L'amichevole cinefilo di quartiere

Cloud Atlas

Ok, e quindi?

TRAMA: Il film segue sei differenti storie in sei epoche diverse, con gli eventi di ogni storia apparentemente legati alle altre, mostrando alcuni minimi comuni denominatori costanti come la reincarnazione e il destino.

RECENSIONE: Andiamo con calma e partiamo dagli aspetti positivi. Tratto dall’omonimo romanzo L’atlante delle nuvole di David Mitchell, il film ha la regia di Andy e Lana (ex Larry) Wachowski, celebri per essere gli autori della saga di Matrix e di Speed Racer, film che rimarrà scolpito nella storia del cinema come Dragostea Din Tei in quella della musica. Al loro fianco il tedesco Tom Tykwer (il buon Lola corre e il flop Profumo, film mediocre tratto da un libro infilmabile), che vista la complessità della realizzazione del film molto spesso ha lavorato in parallelo con i due fratelli, con due unità di ripresa distinte. Il film è formato da diversi episodi ed è retto dagli attori, che interpretano più ruoli nelle varie sezioni; tra questi abbiamo Tom Hanks, probabilmente uno dei migliori del gruppo, data anche la profonda diversità delle figure che interpreta, Hugh Grant, Hugo Weaving (questi ultimi i più truccati), la splendida quarantaseienne Halle Berry (bentornata al cinema dopo pellicole di rara idiozia), l’esperto Jim Broadbent e tanti altri, che aumentano la complessità e l’aspetto corale del film. Un altro elemento positivo è che per ogni episodio cambia il registro a livello di genere: si passa, infatti, dal fantasy alla commedia, al thriller, al dramma con alternanza di situazioni e personaggi; prendendo ogni episodio e considerandolo a se stante, per la maggior parte sono abbastanza curati, pur senza eccellere. Nonostante questi notevoli pregi, il grandissimo difetto del film è che spesso si trasforma in uno sterile esercizio di stile fine a se stesso: “Guardate, pubblico idiota, come siamo bravi a metterci dentro la base di un po’ tutti i generi, a truccare un po’ tutti gli attori, a farli comparire un po’ in tutti gli episodi e a metterci dentro un botto di filosofia senza uno scopo per farvi fare le pippe intellettuali”; è un po’ come un falegname che realizza una sedia intarsiata e bellissima agli occhi, ma che è troppo fragile perché regga il peso di una persona. Bellissime le scenografie e la fotografia (di John Toll, vincitore di due Oscar), ottimi effetti speciali, notevole trucco e bravi attori, ma il risultato quindi non è un capolavoro né un’ottima pellicola, ma solo un film carino, perché la sostanza cinematografica latita. Non si può realizzare un film che sfiori le tre ore di durata (pesanti tra l’altro) con un budget dichiarato di 100 milioni di dollari e ottenere un risultato “carino”: era logico, lecito e doveroso aspettarsi di più, e purtroppo questo film (comunque sufficiente) rischia di essere inserito nella categoria dei “belli senz’anima”, film che puntano più agli occhi che all’arte. Gli aeroplani devono essere fabbricati per far volare le persone, non per mostrare agli altri quanto si è bravi a costruirli.

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