L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per 21 febbraio 2013

The Amazing Spider-Man

TRAMA: Peter Parker, abbandonato da piccolo e cresciuto dagli zii, inizia a indagare sulla scomparsa dei genitori; esplorando un laboratorio dove lavora lo scienziato Curt Connors, ex collega di suo padre, viene morso da un ragno geneticamente modificato e ne ottiene le abilità. Peter, assunta l’identità di Spider-Man, si ritroverà contro il mostruoso alter ego di Connors, Lizard.

RECENSIONE: Da grandi aspettative derivano grandi responsabilità, e questo film le soddisfa bene. Reboot della saga, con un cambio radicale di cast tecnico e attori principali: regia di Marc Webb (che sostituisce Sam Raimi), il cui unico film precedente è (500) giorni insieme (2009) ma che ha alle spalle tantissimi videoclip musicali per Green Day, Maroon 5, Weezer, My Chemical Romance e altri; sa dosare bene la regia sia nelle scene di auto a penzoloni da un ponte sia in quelle in cui i due ragazzi flirtano a spron battuto.

Come protagonista via il legnosissimo Tobey Maguire, dentro lo smilzo Andrew Garfield (Leoni per agnelli (2007), Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009), amico abbandonato da Jesse Eisemberg-Zuckemberg in The social network (2010)), che rispetta il fumetto originale interpretando uno Spider-Man giovanile, ironico e molto atletico, come anche un Parker sfigato e imbranato il giusto, senza esagerare; tutto questo contribuisce ad una immedesimazione maggiore dello spettatore nel personaggio e questo dà l’acqua della vita al film. La sua nuova partner è Emma Stone (The Help, Benvenuti a Zombieland) che fornisce allo stesso tempo determinazione e dolcezza al suo ruolo facendolo diventare quello di ragazza con gli attributi e non una semplice spalla femminile da salvare. Il villain è Rhys Ifans (divertente Spike in Notting Hill (1999), e dj in I love radio rock (2009)), che con i personaggi fuori di testa va a nozze, e infatti qui è un mad scientist a sangue freddo con due caratteristiche spaventose: diventa una lucertola bipede alta tre metri e, soprattutto, ha la voce di Pino Insegno, che di solito non mi dispiace (come doppiatore ovviamente) ma con questo personaggio non ci azzecca un tubo.

Sceneggiatura di Steve Kloves (sceneggiatore dei film della serie di Harry Potter) e James Vanderbilt (sceneggiatore per Fincher in Zodiac tra le altre cose), che hanno il grande merito di dare una sceneggiatura almeno decente ad un film supereroistico che non sia su Batman (per la serie “La cineteca degli orrori” andare a rivedere Capitan America, Lanterna Verde, Daredevil o The Avengers); buone e adatte al film le musiche del prolifico James Horner (due premi Oscar per Titanic e 10 candidature ai medesimi).

In conclusione questo film è un reboot che in partenza costituiva un salto dal decimo piano senza paracadute ma che si è rivelato poi una scommessa vinta; annunciata una probabile nuova trilogia, questa serie non sarà la controparte del Batman di Nolan ma forse anche la Marvel ha finalmente il suo “eroe”.

Rock of Ages

I wanna rock!

TRAMA: Los Angeles 1987. Sherrie, una ragazza originaria dell’ Oklahoma, arriva in città in cerca di fortuna. Nel celebre locale Bourbon Room conosce e si innamora dell’aspirante rockstar Drew, mentre qualcuno in città trama per eliminare la musica rock.

RECENSIONE: Musical corale per la regia di Adam Shankman, che ritorna al musical dopo Hairspray (2007), la cui immagine di John Travolta grasso e vestito da donna ha accompagnato i miei incubi; il fatto che Shankman oltre a regista sia anche ballerino e coreografo è utile ai fini dei numeri musicali, qui curati e ben fatti, con attori principali e comparse che contribuiscono a creare delle sorte di quadri viventi ancheggianti e rockeggianti che per lo spettatore risultano carini ed entusiasmanti.

La sceneggiatura di Justin Theroux, che ha sceneggiato anche il sottovalutato Tropic Thunder (2008), è un canovaccio tipicamente da musical, cioè formato da varie tappe che mostrano l’evoluzione dei personaggi, come succede ad esempio nell’ highlander Grease (1978) o nel più recente Mamma mia (2008), il musical che ha incassato di più della storia del cinema, mica pizza e fichi: i personaggi hanno un carattere basic e lo implementano evolvendolo con le esperienze fatte all’interno della storia.
In questo caso Theroux e gli altri sceneggiatori creano una trama fluida e snella, contribuendo con battute, gag e situazioni surreali a divertire lo spettatore, che si ritrova immerso in un mondo di locali, grande musica e donnine (come minimo) allegre.

