L'amichevole cinefilo di quartiere

Cogan

Judging it softly.

TRAMA: New Orleans, 2008. Due criminali di mezza tacca rapinano una bisca clandestina a cui partecipavano i nomi grossi della malavita. Per risolvere la questione viene chiamato il killer Jackie Cogan.

RECENSIONE: Parafrasando per quanto riguarda il titolo la celebre canzone strappalacrime Killing Me Softly with His Song di Roberta Flack del 1973 questo ottimo film riesce nella non indifferente impresa di riesumare il genere noir, che era stato spedito in soffitta (“sottoterra” è un po’ cruento) qualche decennio fa insieme agli album fotografici dove il nonno porta i calzoni corti, vecchi giocattoli in disuso (e in disarmo) e il vestito della leva militare di papà. Per la regia di Andrew Dominik, che ha già diretto Pitt ne L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford e che qui cura anche la sceneggiatura, la vicenda si dipana attraverso una New Orleans in versione girone dantesco, dove le elezioni presidenziali del 2008 fanno da sfondo alle azioni di personaggi brutti, sporchi e cattivissimi in un gioco di fumo (parecchio) e sangue (altrettanto). Un grosso pregio del film è il realismo nelle situazioni e nei dialoghi, tipici da bassifondi e zone periferiche di una metropoli, che aumenta l’effetto immedesimazione dello spettatore ed è sottolineato dal ritmo dell’azione, solitamente lento (particolarità per un film del 2012 con cadenze da thriller) in cui non vi sono epici scontri a fuoco tra bande di rapinatori ed eserciti di poliziotti, ma un tentativo da parte dei vertici criminali di sistemare faccende interne in modo artigianale, senza eccessivo rumore. In tutto ciò sguazza Brad Pitt, che invecchiando acquista nuove espressioni, lavorando dal punto di vista recitativo più sui particolari come ad esempio i piccoli movimenti dei muscoli intorno agli occhi: credibile nel suo ruolo, sostenuto come sempre nella versione italiana da Sandro Acerbo, voce anche di Will Smith e di Michael J. Fox, assume in questo film caratteristiche paragonabili (molto lontanamente, si parla comunque di un mostro sacro) al grande Robert Mitchum (detective Marlowe e straordinario ne La morte corre sul fiume (1955)), con personaggi grigi come un novembre padano e che rendono la stessa atmosfera intorno a loro torbida. Talvolta ci si abbandona alle ormai classiche e stantie “filosofate” da killer, ma qui non sono eccessivamente stucchevoli. Tra gli altri compare anche James Gandolfini (indimenticabile Tony Soprano nell’omonima serie tv (1999-2007), protagonista anche di Romance & cigarettes (2005) di John Turturro) in un ruolo malinconico cucito su misura per lui, e grosso bentornato a Ray Liotta (Quei bravi ragazzi (1990), John Q (2002)) che dopo gli anni Novanta si era un po’ perso (per usare un eufemismo, ammazza che vaccate che ha fatto). La sceneggiatura cambia i punti di vista sull’azione saltando da un gruppo di personaggi ad altri, facendo capire a chi guarda il film tutte le sfaccettature che possono ruotare attorno alla stessa vicenda, fornendo un quadro completo; montaggio e fotografia eccellenti per quanto riguarda efficacia e scelte stilistiche e una colonna sonora curata fanno da corollario a un film insolito e notevole.

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