L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per febbraio, 2013

Dumbo

Ne ho vedute tante da raccontar, giammai gli elefanti volar.

TRAMA: Dumbo è un elefantino che vive in un circo, e viene deriso dagli altri elefanti a causa delle sue orecchie enormi. Grazie all’amicizia del topo Timoteo capisce che le sue orecchie, che tanto lo rendono goffo quando cammina, possono servirgli per fare qualcosa di impensabile per ogni altro elefante: volare.

RECENSIONE: Il quarto classico Disney, uscito in America nel 1941 e successivamente in altri Stati (nel Belpaese ad esempio nel 1948) è semplicemente poesia per gli occhi, ed uno dei film di questa casa di produzione più belli e riusciti.

Con i suoi 64 minuti si tratta di uno dei loro film più brevi (realizzato per superare le perdite di Fantasia, gran film poco capito all’epoca), ma questo fa sì che la semplicità della storia e la sua contemporanea profondità arrivino in modo ancora più diretto allo spettatore, evitando tempi morti inutili e dando ad ogni aspetto della pellicola il suo giusto spazio. Inoltre si tratta di uno dei pochi film della Disney con una morale vera e propria, elemento molto utile essendo indirizzato ad un pubblico giovane, e quindi in piena formazione emotiva e caratteriale. Non importa che difetto, handicap o malformazione estetica tu possa avere, se ti impegni, ti fai il cosiddetto “mazzo” e hai quel pizzico di fortuna che non guasta mai puoi raggiungere i traguardi e gli obiettivi che ti poni. In più se si mostra ad un bambino che insultare gli altri e maltrattarli per il loro aspetto estetico è un comportamento da poveri coglioni, probabilmente cresceranno non facendolo (o non eccessivamente, siamo tolleranti perché è notoria la perfidia dei pargoli).

Il personaggio principale non è un eroe ma un essere sfigatissimo, e ciò lo rende empatico nei confronti del pubblico, che si identifica in lui; questo non vuol dire che le nostre generazioni siano o saranno formate da piccoli pachidermi orecchiuti, ma schiaffare un po’ di retorica non guasta mai, ergo perché non farlo? Il suo mutismo lo rende inoltre ancora più succube e indifeso, e anche se si tratta di un animale che raggiunta l’età adulta passa tranquillamente le 4 tonnellate (piccino) la sospensione dell’incredulità dello spettatore fa il suo.

Iconica anche la presenza del topo Timothy come unico aiuto del protagonista, aiuto che arriva da un esponente del regno animale notoriamente e proverbialmente ostico ai proboscidati, altra metafora per suggerire l’appianamento delle differenze e l’unione degli emarginati stessi.

Nella versione italiana ottimo il Quartetto Cetra in sostituzione dell’Hall Johnson Choir, con la canzone dei corvi rimasta nell’immaginario popolare; tanti i colori, i suoni e l’uso della luce, con affinità e contrasti dal punto di vista tecnico.
Vincitore dell’Oscar alla migliore colonna sonora nel 1942 (Frank Churchill e Oliver Wallace).

Il dittatore

Zabibah and the Cohen.

TRAMA: Il dittatore mediorientale generale Aladeen dell’immaginaria Wadiya deve presenziare alla sede dell’ONU per impedire che la dannosa democrazia possa prosperare nel suo Stato. Si troverà alle prese con un sosia e con intrighi di palazzo.

RECENSIONE: Dopo Ali G (2002), Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan (2006) e Bruno (2009) torna Sacha Baron Cohen (che cura anche soggetto, sceneggiatura e produzione), eclettico attore comico ebreo, con un nuovo eccentrico personaggio assolutamente sopra le righe e semplicemente fuori di testa.

Rispetto ai precedenti il film (ispirato ironicamente al libro Zabibah and the King scritto da Saddam Hussein) è più politico e meno sociale, e la satira che ne consegue è indirizzata paradossalmente sia ad un modello di vita e di società americana che si autoproclama “giusto” sia al mondo nordafricano e mediorientale; come nelle precedenti pellicole gli stereotipi ci sono tutti, e il personaggio del Generale è un dittatore sui generis che riunisce tutte le caratteristiche possibili di questo tipo di figura, con esiti esilaranti che derivano principalmente dal suo assoluto disprezzo per qualsiasi minoranza o diversità etnica, religiosa, linguistica e sessuale.

