L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per aprile, 2013

La cosa

la cosaNo, non mi riferisco al bestione di pietra.

TRAMA: Antartide. Un team di scienziati scopre un blocco di ghiaccio con all’interno una strana creatura. Una volta scongelata, si scoprirà che la “cosa” altro non è che un alieno mutante, che inizierà a spargere morte e terrore nella base.

RECENSIONE: Film del 1982 diretto da John “arrivano i mostri” Carpenter, La cosa è un bel film, un horror movie con elementi fantascientifici e carico di una notevole tensione mantenuta per tutti i suoi 96 minuti.

Prima di girare questa pellicola il buon JC ha dato al cinema horror uno dei suoi personaggi più famosi, quel Michael Myers di Halloween, la notte delle streghe del 1978, e un piccolo grande cult come 1997: fuga da New York del 1981, sempre con Kurt Russell protagonista. Il suo Snake (Jena per la versione italiana, Dio sa perché) Plissken è entrato di diritto nel lungo elenco di antieroi di cui la storia del cinema si può fare vanto, e anche se visto nel 2013 può risultare molto ingenuo rimane comunque un film ben realizzato. Oltre a queste pellicole sono da citare ottime opere di generi diversi, come la fanta-commedia dai toni scanzonati Grosso guaio a Chinatown del 1986 (non indovinerete mai chi è l’attore protagonista), film addirittura profetici e che sembrano scritti oggi come Essi vivono, che festeggia le 25 candeline proprio nell’Anno Domini 2013, oppure pellicole psicologiche come Il seme della follia, con protagonista Sam Neill post-Jurassic Park.

Ne La cosa ci sono tutti gli elementi che in una pellicola di questo genere non dovrebbero mai mancare. Tanto per cominciare un gruppo di personaggi che formano un coro ben assortito, ognuno con le proprie peculiarità caratteriali e psicologiche, senza essere però troppo sviluppati per non togliere spazio al mostro, che risulta quindi il vero protagonista del film. Tra i personaggi oltre al principale Kurt Russell, eroico ma allo stesso tempo abbastanza realistico per non sembrare un Rambo dei poveri, da ricordare un buon Keith David (tra l’altro al suo esordio) comparso nel recente Cloud Atlasmentre gli altri non hanno avuto una carriera molto conosciuta a sud delle Alpi.

La sceneggiatura costituisce il modello da cui hanno copiato e ancora oggi copiano tutti i film dello stesso genere: luogo chiuso e claustrofobico + mostro/serial killer molto forte e resistente + un sacco di gente da uccidere; diciamo che parecchi registi e sceneggiatori sanno a chi dovrebbero offrire una cena. La regia è brava ad indugiare sulle trasformazioni legate ai trucchi (curati da Rob Bottin, un altro grande al suo esordio) e valorizzate dalla buona fotografia di Dean Cundey; tutto ciò contribuisce a provocare la sensazione di tensione ed ansia provocata dal film stesso, aumentando l’immedesimazione da parte del pubblico. Tocco di gran classe le musiche del Maestro Morricone.

La pellicola è liberamente tratta dal racconto horror-fantascientifico La “cosa” da un altro mondo di John W. Campbell, già alla base del film La cosa da un altro mondo (1951). Esiste anche uno scialbo prequel del 2011 (anch’esso chiamato La cosa), ambientato tre giorni prima rispetto alle vicende di questo film.

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Iron Man 3

In questa puttanata ci mancano solo lo Spaventapasseri e il Leone.

TRAMA: Quando Iron Man deve affrontare un nemico la cui forza non conosce rivali e che riesce a distruggere ciò che ha di più caro, intraprende un durissimo viaggio in cui dovrà mettere alla prova le sue forze.

