L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per marzo, 2013

Gli amanti passeggeri

Volare oh oh.

TRAMA: A causa di un errore umano, un Airbus spagnolo ha un’avaria e deve tentare un pericolosissimo atterraggio d’emergenza, attendendo intanto istruzioni. Mentre il personale di bordo cerca di risolvere il problema, i passeggeri a causa del timore della morte si danno alla pazza gioia.

RECENSIONE: Diretto da Pedro Almodóvar, che dopo anni di drammi ritorna alla commedia e che qui cura anche la sceneggiatura, questo film è una godibile farsa di un’ora e mezza utile come tappabuchi e che non fa rimpiangere i soldi del biglietto. Ed è già qualcosa. Ambientato quasi interamente su un volo di linea, si assiste alle nevrosi e ai difetti di passeggeri e personale di bordo e si crea un microcosmo di piccolezze, quasi allo stesso modo di una pièce teatrale rappresentata su un palco a migliaia di chilometri dal suolo. Temi principali della pellicola la morte e soprattutto il sesso, in tutte le sue sfaccettature. Ovviamente poco etero (da Almodóvar? Ma và?!), con tantissimi personaggi gay o bisessuali (con qualche punta lesbo) a testimoniare ulteriormente che nell’Anno Domini 2013 si può anche evitare di scandalizzarsi su questi argomenti, visto che a fare i moralisti sono tutti campioni olimpionici e poi molti chissà cosa fanno nell’intimità delle loro magioni. Chiudendo la parentesi che mi porterà alla scomunica (sto già tremando) passiamo a brevi cenni per quanto riguarda l’ambito tecnico. Il cast è composto da attori sconosciuti in Italia ma che per la maggior parte hanno già recitato per il regista spagnolo, tra cui si nota Javier Cámara visto anche ne Il destino di un guerriero. L’assenza di attori famosi rende l’opera corale al meglio, non potendo il grande pubblico focalizzarsi su una faccia piuttosto che l’altra, ed ogni personaggio rende il suo ruolo piccolo o grande che sia. Alcuni sono macchiette esagerate, altri recitano sotto le righe, ma nel clima confusionario del film tutto ciò è funzionale e non troppo irritante. Fotografia di José Luis Alcaine, famoso direttore della fotografia plurivincitore ai Goya, i premi cinematografici spagnoli, e musiche di Alberto Iglesias (nessuna parentela con Julio ed Enrique).

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Con Air

con airLe uscite di sicurezza da questo film sono qui, qui e qui.

TRAMA: Un ranger appena uscito dal carcere in cui era rinchiuso per eccesso di difesa viene coinvolto nel dirottamento dell’aereo sul quale viaggiava insieme a pericolosi criminali che dovevano essere trasferiti in un altro carcere.

RECENSIONE: Insieme a Independence DayArmageddon questo film del 1997 forma il podio delle pellicole più imbecilli della storia del cinema americano (e forse non solo). Dopo questa frizzante premessa vediamo un po’ le componenti di questo kebab andato a male.

La regia è di Simon West (tra l’altro al suo esordio), regista prestato al cinema dalla pubblicità che non capisce la differenza tra girare filmati di due ore e spot di qualche decina di secondi: sono presenti infatti una quantità esagerata di scene action senza un senso logico e la maggior parte di esse ha come unico scopo allungare la zuppa. Perfetto. Primi piani casuali, movimenti della telecamera incomprensibili e scelte interni-esterni discutibili riempiono questo mirabile capolavoro senza dare al tutto uno stile preciso. Si potrebbe obiettare nell’inesperienza dovuta all’esordio, peccato che West nella sua carriera dirigerà anche Lara Croft: Tomb Raider I mercenari 2,  non esattamente due “must-see movies”: diciamo semplicemente che è un regista scarso? Diciamolo.