Come già detto il cast è molto nutrito e vede la presenza di Diego Boneta e Julianne Hough, giovani e freschi protagonisti con esperienze musicali, circondati da uno stuolo di personaggi secondari.
Oltre alla divertente coppia Alec Baldwin e Russell Brand, gestori del locale, spiccano un Paul Giamatti viscido e baffuto e una Malin Ackerman sexy e profonda. Menzione d’onore per Catherine Zeta-Jones, il cui ultimo film degno di tale nome è The Terminal (2004), nel ruolo della bigotta e scassapalle moglie del sindaco determinata a far chiudere il locale e scacciare la satanica musica rock da Los Angeles, e Tom Cruise, meraviglioso e divertentissimo nei panni del rocker Stacee Jaxx, alcolizzato, drogato, sessuomane, decadente e scimmia-munito (mica male). Essendo un classe ’62 dovrebbe forse iniziare a concentrarsi più su personaggi non eroici e abbatti – palazzi alla Mission Impossible ma a piccole caricature, come ha fatto in maniera più che buona in Magnolia (1999) Collateral (2004) e Tropic Thunder (2008).

Colonna sonora cantata dagli attori con (tra gli altri) Def Leppard, la cui canzone Pour some sugar on me è bene interpretata da Cruise, Pat Benatar, Poison, Twisted Sisters e Joan Jett.

Nel complesso un buon film.

Men in Black 3

TRAMA: Boris, un criminale spaziale arrestato dall’agente K, fugge dalla prigione dopo quarant’anni e prepara la sua vendetta: il suo scopo è tornare indietro nel tempo per uccidere K giovane prima che possa arrestarlo, in modo da organizzare una futura invasione aliena sulla Terra.

RECENSIONE: Dopo 15 anni dal primo film e 10 anni dall’orrendo e immancabile seguito (saltatelo se potete) torna la strana coppia di agenti governativi, con un film sufficiente ma non molto di più. Regia di Barry Sonnenfield, regista dei due capitoli precedenti, dei lungometraggi sulla famiglia Addams e dello strampalato Wild Wild West (1999), sempre con Will Smith, si mantiene sui suoi livelli registici medi e mantiene il film sugli standard medi della serie, con buone trovate in alcune sequenze funzionali al 3D, che effettivamente anche nella versione 2D risultano spettacolari, con una ridondanza di effetti speciali per far vedere che “noi non siamo dei poveracci” (Totò cit.). Sceneggiatura intricata più delle due precedenti pellicole, naturale visto il tema del time-travel (“Grande Giove!” direbbe il buon Doc/Christopher Lloyd della bellissima trilogia di Ritorno al Futuro (1985) (1989) (1990) di Zemeckis), con alcune dinamiche più telefonate di altre e svolta con lo spirito del compitino rognoso, che si fa con il minimo impegno possibile perché la prof rompipalle te lo ha chiesto. Will Smith è più bravo rispetto alla qualità dei film in cui recita, e se riuscisse a evitare insulti alla cinematografia come  Independence Day (1996), la più colossale americanata della storia del cinema, potrebbe dimostrare di essere un buon attore ovviamente comico (personalmente la sit-com in cui è nato, Willy, il principe di Bel-Air, ha accompagnato la mia infanzia su Italia 1) ma anche un pelino più intellettuale, cosa che con gli occhiali scuri di J difficilmente può riuscire a realizzare. Tommy Lee Jones imbolsito e cadente, dà un tono crepuscolare al personaggio, ma sembra abbia recitato controvoglia e solo per il vil danaro (tipo Banderas con la gallina del Mulino Bianco), Josh Brolin forse migliore e con un trucco credibile per farlo assomigliare alla versione futura di se stesso; la brava Emma Thompson ahimè fa tappezzeria, Jemaine Clement interpreta il solito cattivone bidimensionale, cameo iniziale di Nicole Scherzinger delle Pussycat Dolls. Ricostruzione dell’America anni ’60 abbastanza piatta, musiche di Danny Elfman; nota positiva il mago dei trucchi Rick Baker, che merita ogni singolo dollaro del suo stipendio e realizza un lavoro ammirevole.

Chronicle

Supereroi con superproblemi. Per gli altri.