RECENSIONE: Dopo i primi due capitoli del 2008 e 2010 esce Iron Man 3 (o 4, considerando il vero terzo episodio su questo supereroe The Avengers, visto che era pesantemente basato su di lui), ennesima pellicola incentrata sul borioso arrogante pallone gonfiato Tony Stark. Questo personaggio ha avuto un enorme successo di pubblico, e dato che la cosa indica i gusti delle masse a pensarci bene è un dato un po’ preoccupante. Famoso infatti per la sua introspezione psicologica pari a zero e per essere dipendente da una tuta a forma di caffettiera volante, senza cui non si pulirebbe neanche il culo, a differenza di eroi come Batman e Superman Stark è la coglionaggine al potere senza limiti o problemi, un po’ l’Hakuna Matata della Marvel. E visto che spesso cinema = immedesimazione, probabilmente i maschietti si immedesimano in questo miliardario altezzoso che tratta le persone dall’alto in basso, e lo stimano nonostante sia un modello assolutamente negativo di comportamento nella vita di tutti i giorni. Un po’ come alcune ragazze che in fondo nel loro intimo (dove c’è Chilly) vorrebbero essere Bella Swan, tipica adolescente media che però è oggetto delle attenzioni di due figoni: in questo modo hanno decretato il successo di una serie che ha come protagonista una palla al piede da salvare, odiata da tutte le femministe dagli anni ’60 in avanti perché modello sbagliato di donna essendo totalmente dipendente dal proprio uomo.

Dopo questa breve ma esaustiva premessa, con un interessante (e soprattutto non provocatorio) paragone tra Iron Man e la saga degli emo vampiri scintillanti, Iron Man 3 è uno dei più brutti film che io abbia mai avuto la sfiga di vedere: girato male, con una sceneggiatura pessima e con gag che si ripetono 3-4 volte pari pari in modo stanco e scontato. E questi sono solo i difetti principali, non sarebbe neanche finita qui.

La regia di questa infame baracconata passa dal criminale della settima arte Jon Favreau a Shane Black, che esordì appena ventiseienne con Arma letale (1987), un bel film con protagonisti l’Invasato Cattolico e Danny Glover. Averlo scelto fa già capire quale sarebbe stata l’impronta data al film avendo lui diretto solo film action nella sua carriera. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Black, in alcuni punti ricorda veramente troppo quella de Il cavaliere oscuro – Il ritorno (forse “è identica” sarebbe più appropriato), e il risultato sa quindi di scopiazzatura venuta male, visto che la realizzazione è di molto peggiore rispetto al modello a cui si fa riferimento. Se nel film di Nolan infatti l’epicità quasi si respirava, qui è tutto schiaffato molto in faccia allo spettatore, che vede un sacco di cose succedere “perché devono succedere”, con la presenza di tantissimi buchi di trama e, cosa più importante, di logica. Perché un conto è se alcuni passaggi della sceneggiatura non sono proprio solidissimi, ma comunque riguardano aspetti secondari e quindi turandosi il naso ci si può passare sopra; un altro è se lo script ha la solidità di un ponte tibetano, con un sacco di pecche che riguardano conseguenze logiche delle azioni, personaggi assolutamente inutili (letteralmente, la loro presenza è irrilevante e sono stati aggiunti solo per allungare ulteriormente questa mefitica sbobba) e scelte stilistiche consistenti in madornali ed evidenti stronzate che farebbero (quasi) vergognare i Vanzina. Non voglio fare anticipazioni sulla trama ma moltissime cose hanno problemi seri, e l’impressione generale è di una pellicola fatta esclusivamente come macchina da soldi, senza conoscere in alcuni casi neanche il fumetto da dove sono state prese le idee (ed essendo i fumetti basati su figure, non sarebbe stata neanche una gran fatica, Cristo).

