale, e attraverso le testimonianze delle persone che hanno assistito a questi tragici avvenimenti si possono capire gli ultimi istanti prima del gesto.

Nella pellicola viene quindi a crearsi una sorta di ponte tra i cari del suicida e le ultime persone ad averlo visto vivo, i passanti casuali che si trovavano in quel momento sul ponte. I primi possono raccontare il carattere e le attitudini del loro congiunto, raccontando molto spesso esperienze dure segnate da malattie mentali, mentre i secondi sono perfetti sconosciuti che inconsapevolmente sono diventati loro malgrado testimoni oculari di un gesto estremo, senza aver avuto l’opportunità di fare nulla e toccati da ciò a cui hanno assistito.

Si entra attraverso le interviste in un microcosmo formato da problemi interiori e psicologici, non ci si limita ad una semplice esposizione numerica di dati, che pure sono presenti; la dimensione numerica, comunque importanti per valutare materialmente il fenomeno, lascia lo spazio alle caratteristiche proprie di esseri umani, non di oggetti.

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