L'amichevole cinefilo di quartiere

Cosmopolis

Il cosmo della polis.

TRAMA: Eric Packer, rampante ventottenne con una carriera in ascesa, attraversa Manhattan a bordo di una limousine per andare dal barbiere. Durante il tragitto riceve nella sua auto i consulenti della sua azienda per affrontare una crisi finanziaria, e si ritroverà minacciato di morte.

RECENSIONE: Un gran film. Tecno-dramma in salsa filosofica, in cui in un arco temporale definito e compresso viene sintetizzato tutto l’universo umano (occidentale) nelle sue varie forme e nella sua immensa complessità. Vita e morte, sesso e istituzioni, ricchezza e miseria, capitalismo e anarchia si intrecciano in una tela di ragno complessa e incomprensibile, formando una valida rappresentazione di come il mondo si è trasformato grazie al dio Denaro e alla irrazionale razionalità umana.

Cronenberg (La mosca (1986), A history of violence (2005), Videodrome (1983)) si riscatta dal deludente A dangerous method (2011) e ritorna ai topos a lui tanto cari (la morte, la trasformazione, la debolezza interiore) confezionando un’opera sorretta da una sceneggiatura in cui conta il come, non il cosa, e che non esita a usare macchinazioni, mcguff ed ellissi per arrivare al punto focale, riuscendo su una base apparente semplice a costruire una cattedrale estremamente complessa e articolata.

I personaggi si muovono come fossero in una tragedia greca, soverchiati e schiacciati da forze fuori dalla loro comprensione e dal loro controllo, ed il vero miracolo cinematografico (ma anche non) Cronenberg lo attua riuscendo a far recitare Robert Pattinson (che sarebbe come ridare l’udito ai sordi o le gambe a Pistorius), attore che nei panni del vampiro luccicante aveva dato prove di inespressività quasi leggendaria e che qui oltre a recitare bene riesce a reggere un microcosmo di personaggi che gli ruotano attorno come satelliti, in un film che mascherato in una finta coralità nasconde un “one-man movie”

I dialoghi (rapidi e allo stesso tempo monolitici) sono eccezionali, ed è un continuo ping pong trai vari attori, con botte e risposte fulminanti e improvvisi cambi di argomento, il tutto sorretto da un montaggio ottimo e funzionale; la fotografia passa i vari cambi di luce, virando sempre su tinte scure, e non facendo mai abituare lo spettatore alla luminosità; musiche di Howard Shore, autore delle colonne sonore di vari film dello stesso Cronenberg, di Scorsese e della trilogia del Signore degli Anelli.

Oltre al protagonista vi sono Kevin Durand (Little John in compagnia del Robin Hood XXL di Russell Crowe e il mutante Blob nel marveliano e mediocre film dedicato a Wolverine), Juliette Binoche, che a fare il cioccolato è stata sostituita da Banderas e Paul Giamatti, che ci sta come un limone tra le cozze.

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