Protagonista è ancora Robert Downey jr, diventato ormai tutt’uno con questo tipo di personaggio come Paolo Villaggio con Fantozzi e che fa rimanere nel dubbio se è bravo come attore in generale o solo ad interpretare questo ruolo, ma propenderei per la seconda. Come nei due (tre) capitoli precedenti la sua ironia smargiassa alla Errol Flynn (che si sta rivoltando nella tomba in questo istante) regge il film, cosa che non necessariamente si può considerare un pregio, perché in questo caso indica che ci sia ben poco da reggere sopra le sue spalle da Atlante. A proposito di spalle, al suo fianco abbiamo una favolosa Gwineth Paltrow espressiva come un appendiabiti rotto, con Anna Praderio del TG5 che si ostina a definirla l’erede di Grace Kelly (MA DOVE???) e Don Cheadle dell’ottimo Hotel Rwanda che interpreta un personaggio rilevante ai fini della trama come una comparsa in una scena ambientata al supermercato e che cambia nome a seconda dell’armatura, dimostrando una notevole spersonalizzazione dell’uomo a favore della macchina (complimenti, ma che bella idea!). Una delle perle del casting è che nonostante al mondo ci siano un miliardo e mezzo di cinesi hanno scelto per interpretare il Mandarino (personaggio cinese nei fumetti, tra l’altro con un nome poco equivocabile) sir Ben Kingsley, attore britannico di origine indiana (ma non potevano prendere, che so, Chow Yun-Fat?) che sembra un incrocio tra Rasputin e il Fu Manchu di Christopher Lee e che si sputtana in una maniera che definire “stratosferica” è usare un eufemismo, facendogli stravolgere completamente il personaggio rispetto a come è concepito nei fumetti (vedere alla voce “trarre un film da un fumetto senza averlo letto”). In mezzo a una porcheria di rara bruttezza si salvano parzialmente un Guy Pearce probabilmente bisognoso di pagare il suo nuovo yacht, che interpreta una sorta di Ubermensch dopato e che porta quasi a casa la pagnotta (anche se il suo personaggio è al centro di madornali pecche e cadute di stile del film) e le scene di distruzione, che però risultano spettacolari in una sala cinematografica, sul televisore e senza Dolby ne dubito.

Un film che prendeva spunto, come già detto da Il cavaliere oscuro – Il ritorno ma che assomiglia più a Spider-Man 3, cioè a un film orrendo con belle scene di combattimento, un personaggio secondario ben realizzato (il Sandman di Thomas Haden Church) e il vuoto cosmico in mezzo ad esse. Per concludere, se i primi due Iron Man sono pellicole imbecilli e se The Avengers è più uno spettacolo circense che un film, Iron Man 3 è una colossale fetecchia, realizzata malissimo e scritta da cani, con cui hanno tentato una maturazione del personaggio senza riuscirci, risultando quindi essere un film troppo immaturo per essere maturo e troppo serioso per divertire. IMHO (così, tanto per pararsi il culo).

Il secondo tragico Fantozzi

92 minuti di applausi.

TRAMA: Altre fatiche e vessazioni quotidiane del mite ragioniere Ugo Fantozzi, maltrattato da superiori e colleghi e vittima di comici eventi.

RECENSIONE: Uscito nel 1976 e seguito di Fantozzi dell’anno precedente, si tratta di uno dei capisaldi del cinema comico italiano. Il personaggio dello sfigato ragioniere nasce dai due libri del ligure Paolo Villaggio, all’epoca attore di cabaret televisivo d’avanspettacolo, che ispireranno i primi due capitoli cinematografici omonimi e che daranno il via ad una saga che purtroppo ha continuato a ripetersi stancamente nel corso dei decenni. Composta da ben dieci pellicole, l’ultima delle quali Fantozzi 2000 – La clonazione è utile come i Ray-Ban di notte, la serie è scaduta ben presto in un trito e ritrito riproporre gli stessi temi con un peggioramento qualitativo sia per quanto riguarda la realizzazione delle gag stesse sia per quanto riguarda le idee alla base dei film. Oltre a questo dato non irrilevante, il problema maggiore è che progressivamente si è perso il vero significato del personaggio e delle sue vicende: ironizzare ferocemente e sarcasticamente sulla società del tempo (ma anche sulla nostra, dato che alcune scenette sembrano pensate ieri). Attraverso questo tipo di personaggio si ride infatti amaro, osservando un povero Cristo che deve barcamenarsi tra una famiglia scialba, colleghi perfidi e capi schiavisti. Tutti gli sfottò che subisce ed il fatto che sia immancabilmente il capro espiatorio di qualcun altro lo rendono un personaggio a suo modo indifeso e con cui simpatizzare, e questo secondo film è probabilmente il migliore della saga e quello con le scene più memorabili. Organizzato appunto in scenette slegate tra loro qui abbiamo infatti episodi come quello del casinò, con il superstiziosissimo Duca Conte Carlo Ing. Semenzara (“Menagramo d’un menagramo!”), in cui si può trovare un intelligente sarcasmo contro la nobiltà, i ricchi e le loro fissazioni. Vi sono poi scene in cui si ironizza sugli status quo della ricca borghesia, come la battuta di caccia, la cena elegante a casa della contessa e il night club. Infine la epica presa per il culo dei salotti intellettualoidi e dei cineforum anni ’70, con la proiezione della Corazzata Kotiomkin (riferimento al capolavoro russo del 1925 La corazzata Potemkin) a cui sono loro malgrado sottoposti gli impiegati invece di guardare alla tv la partita di calcio Italia-Inghilterra. Villaggio è molto bravo nella sua interpretazione del personaggio con cui ahilui si è poi fuso in maniera irreversibile ed è ottima la spalla fornita da Gigi Reder come miope Filini, per un film apprezzato da generazioni di pubblico, forse sottovalutato e non ben compreso nei suoi aspetti più sottili.