TRAMA: Tre liceali entrano in una buca nel terreno da cui proviene uno strano rumore; dopo esserne usciti scopriranno di aver acquisito strani poteri telecinetici.

RECENSIONE: Film in stile mockumentary (girato cioè con telecamera a spalla in prima persona) è un godibile film fantascientifico a basso budget (12-15 milioni di dollari, The Avengers ne è costati 240) partorito dalla mente di Max Landis, autore del soggetto e sceneggiatore, figlio del grande John (Animal House 1978, The Blues Brothers 1980). Il continuo spostarsi con la macchina da presa è reso in modo non eccessivamente forzato e ciò non rende il film troppo pesante da guardare, considerando anche che, essendo una tecnica alla lunga stancante, per realizzare il film si è optato per una durata contenuta (80” circa). L’aggiunta ai vari titoli precedenti che hanno utilizzato un approccio registico di questo tipo è che qui ogni telecamera, non solo quella principale, è usata per riprendere le scene del film, e ciò fa spostare spesso i punti di vista che riguardano una stessa situazione creando un montaggio in certi casi interessante: telecamere di curiosi, telecamere a circuito chiuso per la sorveglianza di alcuni edifici ecc diventano parte integrante dell’occhio dello spettatore, che si trova ad avere una visione multipla non facendo rimpiangere in parecchi casi la presenza di una regia fissa vera e propria. Buoni i tre protagonisti (stereotipati il giusto e amalgamati abbastanza bene) interpretati da attori praticamente sconosciuti, che riescono a creare un comportamento da liceali credibile il più possibile senza dare del liceo americano e dei suoi frequentatori un’idea mitizzata e leggendaria tipica delle scialbe commedie teen made in USA. Sia per il budget ridotto sia per pecche proprie del film non è una pellicola che possa competere con Cloverfield (2008) prodotto da J.J. Abrams, probabilmente la miglior pellicola di questo genere, ma la si può considerare in fondo una piccola chicca con alcune trovate originali e che si lascia vedere tranquillamente.

American Pie: Ancora insieme

TRAMA: L’intera classe del 1999 del liceo East Great Falls torna in città per una grande rimpatriata, per festeggiare il decennale del diploma. Sarà un’occasione in più per ricordare i bei vecchi tempi e rendersi conto di non essere più degli adolescenti.

RECENSIONI: Ottavo film della famosa serie inaugurata da American Pie (1999), che incassò 235 milioni di dollari nel mondo, dopo 9 anni di nuovo con il cast originale. Da un soggetto di Paul Weitz, che da regista ha diretto tra gli altri About a Boy (2002) e In a Good Company (2004), il film ha una sceneggiatura ad albero: si basa sulla rimpatriata per poi diramarsi per i vari personaggi, ognuno dei quali con i suoi problemi personali che provocano peripezie all’interno della compagnia. I protagonisti, che iniziano a fare i conti con l’età che avanza, mantengono le caratteristiche stereotipate che li hanno resi celebri: il bravo ragazzo sfigato, l’intellettuale, l’anarchico cazzone ecc… a partire da quelli di Jason Biggs (Jim) e Sean William Scott (Stifler), qui anche in vesti di produttori esecutivi. Scott sopra le righe nonostante l’imborghesimento (solo apparente) del suo personaggio, con cui ormai è un tutt’uno; non è un grande attore, non si è mai misurato con altre parti e ha comunque un’espressività limitata al suo ruolo tipico (vedere anche Il Tesoro dell’Amazzonia (2003)); il suo compito qui è far ridere, e nonostante qualche colpo a vuoto ci riesce bene. Biggs si conferma l’”Adam Sandler dei poveri”, ripetendo alcuni vecchi schemi, e per quanto riguarda la prova recitativa si può fare lo stesso discorso del compare. Funzionali gli altri, in particolare Eddie Kaye Thomas (Finch) che mantiene il suo solito aplomb e Eugene Levy, con classici occhiali e sopracciglia a cespuglio, che diverte e SI diverte veramente tanto; relativamente poco lo spazio dato alle rispettive consorti, e ciò rende il film ancora più maschile. Ai fan della serie piacerà anche questo capitolo, chi non lo è NON cambierà idea (gli schemi delle gag, parecchie delle quali sessuali o comunque scatologiche, sono più o meno gli stessi); a chi non ha mai visto un film di questa saga converrebbe vedersi prima il capostipite.

Marigold Hotel

TRAMA: 7 inglesi over 60 decidono per vari motivi di passare una vacanza in un hotel da sogno in India: viaggio e soggiorno riserveranno a tutti loro grosse sorprese.