Si ride in modo sguaiato e di pancia quando le gag sono di tipo scatologico (sesso soprattutto) ma con un orecchio anche ad uno humor linguistico basato sulle parole e sul significato che possono avere in determinate situazioni, creando quindi una risata a “livelli”.

Probabilmente più “film” degli altri, con un montaggio che si distacca dallo stile documentaristico e dalle gag/candid camera, ha una sceneggiatura basilare arricchita dal personaggio politicamente scorrettissimo che non esita a maltrattare chiunque con la sua tronfia stupidità e ad usare metodi di persuasione tipici di regimi diversamente democratici; in questo Baron Cohen (doppiato ancora da Pino Insegno, che quando si dedica al doppiaggio e non alla tv o alla tristissima Premiata Ditta guadagna punti) dimostra di avere una capacità di immedesimazione in personaggi assurdi e sgradevoli fuori dal comune.

Per la regia di Larry Charles, director dei due precedenti film coheniani che si affida completamente al personaggio principale, il film vede la presenza di Ben Kingsley (premio Oscar 1983 per Gandhi), John C. Reilly (con cui Baron Cohen aveva già lavorato in Ricky Bobby – La storia di un uomo che sapeva contare fino a uno (2006)), che ritorna al comico dopo lo straordinario Carnage (2011) di Roman Polanski, e Anna Faris, ex protagonista di tutta la saga di Scary Movie, in un ruolo da femminista, vegana, new age e chi più ne ha più ne metta.

Probabilmente Borat aveva una carica corrosiva maggiore e un effetto-novità che lo accompagnava, e ciò contribuiva a renderlo più caustico, ma anche Il dittatore può essere godibile, a patto ovviamente che piaccia questo tipo di comicità.

PREMI OSCAR 2013

MIGLIOR FILM: Si comincia col botto: Argo di Ben Affleck vince il premio come miglior film, battendo Lincoln (soprattutto), ma anche gli eventuali ritorni di fiamma di Amour (che però si consola con lo scontatissimo premio come miglior film straniero), Vita di Pi e il musical outsider I miserabili. Premio che conferma l’enorme maturazione artistica di Ben Affleck e che si spera possa lanciarlo definitivamente nell’ambito dei film di qualità.

MIGLIOR REGIA: Spielberg ancora battuto, questa volta da Ang Lee, per il suo Vita di Pi, che riesce dove Avatar di Cameron aveva fallito nel 2010, ossia vincere alla miglior regia sfruttando il potenziale del 3D. Lee riesce a creare una giusta alchimia tra le scene naturalistiche, veramente molto belle e intense, e l’introspezione del protagonista, le sue riflessioni e i suoi tormenti. Per questo premio era una lotta a due, con gli underdog Haneke, Russel e Zeitlin.

MIGLIORI ATTORE E ATTRICE PROTAGONISTI: Nella categoria dei maschietti grandi interpreti, anche se il vincitore Daniel Day-Lewis era quello più in vantaggio secondo critici, bookmakers e il calendario di Frate Indovino. Molto buona la sua interpretazione di Lincoln, con quel sano patriottismo e quella sana retorica che non guasta mai e aiuta a vincere premi (e infatti..). Phoenix e Washington i possibili avversari, con il primo che ha un rapporto abbastanza conflittuale con l’Academy ma che comunque ha conquistato la sua terza Nomination e il secondo che paga forse un film carino ma niente di più contro un peso massimo come la pellicola di Spielberg. Jennifer Lawrence per Il lato positivo vince come miglior attrice protagonista, un premio per il quale tutti la davano favorita, ma per citare Trapattoni “don’t say cat if you have not in the sac”. Scontro generazionale con Riva e Wallis, la più matura (è una signora, portare rispetto) e giovane nominata nella storia degli Oscar. Chastain battuta sul filo di lana, probabilmente, e Watts per cui è un risultato non disprezzabile anche solo la Nomination, la seconda a nove anni da quella per 21 grammi.