Come un tuono

Cioè assordante e improvviso?

TRAMA: Un motociclista stuntman compie piccole rapine per mantenere la sua famiglia. Il suo destino si incrocerà con quello di un ambizioso poliziotto, cambiando entrambe le loro vite.

RECENSIONE: Dal regista Derek Cianfrance, che ha diretto anche l’inosservato Blue Valentine (2010) sempre con Ryan Gosling protagonista, Come un tuono (2012) è un film godibile che deve gran parte del suo successo alla presenza di due tra gli attori più lanciati del momento, cosa di cui il botteghino ringrazia sentitamente.

Non che il resto sia irrilevante, ma l’attenzione del grande pubblico rimane catalizzata su Ryan Gosling, all’ottavo film in tre anni, e Bradley Cooper, che nell’ultimo triennio ne ha girati addirittura nove, due attori insomma che ultimamente si sono visti poco.
Il primo, lanciato prima dal Mickey Mouse Club e poi dalla serie Young Hercules (che racconta l’adolescenza dell’eroe interpretato dal roccioso e poco espressivo Kevin Sorbo), si conferma come uno dei nuovi sex symbols in quel di Hollywood e questo evidentemente giova alla visibilità dei suoi film, anche se spezzando una lancia in suo favore le pellicole da lui girate sono in generale di buona qualità (Gangster squad è senza infamia né lode, ma lo ha fatto dopo di questo).
Il secondo è riuscito a staccarsi dal caciarone e irresponsabile Phil di Una notte da leoni e relativi seguiti recitando in alcuni film più maturi (non che ci voglia molto) e arrivando anche alla Nomination agli Oscar per Il lato positivo. 

Tornando al tecnico, in Come un tuono c’è una regia molto particolare, con tante riprese che seguono direttamente i personaggi rimanendo dietro di loro e mostrando quindi allo spettatore un’enorme quantità di schiene e nuche; può essere fastidioso all’inizio, ma seguendo il film ci si fa l’abitudine. 

Vi è inoltre un grande movimento (fisico) della macchina da presa, che viene scossa secondo quel raffinato espediente tecnico che nei manuali di cinema prende il nome di “alla cazzo di cane”, ma anche questo è un particolare su cui si passa sopra, visto che viene usato funzionalmente alla scena da filmare e non a muzzo.

Oltre ai bravi protagonisti, che incarnano due facce della stessa moneta (sarebbe contento Harvey Dent) nel film si registra la presenza delle loro rispettive ladies, la fredda e determinata Rose Byrne ed Eva Mendes, nella pellicola molto sciupata e stanca, distaccandosi dal suo solito aspetto da bellona che sarebbe stato ridicolo in un film “sporco” come questo.

Buone infine le musiche, curate dal cantante dei Faith No More Mike Patton.

Non un must-see movie ma se capitate al cinema vale i soldi del biglietto.

Paperman

Comunque una storia d’amore migliore di Twilight.

TRAMA: Manhattan, anni ’40. Un ragazzo cerca disperatamente di ritrovare una ragazza che ha conosciuto fugacemente in stazione.