Se la regia è scadente, la sceneggiatura è un orrore. Trama spessa come il domopak e telefonata dopo quindici minuti, personaggi così stereotipati da sfociare nel ridicolo involontario e battute così cazzone, fasciste e sopra le righe da sembrare un perenne discorso del Sergente Maggiore Hartman di Full Metal Jacket (senza la sua classe ovviamente). Per quasi due ore si assiste a dei detenuti che cazzeggiano su un cavolo di aeroplano con lo spirito dei boy scout in gita nei boschi finendo per odiarli dal primo minuto; il problema è che non li si odia perché sono i villains del film, ma perché ci si rende conto che più ne muoiono più il finale si avvicina. Altro dato stupido è che a differenza dei film d’azione senza pretese manca la presenza femminile da arredo, la bella ragazza mezza nuda inutile ai fini della trama. Potrebbe anche mancare perché il protagonista cerca di tornare dalla sua famiglia, e quindi ci sono di mezzo i sacri valori morali, ma Con Air è una pellicola per famiglie quanto può esserlo La sottile linea rossa, quindi perché ometterla?

Come protagonista di questa oscenità spicca un Nicolas Cage capelluto alla “ultimo dei Mohicani” che conferma la sua inespressività e la sua partecipazione a film piacevoli come leccare la sabbia. Si mantiene sui suoi standard e basta, altrimenti ci sarebbero troppe cose da dire e troppi santi da scomodare. Per concludere, come recita il vecchio detto “il totale a volte è inferiore alla somma delle parti”, si registra la presenza in questa chiavica di grandi attori sputtanati come Steve Buscemi e John Malkovich.
Ah già, c’è anche John Cusack….

The Blues Brothers

Tutti hanno bisogno di qualcuno da amare.

TRAMA: Due fratelli musicisti, uno dei quali appena uscito di galera, scoprono che l’orfanotrofio dove sono cresciuti sta per essere demolito. Decidono di rimettere insieme la loro vecchia band in modo da raccogliere i soldi necessari per salvare la struttura.

RECENSIONE: Tratto dall’omonimo sketch comico interpretato dai medesimi attori nel famoso Saturday Night Live, in questa recensione stiamo parlando della commedia-musicale per eccellenza. Un film che ha tutto: due interpreti principali molto uniti con un John Belushi in stato di grazia, una regia ottima e casinista al punto giusto, una colonna sonora eccezionale e tantissimi cameo che lo impreziosiscono.

Per la regia di John Landis (che l’anno dopo girerà Un lupo mannaro americano a Londra, altro film cult), questa pellicola è una sarabanda di comicità, musica e confusione veramente molto divertente e addirittura geniale nella sua carica eversiva, rendendo simpatici due pericoli pubblici del volante che viaggiano animati da buoni e religiosi sentimenti.

I due fratelli in missione per conto di Dio infatti si prendono apertamente gioco della polizia (l’ordine costituito) risultando un po’ Robin Hood un po’ Bonnie e Clyde (o Clyde e Clyde) con un obiettivo sia socialmente utile sia moralmente condivisibile, mettendo d’accordo religiosi e atei, cani e gatti, tarallucci e vino.

Landis, uno dei due grandi John della pellicola, dirige lasciando briglia sciolta agli attori e all’accompagnamento musicale stesso, e ciò porta a un’interpretazione memorabile dei primi e il passaggio a cult delle seconde. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Landis insieme a Dan Aykroyd, interprete di uno dei due fratelli, è impostata in modo molto semplice e allo stesso tempo caotico, con tanti personaggi che compaiono solo in una scena o in una piccola manciata, un goal all’interno della trama e un viaggio più o meno problematico per raggiungerlo; il tutto è ornato da battute diventate ormai memorabili e che danno ulteriore carica umoristica al film.

Belushi e Aykroyd sono straordinari: talmente affiatati da sembrare veramente fratelli, con tempi comici azzeccatissimi e notevole alchimia, gigioneggiano incontrastati per due ore e un quarto dal ritmo veloce e assolutamente non stancanti: la mimica facciale del primo, nonostante i perennemente indossati Ray-Ban scuri e la paciosità del secondo creano una delle coppie comiche migliori alla pari di mostri sacri come Dean Martin-Jerry Lewis e Walter Matthau-Jack Lemmon. Bravissimi tutti i membri della band, brevi apparizioni di grandissimi musicisti come Ray Charles, John Lee Hooker, James Brown (il suo reverendo Cleophus James è una perla) e Cab Calloway.

