L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per 22 febbraio 2013

Die Hard – Un buon giorno per morire

TRAMA: John McClane parte per la Russia per tirare fuori di prigione il figlio ma le autorità locali sono poco disponibili al dialogo. Durante il suo soggiorno a Mosca scopre che dietro all’arresto si nasconde un piano terroristico.

RECENSIONE: Quinto capitolo della saga Die Hard (gli altri episodi nel 1988, 1990, 1995 e 2007) diretto da John Moore, specializzato in remake ridicoli come Il volo della fenice dal 1965 e Omen – Il presagio dal 1976. Questo film di rara ignoranza poggia interamente sulle spalle di Bruce Willis, “il divo in canottiera” che porta la sua pelata traslucida in situazioni al limite dell’impossibile e del ridicolo corredando le sue decine e decine di uccisioni con frasi ad effetto, pistolotti morali inutili e botte di tamarraggine notevoli. La sceneggiatura consiste in due righe-due, con i sovietici che tornano come nella miglior tradizione anni ’80 ad essere i cattivi sostituendo gli ormai abusati arabi: il film arranca tra scagnozzi monodimensionali, personaggi stereotipati al massimo, scazzottate ed esplosioni, come sempre immotivate e frequentissime. I personaggi secondari sono poco più che macchiette e costituiscono più che altro mezzi attraverso cui l’eroe senza macchia e senza cognizione raggiunge l’obiettivo di ammazzare i cattivi di turno, possibilmente facendo più bordello possibile. Tra tutti gli eroi d’azione nati venticinque anni fa, Willis è però il migliore e il più (auto)ironico, dimostrando di rendersi conto che ciò che sta facendo sullo schermo non è esattamente cinema d’autore introspettivo; ciò gli dà una marcia in più e il pubblico lo apprezza, rendendo le sue pellicole l’ideale per passare un’ora e mezza leggera e divertente. Se non volete film impegnati potete immergervi in quest’avventura, dimenticando, per farvelo piacere, la fisica, la logica e la resistenza umana alle ferite. Yippie ki-yay, motherf***er.

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Les Misérables

Gran bel film, parbleu!

TRAMA: Jean Valjean è un uomo onesto ridotto in miseria. Costretto a rubare per sfamare la sorella viene imprigionato, ma evade e cerca vendetta.

RECENSIONE: Tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo, a sua volta adattato per un musical di Broadway, il film è diretto da Tom Hooper, che fece jackpot agli Oscar del 2011 vincendone quattro (film, regia, Colin Firth come attore protagonista e sceneggiatura originale).
A questa pellicola otto nomination con il ritorno di un musical nella categoria “miglior film” a dieci anni di distanza da Chicago, eletto immeritatamente vincitore al posto di Gangs of New York di Scorsese o Il pianista di Polanski da un’Academy al momento della votazione probabilmente con lo stesso tasso alcolico di una riunione di alpini.

Per quanto riguarda la realizzazione, essendo il film facente parte di un genere piuttosto dispendioso la Working Title Films, casa di produzione, si è parata il posteriore stanziando un budget di 61 milioni di dollari: fortunatamente le palanche non sono finite tutte nei cachet degli attori, come succede in filmacci tipo Twilight, dove i personaggi corrono con gli stessi effetti speciali della prima serie di Smallville (datata 2001) e i lupi mannari sono disegnati con Paint, ma si è dato il giusto peso alle scenografie.
Esse infatti sono sempre molto ricche, sia come presenza di oggetti materiali sia come intensità emotiva, cosa che deve sempre essere presente in un film dove si comunica attraverso le canzoni; questo dà un alone di magnificenza che contribuisce a rendere il tutto molto elegante e allo stesso tempo complesso.

Le canzoni in generale sono toccanti e fanno sì che lo spettatore si immedesimi ai personaggi, portando lo spirito teatrale nella sala cinematografica e rendendolo un film di uomini, non un semplice spettacolo di marionette; per quanto riguarda le ugole se la cavano bene in particolare sia Hugh Jackman, nei panni di un tosto e dolente Jean Valjean, sia Anne Hathaway come sciupata Fantine, probabilmente il personaggio più disgraziato e allo stesso tempo empatico del film.
Un po’ di fatica in più per Russell Crowe, che rende l’ossessione per Valjean talvolta troppo marcata, dando in certi punti l’impressione di avere a che fare con una versione seriosa e francese di Zenigata, l’arcinemico di Lupin III. Sguaiati e pittoreschi, per usare un eufemismo, Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, che indubbiamente si saranno divertiti interpretando i coniugi Thénardier e che tornano assieme in un musical dopo Sweeney Todd.