RECENSIONE: Cortometraggio del 2012 prodotto dalla Walt Disney e abbinato al film Ralph Spaccatutto. In 7 minuti Paperman riesce a creare una poesia e un romanticismo incredibili, considerando sia la brevissima durata sia l’uso dell’animazione, che d’istinto potrebbe diminuire questi aspetti vista l’assenza di personaggi di carne in cui ci si può identificare. Il risultato però è esattamente l’opposto, mostrando un ragazzo e una ragazza semplici e molto diretti verso lo spettatore, che involontariamente si ritrova, indipendentemente dal sesso di appartenenza, a fare il tifo per il povero Cristo che fabbrica aerei di carta a go-go o a sperare che la ragazza lo noti e si ricongiunga a lui. Gli aeroplanini sono un interessante metafora della fragilità dei sogni e dei nostri desideri, che possono svanire e spezzarsi in un attimo ma allo stesso tempo volare delicati verso nuovi orizzonti; abbinare questo espediente alla volontà di riunirsi, non perché in preda ad un sentimento amoroso irrefrenabile ma perché si vuole ritrovare qualcuno verso cui è scattata una scintilla, è davvero un’ottima idea. Molto buono anche il design stesso dell’animazione, con i due personaggi stilizzati e senza fronzoli dal punto di vista grafico ma con caratteristiche ben individuabili (gli occhi grandi e dolci di lei, i capelli scompigliati e la camicia di lui) e azzeccatissima la scelta del bianco e nero con l’unico dettaglio del rosso lasciato dalle labbra della ragazza sul foglio. Veramente un ottimo cortometraggio, vincitore del relativo Oscar nell’edizione del 2013. Qui sotto il link di YouTube, sperando che non lo tolgano:

http://www.youtube.com/watch?v=1pDbVPL6YTw

Total recall

Ridateci Schwarzy.

TRAMA: Un operaio decide di godersi una vacanza virtuale per staccare da una vita frustrante, impersonando un agente segreto con tanto di finti ricordi annessi. Durante la procedura però, qualcosa va storto ed egli diventa un ricercato, braccato dalla polizia sotto il controllo di un dittatore.

RECENSIONE: Quando le idee scarseggiano Hollywood si rifugia nei cari vecchi remake, spacciando film già visti come innovativi solo perché pompati di effetti speciali, nuove tecnologie di ripresa, tridimensionalità e altri specchietti per le allodole; in questo caso a farne le spese è il povero Atto di forza (1990) di Paul Verhoeven con Arnold Schwarzenegger e Sharon Stone, film che non sarà annoverato tra gli imperdibili capolavori della sci-fi ma che dopo due decadi fa ancora la sua porca figura.

Ispirato a un racconto breve di Philip Dick, Ricordiamo per voi, questo remake ha la regia di Len Wiseman (regista e sceneggiatore di Underworld più il quarto Die Hard (2007)), che si preoccupa più di mostrare il film che di costruirlo, attingendo sia da Dick stesso sia da altri capisaldi della fantascienza, ormai diventati quasi stereotipati a causa del largo utilizzo; è incomprensibile il perché questo film abbia avuto bisogno di ben tre sceneggiatori (Bomback, Vanderbilt e Wimmer, sceneggiatore del bel Giustizia Privata (2009)) visto che il film è simile all’ originale del 1990 sia in linea generale sia in alcune scene ricalcate in modo vero e proprio come si fa con un disegno appoggiato contro la finestra.

Come in altri film di qualità medio-scadente una botta di vita viene data dal comparto tecnico, in questo caso le scenografie dell’esperto Patrick Tatopoulos, che risultano efficaci e inquadrano bene il contesto dell’azione, e le musiche di Harry Gregson-Williams, autore anche delle musiche dei capitoli 2, 3 e 4 della saga di videogame Metal Gear Solid.

Colin Farrell (il disgraziato Alexander (2004), l’ancor più disgraziato Miami Vice (2006), ultimo sostituto di Heath Ledger in Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009)) rende il suo personaggio meno iconico-kitsch e più realistico rispetto al film di Verhoeven, ma in questo caso ciò è un male perché il film si appiattisce e perde il suo alone artigianale, diventando uno tra i tanti film futuristici.
A Kate Beckinsale (protagonista della saga di Underworld, viva le raccomandazioni) l’ingrato compito di sostituire Sharon Stone in un ruolo più ampliato rispetto a quello della bionda accavalla – gambe, con Jessica Biel (l’ex Mary di Settimo Cielo, sul grande schermo in Un matrimonio all’inglese (2008), film salvabile in mezzo a cazzate varie ed eventuali) a ingaggiare i cari vecchi catfights (scazzottate tra fanciulle) piacevoli per un feticista e nulla più.