All’epoca il film entrò nel Guinness dei primati per la scena con il maggior numero di incidenti d’auto e nonostante una lavorazione a dir poco turbolenta e un flop d’incassi iniziale è diventato con gli anni uno dei cult della storia della settima arte. Meritatamente.

Daredevil

Occhio non vede, cuore non duole.

TRAMA: Il giovane Matt Murdoch rimane cieco dopo un incidente. Senza la vista i suoi sensi si acuiscono e cresciuto diventa avvocato; per catturare i criminali che la giustizia non ha condannato assume l’identità segreta del supereroe Daredevil.

RECENSIONE: Basato sull’omonimo personaggio a fumetti nato dalla grande casa Marvel nel 1964, questo film è un pastrocchio senza capo né coda con un Ben Affleck di rara inespressività (vinse il Razzie Award di quell’anno non per nulla) e un’accoppiata regia-sceneggiatura da parte di Mark Steven Johnson di una piattezza imbarazzante.

Dimostrando che non tutto ciò che viene partorito da un fumetto di Stan Lee diventa poi un film di sicuro successo economico (fattore molto spesso non coincidente con film “di qualità”), ciò che salta fuori da queste menti illuminate è una pellicola che si ricorda molto di più per la presenza nella colonna sonora degli Evanescence (dai, Bring Me To Life la sanno anche i sassi) che non per possibili o presunti meriti tecnico-artistici.

Come già detto la regia di Mark Steven Johnson (che non pago dirigerà, si fa per dire, il non plus ultra dello squallore Nicolas Cage in Ghost Rider, film di cui ci si dovrebbe vergognare) è senza mezzi termini un gran casino, con inquadrature casuali, inadatte all’azione che si sta filmando o che danno addirittura l’impressione di essere storte o sbilenche.

Ciò dimostra che non basta dare in mano una cinepresa a qualcuno per renderlo un regista, altrimenti lo sarebbero anche gli oranghi.

Se a quest’ultimo aspetto ci si aggiunge che l’80% se non di più del film è ambientato di notte, l’effetto risultante è qualcosa che si potrebbe definire “discoteca della riviera romagnola vista dagli occhi di un tizio al quinto gin tonic”.

Sceneggiatura, questa sconosciuta, con presentazioni dei personaggi raffazzonate, sviluppo psicologico non pervenuto, intere scene che sembrano prese più da un videoclip di musica pop piuttosto che da un film e una trama che appassiona come una gara a chi si addormenta per primo (vinta di solito dallo spettatore di questo film).

Per quanto riguarda gli attori, tolto un Ben Affleck inguardabile, sono presenti un Colin Farrell che probabilmente ha accettato di girare questo film per scommessa dopo aver perso al biliardo, Jennifer Garner che Dio sa quando azzeccherà un film, Michael Clarke Duncan nei panni di un Kingpin di colore (?) e naturalmente la Leggenda Jon Favreu, attore regista della saga di Iron Man.

Evitatelo come la peste.

Detachment – Il distacco

detachment“Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.” Dante Alighieri, Inferno Canto III.

TRAMA: Una scuola superiore americana con ragazzi problematici vista dagli occhi di Henry Barthes, un supplente che si troverà a lavorarvi per un mese.

RECENSIONE: Diretto da Tony Kaye (regista di American History X) questo film del 2011 è un deprimente spaccato su una parte del sistema educativo americano e non, nascosto dal sottile strato delle high school fighette con giocatori di football che indossano la felpa della propria squadra e cheerleaders belle, spocchiose e zoccole.