Un gran bel film sia come realizzazione che come interpretazione; per i non amanti del musical potrebbe essere irritante vedere Wolverine e Massimo Decimo Meridio in versione canterina, ma sempre meglio di come si è ridotto Zorro (“Èco Rossita le mie ffète bìsscotàte”).

Lincoln

Almeno non ci sono i vampiri.

TRAMA: Col volgere al termine della Guerra di Secessione americana il presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln deve affrontare il problema dell’abolizione della schiavitù all’interno del Gabinetto dell’Unione.

RECENSIONE: Per la regia numero trentatré del prolifico Steven Spielberg, grande boss della cinematografia yankee con quattro premi Oscar sul groppone e la media di due pellicole ogni tre anni, questo film è una notevole biografia iper-patriottica imbastita apposta per fare incetta dei premi dorati a forma di uomo calvo armato.
Gli elementi per riuscire (teoricamente) in questa impresa ci sono tutti: un regista di spicco, una vasta e dispendiosa produzione con accurate ricostruzioni d’epoca e la coppia d’assi formata da uno dei migliori attori viventi e dalla sua interpretazione di un personaggio storico conosciuto anche dagli zulù, promotore di un evento epocale.

Daniel Day-Lewis (cinque nomination agli Oscar compresa questa, di cui due vinti) interpreta infatti il sedicesimo presidente americano in modo veramente notevole per quanto riguarda gestualità, espressioni ed eloquio, quest’ultimo purtroppo guastato in sede di doppiaggio dalla voce di Pierfrancesco Favino, non attinente al personaggio (ed è un peccato che un attore come Day-Lewis non abbia un doppiatore italiano ufficiale).
Canonico anche mostrare il volto umano oltre il politico, attraverso il rapporto con la combattiva moglie Mary e il figlio Robert (rispettivamente Sally Field e il lanciatissimo Joseph Gordon-Levitt) e buona scelta degli attori di contorno come David Strathairn e Tommy Lee Jones.

Dal punto di vista tecnico presenti i fedelissimi di Spielberg, anch’essi pluripremiati: buona fotografia di Janusz Kaminski (due Oscar vinti), montaggio di Michael Kahn (tre), musiche di John Williams (cinque!) e scenografie di Rick Carter (uno).

Tutto oro quello che luccica, quindi? Non proprio, le note dolenti ci sono.

La prima è che nella sceneggiatura del drammaturgo Tony Kushner (che ritrova Spielberg a sette anni da Munich) è presente un’enorme mole di personaggi, probabilmente conosciutissimi dagli americani ma che per il pubblico a est dell’Atlantico possono essere poco individuabili: in qualche caso si ha l’impressione di avere di fronte un individuo ai fini della trama utile come un cucchiaio bucato.
Ciò tende a rendere Lincoln un film di americani realizzato da americani per gli americani (parafrasando il celebre discorso di Gettysburg), cosa che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio.
Inoltre bisogna anche considerare l’immancabile retorica del film (seconda grossa pecca), utile per ingraziarsi gli spettatori e conferire un alone di santità al protagonista.

In conclusione un film buono ma non ottimo, che potrebbe entrare alla premiazione degli Oscar con la delicatezza di un bulldozer ma forse non avere il successo che ci si aspetterebbe sulla carta.

Cloud Atlas

Ok, e quindi?

TRAMA: Il film segue sei differenti storie in sei epoche diverse, con gli eventi di ogni storia apparentemente legati alle altre, mostrando alcuni minimi comuni denominatori costanti come la reincarnazione e il destino.