MIGLIORI ATTORE E ATTRICE NON PROTAGONISTI: Grande Christoph Waltz negli attori non protagonisti, che batte la concorrenza di Hoffman e dei senatori Tommy Lee Jones, De Niro e Arkin. Ennesimo premio Made in Tarantino, grazie ad un personaggio più incisivo rispetto a quelli degli altri concorrenti e più presente sullo schermo. Come attrice non protagonista Anne Hathaway, primo Oscar alla seconda Nomination dopo la chicca Rachel sta per sposarsi con l’iconico ruolo di Fantine, sfigatissimo personaggio de I miserabili di Hugo; battuta Amy Adams, unica donzella nel trio di The Master (nessuno dei quali ha vinto l’Oscar) e risultato meritato vista la trasformazione fisica per il ruolo.

MIGLIORI SCENEGGIATURE ORIGINALE E NON ORIGINALE: impossibile non vincesse Tarantino nella prima categoria, il regista del Tennessee meritava uno zuccherino; questo Oscar può confermare l’ idea di molti, secondo cui Quentin è più bravo a scrivere un film che a girarlo. Battuti Wes Anderson per Moonrise Kingdom, con una sceneggiatura molto dolce e Mark Boal per Zero Dark Thirty. Nella categoria non originale vince Chris Tierro per Argo, tratto dall’omonimo libro del protagonista Tony Mendez.

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE: ma siamo proprio sicuri al cento per cento che Ribelle della Pixar sia meglio di Frankenweenie di Burton e di Ralph Spaccatutto della Disney? Premiata forse più la tradizionalità rispetto alle idee vere e proprie, per un film fintamente femminista che in realtà grida al men power da tutti i pori, visto che la protagonista è sostanzialmente un maschio con le tette: togliete la red-head e sostituitela con un Aladdin qualsiasi e il risultato sarà identico. Peccato.

MIGLIORI SCENOGRAFIA, FOTOGRAFIA E COSTUMI: Lincoln (Rick Carter e Jim Erickson) batte abbastanza a sorpresa I Miserabili e Lo Hobbit, forse più meritevoli del premio come miglior Scenografia. L’italoamericano Carlo Miranda vince come miglior fotografia per Vita di Pi battendo il buon John Deakins per Skyfall oltre ai pluripremiati Richardson e Kamisnki per Django Unchained e Lincoln. Costumi a Jacqueline Durran per Anna Karenina, che batte la scomparsa Eiko Ishioka per Biancaneve.

MIGLIORI COLONNA SONORA E CANZONE: Mychael Danna per Vita di Pi per la miglior colonna sonora, mentre per quanto riguarda la canzone vince il premio Oscar più scontato della storia Adele per Skyfall dopo avere intasato le radio di tutto il mondo.

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI: Vita di Pi 1. Hobbit e supereroi 0.

MIGLIOR CORTO ANIMATO: scontato Paperman, un bellissimo corto a cui però personalmente avrei forse preferito Adam and dog.

Riassunto: 4 Oscar a Vita di Pi (tra cui regia), 3 ad Argo (film, sceneggiatura non originale e montaggio) e Les Misérables. 2 a Lincoln, Skyfall e Django Unchained.

Curiosità: prima volta che vince un Oscar un attore che abbia recitato per un film di Steven Spielberg.

Contraband

Dogana, pussa via.

TRAMA: Un ex marinaio con precedenti di contrabbando merci è costretto a tornare nel mondo nella criminalità per proteggere la moglie, i due figli e il cognato dopo che quest’ultimo per evitare di essere arrestato ha buttato in mare preziosa merce illegale.

