L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per 1 aprile 2013

Signs

Palafitta is the way.

TRAMA: Nella contea di Bucks, Pennsylvania, dei misteriosi cerchi nel grano vengono tracciati sul campo di mais di proprietà di Graham Hess, un reverendo che ha smarrito la fede dopo la tragica morte della moglie. All’inizio si pensa a uno scherzo, ma quando i cerchi compaiono anche in altre parti del mondo si sospetta che siano in realtà dei punti di riferimento sfruttabili da ipotetiche navicelle aliene.

RECENSIONE: Avete presente l’intelligenza, l’acume e la razionalità? Non li troverete in questo film. Per la regia di M. Night Shyamalan che cura anche la sceneggiatura, cosa di cui si parlerà parecchio più avanti, questa pellicola diretta coi piedi e scritta con gli sfinteri è una noia nella prima parte e un abominio da scomunica papale nella seconda. Registicamente parlando si assiste ad una spiattellata esagerata delle (presunte) abilità registiche del nostro prode Shyamalan, che non avendo un vero e proprio stile non fa altro che riprese a scorrimento a non finire; il punto di vista dello spettatore di questo film è in pratica lo stesso di chi assiste ad un match del Roland Garros: prima destra, poi sinistra, poi destra, poi sinistra, poi ancora destra… Teoricamente parlando servirebbero ad aumentare la tensione, ma vengono utilizzate troppo male e troppo spesso, rendendosi abitudinarie e cozzando contro il loro stesso scopo. Le riprese sono unite a dialoghi senza senso, assolutamente fuori luogo con il resto dell’azione e di un insulsaggine imbarazzante, con i personaggi che talvolta assumono come nocciolo della conversazione un avvenimento o un’opinione debole e inutile. Vedere alla voci “perdere tempo” e “allungare il brodo”, caro Manoj. La sceneggiatura, l’aspetto più spaventoso di Signs (nel senso che fa schifo, non che il film faccia paura), è qualcosa che rasenta l’assurdo e in cui abbiamo, per fare un breve elenco: scelte dei personaggi incomprensibili che li rendono se possibile ancora più idioti; cambi di umore o di pensiero immotivati e ingiustificati; scene senza un senso compiuto e scene senza uno scopo logico ai fini della trama, la quale, dulcis in fundo, ha più buchi di un Emmenthal di tre metri cubi. Una vera perla in negativo è senza dubbio il finale del film, che non posso rivelare per motivi di spoiler (in realtà sì…) ma che costituisce l’acme, l’apoteosi, il non plus ultra, il Nirvana e l’Iperuranio del ritardo mentale di uno sceneggiatore cinematografico e che è esso stesso il motivo per cui il film non starebbe in piedi neanche se fosse sollevato da una gru. Per quanto riguarda gli attori abbiamo uno statico Mel Gibson tutto sguardi-intensi-e-passiamo-alla-cassa, un Joaquin Phoenix con un personaggio rilevante e memorabile come Mario Rossi al raduno “Quelli che si chiamano Mario Rossi” e due bambini (Abigail Breslin e Culkin junior) che sono rispettivamente una piattola irritante e un inutile zombie senza espressioni (almeno Gibson ne ha una). Imbarazzante.

Magnifica presenza

Who you gonna call? Ghostbusters!

TRAMA:  Pietro è un giovane pasticciere gay che ha deciso di lasciare Catania e di trasferirsi a Roma per seguire il proprio sogno di diventare attore. Scoprirà che la casa presa in affitto è abitata da un gruppo di fantasmi, una compagnia di attori teatrali degli anni ’40.

RECENSIONE: commedia drammatica che vede protagonista Elio Germano (credibile come gay e come siciliano, lui che è romano) circondato da uno stuolo di comprimari che di solito non lo sono: Fiorello junior dimostra di essere bravo anche quando non recita in una fiction rai nei panni di un poeta/santo/navigatore dell’italico passato, Margherita Buy meno nevrotica e più platinata del solito, Vittoria Puccini bella e splendente sotto le luci (ben utilizzate), Paola Minaccioni carina, ma nel solito ruolo “facce ride”. Buona la regia che procede accanto al protagonista come fosse un’altra persona, mostrando allo spettatore passo passo le disavventure e gli incontri che compie. La sceneggiatura sa esaltare sia i momenti comici sia i drammatici senza scadere nel patetico, la colonna sonora è potente (a volte anche troppo in termini di decibel) e accompagna l’azione dei personaggi in scena in modo teatraleggiante, la cornice romana è stata usata con MOLTA parsimonia; il montaggio è quello classico italiano, con giusto qualche flashback per, come direbbe Totò, “far vedere che non siamo poveracci”. Brevi partecipazioni di Mauro Coruzzi (Platinette in borghese) e di Daniele Luchetti, regista di Mio Fratello è Figlio Unico, sempre con Germano. P.S. è il solito Ozpetek, per cui Sì, ci sono tanti gay stile Almodovar dei poveri e Sì, ci sono le sue classiche riunioni a tavola. Nel complesso un film ben fatto.

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