Tra disillusioni, indifferenza e arroganza disgraziati insegnanti si barcamenano cercando di svolgere il loro mestiere nel modo più proficuo e dignitoso possibile e al contempo risolvere i loro problemi personali, o quantomeno conviverci.
Il risultato è un luogo di lavoro insopportabile e fonte continua di amarezza, senza soddisfazioni.

La regia enfatizza molto quest’ultimo aspetto concentrandosi sui volti dei personaggi, con tocchi simili tecnicamente a Sergio Leone, inquadrando e squadrando ogni volto per carpirne ogni minima espressione o ruga.
Dall’altra parte della barricata vi sono alunni che si potrebbe definire “problematici” usando un eufemismo e che si chiudono in loro stessi, si danno alla prostituzione o si comportano come gangsta in stile Grand Theft Auto: ciò comporta una distanza tra corpo docenti e alunni ampia come quella tra Groenlandia e Nuova Zelanda, impedendo ai primi di insegnare e ai secondi di imparare (o esercitarsi nella nobile arte di fingere di farlo).
La sceneggiatura di Carl Lund ci accompagna in una lenta e progressiva deriva, facendo abituare lo spettatore a ciò a cui sta assistendo lentamente e senza strappi.

Adrien Brody (che somiglia in maniera impressionante a Giorgio Gaber) interpreta un personaggio che subisce più disgrazie di Cristo dopo i Getsemani; molto bravo, ritorna quasi ai fasti de Il pianista ed è un buon fulcro per il film stesso.
La giovane Sami Gayle acerba ma buona anche considerando il difficile personaggio della baby prostituta, verso cui lo spettatore prova un misto di sensazioni non ben definibili. In piccole parti James Caan, ex Sonny Corleone de Il padrino, Lucy Liu e Marcia Gay Harden, membri del disagiato corpo insegnante.

Un bel film indipendente, che dovrebbe forse essere fatto vedere agli studenti nelle scuole.

Il lato positivo – Silver Linings Playbook

L+.

TRAMA: Una giovane vedova e un uomo con disturbo bipolare cercano di aiutarsi a vicenda per superare i rispettivi problemi personali e non.

RECENSIONE: Tratto dal romanzo L’orlo argenteo delle nuvole di Matthew Quick questo è un buon film che raffigura in maniera ironica ma allo stesso tempo sensibile e toccante il tema della diversità dal punto di vista mentale. La pellicola non si pone mai in un’ottica di giudizio, e ciò è un bene, mantenendo sempre un occhio lucido ed empatico nei confronti dei personaggi e dei loro piccoli e grandi problemi. Ciò consente allo spettatore di relazionarsi meglio con loro mentre li osserva, non rimanendo passivo davanti ad uno schermo ma “spiritualmente” partecipe delle loro scelte. La regia e la sceneggiatura di David O. Russell, che due anni prima ha diretto The Fighter con sette nomination agli Academy Awards, sono entrambe buone. Per quanto riguarda la prima si concede qualche cliché, comunque perdonabile e funzionale alla storia, dando molto corda agli attori e cercando di focalizzarsi il più possibile su di loro con un largo uso di campi stretti. Per quanto riguarda la seconda, buona l’alternanza tra i vari momenti emotivi e la caratterizzazione dei personaggi, con qualche piccolo stereotipo ma senza mai cadere nel ridicolo involontario, e tutto ciò giova al film. Bradley Cooper quando non è drogato da Zach Galifianakis agli addii al celibato dimostra di essere un buon attore anche sul versante più serio e drammatico, reggendo bene il film per due ore. Jennifer Lawrence, meritatamente premiata con l’Oscar è una delle maggiori attrici emergenti e si spera che non si perda con gli anni: il suo personaggio è molto intenso e lei lo rende sempre mantenendo l’equilibrio tra carica erotica e intensità interiore. Robert DeNiro ritorna ai film di qualità e alla Nomination agli Oscar dopo stronzate inenarrabili e si rivede pure Chris Tucker, che faceva coppia con Jackie Chan nell’innocua ma godibile serie Rush Hour. Dal punto di vista del pubblico è costato 21 milioni e finora ne ha incassati oltre 200, per quanto riguarda la critica otto Nomination agli Oscar 2013 (quelli nella cui cerimonia Seth MacFarlane ha cantato “We saw your boobs”) di cui uno vinto.