RECENSIONE: Film per la regia dell’islandese Baltasar Kormákur, che non conoscendo il detto latino “in medio stat virtus” non ha mezze misure nelle inquadrature: quelle dei dialoghi sono primi o più spesso primissimi piani che riempiono quasi interamente lo schermo con i volti dei personaggi, tant’è che possiamo vederne ogni ruga ed espressione; quelle di ambiente invece sono sempre molto larghe, comprendendo una gran fetta di mare o visioni molto complesse e molto ricche di elementi del porto o di vedute cittadine. Ovviamente è una scelta voluta, ma considerato che il film dura un’ora e cinquanta minuti alla lunga può essere stancante. La sceneggiatura è molto classica per quanto riguarda una pellicola d’azione con influenze gangsteristiche: un piano da “cosa potrebbe mai andare storto?” si tramuta ben presto in “ma c’è qualcosa che non sia ancora andato a puttane?!” con elementi tipici come la corsa contro il tempo, il ritrovarsi in situazioni impreviste e pericolose e il non essere scoperti per il rotto della cuffia (quest’ultimo elemento qui un po’ abusato rischia di sfociare nel poco credibile o peggio nel ridicolo). In un film del genere sono fondamentali le facce dei personaggi, cioè gli attori: qui il protagonista è l’ex rapper Mark Wahlberg (pornodivo in Boogie Nights (1997) di P.T. Anderson e nomination all’Oscar per The Departed (2006) di Scorsese tra le altre cose), uomo tutto d’un pezzo che passa con disinvoltura dalla partita di calcio del figlio al contrabbando stile Proibizionismo di Al Capone: non sarà un attore eccezionale ma qui è molto adatto al ruolo, in attesa del Ted di MacFarlane di cui sono molto curioso; al suo fianco la bella Kate Beckinsale (Underworld (2003) e seguenti) come moglie, in un’inedita versione biondo-fetish, che fa però un po’ fatica all’inizio a staccarsi dallo stereotipo della donna-Penelope che aspetta il marito in ansia facendo poco o nulla; vi sono anche Ben Foster (mutante Angelo nel deludente X-Men – Conflitto finale e spacciatore nel riuscito Alpha Dog (entrambi del 2006)), l’ottimo caratterista coheniano J.K.Simmons, che probabilmente riuscirebbe a interpretare qualsiasi personaggio di contorno, e come cattivo (stereotipato ai limiti della sopportazione) un altro caratterista, Giovanni Ribisi (ex imprenditore senza scrupoli in Avatar), che gigioneggia alla grandissima. Non sarà Scorsese ma dello stesso genere si è visto molto ma molto peggio.

Gangster squad

Cazzotti, pistolettate e belle gnocche.

TRAMA: Los Angeles, 1949. Presso il dipartimento di polizia viene formata una task force speciale per tentare di catturare uno dei criminali più noti che gestisce un vasto traffico di droga, armi, prostituzione e scommesse clandestine.

RECENSIONE: Per la regia di Ruben Fleischer (“Benvenuti a Zombieland”, che gran film) arriva in Italia con un mese e mezzo di ritardo rispetto all’uscita americana (con comodo, mi raccomando) un film che è si può considerare un po’ “Gli intoccabili” dei poveri.

Non che questa non sia una pellicola godibile, ma alla fine è un’opera onesta ma non eccelsa, dando l’impressione del “bravo, ma avresti potuto fare di meglio”.

I punti di forza comunque ci sono.

Uno è dato dalla ricostruzione della metropoli losangelina di fine anni ’40, ben realizzata e curata, con le macchine d’epoca, i cappelli d’ordinanza e i cappottoni stile Siberia invernale.
Un altro è dato dall’interpretazione degli attori, i cui ruoli sono stereotipati all’ennesima potenza (tant’è che ci si dimentica dei loro nomi propri dopo cinque minuti e si inizia ad identificarli in base al ruolo all’interno della sceneggiatura) ma portano tutti a casa la pagnotta in maniera dignitosa.
Il terzo punto di vanto del film, che si allaccia al secondo, è la presenza del cattivissimo-lui Sean Penn, che interpreta il ruolo a lui congeniale di gangster senza pietà e scrupoli (dolce ritardato? Politico gay? Con quella faccia?? Dai, non scherziamo). Vederlo in scena è come assistere ad un buco nero che annienta la luce intorno ad esso, una sorta di incrocio tra un samurai oscuro e un teppista di strada, bramoso di tre cose: potere, soldi e potere.
Nel lato chiaro della forza possiamo trovare un ricco parterre formato da Ryan Gosling come suo solito sciupafemmine, Josh Brolin come suo solito con due espressioni ed Emma Stone come suo solito con i capelli di un colore diverso dal… solito; si segnala anche il redivivo Robert Patrick ex T-1000 di “Terminator 2”.
Buona fotografia di Dion Beebe, musiche del coeniano Carter Burwell, mitragliatori di… no, questo non lo so.

Die Hard – Un buon giorno per morire

TRAMA: John McClane parte per la Russia per tirare fuori di prigione il figlio ma le autorità locali sono poco disponibili al dialogo. Durante il suo soggiorno a Mosca scopre che dietro all’arresto si nasconde un piano terroristico.

