L'amichevole cinefilo di quartiere

Educazione siberiana

“La notte adesso scende / con le sue mani fredde su di me / Ma che freddo fa / Ma che freddo fa.” “Ma che freddo fa” – Nada (1969)

TRAMA: La formazione del giovane Kolima in Transnistria, nella Moldavia Orientale, dove vive una comunità criminale regolata da leggi secolari e ferree, che prevede l’educazione a tali immutabili principi fin dall’infanzia.

RECENSIONE: Tratto dal romanzo omonimo e in parte autobiografico di Nicolai Lilin, scrittore russo naturalizzato italiano, questo è un bel film con una temperatura emotiva di meno quaranta gradi, in cui le persone sono dei pezzi di acciaio con le gambe che vivono in funzione delle antiche regole della loro comunità, immutabili ai tempi che cambiano.

Grazie alla regia di Gabriele Salvatores (che ha curato anche la sceneggiatura), Premio Oscar per il miglior film straniero nel 1992 per Mediterraneo (quando ancora Claudio Bisio partecipava a pellicole intelligenti), si assiste a scontri tra soggetti che corrono su binari paralleli e che cercano di tirare avanti alla bell’e meglio in tempi magri.

Tra tanti attori autoctoni e sconosciuti, con facce da russi-lituani-georgiani riconoscibili da un chilometro di distanza, spicca la star americana John Malkovich, ottimo come mentore e guida della comunità, sempre di poche parole ma dette con cognizione di causa, intenso nello sguardo e nell’espressione. Accanto a lui lo svedese Peter Stormare, che torna a film di qualità dopo alcuni flop (Dylan Dog, Premonition) e che come spesso gli capita interpreta un personaggio piuttosto schizzato. In questo caso il maestro di tatuaggi Ink (nomen omen), che spiega allo spettatore il significato dei tatuaggi e l’antico codice che si nasconde dietro di essi. Un po’ come le misure del reggiseno: seconda coppa b, terza coppa c… sigle incomprensibili e arcane che solo i più saggi sanno interpretare.

Un po’ racconto di formazione, un po’ analisi socio-culturale, con riferimenti e scene prese da altre pellicole (rimandi al capolavoro “C’era una volta in America” di Leone, ad esempio), l’ora e cinquanta minuti di durata scorre abbastanza spedita e questo è sempre un bene.
Forse si sarebbe potuto osare un po’ di più in sede di sceneggiatura, ma non chiediamo troppo agli Dei e accontentiamoci di un buon film italiano girato all’estero con attori stranieri (come anche il recente La migliore offerta di Tornatore). Molto buona la fotografia e colonna sonora azzeccata, che contribuiscono anch’esse ad abbassare ulteriormente la colonnina di mercurio del termometro, come se ce ne fosse bisogno.

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Commenti su: "Educazione siberiana" (4)

  1. Visto che ti ho scoperto da poco, mi permetto di scrivere un paio di commenti. Questo film non mi è piaciuto molto. Forse avevo aspettative troppo alte, ma sono rimasto deluso.

    • A me non è dispiaciuto, forse l’ho trovato un pochino lento in alcuni punti, ma come racconto di formazione mi è sembrato abbastanza valido.

      Poi lì sono gusti, soprattutto quando si hanno aspettative sulla qualità o tipologia di una pellicola ed esse non vengono corrisposte.

      • No, certo. E il problema, per me, non era la lentezza. Ho letto il libro e speravo in qualcosa di diverso, ma mi è sembrata una storia senza senso. Dove nel libro c’era qualcosa, nel film mi è mancato anche quello e si è rivelata una storiella abbastanza inutile.
        Ma è un mio parere.

      • Statisticamente sono pochi i film che escono vincitori (o almeno in pareggio) da un confronto con i romanzi da cui sono tratti.
        Il libro si basa sulla narrazione e ci si può dilungare in elementi come, ad esempio, descrizioni, dialoghi e riflessioni interiori, cosa che su schermo non è possibile.
        La pellicola è fondata sul mostrare, per cui che poche o molte cose si perdano nel processo di trasposizione è comune.

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