RECENSIONE: Commedia carina per la regia di John Madden, che nel 1999 sbancò gli Oscar con Shakespeare in Love, vincendone 7 di cui quello per il miglior film. Nutrito cast british di vecchietti pimpanti in cui è stato racchiuso il top degli inglesi stagionati (Maggie Smith, Tom Wilkinson, Judi Dench, Bill Nighy) più il giovane ed ex Millionaire Dev Patel, molto simpatico ed esilarante nei suoi discorsi; l’inizio è scoppiettante, sorretto soprattutto dalla sarcastica e acida Smith (ex McGranitt della saga di Harry Potter), odiosa e apertamente razzista, riesce a regalare perle di politically uncorrect molto spontanee; Dench abbandona i panni della matrona per inserirsi piuttosto bene in un contesto corale affiatato, Wilkinson è una sicurezza come le zanzare in Pianura Padana e Nighy è (stranamente) sotto le righe: il contrasto con i suoi personaggi fuori di testa di I Love Radio Rock e Love Actually è radicale. L’India colorata e da cartolina è presente, con i suoi bambini, il suo casino, il suo cibo e le sue luci; il film è comunque parco dei luoghi comuni più stucchevoli, come elefanti e vacche sacre. Nella parte centrale la pellicola perde colpi (a una certa età capita 😉 ) ma riesce a riscattarsi in parte nel finale mantenendo la vena comica che la percorre interamente aggiungendo il sentimento e la riflessione, in modo comunque non patetico. La storia d’amore di Patel con la sua fanciulla è resa in modo non sorprendente ma fresco e si armonizza bene nel contesto generale di andro/menopausa. Nel complesso non male.

Cosmopolis

Il cosmo della polis.

TRAMA: Eric Packer, rampante ventottenne con una carriera in ascesa, attraversa Manhattan a bordo di una limousine per andare dal barbiere. Durante il tragitto riceve nella sua auto i consulenti della sua azienda per affrontare una crisi finanziaria, e si ritroverà minacciato di morte.

RECENSIONE: Un gran film. Tecno-dramma in salsa filosofica, in cui in un arco temporale definito e compresso viene sintetizzato tutto l’universo umano (occidentale) nelle sue varie forme e nella sua immensa complessità. Vita e morte, sesso e istituzioni, ricchezza e miseria, capitalismo e anarchia si intrecciano in una tela di ragno complessa e incomprensibile, formando una valida rappresentazione di come il mondo si è trasformato grazie al dio Denaro e alla irrazionale razionalità umana.

Cronenberg (La mosca (1986), A history of violence (2005), Videodrome (1983)) si riscatta dal deludente A dangerous method (2011) e ritorna ai topos a lui tanto cari (la morte, la trasformazione, la debolezza interiore) confezionando un’opera sorretta da una sceneggiatura in cui conta il come, non il cosa, e che non esita a usare macchinazioni, mcguff ed ellissi per arrivare al punto focale, riuscendo su una base apparente semplice a costruire una cattedrale estremamente complessa e articolata.

I personaggi si muovono come fossero in una tragedia greca, soverchiati e schiacciati da forze fuori dalla loro comprensione e dal loro controllo, ed il vero miracolo cinematografico (ma anche non) Cronenberg lo attua riuscendo a far recitare Robert Pattinson (che sarebbe come ridare l’udito ai sordi o le gambe a Pistorius), attore che nei panni del vampiro luccicante aveva dato prove di inespressività quasi leggendaria e che qui oltre a recitare bene riesce a reggere un microcosmo di personaggi che gli ruotano attorno come satelliti, in un film che mascherato in una finta coralità nasconde un “one-man movie”

I dialoghi (rapidi e allo stesso tempo monolitici) sono eccezionali, ed è un continuo ping pong trai vari attori, con botte e risposte fulminanti e improvvisi cambi di argomento, il tutto sorretto da un montaggio ottimo e funzionale; la fotografia passa i vari cambi di luce, virando sempre su tinte scure, e non facendo mai abituare lo spettatore alla luminosità; musiche di Howard Shore, autore delle colonne sonore di vari film dello stesso Cronenberg, di Scorsese e della trilogia del Signore degli Anelli.

Oltre al protagonista vi sono Kevin Durand (Little John in compagnia del Robin Hood XXL di Russell Crowe e il mutante Blob nel marveliano e mediocre film dedicato a Wolverine), Juliette Binoche, che a fare il cioccolato è stata sostituita da Banderas e Paul Giamatti, che ci sta come un limone tra le cozze.

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