Batman Begins

Let the games begin.

TRAMA: Il miliardario orfano Bruce Wayne decide di combattere la criminalità dilagante nella sua città. Dopo aver viaggiato per il mondo ed essere stato addestrato dalla potente Setta delle Ombre ritorna a Gotham City e crea un alter ego: Batman.

RECENSIONE: Per la regia dell’inglese Christopher Nolan e con un cast molto albionico (poi ci arriviamo), Batman Begins è un bel film che ha avuto un grande merito: inondare di nuova popolarità l’uomo pipistrello.

Questo personaggio, infatti, dopo i crimini contro l’umanità perpetrati da Joel Schumacher che rispondono al nome di Batman forever (1995) e Batman & Robin (1997) era in fase di stallo (per non dire moribondo), e ciò stonava con l’enorme successo che stava riscuotendo parallelamente la Marvel con nuovi film supereroistici.
Nolan lo ha resuscitato dalle ceneri con una pellicola molto gradevole, che oggi è abbastanza sottovalutata perché agli spettatori medi piace tanto farsi le seghe su quanto il Joker di Heath Ledger sia bello, bravo, figo e ben realizzato.
Ovviamente il popolo ha ragione, ma è un peccato non considerare l’origine della trilogia perché tralasciandola andrebbe perso qualcosa, un po’ come se Guerre Stellari fosse iniziato su Hoth (per favore ditemi che l’avete capita).

Tornando al film con protagonista il personaggio nato nel 1939 da Bob Kane, in questo film la regia è su ottimi livelli e utilizza molto accuratamente le inquadrature e i vari campi, che contribuiscono a rendere l’idea di movimento del personaggio: essendo un combattente sostanzialmente di tipo ninja questo fattore è molto importante, perché consente allo spettatore di capire la dinamicità dell’uomo pipistrello e apprezzare maggiormente le scene d’azione.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Nolan e da David Goyer, è strutturata su molti livelli: ciò crea diverse sottotrame parallele che risultano però ben amalgamate, non avendo quindi mai l’impressione di scene e dinamiche messe lì tanto per fare numero e casino; i personaggi sono tutti ben esplorati e sia i fan del fumetto sia i neofiti ne possono apprezzarne le sfaccettature, anche se alcuni di loro rimangono per poco tempo effettivo sullo schermo.

Per quanto riguarda gli attori ottima la scelta di affidare la parte di Wayne/Batman al gallese Christian Bale, che riesce ad impersonare i vari passaggi della maturazione del suo personaggio dando l’impressione di essere lo stesso ma al contempo diverso; abituato alle trasformazioni fisiche non gli sarà stato difficile accumulare una notevole quantità di muscoli, utili per pestare a sangue i cattivi.
Gary Oldman nei panni del commissario Gordon è praticamente perfetto, con l’attore inglese che per una volta non interpreta un pazzo omicida ma anche nel Lato Chiaro della Forza se la cava egregiamente; gli irlandesi Cillian Murphy (con uno Spaventapasseri ottimamente realizzato sia come aspetto sia come effetti speciali per quanto riguarda le allucinazioni) e Liam Neeson danno anch’essi un grande contributo al film con le loro interpretazioni.
In ruoli minori attori da 24 carati come Morgan Freeman (qui Lucius Fox, corrispettivo del Q di James Bond), Michael Caine personificazione eccezionale di Alfred, Tom Wilkinson nei panni sporchi di pummarola del boss italoamericano Carmine Falcone, Ken Samurai Watanabe e Rutger Hauer-“Io ne ho visti supereroi che voi umani non potreste immaginarvi”.
E Katie Holmes, ex Joey Potter di Dawson’s Creek come fiamma del protagonista non è neanche male.

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