RECENSIONE: Andiamo con calma e partiamo dagli aspetti positivi. Tratto dall’omonimo romanzo L’atlante delle nuvole di David Mitchell, il film ha la regia di Andy e Lana (ex Larry) Wachowski, celebri per essere gli autori della saga di Matrix e di Speed Racer, film che rimarrà scolpito nella storia del cinema come Dragostea Din Tei in quella della musica. Al loro fianco il tedesco Tom Tykwer (il buon Lola corre e il flop Profumo, film mediocre tratto da un libro infilmabile), che vista la complessità della realizzazione del film molto spesso ha lavorato in parallelo con i due fratelli, con due unità di ripresa distinte. Il film è formato da diversi episodi ed è retto dagli attori, che interpretano più ruoli nelle varie sezioni; tra questi abbiamo Tom Hanks, probabilmente uno dei migliori del gruppo, data anche la profonda diversità delle figure che interpreta, Hugh Grant, Hugo Weaving (questi ultimi i più truccati), la splendida quarantaseienne Halle Berry (bentornata al cinema dopo pellicole di rara idiozia), l’esperto Jim Broadbent e tanti altri, che aumentano la complessità e l’aspetto corale del film. Un altro elemento positivo è che per ogni episodio cambia il registro a livello di genere: si passa, infatti, dal fantasy alla commedia, al thriller, al dramma con alternanza di situazioni e personaggi; prendendo ogni episodio e considerandolo a se stante, per la maggior parte sono abbastanza curati, pur senza eccellere. Nonostante questi notevoli pregi, il grandissimo difetto del film è che spesso si trasforma in uno sterile esercizio di stile fine a se stesso: “Guardate, pubblico idiota, come siamo bravi a metterci dentro la base di un po’ tutti i generi, a truccare un po’ tutti gli attori, a farli comparire un po’ in tutti gli episodi e a metterci dentro un botto di filosofia senza uno scopo per farvi fare le pippe intellettuali”; è un po’ come un falegname che realizza una sedia intarsiata e bellissima agli occhi, ma che è troppo fragile perché regga il peso di una persona. Bellissime le scenografie e la fotografia (di John Toll, vincitore di due Oscar), ottimi effetti speciali, notevole trucco e bravi attori, ma il risultato quindi non è un capolavoro né un’ottima pellicola, ma solo un film carino, perché la sostanza cinematografica latita. Non si può realizzare un film che sfiori le tre ore di durata (pesanti tra l’altro) con un budget dichiarato di 100 milioni di dollari e ottenere un risultato “carino”: era logico, lecito e doveroso aspettarsi di più, e purtroppo questo film (comunque sufficiente) rischia di essere inserito nella categoria dei “belli senz’anima”, film che puntano più agli occhi che all’arte. Gli aeroplani devono essere fabbricati per far volare le persone, non per mostrare agli altri quanto si è bravi a costruirli.

La migliore offerta

Welcome back, Giuseppe.

TRAMA: Virgil Oldman è un sessantatreenne battitore d’aste ed esperto d’arte che viene contattato da una donna misteriosa che lo incarica di stimare il contenuto di una vecchia villa in rovina.

RECENSIONE: Film scritto e diretto da Giuseppe Tornatore, reduce dal colossale flop di Baarìa (troppi soldi investiti, aspettative, attori, pubblicità, troppa Sicilia), è una pellicola molto intensa e ben fatta che riesce a rendere appassionante un tema come l’antiquariato (!), cosa possibile normalmente solo dopo aver bevuto un litro di peyote.

Il film sia dal punto di vista narrativo che registico è basato sui contrasti e le antitesi: vecchio / giovane, interno / esterno, nuovo / antico e grazie alle scelte stilistiche e alle scenografie molto azzeccate l’effetto è ottimo. Per quanto riguarda gli attori il protagonista è Geoffrey Rush (Oscar nel 1997 come Miglior Attore per Shine e altre 3 Nomination, verrà ricordato dal grande pubblico per il pirata Barbossa di Pirati dei Caraibi, a voi le conclusioni…) che interpreta l’antiquario con piccoli tic e manie dando ad ogni gesto ed espressione la giusta profondità e importanza. Al suo fianco Sylvia Hoeks, attrice olandese conosciuta in patria ma esordiente per noi, molto dolce e allo stesso tempo determinata come il ruolo richiede; ruoli di contorno per Jim Sturgess (ma solo a me il musical con le canzoni dei Beatles Across the Universe è piaciuto?) e la vecchia e incanutita volpe Donald Sutherland.

Di alto livello la fotografia di Fabio Zamarion e ottime come sempre le musiche del grande Ennio Morricone, semplicemente una garanzia.

Film che andranno a vedere probabilmente in pochi ma che merita.

Ralph spaccatutto

Ralph spacca.

TRAMA: Ralph è stanco di interpretare il ruolo del cattivo nel suo videogioco, così inizia un viaggio attraverso il mondo dei videogame per dimostrare di poter essere anche lui un eroe.