Di contorno cliché assortiti: i “cattivi” non andrebbero a segno nemmeno con un missile termonucleare mentre i “buoni” hanno la mira di Tex Willer, i personaggi secondari sono caratterizzati in modo trito e ritrito, le scene di inseguimento sono eccessivamente lunghe. Spiace soprattutto per gli onesti Bill Nighy (Davy Jones nella saga/sega de Pirati dei Caraibi (2006 e 2007), I Love Radio Rock (2009), Love Actually (2003)) e Bryan Cranston, meraviglioso papà nella sitcom Malcolm (2000-2006) e già visto negli ultimi anni in Drive (2011) e Rock of Ages (2012).

Giustizia privata

TRAMA: Clyde Shelton è un ingegnere meccanico della CIA. Una sera due malviventi lo aggrediscono uccidendo davanti ai suoi occhi la moglie e la figlia; nonostante Clyde li abbia visti, riconosciuti e denunciati, l’ambizioso procuratore distrettuale Nick Rice patteggia e il peggiore dei due criminali viene rilasciato. Tradito dal sistema giudiziario nel quale credeva, Clyde decide di vendicarsi facendola pagare a chiunque abbia partecipato a quell’accordo.

RECENSIONE: Per la regia di Felix Gary Gray, questo film del 2009 è la classica pellicola che piace tanto al grande pubblico: un uomo subisce una grande ingiustizia e quindi, nonostante i suoi metodi violenti e anarchici, gli spettatori si immedesimano nella storia e fanno il tifo per lui.

Piuttosto banale se vogliamo, ma almeno qui la realizzazione è stata buona; il merito è in gran parte dei due attori principali e dell’uso che viene fatto della città di Philadelphia, dove è ambientata la pellicola.
La città natia di Benjamin Franklin è infatti ben mostrata, e grazie a questo non si ha l’idea, come accade in molti film, di una scenografia che serva solo da asettico palcoscenico senza nessun legame con la trama. Al contrario, è utile usufruire dell’ambientazione perché dà più realismo all’intera vicenda e contribuisce a tenere alta l’attenzione dello spettatore.
Per quanto riguarda nello specifico la città della Pennsylvania, questo accurato uso è stato fatto anche in Rocky, il migliore della serie (forse l’unico buono), in cui il protagonista vaga letteralmente per i vicoli e le grandi strade durante i suoi allenamenti, oltre a mostrare il celebre Museum of Art.

In Giustizia privata, titolo che illustra il film (un po’ come Kill Bill)assistiamo ad una partita a scacchi con giocatori dalle caratteristiche opposte: il personaggio di Butler è violento ed estremo, ma allo stesso tempo molto attento al suo obiettivo e ai mezzi da utilizzare per raggiungerlo; l’altro (Foxx) è invece in affanno e quasi sempre una mossa indietro, ma altrettanto desideroso di battere il suo avversario e capire qual è la strategia che ha in mente per fare scacco matto.

La regia di Gary Gray (abituato ai duelli mentali tra uomini e all’azione, avendo diretto anche Il negoziatore con Samuel L. Jackson e Kevin Spacey) offre molto spazio ai due sfidanti, e grazie alle loro interpretazioni e alla buona sceneggiatura di Kurt Wimmer (il dottor Jeckyll e mister Hyde della scrittura, che alterna mezze porcherie come SferaUltraviolet Salt a buoni film come Equilibrium e questo) il risultato è ampiamente sopra la sufficienza.

Buon montaggio di Tariq Anwar (due Nomination agli Oscar per American BeautyIl discorso del re) e musiche di Brian Tyler, che si diverte come un bambino quando deve fare da accompagnamento sonoro a film d’azione, avendo fatto praticamente solo quelli (Fast & Furious dal terzo al sesto di prossima uscita, i due Mercenari e il prossimo Iron Man 3, insomma pellicole di grande spessore).

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