RECENSIONE: Quinto capitolo della saga Die Hard (gli altri episodi nel 1988, 1990, 1995 e 2007) diretto da John Moore, specializzato in remake ridicoli come Il volo della fenice dal 1965 e Omen – Il presagio dal 1976. Questo film di rara ignoranza poggia interamente sulle spalle di Bruce Willis, “il divo in canottiera” che porta la sua pelata traslucida in situazioni al limite dell’impossibile e del ridicolo corredando le sue decine e decine di uccisioni con frasi ad effetto, pistolotti morali inutili e botte di tamarraggine notevoli. La sceneggiatura consiste in due righe-due, con i sovietici che tornano come nella miglior tradizione anni ’80 ad essere i cattivi sostituendo gli ormai abusati arabi: il film arranca tra scagnozzi monodimensionali, personaggi stereotipati al massimo, scazzottate ed esplosioni, come sempre immotivate e frequentissime. I personaggi secondari sono poco più che macchiette e costituiscono più che altro mezzi attraverso cui l’eroe senza macchia e senza cognizione raggiunge l’obiettivo di ammazzare i cattivi di turno, possibilmente facendo più bordello possibile. Tra tutti gli eroi d’azione nati venticinque anni fa, Willis è però il migliore e il più (auto)ironico, dimostrando di rendersi conto che ciò che sta facendo sullo schermo non è esattamente cinema d’autore introspettivo; ciò gli dà una marcia in più e il pubblico lo apprezza, rendendo le sue pellicole l’ideale per passare un’ora e mezza leggera e divertente. Se non volete film impegnati potete immergervi in quest’avventura, dimenticando, per farvelo piacere, la fisica, la logica e la resistenza umana alle ferite. Yippie ki-yay, motherf***er.

Les Misérables

Gran bel film, parbleu!

TRAMA: Jean Valjean è un uomo onesto ridotto in miseria. Costretto a rubare per sfamare la sorella viene imprigionato, ma evade e cerca vendetta.

RECENSIONE: Tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo, a sua volta adattato per un musical di Broadway, il film è diretto da Tom Hooper, che fece jackpot agli Oscar del 2011 vincendone quattro (film, regia, Colin Firth come attore protagonista e sceneggiatura originale).
A questa pellicola otto nomination con il ritorno di un musical nella categoria “miglior film” a dieci anni di distanza da Chicago, eletto immeritatamente vincitore al posto di Gangs of New York di Scorsese o Il pianista di Polanski da un’Academy al momento della votazione probabilmente con lo stesso tasso alcolico di una riunione di alpini.

Per quanto riguarda la realizzazione, essendo il film facente parte di un genere piuttosto dispendioso la Working Title Films, casa di produzione, si è parata il posteriore stanziando un budget di 61 milioni di dollari: fortunatamente le palanche non sono finite tutte nei cachet degli attori, come succede in filmacci tipo Twilight, dove i personaggi corrono con gli stessi effetti speciali della prima serie di Smallville (datata 2001) e i lupi mannari sono disegnati con Paint, ma si è dato il giusto peso alle scenografie.
Esse infatti sono sempre molto ricche, sia come presenza di oggetti materiali sia come intensità emotiva, cosa che deve sempre essere presente in un film dove si comunica attraverso le canzoni; questo dà un alone di magnificenza che contribuisce a rendere il tutto molto elegante e allo stesso tempo complesso.

Le canzoni in generale sono toccanti e fanno sì che lo spettatore si immedesimi ai personaggi, portando lo spirito teatrale nella sala cinematografica e rendendolo un film di uomini, non un semplice spettacolo di marionette; per quanto riguarda le ugole se la cavano bene in particolare sia Hugh Jackman, nei panni di un tosto e dolente Jean Valjean, sia Anne Hathaway come sciupata Fantine, probabilmente il personaggio più disgraziato e allo stesso tempo empatico del film.
Un po’ di fatica in più per Russell Crowe, che rende l’ossessione per Valjean talvolta troppo marcata, dando in certi punti l’impressione di avere a che fare con una versione seriosa e francese di Zenigata, l’arcinemico di Lupin III. Sguaiati e pittoreschi, per usare un eufemismo, Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, che indubbiamente si saranno divertiti interpretando i coniugi Thénardier e che tornano assieme in un musical dopo Sweeney Todd.

Un gran bel film sia come realizzazione che come interpretazione; per i non amanti del musical potrebbe essere irritante vedere Wolverine e Massimo Decimo Meridio in versione canterina, ma sempre meglio di come si è ridotto Zorro (“Èco Rossita le mie ffète bìsscotàte”).

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