RECENSIONE: Per la regia dell’esordiente Rich Moore, in passato disegnatore de “I Simpson” e “Futurama”, questo film è prodotto dalla Walt Disney Pictures, un tempo regina incontrastata dell’animazione, che ora però non ne azzecca una dal 2002 con “Lilo & Stitch”, brutta pellicola di molto (e inspiegabile) successo; dopo averci provato con orsi, mucche, polli e cani, si è deciso di virare sul caro homo sapiens (negli ultimi due film “La principessa e il ranocchio” e “Rapunzel”, spessi come il Domopak e che nonostante gli enormi e incomprensibili incassi del secondo farebbero rivoltare nella tomba il vecchio fascistone Walt). Anche qui il protagonista è quindi un bipede glabro (anche se all’interno di un videogioco) ma nonostante ciò il film è carino, pur con tutti i luoghi comuni che vi vengono in mente su un film d’animazione; il fatto che il protagonista sia un “diverso”, che non vuol fare quello che la società impone gli dà come ovvio una marcia in più (Tim Burton il suo successo con che tipo di personaggi lo ha fatto?). Buona la realizzazione degli scenari, che non danno mai l’impressione di essere troppo spogli o troppo riempiti, colonna sonora senza canzoncine assurde dei personaggi (almeno uno dei cliché Disney qui non è presente, se una persona deve esprimere qualcosa la DICE, non la CANTA) e citazioni a catinelle di videogiochi (chissà quanto sono costati i diritti di immagine) del passato o del presente. Proprio quest’ultimo punto può rivelarsi un autogol, e qui sta anche la scommessa del film: a differenza dei film d’animazione classici, rivolti ad un pubblico generico, questo è molto indirizzato verso il target degli appassionati di videogame, e chi non appartiene a questa categoria potrebbe non cogliere le citazioni più velate; dopo tanto adagiarsi sugli allori, con seguiti su seguiti su seguiti finalmente un film meno inquadrato, con un’idea nuova affidata ad un esordiente. Per quanto riguarda il doppiaggio, voci originali di molti comici televisivi americani come John C. Reilly, anche attore, Jack McBrayer, Sarah Silverman e Jane Lynch, la cattivona di “Glee”; in Italia Massimo Rossi (doppiatore di Sean Penn) per Ralph, Cristiana Lionello (doppiatrice di Sharon Stone) per il sergente Calhoun e Gaia Bolognesi per Vanellope. Se volete far divertire il piccolo nerd che è dentro di voi (ma anche fuori) questo film è l’ideale.

Le 5 leggende

A Natale siamo tutti più buoni.
Forse.

TRAMA: Pitch, uno spirito maligno, vuole conquistare il mondo degli umani: i Guardiani Immortali si uniscono per impedire che la malvagia creatura rubi l’immaginazione e la speranza ai bambini.

RECENSIONE: Per la regia dell’esordiente Peter Ramsey, Le 5 leggende segue l’onda lunga del grande successo riscosso dalle pellicole sui supereroi “di gruppo” (i recenti X-Men The Avengers, e se torniamo molto indietro gli attillati e omosessuali Power Rangers) che uniscono le forze contro un nemico comune: in questo caso l’Uomo Nero, doppiato nella versione originale da Jude Law e paura atavica di ogni bambino . Nel gruppo dei buoni spiccano un sovietico e cazzuto Babbo Natale (con tanto di tatuaggi sulle braccia “buono” e “cattivo”, citazione se vogliamo del Robert Mitchum de La morte corre sul fiume), il Coniglio Pasquale in stile Crocodile Dundee doppiato da Hugh Jackman (icona australiana insieme ai koala e ai canguri) e la Fata dei Denti.

Che per essere una protettrice di bambini somiglia ad un colibrì gigante piuttosto inquietante.

Film realizzato dalla Dreamworks, mamma di Shrek, Madagascar e Kung Fu Panda (con relativi seguiti orrendi ed inutili), questa pellicola ha i difetti tipici delle opere appartenenti al relativo genere: personaggi umani piatti e poco caratterizzati, un cattivo che avrebbe dovuto essere sfruttato meglio narrativamente parlando e i soliti clichè dell’animazione occidentale.

Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, ma comunque un film da salvare in quanto si è visto molto peggio: Le 5 leggende ha qualche freccia nel suo arco, soprattutto per quanto riguarda il comparto tecnico e visivo, con una realizzazione molto accurata in particolare degli effetti elementari come ghiaccio, sabbia e tenebre, e in senso artistico come spettacolarizzazione dei combattimenti.

Un’opera piuttosto “basilare” nella sua impostazione, con la presenza dei soliti orpelli che ricordano al pubblico dove la Dreamworks spenda i milioni, ma non un brutto film.

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